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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/06/2019

Soldati di tutto il mondo unitevi. Nel Sahel c’è posto

Il nuovo manifesto del Sahel comincia proprio così. In prospettiva arriveranno anche l’Inghilterra, i Paesi Bassi, i turchi che vorranno proteggere i loro crescenti investimenti, gli Emirati Arabi molto Uniti per i propri interessi e chissà quale altro Paese.

D’altra parte il Niger, nel suo piccolo, in quanto a militari non ha lezioni da prendere da nessuno. Tre colpi di stato militari riusciti, uno denunciato durante l’attuale settima repubblica e l’insieme della vita politica che si gestisce meglio se ‘pretorizzata’. Il tutto in un breve spazio democratico che ha annoverato transizioni militari, regimi di eccezione e una Conferenza Nazionale Sovrana nel 1991.

L’attuale repubblica, in un contesto regionale dai contorni preoccupanti, ha facilitato l’apertura incondizionata alla militarizzazione del territorio nazionale. Tra basi militari francesi, americane, tedesche e presenze militari italiane e spagnole, operazioni congiunte contro i sempre più variegati e mortalmente variopinti gruppi armati che crescono in numero ed intensità. Aumentano gli attacchi armati, i morti, gli ostaggi, i profughi e i rifugiati.

Gli unici a diminuire e a scomparire gradualmente e silenziosamente dalla scena sono i migranti, una volta riconosciuti protagonisti di sabbia. Sono ormai tristemente affidati alle dune del deserto o alle mani a forma di Centri dell’OIM, l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (di ‘libero’ ritorno alla casella di partenza).

Aumentano nel frattempo le zone del Paese e del Sahel dipinte in rosso dalle cancellerie occidentali. Così come aumentano le operazioni militari destinate a ‘neutralizzare’ i nemici e crescono in proporzione le richieste di fondi, equipaggiamento, formazione nella gestione delle crisi.

Con ogni probabilità il Sahel-Sahara si confermerà, nel prossimo futuro, come spazio privilegiato di azione per i gruppi di ispirazione ideologica armata. Anni di complicità, connivenze finanziarie e implicite adesioni alle ideologie religiose di stampo salafita non potevano non portare frutto. Ci saranno guerre o turbolenze nelle quali, per subappalto militare, interessi divergenti vedranno l’Occidente misurarsi con nuovi attori, come ad esempio la Cina.

Guerre per procura, qui come altrove, con l’unica differenza che nel Sahel a vincere, all’insaputa e in barba a tutti i protagonisti, sarà la sabbia. E’ lei, infatti che tutto coprirà col suo manto. Diplomazie, strategie, progetti di sviluppo, droni armati, basi militari, campi profughi e i sofisticati uffici delle Nazioni Unite. La sabbia avvolgerà, con la complicità del vento, le banche, la nuova moneta in gestazione per l’Africa Occidentale, il terzo ponte di Niamey e la fabbrica di birra Niger ormai in liquidazione. Ma questo la gente ancora non lo sa. Il Sahel infatti, è l’unico posto del mondo nel quale la sabbia sa come comandare.

La guerre erano cominciate molto prima. Dalle colonizzazioni rese indipendenti, agli asservimenti economici segreti o patenti.

L’Occidentalizzazione americanizzata del mondo, come ricordava a suo tempo l’amico Serge Latouche, è apparsa come una violenza armata di simboli e processi invasivi del mondo. La guerra globale al terrorismo è il frutto degli avvenimenti mediatizzati delle torri gemelle assieme alle guerre seguenti riempite di menzogne. Il tutto si è riassunto con le armi, i jihadisti ‘adottati’ dall’Occidente e il caos creato in Libia nel 2011, esportato nel Sahel e paesi circonvicini.

Le radici ‘pretoriane’ erano dunque prevedibili e resta solo da domandarsi se quanto accade nel Sahel, come altrove, è così ‘innocente’ come può apparire a prima vista. La militarizzazione dello spazio in questione finisce per attirare i gruppi della resistenza globale jihadista che trovano nelle divisioni a livello regionale nuovi argomenti di penetrazione. La fiera armata e sanguinosa del Sahel rischia di non terminare in fretta e il suo versante anticristiano emerge in modo occasionale ma inequivocabile.

Solo la sabbia salverà ciò che rimane del mondo così come le armi e coloro che le usano l’hanno ridotto. Le armi sono quelle della politica, della religione e dell’economia che tutto trasforma nel dio adorabile da ogni tipo di regime e di potere. La sabbia millenaria del Sahel non si lascia ingannare né dai potenti né dai regni che sono passati tra le sue dita.

Sabbie di tutto il mondo unitevi!

Niamey, giugno 2019

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14/02/2019

Iran - Attentato con 40 vittime nel sud-est del paese

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Era salito a 41 morti ieri sera il bilancio provvisorio dell’attentato kamikaze rivendicato dal gruppo jihadista sunnita Jaish al-Adl che ha preso di mira un autobus dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) all’altezza della città di Chanali, nella provincia del Sistan e Balucistan, nel sud-est dell’Iran.

Con ogni probabilità l’attacco – compiuto da uno o più jihadisti a bordo di un’auto imbottita di esplosivo – è stato pianificato per colpire nei giorni in cui il paese celebra i 40 anni della Rivoluzione islamica. A Varsavia intanto ieri si è aperta la conferenza sul Medio Oriente voluta dagli Stati Uniti che tra i suoi scopi principali ha quello di creare un fronte unito contro l’Iran.

Sempre ieri Washington ha imposto sanzioni ad altri nove cittadini iraniani con l’intento, afferma il segretario al Tesoro Steven Mnuchin, di contrastare gli attacchi informatici di Tehran. «Non è una coincidenza che l’Iran venga colpito dal terrore nel giorno in cui inizia il circo di Varsavia – ha replicato in un tweet il ministro degli esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif – Soprattutto quando sostenitori degli stessi terroristi applaudono dalle strade di Varsavia. Gli Usa sembrano sempre fare gli stessi errori ma si aspettano esiti diversi».

L’attentato a Chanali è più grave nelle sue dimensioni di quello dello scorso settembre a Ahvaz, nella provincia del Khuzestan, durante una parata militare in cui uomini armati, pare affiliati all’Isis, aprirono il fuoco da dietro una tribuna mentre era in corso la parata per l’anniversario dell’invasione irachena dell’Iran. Il bilancio allora fu di una trentina di morti, tra cui almeno una donna e un bambino e otto membri dei Guardiani della rivoluzione.

Jaish al Adl è nato nel 2012 ed è composto da ex militanti di Jundullah, un gruppo armato sunnita smantellato due anni prima dalle forze di sicurezza iraniane. Agisce nell’area tra Iran e Pakistan e di recente ha rivendicato un attacco contro una caserma di militari Basij. Si è attribuito anche l’attentato compiuto ad aprile 2017 in cui morirono 10 guardie di frontiera.

La provincia del Sistan e Balucistan è la più turbolenta dell’Iran. Quello di ieri è stato l’ultimo di una lunga serie di attentati contro forze di sicurezza e civili. Nella regione si svolge un intenso traffico di droga contro il quale Tehran investe ingenti risorse ed impiega migliaia di uomini.

Il Sistan e Baluchistan è anche attraversato da forti spinte secessioniste da parte di gruppi ed organizzazioni sunnite che non accettano il controllo delle autorità sciite. Tehran accusa i suoi avversari, Arabia Saudita in testa, di sponsorizzare con l’aiuto del Pakistan le formazioni armate, come Jaish al-Adl. Nel 2010 nel Sistan e Balucistan due attentatori suicidi si fecero esplodere in una moschea sciita a Zahedan uccidendo 27 civili. In quell’occasione fu Jundullah a rivendicare la strage.

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