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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/05/2020

La Turchia si prende il Corno d'Africa

di Michele Giorgio – il Manifesto

“Yeni Osmanlıcılık”, in turco “Neo-Ottomanesimo”. Questa espressione è usata in riferimento al disegno strategico che la Turchia di Recep Tayyip Erdogan cerca di realizzare nelle aree geografiche che per secoli avevano fatto parte dell’Impero Ottomano. Qualcuno storce il naso quando si parla di Neo-Ottomanesimo ma non ci sono dubbi sulle ambizioni di Erdogan. E se sono ben evidenti in Siria, nei Balcani o in Nordafrica, dove appoggiando il Gna di Fayez el Sarraj contro il generale Haftar, Ankara tiene a bada avversari come gli Emirati e l’Arabia Saudita, meno note ma non meno importanti sono quelle nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa.

Da lì Erdogan tiene d’occhio la porta posteriore della Penisola Arabica e i traffici commerciali (e non solo) che transitano per quelle acque. La collaborazione offerta dai servizi segreti turchi di base in Somalia nelle trattative che hanno portato alla liberazione di Silvia Romano, conferma quanto sia radicata la presenza di Ankara in quel paese tormentato da guerre e miseria e posizionato lungo lo Stretto di Bab el Mandeb che collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano.

L’influenza della Turchia nel Corno d’Africa di recente è tornata sotto i riflettori dopo l’incarico dato da Mogadiscio ad Ankara di fare esplorazioni petrolifere nei suoi mari. Un annuncio preceduto dal contestato accordo marittimo firmato dalla Turchia con il governo di Tripoli. Erdogan comunque in Somalia c’è da lungo tempo. Nel 2017, per fare un esempio, è stato inaugurato un enorme centro di addestramento turco di truppe somale.

Non è certo un caso che l’ambasciata turca più ampia per dimensioni sia stata edificata proprio in Somalia. Negli ultimi dieci anni le ong islamiste turche sono state la testa di ponte di Erdogan per espandere la sua influenza nel Mediterraneo e in altre aree. Ad aprire nel 2011 la strada verso la Somalia alle imprese, alle forze armate e ai servizi segreti della Turchia è stato proprio l’aiuto umanitario: generi di prima necessità, medicine, edilizia leggera, ospedali da campo. Poi è arrivata la partecipazione alla ricostruzione. La Turchia è stata tra i primi Stati a riprendere le relazioni diplomatiche con la Somalia dopo la fase più acuta della guerra civile. E il primo a riprendere i voli verso Mogadiscio. Oggi, oltre all’aeroporto della capitale, imprese turche gestiscono anche il principale porto marittimo.

Lo sfruttamento delle risorse energetiche, a partire dal petrolio offshore della Somalia, è uno dei pilastri della presenza di Ankara nel Corno d’Africa. Erdogan sta mettendo le mani anche sul Sudan dove ha confermato con le nuove autorità “rivoluzionarie” i 13 accordi siglati a Khartoum qualche anno fa con il presidente rimosso Omar al Bashir che porteranno in futuro gli interscambi tra le due economie a 10 miliardi di dollari all’anno e al completamento di una base militare turca sull’isola di Suakin. Gli interessi economici sono prevalenti. Tuttavia Ankara nel Corno d’Africa e nel Mar Rosso vuole anche contrastare gli interessi delle rivali petromonarchie del Golfo che considerano quei territori come la loro retrovia strategica da proteggere da nemici vecchi e nuovi. Erdogan dall’Africa non manca di dare una mano all’amico Qatar impegnato da quasi tre anni in un duro scontro diplomatico ed economico – e di immagine – con l’Arabia Saudita e i suoi alleati. Per questo gli Emirati accusano Mogadiscio di essersi schierata con Doha, sotto la pressione turca. La Somalia risponde denunciando le interferenze di Abu Dhabi in Somaliland che minerebbero la sua stabilità.

Erdogan esporta nel Corno d’Africa e nel Mar Rosso rivalità che destabilizzano un contesto già vulnerabile, caratterizzato da una crescente presenza militare straniera. Riyadh intende costruire una sua postazione armata a Gibuti che già ospita basi di cinque paesi, tra cui una italiana. Reparti sauditi sono presenti ad Assab in Eritrea dove già esiste una base emiratina. Inoltre le esplorazioni petrolifere turche nelle acque somale rischiano di aprire una controversia con il Kenya poiché i giacimenti si trovano in una zona marittima al centro di una disputa da lungo tempo sul tavolo della Corte internazionale di giustizia. A ciò si aggiunge la preoccupata attenzione che le mosse di Erdogan suscitano in Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Israele.

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03/11/2019

I turchi e noi

di Giovanni Iozzoli

Quello che la vicenda curda lascia addosso a tutti, è la terribile soffocante sensazione di impotenza. Come se fossimo nel diciannovesimo secolo, i grandi players imperialisti imbastiscono manovre e trame, nella più totale noncuranza dei popoli – qualsiasi connotazione si possa attribuire a questa espressione. Ridisegnano confini, creano alleati e mostrificano nemici, per poi, nel giro di una stagione, rovesciare completamente tali assetti.
In Siria, nel 2013, gli Usa, nello sforzo di abbattere Assad, non hanno esitato ad allearsi persino ad Al Aqaeda – venduta per anni alla loro opinione pubblica, come lo spettro demoniaco dell’11 settembre; poi hanno sostenuto strumentalmente i curdi nel nord della Siria; per diventare oggi complici del loro annientamento geo-politico. Non esistono davvero amici e nemici, nel Grande Gioco: esistono solo rapporti di forza e strategie. Anzi: la perpetuazione dello stato di guerra, pare l’unica vera strategia in essere; Israele l’unica vera beneficiaria nella regione di questa permanente fibrillazione sanguinaria.

In questi giorni, decine di migliaia di militanti, soprattutto in Europa, sono giustamente scesi in piazza a sostenere le ragioni del federalismo curdo e di quel radicalismo democratico che, in questi anni, è stato l’unico segnale evolutivo in quei territori martoriati. Nelle piazze di mezzo mondo, “la Turchia” è stata sbrigativamente additata come il Nemico per eccellenza e questo ha risvegliato memorie e pulsioni che dentro l’Occidente allignano da sempre: paranoie anti-turche di antica datazione, nuova islamofobie, la simpatia pelosa e a buon mercato verso i curdi, la suggestione della minaccia d’oriente, di volta in volta barbuta o in erdoganiana giacca e cravatta. Ma se accettiamo la logica del “nemico turco” – nemico per antonomasia – partiamo sconfitti in partenza: nazionalismo contro nazionalismo, vince chi ha più cannoni, non chi ha più ragioni.

Ma cos’è, quest’oscuro moloch – il Gran Turco, il Saracino, il feroce Saladino (che non c’entra con gli ottomani ed era pure curdo) – che pesa così tanto nel nostro immaginario occidentale? Ed Erdogan, con le sue politiche criminali, rappresenta il popolo, la Nazione o entrambi? E sono credibili tutti questi ammiratori della lotta popolare curda – compresi quelli che 20 anni fa consegnarono Ocalan ai suoi carnefici, perché a Istanbul era saltata qualche vetrina di Benetton? È utile interrogarsi su quello che non riusciamo a capire, perché con gli anatemi si fa poca strada.

È bene dirselo con chiarezza: i turchi sono oggi visceralmente nazionalisti, come tutti i popoli che, spesso in modo paranoico, sentono di aver subito torti storici. I calciatori che fanno il saluto militare esprimono solo una sintonia diffusa, rispetto alla gente che li guarda in televisione. Il nazionalismo turco però non è atavico; è piuttosto un prodotto avvelenato della modernità: i sultanati furono espressione della dimensione imperiale – quindi plurinazionale e multietnica; il nazionalismo è invece faccenda moderna, che incrocia con disinvoltura i miti contemporanei della potenza e quelli arcaici (e fasulli) della purezza etnica.

I turchi hanno subito, nell’arco di tre generazioni, una torsione culturale brutale, che pochi altri popoli sono stati costretti a vivere: il crollo della Sublime Porta, l’occidentalizzazione a tappe forzate promossa da Ataturk (persino il richiamo alla preghiera dal minareto, andava fatto in turco, pena il carcere); e poi nei decenni, la crisi ingloriosa del laicismo, golpe e tentati golpe, la messa collettiva in stato d’accusa per lo sterminio antiarmeno, la riproposizione di attese sempre frustrate rispetto alla supposta missione “repubblicana” delle élite militari e, infine, il rifugio in un nuovo islamismo politico che ridesse un po’ d’identità a una storia tanto slabbrata. Troppe tensioni, tutte insieme, nell’arco ravvicinato di pochi decenni, che hanno promosso una identità collettiva schizoide, incoerente, che cerca requie e rifugio proprio nell’esasperazione nazionalista. Chi ha letto il premio Nobel Pamuk, conosce la terribile scissione interiore – plasticamente raffigurata da Istanbul adagiata su due continenti – che brucia l’anima turca.

Sarebbe necessario, decostruire la visione monolitica del “nemico”, svelare la semplificazione dell’immaginario che tende a dividere i campi del bene e del male come se essi fossero statici e privi di contraddizioni. È necessario farlo, anche perché il “blocco turco” è davvero imponente. La difesa dei confini e dell’integrità territoriale, lo smascheramento dei “complotti occidentali”, sono il terreno privilegiato sui cui Erdogan, nonostante la crisi di consenso interno, riesce sempre a ricompattare tale blocco e attivarlo. E non ci riferiamo solo alle masse proletarie turche; basti pensare all’area linguistica dei popoli turcofoni – milioni di persone tra i Balcani e il Caucaso; per non parlare dei turcofili: milioni di arabi (palestinesi in primis) che hanno visto in Erdogan una risposta (fasulla) alla crisi di legittimità delle loro leadership. Se questo blocco non si smonta, né i curdi né i turchi potranno avanzare sulla via del progresso e della giustizia. Milioni di persone, in questo momento, dentro il mondo arabo, stanno tifando per il Sultano – è meglio esserne consapevoli. Perché questo è il problema: fino a che Erdogan gode di una simile cintura di sostegno, risulta apparentemente imbattibile.

Dentro rapporti di forza disperatamente sproporzionati, l’apertura del “fronte interno” – lo spacchettamento della pubblica opinione – è l’unica speranza di incrinare il fronte bellicista. Fu così in Algeria come in Vietnam – ben consapevoli che in Turchia un “fronte interno” esiste già, quello dei curdi dei territori turchi, che però Erdogan ha ormai da anni collocato in una condizione di occupazione e repressione tipica di un rapporto coloniale. Solo le masse turche potranno rimettere in discussione la militarizzazione totale e irreversibile della questione curda.

Ma noi, qui, nel nostro crepuscolo occidentale, cosa possiamo fare per disarticolare i blocchi nazional-imperialisti? Innanzi tutto, la cosa più semplice: parlare con i turchi. Che non stanno in un mitico Oriente, ma sono i nostri vicini di casa o colleghi di lavoro: studenti universitari, operai, edili, addetti alla ristorazione, spedizionieri, migliaia di sudditi di Erdogan vivono in mezzo a noi. Per non parlare di Francia e Germania, dove esiste un’altra Turchia conficcata nel cuore d’Europa. Riusciamo a parlare con queste persone (magari senza bruciargli in faccia la loro amata mezzaluna, che non aiuta)? Riusciamo a far capire che il nostro sostegno ai fratelli curdi non ci pone in una condizione di nemicità, rispetto a loro e alla loro storia? Possiamo ricordare ai turchi che vivono tra noi – soprattutto ai più giovani – che tutte le loro classi dirigenti, laiche o religiose, hanno continuato in questi anni ad arricchirsi, mentre loro hanno costituito il bacino storico della forza lavoro dequalificata in Europa – nel settore minerario, nell’industria pesante, nei mega cantieri in cui si è ricostruito questo continente dopo la guerra? Dovrebbe essere questa la prima pratica dell’internazionalismo: provare a dissociare i popoli dalle loro direzioni imperialiste e guerrafondaie. Scegliere un campo è giusto e naturale – e la nostra propensione non può che essere per l’ardita e coraggiosa esperienza del confederalismo democratico. Ma “l’altro” campo ci deve interessare con la stessa forza. Altrimenti ricadiamo nella eterna, paralizzante dialettica del tifoso.

È dura, ma questo possiamo fare, al di là di una meritevole opera di sostegno e vicinanza militante al movimento curdo. La Turchia, negli ultimi 50 anni, non ha prodotto solo golpismi, camarille atlantiste e autoritarismo: ha saputo partorire una eroica sinistra rivoluzionaria schiacciata e resistente; un’idea di Islam, nei secoli, includente e plurale; grandi artisti e scrittori che hanno raccontato la sua anima sulla scia di un’antica cultura malinconica, mistica e colta. Con le genti di Turchia bisogna costruire una relazione, se vogliamo contribuire a rovesciare satrapi e oligarchie.

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