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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/02/2020

Quella vana resistenza del popolo Mapuche: “Benetton intoccabili”

Nonostante certe notizie siano di conoscenza comune, perlomeno nell’ambito della “sinistra” che ha mantenuto un po’ di consapevolezza “internazionalista”, c’è ancora chi preferisce profondersi in giustificazioni per l’oscena visita fatta dai “capibranco delle Sardine” a Luciano Benetton e la conseguente difesa della loro concessione per Autostrade, nonostante quel “piccolo dettaglio” della strage di Ponte Morandi (43 morti).

Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, né peggior cieco di chi ha la verità davanti agli occhi ma volge lo sguardo altrove.

Perciò, sapendo bene che per molti giovani queste informazioni sono forse un po’ meno note, riportiamo qui di seguito l’articolo di Giuseppe Pietrobelli, da Il Fatto Quotidiano, che ricorda per la milionesima volta la storia dei possedimenti Benetton in Patagonia e la politica di sterminio della nazione Mapuche. Fatta, com’è ovvio, non dal latifondista trevigiano in prima persona, ma su sua commissione e con la collaborazione entusiasta dei militari cileni e argentini.

Del resto, quando una famiglia “la democrazia ce l’ha nel sangue”... bisogna solo vedere di chi è quello che va versato.

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“Non mi illudevo di convincere Luciano Benetton a rinunciare al milione di ettari che la famiglia possiede in Patagonia. Ma almeno aprire una trattativa con il popolo dei Mapuche che rivendica le terre ancestrali, grazie alla mediazione dell’Università di Buenos Aires. Invece ho trovato un muro. Ho avuto contatti con la sua compagna, mi sono stati forniti documenti. Alla fine ho dovuto arrendermi. Anche lui è espressione del capitalismo neoliberista”.

C’è delusione nelle parole che il professor Massimo Venturi Ferriolo soppesa, mentre – nello studio a due passi dal Politecnico di Milano, dove ha insegnato Estetica – racconta di una riconciliazione impossibile. Nell’autunno del patriarca di Ponzano Veneto, ormai 84enne, impegnato a raddrizzare le sorti del gruppo, non c’è spazio e forse neppure tempo per occuparsi di quella ferita etnica aperta.

“Da noi Benetton incarna la figura di un imprenditore progressista, antirazzista. In Sudamerica ha un volto completamente diverso. Il sospetto mi è venuto quando qualche collega argentino ha cominciato a chiedermi: ‘Non sai cosa fa qui da noi?’ Allora ho voluto approfondire, studiare, informarmi”. Pochi sanno che Venturi Ferriolo, nell’agosto 2018 si dimise dal comitato scientifico della Fondazione Benetton a Treviso, che si occupa di promozione culturale e ambientale. Da pochi giorni era crollato il ponte Morandi a Genova, Autostrade era già nel mirino, la famiglia era travagliata dai problemi.

A luglio era mancato il fratello più giovane, Carlo, che si è sempre occupato delle proprietà in Patagonia. Gilberto, la mente finanziaria, malato, si sarebbe spento in ottobre. Venturi Ferriolo si dimise a causa del conflitto permanente dei Benetton, moderni latifondisti, con i Mapuche, che vivono in Argentina e Cile. Un popolo oppresso, depredato, accusato di azioni violente e, perfino, di terrorismo dalle autorità. Ma a marzo un giudice li ha assolti dall’accusa di occupazione abusiva e furto di bestiame, invocando una soluzione politica, non giudiziaria.

Il professore scrisse all’imprenditore-mecenate una lettera in cui chiedeva conto di quello che egli aveva interpretato come un tradimento di valori culturali condivisi. Luciano Benetton la prese molto male. Eppure mandò Laura Pollini, a.d. di Fabrica (il laboratorio creativo del Gruppo) per un chiarimento. “Speravo che avrebbero aperto le terre ai Mapuche. Mi è stato detto che gli eredi di Carlo hanno messo il veto. ‘Che dicano pure quello che vogliono...’. Questa la frase con cui hanno liquidato la questione”.

Venturi Ferriolo ha così deciso di uscire allo scoperto, pochi giorni dopo la notte di Natale, in cui un gruppo di mapuche ha occupato la fattoria El Maitén (120 mila ettari) “per la necessità primaria di continuare a esistere nel nostro territorio”. “Solo il Fatto Quotidiano ne ha scritto. Tutti gli altri giornali zitti. I Benetton sono intoccabili”, conclude il professore-filosofo (non è esatto, ma facciamo finta di niente; in fondo siamo una piccola testata, ndr).

Da molto tempo si parla delle terre contese. Nel 2004, con il sindaco di Roma Walter Veltroni, tentò una mediazione anche Adolfo Pérez Esquivel, premio Nobel per la Pace. Che a Benetton disse: “Lei è un antico signore feudale”. L’unico risultato fu l’offerta di donare 7.500 ettari agli indios, che rifiutarono sdegnosamente. Anche perché sono i protagonisti di una tragica storia di colonialismo europeo, spoliazione dell’Argentina, susseguirsi di governanti compiacenti e morti misteriose.

L’attivista Santiago Maldonado, 28 anni, scomparve nel 2017 dopo una manifestazione dispersa dalla polizia e il suo corpo fu trovato otto mesi dopo in un fiume. Rafael Nahuel, 22 anni, fu ucciso mentre le truppe speciali sgomberavano i Mapuche a Bariloche. In Cile, un anno fa, Camilo Catrillanca, 24 anni, venne ammazzato mentre guidava un trattore, forse dai carabineros. I Benetton non c’entrano con quelle morti, che però dimostrano il clima repressivo che circonda i Mapuche, accusati dalle autorità (senza prove) di rapporti con le Farc colombiane, i movimenti curdi e l’Eta.

La sostanza è fatta di potere e ricchezza. I 920 mila ettari dei Benetton sono vasti come le Marche. Nel 1896 il presidente argentino Uriburu (violando la legge) li donò a dieci cittadini inglesi, i quali (violando la legge) li rivendettero a una compagnia privata. Le azioni passarono di mano, la società divenne nel 1982 la Compañia de Tierras Sud Argentino, il cui controllo fu acquistato dai Benetton nel 1991 per 50 milioni di dollari, attraverso Holding Edizione Real Estate. Oggi è la più grande proprietà terriera argentina, con 260 mila ovini e 16 mila bovini.

Luciano Benetton sostiene che l’acquisto fu legale e i Mapuche non furono cacciati. Questi ultimi dicono che nessuno li può privare del diritto alle terre ancestrali, sancito dalla Costituzione argentina. Non a caso il nome significa “uomini della terra”. Ma laggiù, nel sottosuolo, si cercano anche petrolio e ricchezze minerarie. Una tentazione ghiotta e irrinunciabile per gli United colors of dollar.

Fonte

27/08/2018

Desaparecidos nella Patagonia dei Benetton


Argentina, nella regione della Patagonia sorge l’impero terriero della famiglia Benetton. 900mila ettari di terre adibite ad allevamento di pecore. Da qui arriva la materia prima del business per la dinastia di Treviso. Da sempre la Patagonia è abitata dalla popolazione dei Mapuche, ora combattono contro lo sfruttamento del loro territorio. Intanto si registra repressione e sparizioni forzate come quella di Santiago Maldonado.

Donde està Santiago Maldonado?

Patagonia argentina. Donde està Santiago Maldonado? A questo interrogativo la risposta è arrivata il 17 ottobre del 2017 quando nel letto del fiume Chubut, Patagonia argentina, è stato ritrovato il corpo di un ragazzo ventottenne scomparso 78 giorni prima. Ma chi era Santiago Maldonado? Un’altra domanda da esaudire e per la quale bisogna parlare di una lotta ancestrale, quella degli indigeni Mapuche, del governo di Buenos Aires, della famiglia Benetton, e di sfruttamento selvaggio del territorio.

L’impero dei Benetton

Non solo autostrade per i Benetton dunque, ma soprattutto un impero tessile che parte da Treviso e arriva in Argentina. Qui nel 1991 la dinastia trevigiana, attraverso la holding Edizione Real Estate, compra, per 50 milioni di dollari, la Tierras De Sur Argentino (CTSA), la principale proprietaria di terre nella Patagonia argentina. L’enormità di 900 mila ettari di terre.

Un territorio immenso sul quale vengono allevati 260 mila capi di bestiame, tra pecore (circa 100 mila) e montoni. La produzione di lana arriva a 1 milione 300 mila chili all’anno (il 10% del totale della multinazionale), interamente esportati in Europa. E’ la materia prima per la maglieria di lusso che viene esposta nei negozi buoni delle grandi città occidentali ricche. Nello stesso territorio sono allevati anche 16 mila bovini destinati al macello.

Ma c’è di più. L’impresa italiana spende 80 milioni di dollari per altre e ben diverse attività. I Benetton finanziano la costruzione di commissariati per il controllo della zona, la realizzazione di una stazione turistica e l’apertura del Museo Leleque. Filantropia. Benetton in cambio riceve anche sussidi da parte del governo argentino per progetti di riforestazione, soprattutto di pini (circa 400 ettari all’anno). La multinazionale è descritta da molti come uno stato nello Stato.

La lotta dei Mapuche

Però c’è un problema, le terre sul quale si estende l’attività economica della famiglia veneta sono le stesse sulle quali da sempre vivono gli indigeni argentini Mapuche. Una popolazione che tra il 1600 e la fine dell’800 dominava la Patagonia prima di essere spazzata via dagli immigrati europei divenuti argentini. La loro terra era una fascia ininterrotta che si estendeva dalla costa atlantica a quella pacifica. Dall’Argentina al Cile.

L’arrivo dei Benetton provocò una reazione durissima. La popolazione indigena venne sfrattata da territori ancestrali ma non cedette mai definitivamente e anzi iniziò il recupero delle terre. Troppi i danni ambientali dovuti allo sfruttamento intensivo dei terreni, insieme ad un tendenziale aumento dei prezzi e la progressiva privatizzazione dei servizi pubblici, il logoramento dei diritti del lavoro, numerose e ripetute persecuzioni ai danni delle organizzazioni sociali e dei sindacati. Una generalizzata violazione dei diritti umani.

La morte di Santiago Maldonado

Alla lotta partecipa anche un artigiano argentino, Santiago Maldonado. Non è un Mapuche ma si impegna per la riaffermazione di un diritto alla terra riconosciuto dalla stessa Costituzione argentina diretta a preservare, a parole, i diritti delle popolazioni indigene. Mai il 1 agosto dello scorso anno Maldonado sparisce mentre è in custodia della gendarmeria, detenuto ‘desaparecido’. Non se ne sa più niente fino al successivo ottobre quando viene ritrovato quello che la Procura afferma essere il suo corpo.

Il caso Maldonado, mobilità una forte campagna internazionale per scoprire la verità, e denuncia la feroce la repressione da parte dalla Gendarmeria Nazionale. La domanda oggi come allora, resta, “cosa è successo a Santiago? Dai testimoni si sa che i soldati accusati di quelle violenze alloggiano in quella che viene chiamata ‘Repubblica Benetton’, sono nutriti con catering pare a spese della stessa azienda.

Nessuna risposta

A quale autorità rispondono quegli sgherri allora? Menzogne a danno di imprenditori puliti? A questo interrogativo potrebbe rispondere Carlo Benetton, il fratello minore della dinastia di Treviso che si occupa del settore in questione. Carlo ama la Patagonia, gira con il suo fuoristrada in lungo e in largo. E’ lui il capo azienda in Argentina. Oppure maggiori delucidazioni potrebbe darle lo scozzese Ronald McDonald. Un allevatore con antenati emigrati in Argentina, ma anche il direttore generale dell’azienda Benetton in Patagonia. Conosce la situazione e ha modi definiti da più parti ‘molto rudi’. Al momento però nessuno dei due ha parlato per fare chiarezza.

Il caso Huala

Nonostante tutto però la lotta Mapuche non è diminuita anzi, ed ha cominciato a dotarsi di strutture permanenti di autodifesa concretizzati in violentissimi scontri. Le autorità hanno parlato di uso di armi da fuoco e azioni di sabotaggio. Una circostanza che per le autorità argentine si configura come terrorismo. Per questa accusa, lo scorso marzo, è stata accolta la domanda di estradizione del Cile per Facundo Jones Huala, leader dell’organizzazione di resistenza Pu Lof nella regione del Chubut.

Ma esistono forti dubbi sul castello accusatorio, confermato anche dal fatto che una prima richiesta di estradizione venne rigettata dopo l’accertamento delle torture subite da un testimone chiave contro il leader mapuche. Anche una delle più note esponenti delle Madri di Palza de Mayo, Nora Cortinas ha definito vergognoso l’esito dell’udienza. Il pericolo è che Huala venga considerato terrorista dal Cile a causa di un lascito legislativo risalente al regime di Pinochet.

Fonte

21/10/2017

Argentina. Santiago Maldonado è stato ucciso


In Argentina, con Macrì – il presidente servo degli Usa – sono ricominciate le uccisioni degli attivisti sociali e politici dell’opposizione.

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Comunicato della famiglia di Santiago Maldonado – 20 ottobre 2017

Il corpo trovato nel RÍo Chubut è quello di Santiago.

L’incertezza sulla sua fine è terminata. Il calvario che per la nostra famiglia è iniziato il giorno stesso in cui abbiamo saputo della sua sparizione non terminerà fino a quando sarà fatta Giustizia.

Possiamo dire davvero poco sui nostri sentimenti davanti alla conferma dell’identità di Santiago: questo dolore non conosce parole.

Le circostanze del ritrovamento del corpo ci fanno venire molti dubbi. Crediamo sia il momento di procedere con fermezza nelle indagini e di lasciar lavorare senza pressioni il Giudice Lleral. Dobbiamo sapere cos’è successo a Santiago e chi sono i responsabili della sua morte. Tutti. Non solo quelli che gli hanno tolto la vita ma anche quelli che, per le loro azioni o omissioni, hanno collaborato nell’occultamento e hanno pregiudicato il processo di ricerca.

Eravamo nel giusto a protestare per la inazione, l’inefficacia e la parzialità del precedente giudice nell’iter della causa. Continua a risultarci inspiegabile il rifiuto del Governo Nazionale dinanzi alla proposta di collaborazione di esperti dell’ONU, di comprovata esperienza internazionale. Nessuno potrà toglierci dalla testa che si sarebbe potuto fare molto di più e molto prima.

Ai mezzi di comunicazione, alle organizzazioni sociali, dei diritti umani, di categoria, alle persone che ci hanno accompagnato nelle marce per Santiago, chiediamo che continuino a rivendicare Giustizia, con più forza che mai e in pace. Alle forze politiche, che facciano il maggior sforzo possibile per appoggiare e garantire tutte le azioni che ci aiutino a trovare la Verità e a ottenere Giustizia.

La morte di Santiago non deve essere motivo di divisioni o di battaglie interessate. Nessuno può accampare diritti sul dolore di questa famiglia, per la quale chiediamo rispetto.

Per Santiago, per noi.

Fonte

25/09/2017

Il governo cileno arresta diversi esponenti Mapuche, le aziende italiane ringraziano

Sabato 24 settembre la polizia cilena ha effettuato almeno sette arresti di importanti esponenti dei movimenti di lotta del popolo Mapuche, fra cui Héctor Llaitul, il portavoce del Coordinamento Arauco-Malleco (CAM), organizzazione legale anche se spesso accusata dalle forze politiche istituzionali di terrorismo a causa di rapporti (mai provati) con altre organizzazioni combattenti come le FARC.

Gli arresti sono stati condotti nella città di Temuco, capoluogo della regione dell’Araucania dove il popolo Mapuche è stato storicamente confinato, e centro del conflitto per l’autonomia e l’indipendenza delle popolazioni originarie e della loro terra. Gli arrestati stanno ora subendo un processo per direttissima con le pesanti accuse di associazione illecita e, alcuni, come gli autori materiali di attacchi incendiari ai danni di diversi camion di aziende che stanno sfruttando il territorio compromettendo la vita e l’organizzazione sociale delle persone, già pesantemente sottoposte a una forte repressione militare che non ha paragoni nel resto del Cile.

Durante la notte si sono svolte molte azioni di protesta, come diversi blocchi stradali, a cui la polizia ha risposto con estrema violenza e lanci di lacrimogeni che non hanno risparmiato nessuno. All’interno del tribunale gli accusati stanno cercando di rallentare il processo rifiutandosi di rispondere in spagnolo e imponendo dunque la necessità di parlare attraverso un interprete.

La pesante operazione militare, denominata “operazione Uragano” avviene in un momento di forte tensione politica e alla vigilia delle elezioni presidenziali: mentre sul fronte argentino pesa ancora la sparizione dell’attivista Santiago Maldonado, che ha provocato grandi manifestazioni, sul fronte cileno prosegue da 110 giorni lo sciopero della fame di molti militanti Mapuche già detenuti in carcere.

Le responsabilità delle aziende italiane sono pesanti sia da una parte che dall’altra delle Ande: in Argentina il territorio della Patagonia è massicciamente proprietà di Benetton, su cui fa pascolare le sue pecore per ricavarne la lana, e la proprietà non ha fatto mancare le sue esternazioni contro le rivendicazioni Mapuche della loro terra, tra l’altro garantite dalla Costituzione Argentina; in Cile invece una delle principali cause di conflitto è l’intenso sfruttamento del territorio per l’energia idroelettrica. L’Italiana Enel che da qualche hanno ha acquisito tutta la rete elettrica cilena da Chilectra sta portando avanti grandi investimenti in tutto il paese, vantandosi di innovare il sistema elettrico con una grande attenzione all’energia pulita e all’ambiente, ma evidentemente senza preoccuparsi minimamente dell’impatto sociale sulla vita delle persone.

Fonte