Può il “privato” realizzare opere infrastrutturali di interesse pubblico? Da oltre 25 anni (si firmarono allora gli accordi di Maastricht) il punto interrogativo è stato persino cancellato. Il “privato” ha sempre ragione, fa meglio tutto, è più efficiente, quasi quasi anche più giusto ed etico. Poi, tanto, se fallisce ci pensa il “pubblico”, che invece non sa far nulla (tranne salvare il “privato” quando annega, vedi Montepaschi, Ilva, banche venete, Alitalia, Banca Etruria e le altre, ecc).
Se si parla di nuove tecnologie, poi, non c’è neanche da osar domanda: solo il “privato” può affrontare certi rompicapo...
Tutto falso, ovviamente. Solo che se a dirlo siamo noi – comunisti e dunque “pregiudizialmente” ostili al profitto privato – non vale nulla. Prendiamo perciò i dati Infratel-ministero Sviluppo economico pubblicati ieri, relativi al grado di copertura del territorio nazionale con rete in fibra ottica.
L’Agenda digitale 2020 stabiliva che cui tutta l’Italia doveva essere coperta con banda ultra larga fissa (quella da 1 Gigabit) entro il 2020, l’unica considerata valida sul lungo periodo. A due anni e mezzo da quella data solo una cosa è certa: soltanto l’8% delle unità immobiliari sarà raggiunta dalla fibra ottica, e meno del 24% dalla cosiddetta banda larga, con buona pace della “competitività” del paese.
Il “merito” di questo fallimento è tutto dei “privati”.
E dire che a costruire questa infrastruttura “concorrono” fra loro ben due società, l’Enel (con Open Fiber) e Tim, che stanno stendendo due reti alternative. Oddio, teoricamente alternative, perché in realtà vanno a coprire quasi esattamente le stesse aree. Quali? Beh, i piani di investimento futuri dei due operatori non lasciano dubbi. Sono ovviamente quelle dove il rientro dell’investimento sarà più sicuro e veloce. Ossia quelle in cui la popolazione è molto concentrata, dunque le aree metropolitane e i capoluoghi di provincia. Il resto si diverta – se può – con quello che passa già ora il convento...
E’ appena il caso di ricordare che il progetto banda larga è stato sbandierato in toni trionfalistici da tutti i governi degli ultimi 15 anni, senza distinzioni. E tutti avevano fatto dell’affidamento ai “privati” la garanzia del successo in tempi rapidi.
Un’infrastruttura qualsiasi – banda larga, ferrovie, autostrade, acquedotti, rete elettrica, ecc – è per definizione un “interesse pubblico”. Serve cioè al paese, come si usa dire, ossia alla sua popolazione organizzata nella produzione e nella vita associata. E perché questa vita sia anche “efficiente” occorre che le infrastrutture connettano fra loro sia le aree a grande concentrazione (in cui si addensano produzione industriale e servizi) che quelle più diffuse ma egualmente vitali (agricoltura, allevamento, turismo, produzioni di qualità, ecc).
Ma per un “privato” l’interesse pubblico non esiste affatto. Ha come obiettivo solo il ritorno economico e la massimizzazione dei profitti. Dunque non può che costruire infrastrutture fisiologicamente sbilanciate sulle grandi concentrazioni, lasciando nell’abbandono tutto il resto. Qualcosa del genere si può vedere nell’evoluzione delle Ferrovie dello Stato da “servizio pubblico” ad azienda orientata al profitto: grande attenzione all’alta velocità (che connette solo aree metropolitane) e dismissione progressiva dei collegamenti locali, quelli usati dai pendolari per andare al lavoro. Insomma, il profitto di una sola azienda che va a toccare la funzionalità di tutte le altre (quei lavoratori pendolari hanno dovuto cambiare residenza oppure essere sostituiti con altri abitanti più vicino).
Per la rete a banda larga, oltretutto, non sono mancati i problemi regolamentari e tecnologici. Per esempio – ed è l’argomento cui si aggrappa Tim (ormai azienda privata, anzi addirittura non più in mani italiane, visto che l’azionista di riferimento è la francese Vivendi) – le regole europee non considerano più come “fibra ottica” le coperture fatte in wireless 4G nell’ultimo tratto (la fibra ottica arriva fino all’armadio stradale nei pressi dell’unità immobiliare). Restano tali solo quelle in cui l’ultimo tratto è coperto con il filo di rame. Ossia solo l’8% del totale.
Divertente, ma solo fino ad un certo punto, dover sottolineare che questo risultato viene raggiunto solo con la costruzione di una rete di proprietà “pubblica” (la parte costruita da Enel-Open Fiber, con un secondo lotto di lavori da assegnare a breve termine), perché altrimenti la situazione sarebbe ben peggiore.
Come deve ammettere il rapporto Infratel, “si registra la sostanziale assenza di crescita nelle intenzioni di investimento a 100 Mbps (23,07% al 2018 vs 23,7% al 2020)”.
Privatizzate, privatizzate...
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23/03/2015
Banda larga. Ennesimo regalo ai privati. Le telecomunicazioni tornino pubbliche
Il Ministero dello Sviluppo Economico ha pubblicato il bando per attuare il Piano Nazionale Banda Larga insieme al Progetto Strategico Banda Ultra Larga. Il Piano prevede un finanziamento pubblico di 61,7 mln di Euro, a cui si aggiungono 3,3 mln di Euro di investimento da parte di Telecom Italia, per favorire il raggiungimento degli obiettivi dell'Agenzia Digitale Europea.
L'obiettivo fissato è portare, inizialmente al 50% della popolazione, la rete a 100 Mbit, tramite agevolazioni per il passaggio dal rame alla fibra ottica, soprattutto grazie ad un sistema di incentivi alle imprese e di sgravi fiscali per gli operatori che investono nelle “zone a fallimento di mercato”. La meta finale è raggiungere con la banda larga il 90% della popolazione a fine 2017.
Probabilmente Telecom Italia, che possiede gran parte della Rete e che è al centro del Piano, si aspettava un livello più alto di finanziamenti dal governo. Come USB settore Telecomunicazioni temiamo che la scarsità di fondi investiti, assieme alla gestione privata della rete, orientino gli investimenti in base al criterio del profitto e non della garanzia del servizio pubblico. Il rischio è il mantenimento della divisione del Paese in aree ricche con una rete tecnologicamente di serie A ed aree povere con una linea TLC di serie B. Al contrario crediamo che le Telecomunicazioni debbano essere pubbliche e libere da logiche di mercato, sia per lo sviluppo infrastrutturale che per il mantenimento dei livelli occupazionali, per garantire l’accesso al servizio a tutta la cittadinanza.
Le telecomunicazioni sono un servizio ormai indispensabile per tutta la collettività, nonché un volano importante di crescita economica; la banda larga, in particolare, significa anche democrazia e accesso alla conoscenza.
Lo sviluppo della nuova rete di telecomunicazioni, si intreccia con quello di Telecom Italia. Chi ci lavora sa bene che le voci che circolano sui potenziali processi di ristrutturazioni potrebbero portare verso Bad e Good Company con il conseguente attacco all'occupazione, ai salari e ai diritti.
Da quanto traspare dai giornali al momento sono in corso trattative per favorire la partenza del “cantiere” Metroweb con la costituzione di una NewCo partecipata dagli operatori Telecom Italia, Vodafone e sembra anche Wind.
La politica ha giocato sino ad oggi un ruolo fortemente negativo, lasciando che il settore delle telecomunicazioni italiane divenisse preda indifesa delle logiche speculative finanziarie: spolpate dai privati con risibili livelli di investimento. La privatizzazione ha colpito pesantemente i lavoratori di tutto il settore, l’occupazione negli ultimi 6 anni è calata dell’8% mentre il numero dei contratti precari o a tempo determinato è aumentato in maniera considerevole.
Noi ribadiamo con forza, a quasi venti anni dalla devastante privatizzazione, che l'unica strada possibile resta il ritorno alla casella di partenza con la ri-nazionalizzazione del settore, per difendere diritti e posti di lavoro dei/delle dipendenti e tutelare un settore strategico nell’interesse dell'intero Paese, attraverso un convincente, concreto e non più rimandabile progetto di ammodernamento della rete di telecomunicazioni.
Le telecomunicazioni devono essere pubbliche, ne siamo convinti come sindacato, come lavoratori e come cittadini.
Fonte
L'obiettivo fissato è portare, inizialmente al 50% della popolazione, la rete a 100 Mbit, tramite agevolazioni per il passaggio dal rame alla fibra ottica, soprattutto grazie ad un sistema di incentivi alle imprese e di sgravi fiscali per gli operatori che investono nelle “zone a fallimento di mercato”. La meta finale è raggiungere con la banda larga il 90% della popolazione a fine 2017.
Probabilmente Telecom Italia, che possiede gran parte della Rete e che è al centro del Piano, si aspettava un livello più alto di finanziamenti dal governo. Come USB settore Telecomunicazioni temiamo che la scarsità di fondi investiti, assieme alla gestione privata della rete, orientino gli investimenti in base al criterio del profitto e non della garanzia del servizio pubblico. Il rischio è il mantenimento della divisione del Paese in aree ricche con una rete tecnologicamente di serie A ed aree povere con una linea TLC di serie B. Al contrario crediamo che le Telecomunicazioni debbano essere pubbliche e libere da logiche di mercato, sia per lo sviluppo infrastrutturale che per il mantenimento dei livelli occupazionali, per garantire l’accesso al servizio a tutta la cittadinanza.
Le telecomunicazioni sono un servizio ormai indispensabile per tutta la collettività, nonché un volano importante di crescita economica; la banda larga, in particolare, significa anche democrazia e accesso alla conoscenza.
Lo sviluppo della nuova rete di telecomunicazioni, si intreccia con quello di Telecom Italia. Chi ci lavora sa bene che le voci che circolano sui potenziali processi di ristrutturazioni potrebbero portare verso Bad e Good Company con il conseguente attacco all'occupazione, ai salari e ai diritti.
Da quanto traspare dai giornali al momento sono in corso trattative per favorire la partenza del “cantiere” Metroweb con la costituzione di una NewCo partecipata dagli operatori Telecom Italia, Vodafone e sembra anche Wind.
La politica ha giocato sino ad oggi un ruolo fortemente negativo, lasciando che il settore delle telecomunicazioni italiane divenisse preda indifesa delle logiche speculative finanziarie: spolpate dai privati con risibili livelli di investimento. La privatizzazione ha colpito pesantemente i lavoratori di tutto il settore, l’occupazione negli ultimi 6 anni è calata dell’8% mentre il numero dei contratti precari o a tempo determinato è aumentato in maniera considerevole.
Noi ribadiamo con forza, a quasi venti anni dalla devastante privatizzazione, che l'unica strada possibile resta il ritorno alla casella di partenza con la ri-nazionalizzazione del settore, per difendere diritti e posti di lavoro dei/delle dipendenti e tutelare un settore strategico nell’interesse dell'intero Paese, attraverso un convincente, concreto e non più rimandabile progetto di ammodernamento della rete di telecomunicazioni.
Le telecomunicazioni devono essere pubbliche, ne siamo convinti come sindacato, come lavoratori e come cittadini.
Fonte
06/03/2015
Banda larga, tutti contro tutti (anche con soldi pubblici)
Dopo diversi lustri di pace sociale (o di "inciuci", dipende dai punti di vista), nelle Tlc è scoppiata all'improvviso la guerra tutti contro tutti, cominciando da Ei Towers controllata da Berlusconi, leader dell'opposizione che ha lanciato un'Opa su Rai Way, proseguendo poi con il Governo, attraverso il Cavallo di Troia del piano per la fibra ottica che vuole ipotecare a tavolino un pezzo del futuro di Telecom Italia (privata) rischiando di lasciarla domani in balia di un pericolosissimo tiro al piccione in Borsa.
Dopo quattro lustri di duopolio televisivo e della disastrosa privatizzazione dell'ex monopolio delle tlc (Telecom Italia) i nodi stanno giungendo al pettine tutti allo stesso momento. Mentre nel resto del pianeta il mercato e le nuove tecnologie ridisegnano la mappa del mondo a cavallo tra media, telecomunicazione e internet, i "competitor" tricolori si presentano all'appuntamento in ordine sparso, senza soldi e in battaglia (apparente) tra loro.
Il RISIKO sulle Tlc italiane in corso non può essere decontestualizzato dal costante erosione dei servizi base tradizionali che storicamente generavano margini a vantaggio dei servizi offerti attraverso la rete, basta osservare British Telecom e Telefonica che si sono già proiettati sulle tv in un mondo dove i confini tra tlc, media e internet stanno sparendo.
Attualmente nel panorama italiano per far ciò bisogna investire molti soldi che non ci sono, infatti, analizzando la situazione finanziaria dei nostri operatori, abbiamo Telecom Italia e Vodafone che hanno un ebitda pari a circa il 40% dei ricavi. Significa che ottengono, dalla loro attività industriale, un margine del 40%: è tantissimo, se si pensa che una grande azienda manifatturiera quando raggiunge il 20% di ebitda brinda con lo champagne millesimato, mentre Wind ha un ebitda di oltre il 35% e quello di H3G sfiora il 18%.
Purtroppo questa redditività anziché essere destinabile a finanziare gli investimenti e remunerare parsimoniosamente il capitale è soprattutto destinata a rimborsare i debiti di Telecom e Wind, generati dalla clamorosa sfilza di errori di politica industriale commessi dai governi italiani in questo campo. E causa, a loro volta, delle condizioni di concorrenza imperfetta che hanno danneggiato tutti i competitor rispetto alla ex-Sip, ma soprattutto le stesse Wind e H3G.
La politica ha sbagliato dapprima privatizzando malissimo Telecom Italia (1997), poi lasciandola preda degli scalatori che nel ‘99 la indebitarono con quasi 30 miliardi di euro; poi, svendendo Wind a un compratore speculativo com’è stato Sawiris, infine, disertando il territorio proprio dell’intervento economico pubblico nelle infrastrutture, cioè lasciando che sulla rete a banda larga l’iniziativa fosse solo dei privati, da Telecom a Vodafone a Fastweb, che ovviamente, tarantolati dai debiti (Telecom), dall’ingordigia di utili (Vodafone) o dalle piccole dimensioni (Fastweb) hanno investito il minimo indispensabile, facendo sì che la rete a banda larga italiana, da eccellente che era, è oggi la cenerentola europea.
Sul fronte televisivo Rai Way ed Ei Towers potrebbero provare a convincere Telecom a conferire le sue torri (destinate alla quotazione per ridurre il debito) per la creazione di un polo unico in cui scaricare i loro ripetitori. Risolvendo magari così anche il delicato tema del controllo. L' ex monopolio delle tlc - soci permettendo - potrebbe poi valutare se mettere la sua banda larga al servizio delle tv made in Italy.
L'affondo muscolare del governo sulla banda larga per la modernizzazione digitale del Paese dipenderà se si riuscirà nell’intesa di far entrare Telecom Italia nel capitale di Metroweb, la società che ha cablato Milano. La trattativa è saltata sul tema del controllo: Telecom vuole il 51%. Ma Cdp - che ha il 46,2% - non è d' accordo.
Telecom Italia ha troppi debiti per fare gli investimenti necessari, ma ha le tecnologie. Metroweb ha la struttura finanziaria necessaria ma ha bisogno delle competenze e delle strutture di Telecom. Il nodo è: chi comanda? Sulla carta sono tutti d’accordo che sia Telecom ad avere la maggioranza della nuova società, ma per Recchi e Patuano questo non è garanzia sufficiente. Quando sei in società con lo Stato che decide le regole, è lui il partner più forte. Per un’azienda senza padrone come Telecom (tutti gli azionisti forti vogliono vendere le loro quote, da Intesa Sanpaolo alla spagnola Telefónica a Mediobanca), sembra incredibile dopo che la politica ha lasciato che il settore delle telecomunicazioni italiane divenisse preda indifesa delle logiche speculative finanziarie: indebitamento, spolpamento, pochi o nessun investimento, l’unica strada possibile è la rinazionalizzare di Telecom Italia, sottraendola al rischio di finire allo straniero.
E il giro paranoico delle telecomunicazioni italiane pubbliche - finanziate dallo Stato, spolpate dai privati - sarà tornato alla casella di partenza. Senza che nessuno dei colpevoli di tanta assurdità abbia pagato pegno politico per questo scempio a quasi vent’anni dalla privatizzazione.
Fonte
Dopo quattro lustri di duopolio televisivo e della disastrosa privatizzazione dell'ex monopolio delle tlc (Telecom Italia) i nodi stanno giungendo al pettine tutti allo stesso momento. Mentre nel resto del pianeta il mercato e le nuove tecnologie ridisegnano la mappa del mondo a cavallo tra media, telecomunicazione e internet, i "competitor" tricolori si presentano all'appuntamento in ordine sparso, senza soldi e in battaglia (apparente) tra loro.
Il RISIKO sulle Tlc italiane in corso non può essere decontestualizzato dal costante erosione dei servizi base tradizionali che storicamente generavano margini a vantaggio dei servizi offerti attraverso la rete, basta osservare British Telecom e Telefonica che si sono già proiettati sulle tv in un mondo dove i confini tra tlc, media e internet stanno sparendo.
Attualmente nel panorama italiano per far ciò bisogna investire molti soldi che non ci sono, infatti, analizzando la situazione finanziaria dei nostri operatori, abbiamo Telecom Italia e Vodafone che hanno un ebitda pari a circa il 40% dei ricavi. Significa che ottengono, dalla loro attività industriale, un margine del 40%: è tantissimo, se si pensa che una grande azienda manifatturiera quando raggiunge il 20% di ebitda brinda con lo champagne millesimato, mentre Wind ha un ebitda di oltre il 35% e quello di H3G sfiora il 18%.
Purtroppo questa redditività anziché essere destinabile a finanziare gli investimenti e remunerare parsimoniosamente il capitale è soprattutto destinata a rimborsare i debiti di Telecom e Wind, generati dalla clamorosa sfilza di errori di politica industriale commessi dai governi italiani in questo campo. E causa, a loro volta, delle condizioni di concorrenza imperfetta che hanno danneggiato tutti i competitor rispetto alla ex-Sip, ma soprattutto le stesse Wind e H3G.
La politica ha sbagliato dapprima privatizzando malissimo Telecom Italia (1997), poi lasciandola preda degli scalatori che nel ‘99 la indebitarono con quasi 30 miliardi di euro; poi, svendendo Wind a un compratore speculativo com’è stato Sawiris, infine, disertando il territorio proprio dell’intervento economico pubblico nelle infrastrutture, cioè lasciando che sulla rete a banda larga l’iniziativa fosse solo dei privati, da Telecom a Vodafone a Fastweb, che ovviamente, tarantolati dai debiti (Telecom), dall’ingordigia di utili (Vodafone) o dalle piccole dimensioni (Fastweb) hanno investito il minimo indispensabile, facendo sì che la rete a banda larga italiana, da eccellente che era, è oggi la cenerentola europea.
Sul fronte televisivo Rai Way ed Ei Towers potrebbero provare a convincere Telecom a conferire le sue torri (destinate alla quotazione per ridurre il debito) per la creazione di un polo unico in cui scaricare i loro ripetitori. Risolvendo magari così anche il delicato tema del controllo. L' ex monopolio delle tlc - soci permettendo - potrebbe poi valutare se mettere la sua banda larga al servizio delle tv made in Italy.
L'affondo muscolare del governo sulla banda larga per la modernizzazione digitale del Paese dipenderà se si riuscirà nell’intesa di far entrare Telecom Italia nel capitale di Metroweb, la società che ha cablato Milano. La trattativa è saltata sul tema del controllo: Telecom vuole il 51%. Ma Cdp - che ha il 46,2% - non è d' accordo.
Telecom Italia ha troppi debiti per fare gli investimenti necessari, ma ha le tecnologie. Metroweb ha la struttura finanziaria necessaria ma ha bisogno delle competenze e delle strutture di Telecom. Il nodo è: chi comanda? Sulla carta sono tutti d’accordo che sia Telecom ad avere la maggioranza della nuova società, ma per Recchi e Patuano questo non è garanzia sufficiente. Quando sei in società con lo Stato che decide le regole, è lui il partner più forte. Per un’azienda senza padrone come Telecom (tutti gli azionisti forti vogliono vendere le loro quote, da Intesa Sanpaolo alla spagnola Telefónica a Mediobanca), sembra incredibile dopo che la politica ha lasciato che il settore delle telecomunicazioni italiane divenisse preda indifesa delle logiche speculative finanziarie: indebitamento, spolpamento, pochi o nessun investimento, l’unica strada possibile è la rinazionalizzare di Telecom Italia, sottraendola al rischio di finire allo straniero.
E il giro paranoico delle telecomunicazioni italiane pubbliche - finanziate dallo Stato, spolpate dai privati - sarà tornato alla casella di partenza. Senza che nessuno dei colpevoli di tanta assurdità abbia pagato pegno politico per questo scempio a quasi vent’anni dalla privatizzazione.
Fonte
12/02/2014
Banda larga. L'Italia è ultima in Europa. Le responsabilità di Telecom
Il governo presentando i risultati del rapporto Akamai stilato dal commissario all'Agenda Digitale Europea Francesco Caio, rileva l'arretratezza italiana per la diffusione della banda larga.
Se la velocità media è rimasta la stessa rilevata nel secondo trimestre del 2013 - 4,9 Mbit/s - si registra comunque un piccolo calo, pari all'1,4%: in pratica, in tre mesi c'è stato un rallentamento della banda larga. Su base annua il dato è ancora positivo - l'incremento rispetto al 2012 è ancora del 24% - ma la flessione è preoccupante e significativa: mentre il resto d'Europa cresce, noi non solo ci fermiamo, ma andiamo indietro.
Lo studio ha valutato la situazione delle telecomunicazioni italiane in vista dell'obiettivo europeo di una connessione del 50% della popolazione con una rete a 100 Mbps entro il 2020. Alla stessa data dovrebbe essere assicurata una copertura totale a 30 Mbps.
Il risultato del rapporto conferma quello che era già noto a tutti ovvero che posiziona l’Italia agli ultimissimi posti in Europa e comunque tra il 40° e il 70° posto nel Mondo nelle classifiche di penetrazione e velocità media e di picco. Pagando decenni di malagestione e, soprattutto, la mancanza di una programmazione delle infrastrutture a medio e lungo termine.
La problematica del divario digitale tra l'Italia e gli altri paesi industrializzati è nota. Mentre nel nostro paese si commercializzano regolarmente linee con velocità di 7 megabit/s (ma non manca chi utilizza ancora i 640 kb/s e chi addirittura i 56), in altri luoghi come Stati Uniti, Germania e Giappone non è infrequente stipulare un abbonamento da 100 Mb/s.
Considerato che secondo studi di settore lo sviluppo dell’Agenda Digitale sarebbe in grado di creare cinque posti di lavoro ogni due persi, con effetti positivi nei diversi campi per lo sviluppo del sistema Paese, come la scuola, l’interazione con la Pubblica Amministrazione, il Servizio Sanitario, la qualità dell'ambiente e risparmi per lo Stato e per il cittadino, la diffusione rapida dell’infrastruttura di rete è una necessità urgente non solo per le imprese ma per il sistema Paese.
E’ evidente come decenni di malagestione della cosa pubblica e anche della cosa privata, se è vero com’è vero che Telecom Italia privatizzata ha abbandonato ogni piano sensato di cablaggio in fibra, con la complicità della classe politica che in questi anni si è macchiata di malversazioni, così tanto da creare l’equazione nella testa della gente che gestione pubblica è uguale a ruberia. E che quindi sia sempre meglio il libero mercato, anche se fatto a colpi di privatizzazioni affrettate.
Telecom Italia deve tornare al più presto e senza indugio nella gestione statale, e su di essa si devono innestare investimenti a medio e lungo termine per accelerare lo sviluppo e la diffusione della banda larga paese anche oltre la convenienza economica di breve periodo. Adesso non si scherza più, adesso è il momento di cambiare. Anche perché vale sempre il vecchio adagio: “In tempi di grandi cambiamenti, chi non cambia deve essere cambiato”.
Ci sono infrastrutture essenziali e strategiche come telecomunicazioni, energia e trasporti che vanno gestite con molta attenzione, da loro dipende il funzionamento del sistema PAESE, dove la presenza è necessaria.
Per queste ragioni occorre dire no alla privatizzazione, rinazionalizzare Telecom Italia rendendola pubblica per avere democrazia, sviluppo e lavoro
Fonte
Lo studio ha valutato la situazione delle telecomunicazioni italiane in vista dell'obiettivo europeo di una connessione del 50% della popolazione con una rete a 100 Mbps entro il 2020. Alla stessa data dovrebbe essere assicurata una copertura totale a 30 Mbps.
Il risultato del rapporto conferma quello che era già noto a tutti ovvero che posiziona l’Italia agli ultimissimi posti in Europa e comunque tra il 40° e il 70° posto nel Mondo nelle classifiche di penetrazione e velocità media e di picco. Pagando decenni di malagestione e, soprattutto, la mancanza di una programmazione delle infrastrutture a medio e lungo termine.
La problematica del divario digitale tra l'Italia e gli altri paesi industrializzati è nota. Mentre nel nostro paese si commercializzano regolarmente linee con velocità di 7 megabit/s (ma non manca chi utilizza ancora i 640 kb/s e chi addirittura i 56), in altri luoghi come Stati Uniti, Germania e Giappone non è infrequente stipulare un abbonamento da 100 Mb/s.
Considerato che secondo studi di settore lo sviluppo dell’Agenda Digitale sarebbe in grado di creare cinque posti di lavoro ogni due persi, con effetti positivi nei diversi campi per lo sviluppo del sistema Paese, come la scuola, l’interazione con la Pubblica Amministrazione, il Servizio Sanitario, la qualità dell'ambiente e risparmi per lo Stato e per il cittadino, la diffusione rapida dell’infrastruttura di rete è una necessità urgente non solo per le imprese ma per il sistema Paese.
E’ evidente come decenni di malagestione della cosa pubblica e anche della cosa privata, se è vero com’è vero che Telecom Italia privatizzata ha abbandonato ogni piano sensato di cablaggio in fibra, con la complicità della classe politica che in questi anni si è macchiata di malversazioni, così tanto da creare l’equazione nella testa della gente che gestione pubblica è uguale a ruberia. E che quindi sia sempre meglio il libero mercato, anche se fatto a colpi di privatizzazioni affrettate.
Telecom Italia deve tornare al più presto e senza indugio nella gestione statale, e su di essa si devono innestare investimenti a medio e lungo termine per accelerare lo sviluppo e la diffusione della banda larga paese anche oltre la convenienza economica di breve periodo. Adesso non si scherza più, adesso è il momento di cambiare. Anche perché vale sempre il vecchio adagio: “In tempi di grandi cambiamenti, chi non cambia deve essere cambiato”.
Ci sono infrastrutture essenziali e strategiche come telecomunicazioni, energia e trasporti che vanno gestite con molta attenzione, da loro dipende il funzionamento del sistema PAESE, dove la presenza è necessaria.
Per queste ragioni occorre dire no alla privatizzazione, rinazionalizzare Telecom Italia rendendola pubblica per avere democrazia, sviluppo e lavoro
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