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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/03/2021

Ambasciatori e droni italiani in Congo

Una delle scadenze più significative della società “occidentale” è il cosiddetto “dibattito”, a cui ognuno a modo suo sente di dover partecipare; finché forse un giorno non gli si svela l’orribile segreto, e cioè che di quello che dice, o non dice, non gliene frega niente a nessuno.

Il “dibattito” è infatti un rituale che ha una sua viziosa circolarità: sembra partire da determinate premesse, procedere e acquisire nuove posizioni, salvo poi ritrovarsi puntualmente di nuovo al punto di partenza. In “democrazia” il finto ascolto e la fittizia apertura alle critiche sono cerimoniali che servono a ribadire le gerarchie comunicative tra i “superiori” e gli “inferiori”.

Attraverso un contorto sentiero dialettico, si arriva persino a denunciare le malefatte dei ricchi e dei potenti, per poi alla fine concludere che è sempre colpa dei poveri e dei deboli. Questo inesorabile paradigma comunicativo può essere verificato anche tutte le volte che si parla di Africa.

L’assassinio dell’ambasciatore italiano, del suo carabiniere di scorta e del suo autista nella Repubblica Democratica del Congo, ha riportato all’evidenza il paradosso dell’ex Congo belga, uno dei Paesi più ricchi di materie prime al mondo, ma anche uno di quelli economicamente più poveri.

Sulla rivista online dell’Aspen Institute italiano, fondata da Giuliano Amato, si trova un articolo che, in alcuni punti, risulta sorprendente, se si considera che l’Aspen è una filiazione del Dipartimento di Stato USA. Si delinea il percorso del saccheggio delle risorse minerarie del Congo Kinshasa, constatando le responsabilità di compagnie come Volkswagen, Apple, Microsoft e Huawei.

Non si risparmiano i dettagli crudi, specialmente per ciò che riguarda l’estrazione della materia prima fondamentale per la tecnologia degli ultimi decenni: il cobalto. L’elenco dei crimini comprende lo sfruttamento della manodopera minorile, i numerosi incidenti sul lavoro e le morti bianche.

Nell’articolo si osserva anche che il saccheggio è stato favorito dal Fondo Monetario Internazionale, il quale ha imposto per decenni al governo congolese di applicare una tassa di solo il 2% sul minerale estratto, una quota troppo piccola per favorire una redistribuzione del reddito alla popolazione.

Ma ora che l’aliquota della tassa è stata portata al 10%, la mancata redistribuzione andrebbe addebitata alla corruzione locale. Quindi, se le cose continuano ad andare male, è dovuto al fatto che i Congolesi sono corrotti.

Che i Congolesi siano corrotti è indicato anche dal fatto che pare siano riusciti a corrompere persino l’integerrimo FMI. Per rientrare nelle grazie del FMI, il governo di Kinshasa ha dovuto infatti accordare un ricco contratto alla Baker McKenzie, la società privata di consulenza finanziaria in cui lavorava (guarda la combinazione) Christine Lagarde prima di andare a dirigere il FMI, ed ora la BCE.

L’intreccio della gestione pubblica con gli affari privati, se riguarda i poveri, si chiama corruzione, ma se riguarda i ricchi si chiama “competenza”. Uno degli elementi ideologici più importanti delle attuali gerarchie imperialistiche è proprio l’etichetta di “corrotto” riservata ai Paesi inferiori. La superiorità in termini di potenza materiale si mistifica come gerarchia morale e antropologica: la super-razza dei “competenti” e la sotto-razza dei “corrotti”.

Ora è diventato frequente mettere in dubbio l’idea che i fallimenti economici dell’Africa siano colpa del colonialismo. Già l’uso della parola “colpa” risulta abbastanza subdolo, dato che spostando la questione sul piano morale, si può dimostrare qualsiasi cosa.

La domanda seria sarebbe invece chiedersi se il colonialismo ci sia ancora. In effetti vige tuttora in Africa un dominio coloniale, mediato però da istituzioni sovranazionali ufficialmente “imparziali”. Non c’è solo il FMI, che è già di per sé un’agenzia ONU, ma anche la stessa ONU in prima persona, impegnata in operazioni di “peace keeping”, cioè di occupazione militare del territorio congolese. In questa opera di “pace”, le truppe ONU si servono di aerei droni “Falco”, prodotti dalla ex Finmeccanica, che ora si fa chiamare Leonardo.

Il quotidiano La Stampa nel 2015 diede anche una rappresentazione entusiasticamente truculenta sull’uso di questi droni italiani in Congo, narrando di guerriglieri che, pur ammoniti, non si erano lasciati intimidire dalla sorveglianza h24 da parte dei droni “Falco”, pagando così un duro prezzo di sangue. In Congo quindi l’Italia non è solo presente con operazioni umanitarie, ma anche come fornitrice di armi per la repressione interna.

Finmeccanica è organica ai servizi segreti italiani, e la commistione è evidenziata da un sistema di porta girevole, che ha visto avvicendarsi al vertice dell’azienda prima Gianni De Gennaro e poi l’ex direttore dell’AISE, Luciano Carta, tuttora in carica. Persino l’ex ministro Marco Minniti, anche lui proveniente dai servizi, è andato ad occupare una poltrona dirigenziale in una società del gruppo Finmeccanica.

La porta girevole non è corruzione, è “competenza”. Non si tratta di un comportamento esclusivamente italiano, poiché la osmosi tra aziende produttrici di armi (e non solo di armi) con i servizi segreti e con gli alti gradi militari, riguarda tutto il sistema internazionale.

Ora, possibile che Finmeccanica ed i servizi non si siano resi conto del pericolo a cui esponevano l’ambasciatore italiano? In effetti era logico pensare che il ruolo dell’Italia nella vendita di armi all’ONU, rendesse Luca Attanasio un bersaglio per ritorsioni, sia da parte della guerriglia, sia da parte di eventuali concorrenti nel business degli armamenti.

In questa vicenda le responsabilità di Finmeccanica e dei servizi segreti nostrani sono abbastanza evidenti. I media però preferiscono non toccare gli interessi del grande business e mettono invece sotto accusa il ministero degli Esteri ed il suo attuale occupante, lo zimbello di professione Luigi Di Maio, messo lì apposta per fare da parafulmine in situazioni del genere.

Fonte

24/02/2021

Congo - La morte dell’ambasciatore e le solite inutili recriminazioni

di Alberto Negri, Quotidiano del Sud

Le recriminazioni sono inutili e forse prive di senso. L’ambasciatore Luca Attanasio è stato ucciso in Congo proprio dove voleva portare una speranza di vita. Non una morte accidentale, ma la conclusione tragica di un percorso professionale e personale che merita grande rispetto. Non è stata certamente, la sua e quella del carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci, una morte per caso.

Si rischia e si muore anche per una giusta causa, come quella di Attanasio, per aiutare con il World Food Programme e la Cooperazione italiana una popolazione devastata dalla guerra, dalla fame e dalle epidemie come Ebola, di cui qui ci siamo scordati a causa del Covid.

Il parco nazionale del Virunga nell’area dei Grandi Laghi è stato il teatro di una guerra tragica che ha coinvolto negli anni Congo, Ruanda, Burundi, un conflitto definito la “guerra mondiale dell’Africa”, dove ai massacri etnici dei civili si sono intrecciate le lotte per l’accaparramento della risorse naturali, come il famoso coltan, il minerale che serve per le batterie di telefoni, tablet, computer.

Ecco come funziona. L’estrazione mineraria in Congo non richiede tecnologie sofisticate: il coltan, ma anche pepite d’oro o diamanti alluvionali o il cobalto di cui il Congo copre il 60% della produzione mondiale, possono essere raccolti anche in superficie o a basse profondità, con il solo uso delle mani. Mani da uomo o anche mani da bambino.

In un Paese destabilizzato da anni di guerra civile questa attività ha portato alla creazione di milizie legate ai signori della guerra e finanziate sottobanco dalle imprese straniere di export, che hanno occupato militarmente le aree più remunerative, combattendosi a vicenda, schiavizzando i minatori e vessando le popolazioni locali.

Un mercato dove la manodopera non costa praticamente nulla ed estrae merce indispensabile a tutte le industrie high-tech del mondo. Un mercato illegale sul quale si sono fiondate la Cina e le multinazionali minerarie dell’Occidente.

Il Congo è anche questo. Soltanto nel Kivu vivono oltre 5 milioni di sfollati e nell’ultimo anno ci sono stati 2mila morti, a milioni sono sotto ogni livello di povertà, misurabile in termine di centesimi di dollaro o di euro.

Attanasio, 43 anni, tre figli, moglie africana impegnata nel sociale, è stato ucciso in un mondo che ci fa comodo per le sue risorse a basso costo, ma di cui volentieri ci dimentichiamo.

Il suo convoglio era partito da Goma, capitale del Nord Kivu, ed era diretto a Rutshuru, circa 66 chilometri a nord, per una visita di monitoraggio di alimentazione scolastica del Pam. Il tragitto taglia il Parco nazionale dei Virunga, una delle prime aree protette in Africa, designata dall’Unesco come sito patrimonio dell’umanità dal 1979, coinvolta nelle violenze in corso da decenni nel Nord Kivu.

Negli ultimi mesi le guardie forestali, i rangers, erano diventate l’obiettivo specifico delle milizie armate (Mai Mai) attive anche all’interno del parco.

Le circostanze dell’attacco restano da chiarire: un gruppo armato di cui non è ancora nota l’identità avrebbe attaccato a scopo di rapimento il convoglio, del quale facevano parte almeno due mezzi del Pam. Dopo l’intervento dei ranger sarebbe scoppiato un duro scontro a fuoco, durante il quale Attanasio e Iacovacci sarebbero stati colpiti a morte, così come un autista locale.

La polizia del Nord Kivu ha fatto sapere al quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung di essere stata “sorpresa” dalla presenza nell’area dell’ambasciatore Attanasio “senza la protezione della polizia”. Tuttavia, il Programma alimentare mondiale, agenzia dell’Onu, ha precisato che il convoglio attaccato viaggiava su una strada in cui era stato autorizzato il transito senza scorta.

L’ultimo attacco nel Parco nazionale dei Virunga risaliva allo scorso gennaio, quando sei guardie erano rimaste uccise nell’area di Kabuendo.

Dietro la recrudescenza delle violenze potrebbero esserci i crescenti sforzi dei rangers per fermare lo sfruttamento illegale delle risorse naturali del parco (in particolare carbone e pesce), importante fonte di sostentamento per numerosi gruppi armati.

Le guardie hanno incrementato di recente la propria collaborazione con l’esercito congolese, promuovendo operazioni congiunte e condividendo informazioni d’intelligence.

La rinnovata attenzione delle autorità locali verso il Parco nazionale dei Virunga, famoso per i gorilla, mette inoltre a rischio una delle principali fonti di guadagno delle milizie, ovvero i rapimenti di turisti: negli ultimi tre anni all’interno dell’area sono state sequestrate almeno 170 persone, molte delle quali donne. Una pratica che nell’ottica dei gruppi armati ha anche l’obiettivo di sabotare il potenziale turistico del parco.

I rapporti tra i dirigenti del Parco nazionale dei Virunga e le popolazioni dell’area si sono fortemente incrinati. Gli autoctoni contestano i confini del parco, denunciano appropriazioni indebite di terreno e criticano le regole sull’uso delle risorse naturali.

I gruppi armati, spesso vicini alle più potenti famiglie locali, sfruttano questi conflitti per garantirsi sostegno nelle aree in cui operano. Le forti tensioni hanno portato anche le autorità a erigere una barriera elettrica a protezione del Parco, misura duramente contestata dalla popolazione locale.

Quello nel Nord Kivu è un conflitto complesso, con la presenza di oltre 130 milizie armate, dette Mai-Mai, e l’ingerenza di Paesi vicini quali Ruanda e Uganda. Il termine Mai-Mai (o Mayi-Mayi) si riferisce a qualsiasi tipo di milizia congolese, al di là delle etnie.

Fondate per difendere il proprio territorio dagli attacchi di altri gruppi armati e per resistere alle invasioni di forze ruandesi, congolesi filo-ruandesi, le milizie hanno poi sfruttato la guerra a proprio favore con saccheggi, razzie, banditismo e sequestri.

Gli stati della regione dei Grandi Laghi utilizzano storicamente le milizie per danneggiare gli interessi dei rivali e negli ultimi anni le tensioni si sono intensificate. Le Forze alleate democratiche (Adf) sono una delle milizie più pericolose. È un gruppo armato islamista ugandese che da oltre 30 anni ha la sua base in Congo.

Diverse azioni attribuite alle Adf sono state rivendicate negli ultimi anni dallo Stato islamico, sebbene molti analisti restino scettici su una possibile collaborazione tra le due sigle. Dall’inizio del 2019, secondo le Nazioni Unite le Adf hanno ucciso più di mille civili.

In risposta a questa ondata di violenza, alla fine del 2019 le forze armate congolesi hanno avviato un’operazione su vasta scala contro il gruppo islamista nelle province del Nord Kivu e dell’Ituri.

Ma né l’Onu né le forze congolesi, nel mezzo di una delicata e acuta transizione politica, sono riuscite a dare sicurezza, giustizia e speranza alle popolazioni locali: Attanasio e il suo carabiniere sono morti per queste speranze.

Fonte