Il giornale fondato da Antonio Gramsci, da un numero non quantificabile di anni, sembra aver scelto come propria funzione quella di far rivoltare il fondatore nella tomba. La punizione – non divina, questo è certo – è la sua ricorrente crisi, con sprazzi di riaperture tra una chiusura e l'altra.
Non è mai bello infierire sui dipendenti di un'azienda che chiude e licenzia, però neppure si può dare solidarietà sempre e comunque, a prescindere da qualsiasi giudizio sull'operato di quei dipendenti.
Siamo peraltro capaci di distinguere tra poligrafici (segretarie di redazioni, impiegati dell'amministrazione, arichivisti, ecc) e giornalisti. Non perché chi fa questo mestiere – che è anche il nostro, seppur più "militante" – sia indegno di solidarietà. Ma se l'Italia è arrivata al 77° posto mondiale quanto a libertà dell'informazione, qualche domanda è lecito porsela.
Siamo abituati a polemizzare con l'Unità per il suo indegno supporto ai governi in carica (tutti quelli non berlusconiani, certo; ma ci è sfuggita la differenza quanto a "riforme" anti-sociali), all'idolatria per Renzi & co (Verdini compreso). Se qualcuno vuole approfondire, per esempio, gli insulti di Rondolino a chiunque mettesse in discussione la "divinità" del ducetto di Rignano, farà fatica a distinguere tra la sua prosa velenosa e i poemetti di Bondi per il Caimano.
Insomma, se l'Unità affonda ancora è anche – non "solo" – per demeriti di chi ci scrive. Demeriti in senso stretto, in qualche caso; ignoranza crassa o volgare ideologismo, a voler essere espliciti. Difetti che minano insomma radicalmente la credibilità degli scriventi, a prescindere dallo schieramento politico.
Un esempio? Eccolo qui, fresco fresco...
Nel protestare contro la chiusura, Umberto De Giovannangeli, componente del comitato di redazione, ha rilasciato tra le altre la seguente dichiarazione contro la proprietà: “Neanche il peggior padrone delle ferriere di una lontana repubblica dell’Unione sovietica poteva comportarsi così”.
Non abbiamo il tempo di insegnare la Storia a nessuno, però se un giornalista professionista de l'Unità, ignora che i "padroni delle ferriere" sono o sono stati i protagonisti di una fase iniziale del capitalismo, e l'Unione Sovietica il primo tentativo di costruzione del socialismo, l'ignoranza è eccessiva.
Peggio. Viene da pensare che – dicendo queste sciocchezze – il giornalista pensi ancora di potersi ingraziare il padrone presente o quello futuro.
Per la cronaca, anche "nella più lontana repubblica dell'Unione Sovietica" i padroni nelle ferriere non potevano trattar male nessuno dei propri dipendenti. Per il buon motivo che erano stati fucilati. E proprio dai dipendenti, che avevano finalmente preso il potere...
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