di Michele Giorgio – il Manifesto
“Yeni Osmanlıcılık”, in
turco “Neo-Ottomanesimo”. Questa espressione è usata in riferimento al
disegno strategico che la Turchia di Recep Tayyip Erdogan cerca di
realizzare nelle aree geografiche che per secoli avevano fatto parte
dell’Impero Ottomano. Qualcuno storce il naso quando si parla di Neo-Ottomanesimo ma non ci sono dubbi sulle ambizioni di Erdogan.
E se sono ben evidenti in Siria, nei Balcani o in Nordafrica, dove
appoggiando il Gna di Fayez el Sarraj contro il generale Haftar, Ankara
tiene a bada avversari come gli Emirati e l’Arabia Saudita, meno note ma
non meno importanti sono quelle nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa.
Da lì Erdogan tiene d’occhio la porta posteriore della Penisola
Arabica e i traffici commerciali (e non solo) che transitano per quelle
acque. La collaborazione offerta dai servizi segreti turchi di base in Somalia nelle trattative che hanno portato alla liberazione di Silvia Romano, conferma quanto
sia radicata la presenza di Ankara in quel paese tormentato da guerre e
miseria e posizionato lungo lo Stretto di Bab el Mandeb che collega il
Mar Rosso all’Oceano Indiano.
L’influenza della Turchia nel Corno d’Africa di recente è tornata
sotto i riflettori dopo l’incarico dato da Mogadiscio ad Ankara di fare
esplorazioni petrolifere nei suoi mari. Un annuncio preceduto dal
contestato accordo marittimo firmato dalla Turchia con il governo di
Tripoli. Erdogan comunque in Somalia c’è da lungo tempo. Nel 2017, per fare un esempio, è stato inaugurato un enorme centro di addestramento turco di truppe somale.
Non è certo un caso che l’ambasciata turca più ampia per dimensioni sia stata edificata proprio in Somalia. Negli
ultimi dieci anni le ong islamiste turche sono state la testa di ponte
di Erdogan per espandere la sua influenza nel Mediterraneo e in altre
aree. Ad aprire nel 2011 la strada verso la Somalia alle
imprese, alle forze armate e ai servizi segreti della Turchia è stato
proprio l’aiuto umanitario: generi di prima necessità, medicine,
edilizia leggera, ospedali da campo. Poi è arrivata la partecipazione
alla ricostruzione. La Turchia è stata tra i primi Stati a
riprendere le relazioni diplomatiche con la Somalia dopo la fase più
acuta della guerra civile. E il primo a riprendere i voli verso
Mogadiscio. Oggi, oltre all’aeroporto della capitale, imprese turche
gestiscono anche il principale porto marittimo.
Lo sfruttamento delle risorse energetiche, a partire dal
petrolio offshore della Somalia, è uno dei pilastri della presenza di
Ankara nel Corno d’Africa. Erdogan sta mettendo le mani anche
sul Sudan dove ha confermato con le nuove autorità “rivoluzionarie” i 13
accordi siglati a Khartoum qualche anno fa con il presidente rimosso
Omar al Bashir che porteranno in futuro gli interscambi tra le due
economie a 10 miliardi di dollari all’anno e al completamento di una
base militare turca sull’isola di Suakin. Gli interessi economici sono
prevalenti. Tuttavia Ankara nel Corno d’Africa e nel Mar Rosso
vuole anche contrastare gli interessi delle rivali petromonarchie del
Golfo che considerano quei territori come la loro retrovia strategica da
proteggere da nemici vecchi e nuovi. Erdogan dall’Africa non
manca di dare una mano all’amico Qatar impegnato da quasi tre anni in un
duro scontro diplomatico ed economico – e di immagine – con l’Arabia Saudita e i suoi alleati. Per questo gli Emirati accusano Mogadiscio di
essersi schierata con Doha, sotto la pressione turca. La Somalia
risponde denunciando le interferenze di Abu Dhabi in Somaliland che
minerebbero la sua stabilità.
Erdogan esporta nel Corno d’Africa e nel Mar Rosso rivalità
che destabilizzano un contesto già vulnerabile, caratterizzato da una
crescente presenza militare straniera. Riyadh intende costruire
una sua postazione armata a Gibuti che già ospita basi di cinque paesi,
tra cui una italiana. Reparti sauditi sono presenti ad Assab in Eritrea
dove già esiste una base emiratina. Inoltre le esplorazioni petrolifere
turche nelle acque somale rischiano di aprire una controversia con il
Kenya poiché i giacimenti si trovano in una zona marittima al centro di
una disputa da lungo tempo sul tavolo della Corte internazionale di
giustizia. A ciò si aggiunge la preoccupata attenzione che le mosse di
Erdogan suscitano in Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Israele.
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