Alla vigilia del vertice NATO a Vilnius, dei prossimi 7-8 luglio, si fanno più insistenti le pressioni yankee sugli “alleati” europei per l’ulteriore aumento della spesa militare. Ma, soprattutto, perché essa venga indirizzata a un maggior acquisto di armi americane che, per inciso, già oggi rappresentano circa la metà degli arsenali europei.
Per il primo punto, infatti, a Washington constatano che “soltanto” sette membri del Blocco atlantico possono “vantare” una spesa per la guerra superiore al 2% del PIL.
Per il secondo, la sfida USA è con quel complesso di capitali del vecchio mondo che, Francia in testa, insistono per indirizzare la spesa alla produzione europea di carri armati, blindati, elicotteri e, in particolare, per accelerare la realizzazione di caccia di 6° generazione sulla base di Airbus.
«Dobbiamo sviluppare una base tecnologica e industriale di difesa autenticamente europea in tutti i paesi interessati», ha detto Emmanuel Macron a Bratislava, alla conferenza GLOBSEC di fine maggio.
Il “guaio” è, osserva Malek Dudakov su New Front, che il primo prototipo tecnico del nuovo caccia europeo non vedrà la luce prima del 2027, mentre per la sua produzione in serie si dovrà aspettare quasi fino al 2040, allorché «l’Unione europea, nel suo aspetto attuale, potrebbe già non esistere più».
Così che qualche paese europeo – Spagna e Romania, ad esempio – per non attendere fino ad allora, e soprattutto sotto pressione USA, si stanno orientando sugli F-35 americani.
Anche la Germania si starebbe orientando sugli F-35; ma, per i missili, dopo la non eccelsa figura fatta dai “Patriot” sul teatro ucraino, vi rinuncerebbe, per orientarsi verso il sistema israeliano “Cupola di ferro”, mentre Egitto e Arabia Saudita verso produzioni cinesi.
Come che sia, la pretesa statunitense di imporre l’acquisto di armi yankee significherà un’ulteriore deindustrializzazione europea. Un fatto che è di vitale importanza per gli USA, osserva Dudakov.
Del resto sta scendendo la capitalizzazione di giganti della difesa quali Lockheed Martin e Raytheon e, viste le risorse ancora a disposizione degli europei, gli USA cercheranno di risolvere con quelle i problemi del proprio complesso militare-industriale in fatto di carenza di materie prime e personale tecnico.
Dunque, al nocciolo. Nel 2022, i paesi europei della NATO, secondo i dati del SIPRI ripresi da Politico.eu, hanno aumentato le spese militari del 13%, raggiungendo la somma di 345 miliardi di dollari, poco meno di un terzo in più rispetto al decennio precedente.
E, non potrebbe essere altrimenti, «in gran parte come reazione all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia»!
Già 20-25 anni fa, afferma su Politico.eu l’analista del Center for Strategic and International Studies di Washington, Max Bergmann, sussisteva «il sospetto di un cambiamento nelle capacità di difesa dell’Europa». A seconda della direzione presa dalla UE e di una sua eventuale «separazione dalla NATO, quale sarebbe l’impatto sul complesso militare-industriale USA?».
Macron e il Commissario UE per il mercato interno, Thierry Breton, puntano allo sviluppo del complesso industriale europeo: «Il nostro piano è di sostenere direttamente, con i fondi UE, lo sforzo per potenziare la nostra industria della difesa», dice Breton.
Anche in questo caso, ovviamente, lo si fa «per l’Ucraina e per la nostra stessa sicurezza».
C’è però un “ma”, osserva Politico: in fatto di armi, l’Europa dipende ancora dagli USA. Le aziende europee realizzano di tutto, dal caccia francese “Rafale”, al carro “Leopard” tedesco, al sistema portatile “Piorun” polacco, ma le dimensioni dell’industria degli armamenti USA e la sua innovazione tecnologica, la rendono ancora attraente per gli europei.
L’oggetto più comune è l'F-35 Joint Strike Fighter della Lockheed Martin, venduto a 80 milioni di dollari l’uno. Ma si nota un aumento anche della domanda di missili portatili e proiettili di artiglieria e, ancora una volta il SIPRI giura che ciò si verifica, ça va sans dire, perché «dopo l’invasione russa dell’Ucraina, gli stati europei vogliono importare più armi, più velocemente».
Così, vari paesi europei stanno acquistando missili anticarro “Javelin” di Raytheon e Lockheed Martin; la Polonia ha firmato un accordo da 1,4 miliardi per 116 carri “Abrams M1A1” e un altro da miliardi (sempre di dollari) per sistemi missilistici di artiglieria ad alta mobilità della Lockheed Martin.
La Slovacchia punta agli F-16, mentre la Romania agli F-35. Ciò solleva allarme in Europa: Berlino e Parigi sono preoccupate per l’intenzione della Spagna che, mentre è partner nello sviluppo del caccia European Future Combat Air System, mette gli occhi sugli F-35.
Ripetendosi fino alla noia, Politico assicura che il cuore del problema sta nella necessità di riempire i propri arsenali, ma soprattutto di «continuare a spedire materiale in Ucraina» e ciò, dopo decenni di contrazione dell’industria della difesa europea, evidenzia «un periodo difficile di adattamento» alla veloce espansione del mercato, dovuta allo «spasimo di spesa causato dall’invasione russa».
È così che, da una parte, nell’ultimo anno e mezzo si è assistito a un enorme aumento dei bilanci di guerra: la Germania stanzia un fondo speciale di 100 miliardi di euro «dopo l’invasione russa dell’Ucraina», mentre la Polonia arriva quest’anno al 4% del PIL.
Dall’altra parte, le imprese europee necessitano di tempi di consegna più lunghi e contratti a lungo termine per effettuare gli investimenti necessari. Fin qui, ha buon gioco il capitale yankee.
Ma, al di là di quella che un tempo si chiamava la “mistica delle armi” e – soprattutto – della lotta non “a coltello”, bensì a “colpi di missili”, tra complessi militari-industriali rivali delle “democrazie occidentali”, secondo qualche analista il fattore umano rimane essenziale, se non fondamentale.
Nel suo ultimo intervento, Anatol Lieven, del Quincy Institute for Responsible Statecraft, passa in rassegna le “meraviglie” della guerra moderna, cui ricorre l’Ucraina sotto stretto dettame NATO: ricognizione satellitare, droni assassini, artiglieria ad alta precisione.
Meraviglie che, dice Lieven, hanno «attirato l’attenzione delle moderne democrazie e che consentono la vittoria senza il sacrificio di un numero significativo di soldati e, di conseguenza, senza proteste della popolazione».
Ecco però che il conflitto in Ucraina fornisce una «lezione che contraddice direttamente le speranze occidentali in una “rivoluzione nelle cose militari”».
E la lezione dimostra la «duratura fondamentale importanza – nello spirito di Stalingrado, Verdun e Austerlitz – dell’intervento di un gran numero di fanteria ben addestrata, che nelle società moderne può aversi solo con la coscrizione».
Una opzione che non si confà alle realtà occidentali. «Di fronte a una guerra che richiede la coscrizione, la maggior parte dei paesi NATO si rifiuterà di combattere o perderà», afferma Lieven.
Il fattore primario, cioè ‘il morale’ tra masse enormi di soldati, è oggi di difficile realizzazione, escluse forse piccole formazioni professionali o mercenarie. In tutti gli altri casi – forse Lieven si riferisce a eventuali invii di contingenti USA ed europei in Ucraina – «sarà molto difficile creare un tale morale anche tra i soldati professionali NATO, o tra la popolazione civile di questi paesi».
Ecco un esempio concreto: Rasmussen è danese, dice Lieven. Tuttavia «tace sull’invio di danesi in Ucraina. Il motivo è chiaro: conosce troppo bene i suoi compatrioti e il loro esercito».
In ogni caso, osserva Elena Panina su News Front, non dovremmo illuderci che l’Occidente faccia improvvisamente marcia indietro nel conflitto in Ucraina. Ma non è neanche il caso di esagerare la disponibilità delle società occidentali a sacrifici di massa in nome della “libertà dell’Ucraina” e degli “ideali di democrazia”.
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