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24/01/2017

Siria - Intesa Russia - Turchia - Iran per monitorare il cessate il fuoco

Nel secondo giorno di vertice sulla Siria in corso ad Astana (Kazakhstan) si sarebbe compiuto un passo, seppur timido, in avanti. Secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa turca Anadolu, infatti, Turchia, Russia e Iran avrebbero raggiunto un accordo su un meccanismo di controllo che monitorerà e farà applicare il cessate il fuoco. In pratica, spiega Anadolu, il sistema permetterebbe ai tre paesi di rispondere “immediatamente” alle eventuali violazioni della tregua grazie all’influenza che hanno sulle parti belligeranti. Il condizionale è d’obbligo perché questa notizia è frutto di un’indiscrezione giunta all’agenzia turca e, nel momento in cui vi scriviamo, non è stata ancora ufficializzata. Anadolu scrive che questo accordo farà parte di uno dei punti della dichiarazione congiunta che sarà pubblicata nella giornata di oggi.
 
Se confermata la notizia, saremmo di fronte ad un inatteso (seppur modesto) progresso dei negoziati. Il summit ad Astana, infatti, si era aperto ieri nel peggiore dei modi con uno scambio di accuse e di incontri separati tra la delegazione del regime e quella delle opposizioni. Particolarmente duro è stato il capo dei “ribelli”, il salafita Mohammed Alloush (leader di Jaish al-Islam), che ha chiesto l’inserimento del presidente siriano Bashar al-Asad e dei libanesi di Hezbollah nella lista dei terroristi globali. Dal canto loro i russi in serata hanno fatto sapere che nel documento finale si chiederà (meglio dire si ripeterà) ai gruppi armati presenti in Kazakistan di prendere ufficialmente le distanze dai qa’edisti dell’ex an-Nusra (oggi Fronte Fateh ash-Sham).

Al vertice spicca l’assenza degli Stati Uniti, di fatto estromessi dal conflitto siriano dall’intervento diplomatico di Russia, Turchia e Iran sostenuto dall’Onu. Ieri, però, il ministero della Difesa russo ha tenuto a precisare che Mosca e la coalizione internazionale a guida Usa hanno compiuto raid congiunti in chiave anti-“califfato”. Se confermata da Washington, la notizia manda un doppio messaggio politico: dopo i recenti successi militari dell’alleato al-Asad, Mosca non solo è la principale potenza ad agire in Siria, ma è ormai anche una forza accettata (volente o nolente) dall’Occidente al punto da combattere al suo fianco contro lo “Stato Islamico”. Non può più, dunque, essere screditata o posta ai margini nello scacchiere mediorientale.

Il passo in avanti che Iran, Turchia e Russia starebbero raggiungendo in queste ore ad Astana non deve trarre in inganno: tra Istanbul e Mosca restano diverse divergenze. Evidenti, a tal riguardo, sono le dichiarazioni di oggi del vice-primo ministro turco Numan Kurulmus secondo cui la Turchia non consegnerà la cittadina siriana di al-Bab all’amministrazione di al-Asad una volta liberata dagli uomini del “califfo”. Ad Anadolu, Kurtulmus ha poi spiegato che la Turchia ha lanciato lo scorso agosto la sua offensiva militare nel nord della Siria (“Operazione Eufrate”) per per proteggere i suoi confini dalle minacce terroristiche. Per Ankara non tanto rappresentate dai jihadisti, ma soprattutto dai curdi del Rojava e del Pkk. Oggi lo stato Maggiore turco ha voluto fornire alcuni dati sulla sua spedizione in terra siriana: in 154 giorni di combattimenti, l’esercito ha colpito 107 posizioni dell’Is uccidendo un numero imprecisato di estremisti islamici. Soltanto nella giornata di ieri 24 miliziani hanno perso la vita negli scontri con i turchi.

L’assenza dei curdi al summit di Astana – regalo russo ad Ankara che teme un loro stato indipendente nel nord della Siria – è sicuramente uno dei principali limiti del vertice in Kazakhstan. Ieri le unità di protezione popolare (YPG), braccio armato del Partito di Unione democratica siriana, hanno ribadito di non sentirsi affatto vincolate dalle decisioni prese in queste ore al summit kazakho. “Siccome non partecipiamo ai suoi lavori, non ne rispetteremo le sue decisioni” si legge in una nota rilasciata dalla milizia. Non le rispetteranno nemmeno lo Stato Islamico e i qa’edisti dell’ex an-Nusra del Fronte Fateh ash-Sham (ufficialmente non più vicini ad alQa’eda) escluse anche loro dal vertice perché gruppi considerati “terroristi” dalla comunità internazionale. E’ sicuramente importante sottolineare come rispetto ai vertici precedenti, l’insistenza dei ribelli è per lo più per il mantenimento del cessate-il-fuoco e non più per la cacciata di al-Asad. Un cambio non solo linguistico, ma che rispecchia la mutata situazione politica sul campo che vede le forze del presidente siriano avanzare lentamente (grazie soprattutto al contributo russo).

Mentre la diplomazia si muove a passo di tartaruga, le condizioni umanitarie ed economiche del Paese continuano a peggiorare. Oggi in Finlandia l’Onu ha chiesto per quest’anno più di 8 miliardi di dollari di aiuti per gli sfollati siriani. Di questa somma, 4,63 miliari di dollari spetterebbero ai circa 4,8 milioni di rifugiati all’estero (principalmente in Libano, Giordania, Iraq e Turchia), il resto a chi è profugo interno. Intervenendo all’incontro finlandese, il capo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, Stephen O’Brien, non ha nascosto i suoi timori: “la guerra peggiorerà”.

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