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30/01/2017

Siria - Wadi Barada e la guerra a bassa intensità

Le operazioni militari in Siria non si fermano nonostante la tregua siglata il 30 dicembre scorso. Dal cessate il fuoco mediato da Russia, Turchia e Iran sono rimasti fuori i gruppi considerati ufficialmente terroristi da entrambi i fronti, Isis ed ex al-Nusra.
 
Proprio i qaedisti sono stati oggetto dell’ultima controffensiva dell’esercito governativo siriano a Wadi Barada, valle vicino Damasco che le scorse settimane è diventata tanto centrale da rischiare di far collassare la fragile tregua e il negoziato organizzato in Kazakistan da Mosca, Ankara e Teheran. Perché a Wadi Barada non ci sono solo gli uomini di Jabhat Fatah al-Sham (ex al-Nusra) ma anche formazioni armate che prendono parte al dialogo.

Ieri le truppe di Damasco hanno ripreso la valle, strategica per la vicinanza alla capitale ma soprattutto perché sede della sorgente d’acqua e del fiume che riforniscono i damasceni della gran parte delle risorse idriche che consumano. Dopo l’accordo di cessate il fuoco stipulato poco prima dell’apertura del tavolo negoziale di Astana (lo scorso 23 gennaio) che ha permesso di riparare le condutture e le pompe e far tornare così a Damasco l’acqua che mancava da prima di Natale, si è ripreso a combattere.

“Le nostre forze armate hanno portato a termine la missione di restaurare sicurezza e stabilità nella regione di Wadi Barada”, si legge nel comunicato dell’esercito siriano, emesso dopo l’ingresso – dopo 4 anni di guerra civile – nella stazione idrica della valle e la ripresa di tutti i villaggi dell’area.

È stato quindi siglato un altro accordo con i gruppi armati presenti: chi vuole può restare nell’area abbandonando le armi. Oppure sarà trasferito a Idlib, provincia nord-occidentale in mano alla milizia qaedista dove da tempo vengono convogliati tutti i miliziani evacuati dalle zone riprese dal governo. Qui sono arrivati in massa i gruppi sconfitti ad Aleppo, andando a creare un vero e proprio “bubbone” jihadista. Da Wadi Barada dovrebbero partire a breve 400 miliziani insieme a circa mille familiari.

È probabilmente questo il modello di conflitto a cui la Siria assisterà nell’immediato futuro: una guerra a bassa intensità in zone chiave, intorno Damasco e ai confini nord e sud, in parallelo con un negoziato ancora indefinito dove le posizioni delle parti appaiono tuttora inconciliabili. Da una parte sta il fronte pro-Damasco, stretto intorno al presidente Assad, rafforzato dalla vittoria di Aleppo ma ancora incapace di controllare una buona parte del paese. Dall’altra stanno le opposizioni e i loro sponsor sconfitti – Turchia e Arabia Saudita in primis – mai così deboli ma in grado di posporre l’inizio di un’eventuale soluzione politica.

Tanto deboli da finire invischiate in una seria faida interna, esplosa nei giorni scorsi: Jabhat Fatah al-Sham ha attaccato e distrutto intere unità dell’Esercito Libero Siriano, con cui esisteva un’alleanza militare ad Aleppo e un patto di non belligeranza, e ora punta agli islamisti “ribelli”, distaccatisi dall’orbita qaedista accettando di sedersi al tavolo kazako. Ma nel mirino c’è anche Ahrar al-Sham, che ad Astana non è andata.

A riprova della fragilità del negoziato c’è l’annuncio del rinvio della conferenza di Ginevra prevista per l’8 febbraio sotto l’egida dell’Onu. Tutto rimandato alla fine di febbraio, ha detto pochi giorni fa il ministro degli Esteri russo Lavrov. Resta da vedere quale impatto avrà la nuova presidenza degli Stati Uniti, marginalizzati dall’intervento a gamba tesa del trio Russia-Turchia-Iran. Trump non ha mai nascosto l’apprezzamento per il presidente russo Putin con cui ha parlato al telefono – per la prima volta dalla Casa Bianca – sabato scorso.

Interrogato sulla questione siriana, Trump ha paventato l’idea di creare “zone sicure” nel paese, in cui infilare gli sfollati. Un progetto molto simile a quello desiderato dalla Turchia che sta tentando unilateralmente di realizzarlo a suon di carri armati nel nord della Siria e che ora riceve il plauso del Golfo. Perché per Arabia Saudita, Qatar e Emirati Arabi potrebbe essere l’occasione di istituzionalizzare l’egemonia sunnita in determinate aree in chiave anti-Assad, in vista di un’eventuale frammentazione settaria del paese, e permettere ai gruppi islamisti di riorganizzarsi e reclutare forze fresche in mezzo ad una popolazione allo stremo.

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