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22/09/2019

Verso la guerra delle monete

di Italo Nobile

“Teoria e critica delle politiche economiche e monetarie dello sviluppo” (Roma, 2019, Efesto Edizioni) è il secondo volume del Trattato di Critica delle Politiche per il Governo dell’Economia dove Luciano Vasapollo e Joaquin Arriola (con la collaborazione di Rita Martufi, Pasqualina Curcio e Ramiro Chimuris) adattano ad un quadro in tumultuosa evoluzione le categorie marxiste rielaborate da Luciano Vasapollo nel “Trattato di Critica Dell’Economia Convenzionale”. Nel Prologo Atilio Boron fornisce la cornice in cui questa analisi viene svolta.

Nell’introduzione invece Vasapollo e Arriola dichiarano di voler fornire un punto di vista critico ai principali approcci alla Politica Economica Internazionale (PEI) soprattutto verso analisti come Nye e Haas che fanno dipendere questa visione dalla teoria delle Relazioni Internazionali (RI).

Nel primo capitolo “La trasformazione dal capitalismo internazionale” Vasapollo e Arriola esaminano la dinamica di questi duecento anni di capitalismo individuando uno dei fattori di stabilità nel dominio delle relazioni internazionali da parte del mondo anglosassone (prima GB e poi gli Usa) che ha respinto le pretese sia della Francia, sia della Germania. Nel XXI secolo la Cina punta alla costruzione di una nuova leadership globale, sostituendo gli Usa come primo partner commerciale in molti paesi. Il deficit commerciale Usa sia pure leggermente diminuito è in buona parte concentrato rispetto a pochi paesi (Cina, Messico, Germania, Giappone) provocando una fragilità strutturale degli Stati Uniti relativamente alla posizione di dominio globale che essi vogliono mantenere.

Negli anni Novanta il loro predominio militare ha salvaguardato una dominazione economica basata sempre più sulla moneta e sulle finanze. Si tratta di un segno di stagnazione di un ciclo storico di egemonia.

A questa situazione gli Usa, e Trump in particolar modo, hanno risposto cercando di forzare soprattutto i partner commerciali che hanno un attivo nei loro confronti a rivalutare le loro monete vendendo le loro riserve di dollari, o a investire maggiormente all’interno dei loro paesi, sperando che tali provvedimenti incentivino il consumo interno di Germania e Cina ed anche il loro acquisto di prodotti Usa.

La Germania però, volendo mantenere la sua politica di bassi salari (rispetto alla produttività tedesca), intende rafforzare l’euro intervenendo solo sulla dimensione monetaria. In questo modo Spagna e Italia che hanno gli stessi problemi degli Usa ma hanno l’euro (e non il dollaro) saranno ulteriormente indeboliti commercialmente dall’euro forte e la loro ripresa congiunturale rischierà un rapido esaurimento.

Vasapollo e Arriola analizzano l’ascesa cinese e la fine del ciclo dell’egemonia Usa, un processo caratterizzato dalla nascente egemonia di un diverso tipo di capitalismo, un capitalismo amministrato che smantellando le sue barriere protezionistiche ha costretto gli Usa ad alzarne di proprie. La strategia di risposta di Trump da un lato vuole evitare che Russia e Cina si cementino tra loro e dall’altro forse vuole costituire un Nuovo Commonwealth cercando di valorizzare al massimo l’egemonia ideologica e linguistica dell’universo anglosassone.

Vasapollo e Arriola poi analizzano le nuove catene del valore globale evidenziando come nel corso degli ultimi decenni del Ventesimo secolo gli Usa, per finanziare un livello normale di investimenti interni, hanno dovuto dare fondo al risparmio mondiale e sono diventati i più grandi debitori del mondo. Inoltre essi notano che il fatto che circa il 60% del commercio mondiale di beni e servizi consiste nel commercio di beni e servizi intermedi che sono incorporati in varie fasi del processo di produzione modifica il significato di produzione e pone il problema del valore aggiunto nazionale nel processo lavorativo rendendo più difficile la valutazione della bilancia commerciale di un paese. E nonostante questa complessità, nel capitalismo sviluppato ancora si conferisce priorità sui diritti legati alla proprietà intellettuale a danno dei paesi in via di sviluppo che devono accedere a determinate conoscenze e tecnologie per progredire e per soddisfare i bisogni dei loro popoli.

Gli autori poi si concentrano sul capitale finanziario e slla sua distanza dal capitale produttivo, distanza che con il tempo tende ad aumentare rendendo l’economia più fragile rispetto alle esigenze di chi vi opera (soprattutto di coloro che vivono del proprio lavoro). Essi individuano il ruolo del carattere fluttuante dei tassi di cambio e distinguono tra mercati internazionali e mercati globali. La specificità del capitale finanziario globale è la sua autonomia rispetto alle attività produttive, il suo carattere interamente interbancario e l’alto grado di concentrazione dell’attività. Esso fa aumentare e accelera l’accumulazione, la concentrazione e la centralizzazione del capitale e promuove la speculazione su materie prime ed alimenti, strangolando spesso i paesi in via di sviluppo. A questo proposito si analizza il ruolo dell’euro all’interno di questi processi, equivalente alla tirannia esercitata da istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale nei confronti dei paesi in via di sviluppo.

Gli autori descrivono in modo dettagliato i processi che hanno portato al declino della sterlina, all’ascesa del dollaro, dalla fine del Gold Standard al Sistema di Bretton Woods e poi alla fine di questo ultimo sistema di regolazione dei processi economici e finanziari internazionali sancendo un dominio degli Usa basato sul fatto che il loro debito è in moneta nazionale, cosa che non vale per gli altri paesi. La crisi di Bretton Woods si risolve con la privatizzazione delle valute che sancisce il passaggio dalla regolazione tramite le banche centrali alla regolazione basata sul mercato, dove le uniche opzioni politiche possibili sono o l’inflazione o la recessione.

Nel secondo capitolo “Critica delle teorie di politica economica internazionale” Vasapollo e Arriola dedicano la loro attenzione agli approcci ortodossi alla globalizzazione ed in particolare a quelli più sofistificati ossia quello di Krugman (insieme a Venables) e quello di Rodrik. I primi vorrebbero tener conto sia dell’aumento iniziale delle disuguaglianze (con alcune regioni in via di sviluppo che si industrializzano a differenza di altre) sia poi del loro progressivo riassorbimento (grazie al bassissimo costo del lavoro delle regioni periferiche). Il punto è che essi invece che dalla concretezza storica del modo di produzione capitalistico (caratterizzato dal conflitto) partono da una situazione astratta di equilibrio ed inoltre il presunto riequilibrio salariale tra centro e periferia avviene tramite un livellamento verso il basso, grazie alla pressione dei bassissimi salari della periferia che portano anche i capitali del centro a spostarsi e a negoziare il salario al centro da posizioni di maggiore forza.

Questa posizione tra l’altro è entrata un po’ in crisi facendo emergere l’orientamento esemplificato da Rodrik che escludendo al momento una regolazione globale dell’economia internazionale rivaluta il ruolo degli Stati nazionali democratici nella costruzione di un maggiore coordinamento delle relazioni economiche internazionali riformando il circuito commerciale e quello finanziario. Tuttavia Rodrik all’interno degli Stati nazionali separa il trattamento di quelli che hanno un governo democratico e di quelli che non obbediscono alle regole della democrazia formale rappresentativa. Tale discriminazione (densa di implicazioni) segue fedelmente il criterio dell’ingerenza che ha caratterizzato la politica internazionale Usa e contraddice proprio il senso del coordinamento economico tra Stati nazionali, riproponendo il criterio imperialistico di ordine.

Gli autori poi analizzano la posizione (già ampiamente criticata in passato) di Negri e Hardt dei quali analizzano la critica che fa loro Samir Amin. Quest’ultimo afferma che Negri e Hardt accettano il discorso dominante per cui la tecnologia in modo neutro produce di per sé opportunità positive e credono ingenuamente che l’Europa sia un modo per contrastare il capitalismo neoliberista. In questo modo però trascurano il ruolo degli Stati che sarebbe ancora decisivo nella competizione imperialista.

Gli autori si concentrano sulle varie teorie del commercio internazionale. Essi analizzano prima la teoria di Ricardo dei vantaggi comparati (la spinta al commercio internazionale va ricercata nelle differenze di produttività relativa del lavoro che determina prezzi relativi tra paesi per quanto riguarda lo stesso prodotto) per poi passare al teorema neoclassico di Heckscher-Ohlin-Samuelson (un paese esporta i beni che sono prodotti con quantità relativamente grandi del fattore di produzione che è abbondante nello stesso paese).

Gli autori evidenziano come in questo teorema la dotazione iniziale di capitale è definita in modo che potrebbe essere arbitrario e che il modello basato sulla terra e quello basato sul capitale sono solo parzialmente analoghi. Il teorema, nonostante sia basato sulla teoria ricardiana dei vantaggi comparati, non tiene conto del fatto che in Ricardo una cosa è il valore del denaro riferito alle merci all’interno di un paese e altra cosa è il valore del denaro di un paese relativamente al denaro di un altro paese. Essi concludono che tale teorema non può dire molto sulla produzione, sul commercio (che dipende dall’espansione dei beni di investimento sulla cui dotazione la teoria ha problemi) e sul consumo (in quanto partono dall’uguaglianza arbitraria delle preferenze di tutti i consumatori). Infine riprendendo la critica neoricardiana gli autori osservano che il concetto neoclassico di capitale (omogeneo e malleabile) è un ostacolo all’analisi poiché in realtà il capitale non è un fattore di produzione a sé ma un insieme di mezzi di produzione a loro volta prodotti il cui prezzo non può essere determinato autonomamente.

Vasapollo ed Arriola poi si concentrano sui rapporti tra economia e questione ecologica. Essi notano che il problema ambientale, sia nell’interpretazione di quelli che perseguono la riproduzione del sistema capitalista mediante accomodamenti tecnici specifici per la questione ecologica, sia in quella dei critici della crescita senza se e senza ma, diventa privo di fondamento analitico e teorico che consenta loro di leggerlo nella sua dimensione storico sociale, cosa che è invece possibile fare adottando le categorie storico-materialistiche della critica dell’economia politica marxiana. Negli ultimi decenni i grandi poteri economici hanno imposto una competizione globale che ha realizzato anche uno sfruttamento accelerato delle risorse naturali.

La finanziarizzazione dell’economia non ha risparmiato neanche la natura. Vasapollo e Arriola evidenziano come l’assenza di limiti nel modo di produzione capitalistico si scontra con i limiti della natura dal momento che i tempi evolutivi non coincidono con quelli produttivi.

Tuttavia la fede nella tecnologia di spostare in avanti la capacità produttiva potenziale ha giustificato il continuo superamento di questi limiti. In questo quadro la natura viene sussunta nel modo di produzione capitalistico e diventa forza produttiva del capitale. Gli autori infine analizzano la possibile via di uscita dell’ecosocialismo di Kovel e Lowy che proclama la libertà di tutti i produttori e la non separazione dei mezzi di produzione dai produttori. Essi evidenziano i limiti del socialismo novecentesco che partendo da condizioni arretrate inseguiva un modello di crescita e di produzione di tipo capitalistico.

L’obiettivo di questo punto di vista è non la sacralizzazione della scarsità ma la trasformazione dei bisogni e la svolta dallo sviluppo quantitativo allo sviluppo qualitativo. È necessario per l’ecosocialismo una pianificazione democratica, il controllo pubblico dei mezzi di produzione, la fine della dipendenza dai combustibili fossili e lo sfruttamento delle energie rinnovabili, i prezzi stabiliti sulla base di criteri politici e sociali, la centralità della classe lavoratrice, il blocco di settori dell’economia capitalistica che sono all’origine di uno spreco mostruoso (gli armamenti, la pubblicità), la crescita di settori trascurati dal capitalismo (energia solare, agricoltura biologica, trasporto pubblico), il cambiamento della gerarchia dei consumi. Il modello potrebbe essere quello dei paesi dell’Alba che hanno abbracciato la filosofia del bien vivir e dell’autogestione indigena.

Con il terzo capitolo del libro “Aspetti e problemi monetari” Vasapollo e Arriola tentano di elaborare una nuova definizione della moneta e una nuova teoria degli scambi monetari internazionali che sia adeguata alla fase attuale. Il primo problema che essi discutono è quello circa l’ipotesi che nelle catene globali del valore la formazione di prezzi internazionali e i conseguenti pagamenti generino un trasferimento internazionale di valore.

Arghiri Emmanuel e Samir Amin sostenevano che tali trasferimenti di valore fossero risultato dello sfruttamento della forza lavoro della periferia da parte delle multinazionali del centro e che il proletariato dei paesi a capitalismo avanzato partecipasse allo sfruttamento del Terzo Mondo.

Charles Bettelheim e Christian Palloix invece sostenevano che le differenze di produttività tra paesi centrali e periferici compensassero le differenze salariali e permanesse dunque una comunanza di interessi tra lavoratori dei paesi ricchi e lavoratori dei paesi poveri. Vasapollo e Arriola considerano che lo scambio di beni e servizi all’interno di una economia nazionale ai prezzi di produzione comporta sempre trasferimenti ineguali o scambi di valore tra filiali senza che ciò implichi che nella circolazione interna del capitale produttivo di merci e nella sua trasformazione in capitale monetario avvenga uno sfruttamento di alcuni lavoratori o capitalisti di alcuni rami rispetto ad altri.

Nell’arena internazionale, poiché secondo Marx l’intensità del lavoro varia da paese a paese dove il paese con il lavoro più intenso produce più valore nello stesso tempo, l’equiparazione di valori non si verifica perché i prezzi sono misurati in base al valore medio complessivo nazionale, ponderato dal rispettivo contributo alla circolazione mondiale di prodotti tra loro simili. Lo stesso prezzo monetario assoluto del lavoro può essere più alto nella nazione più produttiva sebbene il salario relativo al plusvalore prodotto dal lavoratore possa essere meno. Le differenze di produttività consentono così di acquisire più valore per la nazione più produttiva senza che ciò implichi uno sfruttamento del resto delle nazioni.

Un altro aspetto che gli autori affrontano è la capacità dei capitali organizzati nelle catene del valore globali di contrastare la tendenza alla caduta del saggio di profitto. Le controtendenze più importanti sono l’estensione della giornata lavorativa, l’aumento dell’intensità del lavoro, la riduzione dei salari determinata dalla concorrenza, il deprezzamento del capitale con l’aumento della produttività di chi produce beni capitali e l’aumento del tasso di plusvalore, l’aumento della sovrappopolazione relativa e l’aumento conseguente della quantità di capitale variabile che riduce la composizione organica complessiva, il commercio con l’estero che riduce i mezzi di consumo dei lavoratori, l’aumento del capitale azionario. Ciò che fanno le catene di valore globale è facilitare o promuovere una di queste controtendenze nello specifico processo di valorizzazione ed accumulazione del capitale delle multinazionali, le quali fanno enormi profitti organizzando catene di valore, riducendo il valore del capitale costante e aumentando l’intensità di lavoro. Questa posizione conferisce alle multinazionali un evidente vantaggio competitivo nei confronti dei capitali del paese dove viene effettuata la transazione finanziaria D-D con cui la multinazionale ottiene i crediti, fa profitti e paga le tasse e la cui valuta simboleggia la nazionalità di riferimento dell’azienda. Ciò in quanto le società possono avere più passaporti, agire nello spazio mondiale, ma non ci sono società globali. Tutte hanno nazionalità.

Gli autori poi evidenziano l’esigenza di una attualizzazione della teoria marxista della moneta, in quanto quella originaria di Marx risente del fatto che nel suo periodo storico c’era un sistema monetario basato sulla moneta metallica.

Secondo la teoria dominante, la dematerializzazione della moneta ha rappresentato un grande obiettivo non ancora raggiunto in maniera soddisfacente. Esiste un problema serio nello stabilire se è possibile consegnare dei pomodori in cambio di qualcosa che non sia tangibile il cui valore effettivo dipende dalla capacità dell’emittente di questo pagherò (sia l’acquirente o il suo banchiere) da rimborsare a posteriori. Se è possibile che ciò accada nella realtà (così come si deduce dall’interpretazione convenzionale) tale transazione difficilmente può essere identificata con un interscambio relativo. Ci si appella alla fiducia di chi emette moneta mentre si presuppone che ciò che sta facendo l’agente pagato sia ottenere provvisoriamente un valore jolly in cambio delle mele con cui ottenere i pomodori desiderati. Lo sdoppiamento dello scambio originale in due pagamenti simbolici con una moneta che non vale niente non si può studiare come se tale moneta valesse qualcosa. Tale concezione soggettiva oggi dominante rende incerto ogni pagamento così considerato, posto che il creditore non riceverà il suo pagamento fin quando non verrà utilizzata questa moneta nell’acquisto dell’oggetto desiderato. Nell’intervallo di tempo che trascorre fino a che l’acquisto venga effettuato, considerare saldato il debito significa non rispettare la stessa definizione di pagamento.

Se definiamo tutte le operazioni economiche in termini di scambio reale di due oggetti e non possiamo applicare questa nozione ai pagamenti monetari dematerializzati che sono una realtà innegabile, appare logico esplorare la possibilità che la relazione economica elementare non sia rappresentata dallo scambio di due oggetti preesistenti. È questa l’intuizione di Marx che distingue le sfere della produzione e della circolazione ma le considera nell’unità del processo di valorizzazione. In ogni fase della produzione il valore si crea e si distrugge in un solo momento che, nel capitalismo, genera in maniera contraddittoria il plusvalore e la sua distribuzione. Non c’è produzione senza distribuzione, né distribuzione senza produzione. Esse sono l’unità della transazione economica elementare.

L’esistenza della moneta secondo Marx è condizione necessaria per la crisi capitalista ma non è sufficiente. Ciò significa che per spiegare le crisi capitaliste non basta segnalare e denunciare le attività del sistema finanziario per le loro decisioni ingiuste e spesso illegali. In pratica, secondo Marx, in un’economia monetaria la quantità di mezzi di pagamento non coincide con la quantità di oggetti scambiabili, ma può eccederla nel momento in cui c’è lavoro disponibile per produrre altre merci. La distribuzione delle merci tramite il mercato è volta alla valorizzazione dei beni che al momento della produzione vedono la generazione del plusvalore. Perciò la distribuzione è subordinata al processo di produzione e al tempo stesso nel processo di produzione vi è già una distribuzione del prodotto.

L’uso della moneta e l’esistenza di un sistema bancario di pagamenti dimostra che i lavori privati nascono socializzati, sotto forma di quantità di reddito monetario la cui gestione permette di ritardare nel tempo la spesa finale della produzione remunerata. Il sistema bancario è l’intermediario necessario per effettuare qualcosa che non accade nelle economie primitive autosufficienti e cioè omogeneizzare i lavori privati nell’istante della loro produzione, computandoli tramite una moneta-numero in una operazione che li converte in valore di scambio, in lavoro sociale. Una volta monetizzata la produzione, il denaro-reddito viene trasferito nel mercato finanziario. L’intermediazione finanziaria che trasforma il denaro-reddito in denaro-capitale favorirebbe la separazione nel tempo della creazione del prodotto dalla sua vendita finale. Tuttavia la natura bancaria del denaro-reddito fa sì che esso continuamente ritorni alla banca che lo ha emesso e compia questo processo istantaneamente. Il denaro-reddito appena ricevuto dai fattori produttivi viene depositato automaticamente nell’ente che gestisce la transazione che simultaneamente presta il nuovo denaro-reddito alle imprese che lo usano per saldare i loro debiti.

Di fronte alla prospettiva bilaterale della concezione monetaria tradizionale si contrappone la nozione moderna di pagamento monetario. Nella moderna economia monetaria il pagamento monetario non è possibile senza la rete bancaria. I pagamenti non sono più bilaterali ma tripolari ovvero sono costituiti da tre relazioni (non più da una sola) e non è possibile pagamento senza che si attivino tutte e tre le transazioni implicate dal pagamento bancario.

La creazione monetaria è comunemente considerata come il risultato della concessione di nuovi crediti bancari netti indipendentemente dalla destinazione di tali fondi. Si discute solo se tale creazione sia propria solo della Banca Centrale o se sia propria anche delle banche commerciali. Per la teoria delle emissioni che Vasapollo e Arriola stanno elaborando invece non ci può essere incremento netto di denaro (né denaro-reddito né denaro-capitale) se non si monetizza una nuova produzione, indipendentemente dai crediti concessi dalle banche. Perciò lo sfruttamento dei lavoratori è la precondizione della creazione monetaria. La politica di aggiustamento risolve solo il problema di solvenza della Banca Centrale Europea con un trasferimento di massa di redditi dei lavoratori direttamente al capitale.

Vasapollo e Arriola vogliono dimostrare che l’analisi marxista è perfettamente adeguata non solo a spiegare i processi storici inerenti il capitalismo e le sue crisi, ma anche per stabilire le regole di base della gestione. La rottura dell’identificazione tra moneta e prodotto sta all’origini dei capitali fittizi e vuoti che causano il disastroso funzionamento del capitalismo. Il fatto che sia possibile remunerare un lavoro scarsamente produttivo o inesistente con grande quantità di denaro mentre si pagano salari miserabili per lavori di grande responsabilità, conferma la mancanza di corrispondenza tra la quantità di denaro e il valore d’uso monetizzato.

In un sistema di moneta fiduciaria le valute hanno sostituito l’oro e l’argento (una valuta è una moneta fiduciaria nazionale che soddisfa tutte le funzioni del denaro ed in particolare la funzione del denaro mondiale ovvero quella necessaria ai pagamenti internazionali), ma a differenza dell’oro e dell’argento, il valore della valuta è convenzionale e deriva dall’esercizio delle altre funzioni del denaro (come mezzo di circolazione e mezzo di pagamento). Un aumento della tesaurizzazione (della preferenza per la liquidità) esercita una influenza analoga alla tesaurizzazione di oro in un sistema monetario metallico. Le merci e il lavoro che devono essere distribuiti o devono acquisire valore come capitale esprimono il loro valore a prezzi ridotti. La gerarchia internazionale delle valute, secondo Vasapollo e Arriola, si individua prima stabilendo quali possiedano o meno la funzione di denaro mondiale (ossia come mezzo universale di pagamento) e successivamente impostando una gerarchia di valute in base al loro peso nella costituzione delle riserve (tesaurizzazione) e la relativa capacità dei capitali di ciascun paese di immettere merci nel mercato mondiale e valutarle al di fuori dei propri confini. Quindi è il peso relativo delle esportazioni mondiali (valorizzazione internazionale del capitale) che alla fine determina la gerarchia delle monete nazionali che costituiscono il denaro mondiale.

Per compensare la perdita dell’egemonia produttiva mondiale, gli Usa hanno promosso un sistema finanziario complessivo creando uno spazio globale del credito in modo che la circolazione del denaro mondiale, associata alla valorizzazione internazionale del capitale, si accompagni alla creazione del credito mondiale espresso in dollari. Questa è l’essenza della cosiddetta globalizzazione finanziaria.

Per gli autori l’unità delle sfere della produzione e della circolazione, sottomessa nel capitalismo a contraddizioni ineludibili, è la caratteristica delle economie socialiste. Tale unità è la garanzia della vera neutralità monetaria e l’eliminazione della vera ragione delle oscillazioni del metro di valutazione della moneta permette all’autorità politica di decidere gli obiettivi monetari desiderati e all’autorità monetaria di portarli a termine. La chiave pratica dell’adozione della moneta socialista risiede nella riforma della contabilità bancaria ed imprenditoriale che prevede un alto livello di trasparenza reso più facile dall’accentramento della pianificazione che rende più semplice la trasmissione delle informazioni.

Vasapollo e Arriola notano che l’utilizzo di un bene come merce-numerario (denaro-merce) comportava il fatto che la sua domanda fosse interrelata alla domanda del resto delle merci e quindi non forniva alcuna informazione aggiuntiva (come se non fosse una merce essa stessa). Questa mancanza di chiusura logica del modello veniva compensata in Walras dalla coerenza dei prezzi relativi tra i beni. Per l’interpretazione convenzionale l’oggetto esportato viene scambiato grazie ad un attivo finanziario rappresentato da un deposito bancario di divise. Questo incasso però ad un’analisi più attenta sarebbe apparente in quanto al deposito nel conto estero corrisponde una spesa del reddito che sarebbe stato ottenuto dall’esportazione. L’uso di una moneta nazionale concreta nello spazio di scambio internazionale rompe l’identità moneta-prodotto. I dollari ricevuti dagli esportatori tornano ad essere depositati nelle banche Usa e l’entrata in dollari diventa spesa in dollari. Nessuno può trattenere il denaro-reddito (al massimo può solo disporne). In questo modo gli Stati si consegnano al sistema finanziario. Se l’entrata di valute salda effettivamente il debito con l’esportatore il circuito monetario interno si rompe a causa dell’esercizio del potere d’acquisto di una moneta straniera sul prodotto nazionale. Quando un governo cede a Paesi Terzi l’emissione della moneta che genera liquidità nel mercato interno sta perdendo risorse che gli permetterebbero di generare sviluppo sociale ed economico. La generazione di liquidità monetaria evidenzia come sia semplice per un impero appropriarsi della ricchezza dei paesi impoveriti. I governi dei paesi non sviluppati hanno contribuito al finanziamento delle guerre portate avanti dall’Impero Usa nel progetto di sottomettere i popoli a politiche monetarie che causano grandi perdite di risorse utili per lo sviluppo delle economie nazionali.

In un’economia socialista secondo Vasapollo e Arriola il pagamento dei salari deve smettere di essere compravendita di forza lavoro, devono essere distinti i pagamenti in denaro-reddito e denaro-capitale, le autorità politiche e monetarie devono disporre di un contesto macroecnomico chiaro e preciso in cui prendere misure di politica economica per tradurre in misure di bilancio e monetario-finanziarie gli obiettivi democraticamente stabiliti. Inoltre all’interno di una economia socialista deve essere chiaro che il denaro-capitale non ha potere d’acquisto sul prodotto corrente. Ciò vuol dire che per scegliere i prodotti è necessario utilizzare il denaro-capitale per riprodurre il denaro-reddito necessario a tale fine. Il prodotto deve essere demonetizzato. Tutto il denaro-reddito va consumato o investito e dunque esso reinizia da zero all’inizio di ogni periodo coincidente con un circuito monetario. Se un agente economico che non ha consumato il suo reddito nel periodo precedente vuole consumarlo ora, lo farà perché il sistema produttivo mobilita un reddito del periodo corrente per soddisfare la sua domanda. In qualsiasi società sono necessari trasferimenti di rendita che favoriscano il consumo della popolazione che non partecipa direttamente all’attività produttiva. Uno Stato socialista potrebbe stabilire una remunerazione monetaria per tali persone e includerla nella monetizzazione originaria modificando i prezzi assoluti mentre d’altro canto i prezzi di vendita al pubblico possono essere calcolati facendovi rientrare anche quei tipi di trasferimento.

Nel quarto capitolo “Competizione interimperialistica versus globalizzazione” Vasapollo e Arriola cercano di descrivere la nuova fase del controllo del mondo da parte del Capitale. La loro tesi è che il processo di globalizzazione neoliberista è una rinnovata fase dell’imperialismo e del colonialismo. Anche se i poteri degli Stati nazionali sembrano progressivamente trasferiti verso istituzioni sovranazionali a beneficio dei mercati globali, ciò non implica il loro smantellamento e ciò non implica che questo trasferimento non costituisca istituzioni che scontino la contraddizione della forma-Stato e che siano qualificabili come imperialiste. La saturazione dei mercati nazionali ha richiesto una nuova fase di mondializzazione dell’economia capitalista in senso imperialista. Il modo di produzione capitalista in crisi non dispone al proprio interno delle leve con cui rilanciare un nuovo ciclo di accumulazione. Crisi e tendenza alla guerra vanno di pari passo poiché una delle principali controtendenze alla caduta tendenziale del saggio di profitto è la distruzione di capitale (fisso e variabile).

Hoshea Jaffe tratta del rapporto tra varie forme di capitalismo e forme di accumulazione. Il problema dibattuto è quale sia il rapporto tra queste configurazioni storiche e il concetto di modo di produzione capitalistico in generale. Per Jaffe non c’è un modo di produzione capitalistico puro ossia sganciato dallo sfruttamento coloniale. Il sistema capitalistico è sempre al tempo stesso un sistema coloniale. Marx ed Engels stessi riconoscono che la scoperta occidentale di altri territori extracontinentali e la nascita di mercati (e di sfruttamento) collegati a questi territori abbiano favorito il rapido sviluppo dell’elemento rivoluzionario in seno alla società feudale che si andava sfasciando. Per Jaffe a tal proposito la lotta di classe in ambito feudale diede i primi elementi della classe capitalista ma non fu la genesi del modo di produzione capitalista, che vide la propria nascita nel colonialismo colombiano. Tutti i modi di produzione oggi presenti (tribalismo, schiavitù, piccole coltivazioni) che noi chiamiamo precapitalistici sono secondo Jaffe consustanziali al modo di produzione capitalistico e perciò non si può pensare ad un capitalismo puro. Perciò Rosa Luxemburg avrebbe sbagliato a parlare di un mondo non capitalistico che sarebbe stato progressivamente distrutto dal capitalismo e la cui scomparsa avrebbe portato anche al crollo del capitalismo stesso. Samir Amin ammette con Jaffe che non siamo in presenza di un modo capitalistico puro, ma ritiene che ci sia una gerarchia di modi di produzione che non impedisce di studiarli analiticamente in modo separato. Egli descrive il capitalismo come sistema dove il lavoro si organizza distribuendolo in diverse parti del mondo e ricollegandolo in un medesimo processo produttivo globale. In questo modo egli può distinguere il modo di produzione capitalistico come modello logico astratto dal sistema capitalistico globale che è il sistema concreto con cui sono collegati ed organizzati i diversi capitalismi.

La nuova fase imperialistica, basata sull’emergere di diversi soggetti imperialistici su scala mondiale, è caratterizzata da un nuovo livello che non tempera ma acuisce le contraddizioni dello sviluppo capitalistico. Essa richiede uno sviluppo di forze produttive, della scienza e della tecnologia applicate alla produzione ancora maggiore che in passato. Al tempo stesso i diversi capitalismi in conflitto non generalizzano questo maggiore sviluppo e la differenziazione dei gradi di accumulazione si eleva a condizione necessaria e nel contempo a contraddizione dello sviluppo successivo. Per Jaffe a questo proposito nel mondo sviluppato la contraddizione tra modi di produzione e rapporti di produzione non esiste dal momento che il neocorporativismo sindacale evidenzia come il rapporto tra capitalisti e lavoratori non sia conflittuale. Il Primo mondo sfruttando il resto del mondo riesce a sedare i lavoratori ed a promuovere, con il capitalismo finanziario, un casinò globale dove anche chi non è capitalista gioca i suoi risparmi mentre il resto del mondo non riesce ad accedere alla soddisfazione dei bisogni basilari.

A questo proposito Vasapollo e Arriola notano che nelle fasi di espansione accelera la concentrazione di capitali (legata al processo di accumulazione) mentre nelle fasi di crisi accelera la centralizzazione del capitale (ovvero la sua concentrazione nelle mani di un numero più ristretto di imprese). Il massiccio sviluppo delle forze produttive della globalizzazione neoliberista ha condotto gradualmente al punto che lo Stato-nazione non è più il fulcro dell’accumulazione capitalistica e in cui si formano borghesie transnazionali in grado di avere una spinta propulsiva nell’internazionalizzazione dei processi produttivi. L’investimento di capitale internazionale ha acquisito nell’economia mondiale un enorme peso.

Per gli autori è importante determinare se, come conseguenza di queste nuove forme del ciclo di accumulazione, il processo di formazione della forza-lavoro (proletariato), che ha storicamente seguito un modello nazionale, stia dando luogo alla formazione di una classe operaia mondiale. La presenza di un gran numero di disoccupati è funzionale all’esistenza stessa del sistema capitalistico perché alimenta la concorrenza tra lavoratori, i disoccupati si offrono ad un prezzo minore e ciò garantisce un più basso livello di salari. Una parte dell’esercito industriale di riserva è definita nello spazio internazionale. Questo era vero nell’800 quando la gestione dei flussi migratori giocava un ruolo centrale nella formazione del lavoro salariato in paesi come gli Usa. Più recentemente il massiccio afflusso di immigrati è un mezzo per mantenere il volume della forza lavoro riservista ad un livello sufficiente. In questo senso non si può dire che siamo di fronte ad un processo di unificazione globale della classe salariale in quanto il capitale ha l’interesse a mantenere più livelli salariali per articolare una politica che consenta di aumentare la redditività del capitale. La dimensione globale acquisita dalla produzione di catene del valore non è paragonabile all’idea della fabbrica globale. Questo concetto implica l’esistenza di condizioni globali di sfruttamento della forza lavoro che è ciò che le catene globali del valore cercano di evitare. Esse cercano di acuire la concorrenza a tutti i livelli per massimizzare la valorizzazione del capitale e dare un nuovo ruolo allo Stato di rinforzo al Capitale. Si ha bisogno di una nuova gerarchia di potere all’interno dello Stato in modo che il margine di manovra della politica economica sia ridotto e lo Stato sia declassato a vassallo e cliente del capitale globale ed a controllore dei lavoratori. Lo Stato da spazio della lotta di classe (Poulantzas) torna ad essere mero strumento della classe dominante (Miliband). Le politiche pubbliche devono adattarsi a promuovere attivamente il commercio, a creare infrastrutture che consentano l’introduzione di reti logistiche delle multinazionali, a promuovere una legislazione ausiliaria per queste ultime.

Vasapollo e Arriola analizzano poi il concetto di crisi in Marx. Gli autori evidenziamo come per Marx, sin dalle origini della civiltà umana, gli individui hanno le condizioni di mettere in movimento attraverso il lavoro un numero di mezzi di produzione crescente. Questa relazione tra mezzi di produzione e forza lavoro non si stabilisce solo grazie ad un processo lavorativo, ma anche con un processo di valorizzazione, che si esprime con la generazione di un eccedente di produzione (che vada cioè oltre la riproduzione di forza lavoro e mezzi tecnici di produzione).

Questo eccedente, distribuito ai padroni dei mezzi tecnici di produzione, manifesta la contraddizione tra carattere sociale della produzione (che combina il lavoro di generazioni passate cristallizzato nei mezzi di produzione e nel lavoro della generazione presente) e il carattere privato dell’appropriazione del profitto.

La teoria di Marx dimostra che si tendono ad intrecciare la caduta della redditività marginale del capitale da un lato e l’aumento della partecipazione imprenditoriale all’eccedente lordo (ciò in assenza di fattori che modifichino il valore di mezzi di produzione e forza lavoro)1. A queste tendenze le imprese con livelli di intensità e produttività del lavoro maggiori della media internazionale, ottengono modifiche nei tassi di profitto grazie alle merci prodotte nello spazio internazionale. Infatti le merci di un paese capitalista avanzato, con la maggiore intensità di mezzi di produzione per unità di lavoro vivo (e tasso di profitto inferiore) si venderanno a prezzi internazionali di equilibrio (prezzi di produzione) superiori al valore incorporato. Mentre a quelle di un paese arretrato con intensità maggiori di lavoro e maggiori di tassi di profitto vengono assegnati prezzi internazionali di produzione inferiori al loro valore.

In definita le delocalizzazioni produttive sono lo strumento utilizzato per cercare di modificare il valore dei mezzi di produzione e della forza lavoro, provando a contrastare la tendenza alla combinazione dei limiti dell’accumulazione2. Tuttavia tali procedimenti di gestione del tasso di profitto su scala globale (che hanno prolungato molto l’agonia del capitale) mostrano chiari segni di perdita di efficienza e quindi sembra che solo la distruzione generalizzata di capitale fisso e variabile (la guerra) sia per il capitale l’ultimo rimedio.

Dal lato dei paesi sottosviluppati gli autori trattano la tesi di Emmanuel e Jaffe. Per il primo è necessario recidere ogni legame commerciale con i paesi sviluppati e procedere all’industrializzazione autonoma, non essendoci possibilità di solidarietà internazionalista tra proletari. La categoria di aristocrazia operaia passa ad abbracciare la totalità del proletariato occidentale e la spaccatura tra i movimenti operai occidentali e non diventa una necessità. Il centro del movimento rivoluzionario si trova nei paesi sottosviluppati e gli alleati di questo processo rivoluzionario sono quanti si oppongono al blocco di potere della metropoli. Il patto keynesiano è per Jaffe solo una strategia politico-economica di compromesso storico tra classi sociali opposte basato sullo sfruttamento delle colonie. La teoria della contraddizione tra forze produttive e rapporti sociali, per non perdere la propria validità deve essere analizzata a livello internazionale di sviluppo complessivo del capitalismo. Da questo punto di vista si apre la strada dell’indipendenza e dell’autodeterminazione.

Nell’analisi della necessità del delinking di Jaffe e Amin vi sono elementi di decisiva importanza per immaginare percorsi praticabili di fuoriuscita dal modo di produzione capitalistico. Tuttavia questa separazione netta tra aree geoeconomiche non tiene conto delle contraddizioni esistenti all’interno dei poli imperialistici. Ad esempio nell’UE c’è una forte tendenza alla centralizzazione che riproduce costantemente aree interne di dipendenza neocoloniale. Jaffe riconosce che oltre al Terzo Mondo c’è la possibilità di impostare un delinking negli anelli deboli dei grandi blocchi imperialisti, cosa che invece Arrighi non coglie. Quest’ultimo distingue nettamente mercato da capitalismo e abbandona la prospettiva della proprietà collettiva dei mezzi di produzione (su cui è scettico). Invece per Vasapollo e Arriola una certa socializzazione del sistema bancario e delle risorse produttive è indispensabile. In una fase di transizione socialista la nuova società convive con leggi monetarie e mercantili e con la legge del valòre e dunque con il paradigma del mercato che deve man mano dismettere in funzione dei rapporti determinati dalla lotta di classe. La transizione al socialismo richiede, sempre nelle condizioni date, la messa a punto di processi di costruzione di nuove aree di integrazione politica ed economica a base socio-eco-sostenibile con nazionalizzazioni dei sistemi bancari e delle risorse strategiche per evitare di essere strozzati dal capitale finanziario. Non è possibile assecondare una dinamica spontanea del modo di produzione capitalistico sperando di temperarne gli eccessi, oppure credendo che lavori per noi e che ponga le basi per una evoluzione spontanea al socialismo. L’Internazionalismo proletario è una necessità e lo stesso processo di transizione non può essere confinato alla lunga entro troppo stretti confini, pena la sua decadenza.

Ritornando al concetto di crisi economica, Vasapollo e Arriola evidenziano come la crisi è insita nel normale sviluppo del capitalismo come forma di distruzione dei fattori produttivi che non trovano più allocazione nel mercato. Essi distinguono tra crisi congiunturale (discesa conseguente al picco di una fase di crescita) che è una situazione normale all’interno del ciclo produttivo e crisi strutturale. Quest’ultima è più grave in quanto con essa entra in crisi un modello di funzionamento del processo di accumulazione capitalistica generale. Ad una crisi del genere si risponde con grandi cambiamenti economici e storici. Si uscì, ad esempio, dalla crisi del 1929 con il fordismo come nuovo modello di produzione generalizzato, con il keynesismo come sistema di sostegno della domanda, con la seconda guerra mondiale con distruzione di capitale in eccesso e ricostruzione successiva, con il petrolio come nuova fonte energetica. La crisi del 2007, invece, sarebbe anch'essa una crisi strutturale, ma a differenza del 1929 non riesce a trovare un nuovo modello di accumulazione che possa ripristinare non tanto la massa di profitto complessivo, quanto il tasso di profitto desiderato. Questo trasforma la crisi strutturale in crisi sistemica. Essa ha come risvolti la finanziarizzazione dell’economia e quindi la sua capacità di diffondersi globalmente coinvolgendo poi tutti gli aspetti del sistema di riproduzione sociale mondiale.

A questo proposito gli autori notano che le rivoluzioni tecnologiche precedenti hanno rappresentato un enorme sviluppo delle forze produttive ed hanno causato anche l’era del consumo di massa e cambiamenti nell’organizzazione del lavoro. Tale sviluppo tecnologicamente caratterizzato ha avuto bisogno di una forte cultura della pianificazione. La terza grande ondata di trasformazioni tecnologiche invece non si è tradotta in una accelerazione della forza produttiva del lavoro. Questa crisi mostra i limiti della pianificazione capitalista dal momento che nel capitalismo una vera pianificazione non è possibile (la competizione non rende possibile la centralizzazione). Il capitale necessita del dominio assoluto sul lavoro, mentre il protagonismo del lavoro vivo nei processi di decisione è la condizione indispensabile affinché la rivoluzione tecnologica dell’informazione e della comunicazione si traduca in profitti nella produttività.

Il capitalismo si è pure mostrato incapace di favorire il passaggio a nuove tecnologie energetiche, dal momento che le energie rinnovabili sono più efficienti con un uso non centralizzato in contrasto con la tendenza capitalista alla concentrazione e alla centralizzazione. Infine la soluzione del conflitto risorgente nei luoghi di lavoro al tramonto del fordismo è stata l’individualismo precario. Quest’ultimo più la mancanza di produttività e l’impossibilità di ricorrere massicciamente ad energie rinnovabili, sono i tre aspetti che sanciscono i limiti attuali dell’accumulazione capitalistica.

Essi rientrano nella contraddizione tra forze e rapporti di produzione e l’uscita austeritaria (riduzione della partecipazione dei lavoraroti al valore aggiunto) fa sì che la crisi si manifesti come crisi di sovrapproduzione/sottoconsumo. Il modello storico del socialismo/comunismo è fallito per gli stessi motivi: il carattere limitato, centralizzato e gerarchizzato del flusso sovietico era incompatibile con la terza rivoluzione industriale che vuole istituzionalizzare i flussi aperti di informazione e il loro trasferimento orizzontale in reti in grado di autoalimentarsi. Gli sviluppi tecnologici della nuova fase derivano dallo stesso meccanismo keynesiano-militare che ha portato alla vittoria gli Usa contro l’Urss nella corsa agli armamenti, dal momento che questa corsa faceva parte del sistema di accumulazione del capitale.

Gli autori evidenziamo come il denaro nell’economia capitalista diventa motore della trasformazione della merce in capitale e regolatore del ritmo dell’accumulazione capitalista. Ciò lo rende relativamente autonomo dagli scambi tra le merci. Il suo volume passa dall’essere dipendente dalla domanda, all’essere dipendente dalle aspettative dei creditori. Il suo prezzo è l’interesse, che è un prezzo speculativo ossia sganciato dai valori. A breve l’offerta non creando la domanda rende incerta la realizzazione del valore. Nel più lungo periodo se il credito (sia al consumo sia per gli investimenti) può scongiurare la crisi c’è comunque il problema dell’eccessivo accumulo di credito che può essere incompatibile con un profitto capitalista sufficiente a sostenere l’accumulazione. Perciò quella che appare come crisi di domanda diventa crisi di investimento (crisi di accumulazione) che esige a questo punto distruzione di capitale. Naturalmente la relativa autonomia del denaro in ambito capitalista può fare sì che il redde rationem sia rinviato dalla trasformazione dello stesso denaro di credito in merce e dalla nascita dei mercati finanziari speculativi dove il capitale monetario sembra riprodursi da sé. Essendo però sempre parte del profitto capitalista, tale rinvio non è mai all’infinito, anche se quando le bolle scoppiano non ci si rende conto che si tratta di difficoltà di valorizzazione del capitale in generale e non solo finanziario.

Nel quinto capitolo, “Il progetto egemonico della UE nel contesto della competizione interimperialistica” Vasapollo e Arriola parlano del polo imperialista europeo, il cui rafforzamento avviene attorno al polo manifatturiero forte, rappresentato in particolare dalla Germania. Gli autori evidenziano come parallelamente all’avvio dell’euro, la presenza di prodotti industriali europei nel commercio mondiale è scesa e così la quota sul Pil. In Europa da questo punto di vista sono aumentate le centralizzazioni proprietarie e l’Est Europa è stato luogo di delocalizzazione produttiva. Qualunque politica industriale è scoraggiata dall’Europa, la quale in realtà non vuole risolvere il problema del debito (pubblico e privato) ma solo renderlo compatibile con la valorizzazione del capitale. Banditi gli aiuti all’industria, c’è stata una deindustrializzazione accelerata dei paesi dell’Eurozona.

Per quanto riguarda la politica monetaria europea, gli autori iniziano dal 1977 quando la maggior parte dei paesi della CEE avevano deciso di mantenere i tassi di cambio stabili al 2,25% evitando fluttuazioni ma permettendo un comportamento autonomo verso altre monete. La Germania invece voleva un unico mercato con un’unica moneta. Nel marzo 1979 si costituì il sistema monetario europeo (SME) con una unità monetaria europea (ECU) di conto comune. Lo SME aveva come scopo la stabilizzazione dei tassi di cambio, la riduzione dell’inflazione, la preparazione dell’unificazione monetaria europea. Ci fu un impegno da parte delle Banche Centrali ad intervenire per cercare di mantenere le rispettive valute entro la fascia di fluttuazione stabilita (+/-2,25%). A causa della loro forza relativa, marco tedesco e Bundesbank divennero presto il centro dello SME. I cambiamenti dopo il 1989 influenzarono in modo drammatico il funzionamento dello SME. Per finanziare la riunificazione tedesca la Bundesbank applicò una politica di alti tassi di interesse per attrarre capitali. Ciò causò tensioni con Italia e GB che avevano valute più deboli. A questo punto la speculazione internazionale (nella persona di George Soros) cominciò a vendere sterline e anche lire (considerando proficuo il fatto che sterlina cadesse sotto il limite della fascia di cambio stabilita), scommettendo sul fatto che la Germania non avrebbe sacrificato le risorse impiegate per l’unificazione al solo fine di finanziare la stabilità dei tassi di cambio. Gran Bretagna e Italia invano si sforzarono di acquistare al fine di evitare il crollo delle quotazioni. Alla fine dovettero lasciare fluttuare le proprie valute. Questo evento rafforzò il progetto del mercato unico invece di indebolirlo. Nacque l’euro e i paesi dell’Unione persero la propria sovranità finanziaria. Applicando la stessa moneta a paesi in cui l’accumulazione del capitale si fonda sull’esportazione e a paesi strutturalmente importatori, la politica monetaria non è in grado di conciliare le priorità dei primi (che hanno bisogno di una moneta stabile così da avere accumulazione a lungo termine basata sull’esportazione) e le priorità dei secondi (che hanno bisogno di svalutazioni periodiche per facilitare l’aggiustamento interno). La politica dell’UE difenderà gli interessi degli esportatori che sono i più forti. Tra il 2000 e il 2009 i paesi centrali hanno avuto un saldo commerciale medio di +4,7% mentre i paesi periferici un deficit commerciale del -2,4%. Tra il 2010 e il 2017 i primi hanno avuto un attivo medio del 6,6% contro lo striminzito 1,1% dei paesi periferici disciplinati dall’austerity. L’unificazione monetaria è così servita a rafforzare il modello esportatore dei paesi centrali dell’Eurozona e specularmente a subordinare la dinamica di accumulazione nei paesi periferici del Mediterraneo alla divisione del lavoro imposta dal centro. Inoltre si è deciso di sospendere l’autonomia fiscale degli Stati e di sottometterla ad una politica di omogeneizzazione, la compatibilità del patto fiscale che risponde solo alle necessità della Germania il cui eccedente commerciale le permette di prescindere dal deficit fiscale per dinamizzare la propria economia. L’indebolimento delle strutture produttive europee dunque non è conseguenza di una fantomatica globalizzazione ma di un insieme di decisioni precise, prese dalle autorità comunitarie del tutto subalterne alle corporations multinazionali.

Gli autori evidenziano come nel 2009 i paesi dell’UE hanno innalzato il deficit fiscale nell’aiuto delle banche europee giocandosi il potenziale di un terzo del Pil. Dunque l’UE (e la Germania) hanno trasformato la crisi bancaria in crisi del debito pubblico e i debiti delle banche sono stati pagati con l’abbassamento di salario diretto, indiretto e differito dei paesi del sud Europa. Questa scarsa crescita salariale degli ultimi anni si è tradotta in un aumento dei profitti.

Il fatto che la BCE possa comprare titoli di debito pubblico nei mercati secondari non ha alcuna rilevanza in questo contesto, perché l’acquisto non si finanzia con emissione di denaro ma con compravendita di titoli. L’inflazione potenziale è la priorità della BCE e il fondo finanziario di stabilizzazione gestisce solo gli squilibri di bilancio e garantisce il pagamento del debito pubblico ai banchieri. Il Meccanismo Europeo di Stabilità non stabilizzerà le finanze europee né riuscirà ad equilibrare le differenze strutturali tra centro e periferia dell’area monetaria. Il costo sociale del finanziamento della spesa pubblica per mezzo del capitale privato è più grande di quello che deriverebbe dalla monetizzazione del debito. I Paesi dell’UE a causa degli articoli 123 e 128 del Trattato dell’UE non possono richiedere denaro alle proprie banche centrali, non possono emettere moneta ma devono ricorrere al sistema finanziario dei capitali privati e alle istituzioni finanziarie internazionali. La soluzione reale è la subordinazione del capitale finanziario al potere politico.

Le lotte per l’uscita dall’euro sono per Vasapollo e Arriola un’opzione concreta di lotta e un passo verso la soluzione dei gravi squilibri strutturali delle economie periferiche. Il fatto di non pagare il debito pubblico significa aggredire il sistema bancario e finanziario danneggiando i suoi interessi economici e politici. In questo modo si possono favorire gli investimenti in beni comuni e servizi sociali e nell’aumento dei salari. Se il debito non può essere pagato non si deve pagare perché altrimenti si provoca una accumulazione degli interessi da cui non si può uscire, un volume della speculazione che supera tutte le possibilità di crescita della produttività. Bisogna prendere in questo caso provvedimenti all’insegna della demercantilizzazione del denaro, provvedimenti già presi dall’Argentina nel 2001 o dall’Ecuador qualche anno fa. Per questo la difesa dei paesi e dei popoli aggrediti dall’imperialismo e il sostegno ai movimenti di resistenza deve cominciare ad integrarsi politicamente e concretamente con i movimenti in Europa. Bisogna formare una nuova area che si ispiri alle transizioni latino-americane, una nuova Alba mediterranea, con una nuova moneta, una politica a favore dei lavoratori. Per fare questo bisogna contare su uno spazio produttivo nel quale si possa stabilire una nuova divisione del lavoro basata su principi di pianificazione per uno sviluppo solidale. Bisogna nazionalizzare il sistema finanziario per poter trasformare il capitale monetario in denaro pubblico per una pianificazione democratica dell’attività produttiva.

Tuttavia, ricordano gli autori, bisogna fare attenzione: l’idea di abbandonare la UEM e tornare alle monete nazionale del passato nemmeno può essere considerata una alternativa per i paesi della periferia europea, perché la debolezza estrema di una eventuale moneta nazionale di fronte al capitale finanziario globale non permetterebbe una regolazione efficace del ciclo economico. L’alternativa monetaria e finanziaria deve inserirsi in una proposta di integrazione economica e sociale del tutto differente da quella della UEM. L’uscita dall’euro dovrebbe realizzarsi in forma concertata tra i paesi della periferia mediterranea con quattro momenti relazionati tra loro:
1)determinazione di una nuova moneta comune;
2) rideterminazione del debito in questa nuova moneta;
3) rifiuto di una parte consistente del debito;
4) nazionalizzazione delle banche e stretta regolazione della fuoriuscita dei capitali dalla nuova area.

La nuova moneta comune si potrebbe negoziare sia fuori che dentro l’UE, cosa che permetterebbe una gestione più ordinata della transizione produttiva senza dover gestire al tempo stesso la rottura monetaria, quella del mercato unico e quella dei flussi finanziari.

Vasapollo e Arriola evidenziano come l’area mediterranea costituisca una opportunità per pensare un nuovo spazio geopolitico di influenza mondiale con un progetto di rottura con il capitale globale. L’area comprende una popolazione uguale a quella della UE a 27 con un Pil che è il 50% dell’UE a 27 e più del 10% globale (dunque più di America Latina e Caraibi). Nello spazio mediterraneo si produce il 10% delle esportazioni mondiali. L’Area Euro-Afro-Mediterranea può convertirsi in una opportunità per superare la catastrofe politica e ideologica nella quale si trovano oggi i paesi del Maghreb, in conseguenza della rottura del modello sviluppista degli anni '80 e del successivo rafforzamento del fondamentalismo islamico. Mentre l’Europa attuale ha in sé economie tra loro competitive, tali per cui ci deve essere chi si afferma e chi viene subordinato, nell’area mediterranea le economie sono complementari. Gli autori, collegando la nascita di questa area politica al superamento del sistema capitalistico, vedono come premesse di questo passaggio la nazionalizzazione di banche e settori strategici e la riconquista di spazi di democrazia nella produzione, nella distribuzione e nella politica fiscale con l’istituzione di un reddito sociale minimo e una lotta all’evasione fiscale.

Alla fine del testo, Vasapollo e Arriola hanno allegato una Appendice in cui si parla del problema dell’inflazione venezuelana e delle sue cause. Gli autori a questo proposito criticano la tesi monetarista per cui l’inflazione fosse soprattutto dovuta ad un eccesso di offerta monetaria collegata ai deficit pubblici. Secondo questa tesi i governi (privi di disciplina fiscale e finanziaria) finanziano le loro spese stampando moneta senza copertura. Questo nuovo denaro arriva nelle borse dei consumatori che aumentano la domanda di beni e servizi, causata da una maggior quantità di denaro in circolazione. L’emissione di denaro senza copertura cioè fa abbassare i tassi di interesse (si abbasserebbe il costo del denaro), aumenta la domanda aggregata, si genera scarsità di merci e i mercati si regolano mediante un aumento dei prezzi. A questo proposito lo studioso Phillip Cagan studiò l’iperinflazione in sette sue manifestazioni storiche (tra cui la Repubblica di Weimar e la Russia dopo la guerra civile) e ammettendo che in molti casi la variazione della quantità di denaro non aveva avuto quel ruolo che la teoria convenzionale le attribuisce, cercò le cause in fattori esterni come aumenti dei salari e aumento dei beni importati (svalutazione della moneta) che precederebbero l’emissione di denaro senza copertura. Wallace e Sargent conclusero che l’inflazione precede la creazione di denaro, ma questa influisce anch’essa sull’inflazione con un effetto di feed-back.

Vasapollo e Arriola però a questi argomenti obiettano che la sequenza individuata dai monetaristi (inflazione da domanda) provocherebbe necessariamente come risultato finale che, oltre all’aumento di prezzi, si generi anche un aumento della produzione. Quando aumenta la domanda di un bene sul mercato, coloro che lo producono o lo vendono tenderanno ad aumentare la produzione per soddisfare la nuova domanda, ad aumentare cioè le quantità offerte. Le stagflazioni non si presentano mai quando l’inflazione è da domanda. Questa nonostante provochi un aumento dei prezzi, è sempre accompagnata da aumenti della produzione. Le stagflazioni avvengono solo quando l’inflazione è da costi.

Per quanto riguarda il Venezuela, nello specifico gli autori intendono argomentare che l’iperinflazione è non un fenomeno spontaneo ma politicamente indotto. Infatti la variazione del cambio precede quella dei prezzi, che precede l’espansione monetaria, la quale precede l’adeguamento dei salari. Finché non si ferma la manipolazione del cambio, qualunque aumento del Pil sarà sempre contrastato da una contrazione dell’offerta aggregata. La manipolazione politica del cambio nei mercati illegali alza i costi delle importazioni e genera una contrazione dell’offerta che da un lato aumenta i prezzi e dall’altro diminuisce la produzione nazionale. In Venezuela, come in molti altri processi iperinflazionari, l’aumento dei prezzi è accompagnato da recessioni economiche (stagflazione) e dunque la sua origine è da costi e non da domanda.

La tesi che il Venezuela sia in default è una retorica che cerca di fare pressione sulla necessità di un rifinanziamento del debito estero per aprire l’economia venezuelana al capitale straniero. Gli autori descrivono l’aggressione fatta al Venezuela di Chavez e Maduro in tutti questi anni ed evidenziano come l’iperinflazione è una fase della guerra imperialista che Usa ed Europa stanno facendo ad uno Stato rivoluzionario.

Vasapollo e Arriola fanno notare come, paragonando la rilevanza causale sull’inflazione da parte del cambio illegale, dell’adeguamento salariale, delle esportazioni petrolifere e dell’espansione della liquidità monetaria, la manipolazione del cambio illegale (effettuata tramite siti che pubblicano valori fittizi della moneta) ha un ruolo decisivo al contrario degli altri processi elencati. L’espansione monetaria è solo la risposta del governo di fronte agli aumenti dei prezzi per coprire i deficit fiscali generati dall’iperinflazione indotta, così come per contrastare il deterioramento del salario reale e proteggere i livelli di consumo della popolazione. Si cerca di riportare i venezuelani a livelli di consumo simili a quelli che si registravano prima della manipolazioni del cambio, si cerca di ampliare la domanda aggregata, diminuita dalla contrazione dell’offerta. Una volta che si espande la domanda aggregata e si torna a livelli di produzione originari, si pone l’economia nella situazione in cui il Pil è uguale a quello registrato prima della contrazione dell’offerta, ma a prezzi maggiori.

Infine per quanto riguarda la diminuzione del Pil venezuelano dal 2012 al 2017 essa è al 61% risultato della caduta delle esportazioni petrolifere ma per il 39% risultato della svalutazione generata dalla manipolazione illegale del cambio. L’aumento dei prezzi conseguente a tale attacco genera una scarsità di moneta che non sempre la banca centrale riesce a contrastare. Tutta la classe lavoratrice viene danneggiata per cui l’adeguamento dei salari nominali diventa necessario. Il prezzo più importante in una economia è il cambio tra la moneta locale e una moneta di riserva. Finché c’è un mercato nero attivo per la moneta e i dati del mercato nero sono disponibili, le variazioni del cambio del mercato nero possono essere trasformate in stime precise del tasso di inflazione del paese. I prezzi a questo punto dipendono dal cambio nel mercato illegale e dal tasso di inflazione negli Usa.

Gli autori poi analizzano i casi dell’iperinflazione di Weimar e quello dell’iperinflazione nicaraguegna nel 1988 come situazioni analoghe dove l’evoluzione dei prezzi più che attribuirsi a processi spontanei o a processi causati dall’intervento statale, deve essere spiegata con la fortissima svalutazione della moneta (le cui cause per Weimar sono ancora oggi un mistero anche se il grande economista Bresciani-Turroni parlava di un intervento speculativo della classe reazionaria tedesca).

In conclusione lo sforzo davvero immane di Luciano Vasapollo, Joaquin Arriola, Rita Martufi e di tutto il gruppo che ha collaborato con loro in questo o anche in altri volumi, si inscrive all’interno di quella scienza storica e sociale complessiva che ha Marx come maestro e che ha visto grandi studiosi e militanti quali Hoshea Jaffe e Samir Amin come continuatori. La mole di dati ma soprattutto la capacità di individuare questioni, di elaborare ipotesi, di trovare spunti dal pensiero di altri studiosi rende questo scritto qualcosa di indispensabile per le future generazioni di studiosi e militanti.

Note:
1 La prima è scesa in Europa dal 23% degli anni Sessanta al 6% della prima decade del nuovo secolo (ma la seconda era al 28% negli anni Sessanta e al 34% dopo il 2000), dal 28% all’8% negli Usa (dove la seconda saliva dal 30% al 35%), dal 41% al 3% in Giappone (con la seconda dal 28% al 30%).

2 Una parte crescente del cosiddetto commercio internazionale consiste appunto nel trasferimento di componenti semiprodotte tra un impianto e l’altro di una impresa multinazionale e tra questa e i suoi subappaltanti. I profitti che si ottengono da questo procedimento sono straordinari perché le delocalizzazioni permettono di raggiungere livelli di produttività elevati quando si remunera a prezzi inferiori il lavoro vivo dei paesi arretrati.

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