Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/06/2022

[Contributo al dibattito] - Punti di condensazione. La guerra, i media e il «secondo populismo»

«S’i nel mondo ci fosse un po’ di bene» avremmo, come ricetta per l’avvenire, la chiave per una ricomposizione di classe facile, coerente, pulita. Soprattutto in linea con i precetti, i desiderata, i pregiudizi e gli automatismi dei ceti politici (quali?) e intellettuali (dove?) di sinistra, e della loro sinistra ideologia. Saremmo già bell’è pronti, bandiere rosse al vento – o nere, o arcobaleno, scegliete voi al mercato delle identità il vostro pride – e via andare. Ma gli ultimi cicli di mobilitazioni sociali ci hanno ormai definitivamente abituato ad aspettarci qualcosa di ben più complicato, sporco, contraddittorio – ambivalente. Un “guazzabuglio” di soggetti sociali, con un diverso grado di internità alle categorie che usiamo per dare senso e orientarci nel caos del presente – sia di ordine sociale che geopolitico, e i due livelli sono collegati – di cui è difficile sciogliere i nodi. Linguaggi incomunicabili, comportamenti ambigui, potenzialità abortite. Bravo chi ne viene a capo. Ce lo siamo detto tutti.

I feticisti dello spurio e dell’ambivalenza a tutti i costi, così come chi considera il “casino” una maledizione esclusiva di questa fase storica e di questa composizione di classe, se ne stiano a distanza: non siamo noi quello che fa per voi. Non c’è da scandalizzarsi, né da applaudire. Davanti alla realtà concreta, la critica morale di ciò che non si conforma a quello che vorremmo e l’elogio di quello che ancora non c’è portano a ben poco. Occorre, invece, analisi concreta. Come ci stiamo dentro a questa realtà – nello specifico alla guerra, che sta informando il prossimo futuro? Quali lenti e strumenti dobbiamo usare, e quali buttare via? Che uso ne facciamo delle faglie, delle contraddizioni, delle ambiguità che ci stanno intorno e ci determinano? La domanda è politica, non analitica.

Al termine di una densa giornata di riflessione collettiva (quella del 2 aprile a Modena), partendo da questi interrogativi Raffaele Sciortino e Silvano Cacciari ci offrono spunti per affrontare i torbidi del medio periodo. Senza dare ricette, i due interventi ipotizzano domande politiche e passaggi di testimone intorno ad alcuni punti di condensazione – ruolo dei ceti medi, forme del “secondo tempo” populista, enigma della composizione giovanile, precarietà del consenso alla guerra. La trascrizione che segue, la conclusiva di questa serie, apre a una traccia di ricerca militante che dovrà necessariamente proseguire. Il lavoro non manca. Che sia per far saltare la baracca, almeno della nostra assuefazione allo stato di cose presente.

*****

Domande:

– Potreste dirci qualcosa in più sul crollo della filiera del nichel?

– Dal momento che si è parlato di disancoraggio del dollaro nelle transizioni economiche più rilevanti su scala globale, cosa prospetta un ipotetico passaggio verso lo yuan da parte dell’Arabia Saudita per la vendita di petrolio?

– Notoriamente in Francia si era visto nei Gilet Gialli l’emersione, in un primo momento, di un conflitto legato a una materia prima (il prezzo del carburante) e che di lì a poco si è esteso a lotta, diciamo così, per il “potere d’acquisto” e il costo della vita in generale; ma che si è incagliata su di sé e che poi è finita. Nell’ultima fase era rimasto perlopiù un “cittadinismo dalla voce grossa”, una rivendicazione di riconoscimento come “società civile autentica”. Insomma, quella stagione di lotta di ricompositivo aveva certe cose, altre meno. Passando a noi, in Italia c’è qualche lotta sulla circolazione? È possibile anticipare quali possano essere gli ambiti e i contesti in cui un processo di ricomposizione legato alle lotte all’interno della circolazione può presentarsi? Come immaginare l’eventuale mutare della conflittualità sociale nelle lotte sulla circolazione di beni materiali?

– Negli interventi si è parlato di primavere arabe, di quantitative easing, e quindi di inflazione. In questo periodo spesso si è parlato della possibilità di un nuovo Volcker Shock, o comunque di strategie basate sull’innalzamento violento dei tassi di interesse. C’è la possibilità che si ripeta qualcosa di simile a quello che è avvenuto negli anni Ottanta, considerando gli effetti che hanno avuto – in particolare sul Nordafrica – alcune manovre finanziarie degli ultimi decenni promosse dalla Federal Reserve e da istituzioni simili?

Raffaele Sciortino

Io partirei da una brevissima riflessione su quello che diceva Silvano, perché, come dire, mi ha risolto un problema sul quale mi sto un po’ arrovellando. In questi giorni sto lavorando appunto nello specifico sullo scontro tra Stati Uniti e Cina. Giustamente tu Silvano parlavi di “previsione e imprevedibilità” le quali, anche se non si sovrappongono, si accompagnano alla ristrutturazione tra ordine e caos. Ovviamente è sempre difficile giudicare il presente dal presente e ancor più il futuro dal presente, ma questa dinamica oggi cosa comporta? Comporta che nella fase attuale, dove sappiamo che si sta sconvolgendo l’ordine globale ma non sappiamo dove si sta andando, tutto ciò mette in discussione la capacità analitica e di azione delle strategie dei grandi attori.

Faccio solo due esempi riguardo ai grandi attori statali, partendo dagli Stati Uniti. Allora, se noi andiamo a riprendere per esempio il testo di un democratico, Brzezinski, La grande scacchiera – un libro del 1997, cioè nel pieno della riflessione a cavallo tra crisi definitiva del socialismo reale e impantanamento dell’Unione Sovietica in Afghanistan da un lato, e inizio della globalizzazione e la cosiddetta terza ondata di democratizzazione dall’altro – lì c’era addirittura scritto che in caso di scontro la Russia in Ucraina sarebbe stata destinata a impantanarsi ancora una volta, e che quindi gli Stati Uniti avrebbero dovuto fare tutto il possibile per favorirlo. Per di più prevedeva (adesso non ricordo bene i dettagli, ma non è questo il punto) che tra il 2005 e il 2015 l’Ucraina sarebbe stata inclusa nell’Unione Europea, il che vuol dire automaticamente nella Nato. In un certo senso si veniva ancora da un certo format mentale, da una condizione politica in cui era possibile stilare delle strategie e quindi in qualche modo tener conto di un certo buon livello di prevedibilità (almeno per le linee di tendenza generali) e lì innestare i propri interventi.

Ora noi, nel 2022, vediamo che Brzezinski aveva perfettamente ragione. Alcune pagine sono illuminanti. Però le conseguenze del conflitto ucraino sono molto più devastanti, o perlomeno più imprevedibili di quello che aveva preventivato la strategia statunitense durante il declino del socialismo reale.

Questo per dire che cosa? Che in certe condizioni storiche le strategie, se ben congegnate e promosse dagli attori potenti, hanno una certa presa. Per dirla con Machiavelli, la virtù ha la meglio sulla fortuna. Dunque, la nostra domanda di fondo è: ma non è che stiamo andando verso una transizione, da un assetto a un altro tale per cui la leva della strategia – ciò che gli americani chiamano la grand strategy – ha meno impatto sul reale? E che quindi, detto in altri termini, la virtù diventa molto più debole della fortuna, delle condizioni oggettive, del caso, dell’imprevedibilità?

Penso in primo luogo alla difficoltà degli Stati Uniti a elaborare una grand strategy nei confronti della Cina per i motivi che diceva Silvano e più in generale per quella contraddizione a cui mi richiamavo prima (riassumibile nell’“abbiamo bisogno della globalizzazione, però la dobbiamo rompere”, e nel frattempo il giocattolo rischia di rompersi per davvero). Oppure pensiamo a come la strategia statunitense sui microchip contro la Cina dovrebbe prevedere – almeno nei piani varati da Biden a tavolino – un sostanziale reshoring, un rientro delle produzioni dei microchip più avanzati da Taiwan e dalla Corea del Sud agli Stati Uniti. Ma questo comporta investimenti talmente enormi per cui non si sa se gli stessi Stati Uniti siano in grado di vararli e comunque nella transizione si genererebbe una sovracapacità mondiale (quindi una diminuzione della profittabilità e via discorrendo) i cui effetti sono assolutamente imprevedibili. Lì puoi innescare, ma non li puoi governare. È solo un esempio, ovviamente, ma per dire che la grossa domanda è quanto valgono le grandi strategie degli attori principali (non parliamo poi degli altri) in una fase che potremmo aver imboccato.

E questa questione fa il paio con una seconda: se la struttura del capitalismo globale, o per dirla in termini più marxisti, l’imperialismo si è trasformato in questo modo – inedito, tutto sommato, sia rispetto all’imperialismo su cui riflettevano a inizio Novecento Lenin e compagni, sia rispetto al neocolonialismo post Seconda guerra mondiale e post Bretton Woods – allora è evidente che le categorie della politica, in principal modo “destra” e “sinistra”, saltano. Non sono più adeguate a comprendere, e tantomeno a intervenire, sul reale.

E qui arrivo alle domande. Nuovo Volcker Shock? Rimanda al problema dell’imprevedibilità e della difficoltà di fare strategie con un minimo di ricadute volute, che in qualche modo superino o compensino gli effetti non voluti. Infatti, considerando quel che è costretta a fare la Federal Reserve per andare contro l’inflazione all’interno degli Stati Uniti, ma più in generale avendo inflazionato il dollaro in tutti questi anni di quantitative easing, a un certo punto avrà bisogno di riattirare capitali e quindi di alzare i tassi. Però, la conseguenza prevedibile e non voluta è quella che diceva Silvano: poiché si è così ingigantita la bolla del capitale finanziario speculativo, alzare i tassi vorrebbe dire una correzione in borsa tremenda, fino a sconvolgere il mercato delle obbligazioni. Già ne vediamo i primi segnali. Nel 1979-1981 è stata una strategia vincente e sebbene non fosse ovviamente del tutto calcolata e pianificata a tavolino, in qualche modo agiva su alcune variabili; mentre oggi le variabili sono molto più numerose e i loro effetti sono contraddittori reciprocamente. Dunque per gli stessi Stati Uniti diviene più difficile usare questa “opzione nucleare” dell’aumento dei tassi per riattirare capitali e scaricare la crisi sull’Europa e la Cina, cosa che peraltro hanno già tentato durante la crisi dell’euro del 2010-2012. Quindi, probabilmente assisteremo a uno stop and go, a un fermarsi e riprovare, nell’ottica che diceva Silvano di tentare di sterilizzare, di limitare gli effetti della crisi, senza alcuna garanzia di successo.

Rispetto invece alle lotte sociali sulla circolazione, non ci ho pensato nei termini di un settore specifico. Secondo me il problema è da porre in termini più generali e più strettamente politici, cioè ripercorrendo (ma non c’è il tempo per farlo adesso) la dinamica delle lotte sociali in Occidente dopo il 2008, e sostanzialmente il tema del cosiddetto momento populista. Quella fase si è chiaramente esaurita, la crisi pandemica ha divaricato i soggetti che in qualche modo erano confluiti in maniera differenziata sulle due sponde dell’Atlantico dentro una mobilitazione (anche solo di opinione e non d’azione, come i Gilets Jaunes) che a sua volta era confluita dentro il cosiddetto momento populista inteso sia da destra che da sinistra, se vogliamo ancora utilizzare queste categorie. Il campo si è definitivamente divaricato. Già prima della pandemia la stessa Unione Europea, recependo la spinta italiana di un minimo di mutualizzazione del debito, da un lato ha in qualche modo spuntato le armi del sovranismo antieuropeo, dall’altro ha dovuto fare proprie alcune richieste che provenivano proprio da quelle spinte populiste o neopopuliste, o come vogliamo chiamarle. Durante la crisi pandemica, i due settori principali – una piccola borghesia e un ceto medio in crisi da un lato, e spinte puramente proletarie ma senza voce e senza rappresentanza dall’altro – be’, queste due linee si sono divaricate.

Ora, la crisi ucraina con tutte le ricadute che dicevamo prima, potrebbe generare degli effetti su questo contesto, soprattutto in Europa. Negli Stati Uniti la situazione è più complessa: teniamo conto che Biden all’interno è profondamente zoppicante, presumibilmente perderà di brutto le elezioni di midterm di novembre e il trumpismo può riprendersi, anche se non sarà il trumpismo del 2016-2017. Per quanto riguarda l’Europa, la cosa interessante è che se noi probabilmente potremmo avere una ripresa di conflitti sociali o comunque di istanze sociali a partire dalle ripercussioni della crisi ucraina – e, a catena, della crisi energetica, dei prezzi, della trasformazione green e via discorrendo, le quali, come diceva giustamente Silvano, ricadranno sulla gente comune – ebbene tale ripresa di conflittualità sociale potrebbe vedersi accompagnata da una nuova richiesta, diciamo, “sovranista”. Questa richiesta sovranista però, a differenza dalla fase precrisi pandemica, potrebbe connotarsi in Europa in senso più esplicitamente antiamericano. Perché?

Perché sostanzialmente agli occhi di questi strati sociali (e lo vediamo già oggi dai sondaggi in Italia su chi non vuole mandare armi in Ucraina, chi non vuole spendere per il riarmo e insomma, su chi rischia di perderci da questa crisi) diventa sempre più evidente che la strategia statunitense dell’attizzare e continuare il conflitto in Ucraina comporta per l’Europa spaccature, crisi, deindustrializzazione, eccetera. Quindi se (ed è un grande “se”) scatterà una mobilitazione sociale, un conflitto o quantomeno un grosso scontento, io credo che in qualche modo il sovranismo si ripresenterà in forme mutate, con una connotazione non tanto antieuropea, quanto più esplicitamente antiamericana e più declinato verso le classi lavoratrici, le classi proletarie, diversamente da quanto è avvenuto nel primo momento in cui il proletariato c’era, ma era silente, e a dar voce erano i ceti medi in crisi e la piccola borghesia.

Sinceramente più di questo non mi arrischierei a dire, se non una cosa sola: sarà molto importante come si piazzeranno i giovani. Perché?

Perché durante tutta la globalizzazione ascendente e ancora nella fase dopo il 2008, gran parte della gioventù (in Occidente e in Europa nello specifico) il messaggio che ha ricevuto a grandi linee è: «possiamo farcela», «siamo ceto medio in formazione». Questo vale anche per dei giovani e per degli studenti perfettamente proletari che non avranno mai nessuna possibilità di riuscirci, e ciononostante al fatto di essere giovane e studente è stato equiparato il fatto di avere un capitale nella propria intelligenza, un capitale che si può spendere individualmente sul mercato e che quindi ti può far accedere al ceto medio. Che poi, guardate, non è così distante dall’illusione che hanno avuto le masse ucraine rispetto all’Occidente e all’Europa, e che ha portato alla tragedia che abbiamo sotto gli occhi.

Sarà dunque molto importante come si collocheranno i giovani, e su questo pende veramente un grosso punto di domanda, perché mi sembra che propendano oggi per un certo realismo e sono consapevoli della gravità della situazione e del problema; ma per ora questo realismo, a differenza di quello machiavelliano, è più un realismo dell’accettazione dell’impotenza che non della trasformazione. Le cose, però, potrebbero cambiare.

Silvano Cacciari

Allora, mi tocca fare un po’ la pastorale e la benedizione degli astanti tipico di una chiusura rituale. Mi limito a un paio di osservazioni, spero incisive, e partirei da una premessa.

Io non sono un economista. Figuratevi, il corso che tengo è di antropologia filosofica, e questo fa già capire la crisi di una disciplina. Ora, per avvicinarsi a qualcosa di sensato sul piano antropologico oggi bisogna cominciare, a mio avviso, a scavare sul grande mistero del denaro, e di lì si hanno risposte anche un po’, come potremmo chiamarle, “inaspettate”.

Per quanto riguarda la questione del nichel, mi ero trovato tre compagnie di trading (di cui onestamente non ricordo il nome, però sono un bravo ragazzo e me le ero segnate negli appunti, e nel caso le farò avere ai compagni modenesi, ma non è quello il punto) e ho anche un bel grafico che fa notare la crisi di questo soggetto finanziario. Il bello è che si legge molto bene, fa così [mima un aereo che precipita] e i grafici che fanno così li trovi in due momenti della vita: i fumetti di Paperino o le crisi di Wall Street.


Alla domanda successiva io risponderei con un criterio di metodo. Le due tesi all’ordine del giorno sono o la sostituzione del dollaro come principale divisa internazionale, oppure una coabitazione conflittuale tra moneta americana e moneta cinese con deperimento dell’euro; però stiamo attenti anche a dove queste tesi circolano. Che voi ci crediate o no, attualmente sono molte le testate speculative che scommettono sulla sostituzione del dollaro. Però quando ci scommettono le testate speculative starei molto attento a dare previsioni così secche, perché la speculazione notoriamente segue la volatilità, che nella fattispecie significa inseguire i momenti in cui si fanno soldi investendo e scommettendo contro il dollaro, e poi i momenti in cui magari se ne fanno continuando a scommettere a favore del dollaro. Quindi me la tengo come domanda, perché se devo dirla fino in fondo, ci sono dei segnali contrastanti e questa potrebbe essere tranquillamente una guerra che fa compiere al dollaro lo stesso destino che poi ebbe la sterlina tra la Prima e la Seconda guerra mondiale, così come potrebbe essere (e ho letto analisi che ritengo altrettanto attendibili) un momento di conferma della forza del dollaro per un’altra trentina d’anni ancora. I conflitti servono a sciogliere il nodo nell’una o nell’altra direzione.

Il problema della Volcker Rule è già stato risposto, e a mio avviso in maniera esauriente. Quindi è inutile che mi metta a chiosare, e mi soffermerei piuttosto sulla questione del trasferimento di capitali. Cos’è avvenuto nell’ultimo mese? È abbastanza semplice. Basta andare un po’ su internet, senza nemmeno una grossissima preparazione tecnica, si cerca di capire come è andato il Dax, come è andata la Borsa di Londra, come è andata la Borsa di Parigi e poi come è andata Wall Street. Be’, vedrete che se c’è qualcuno che ha guadagnato in questo mese è Wall Street e se c’è qualcuno che ha perso sono le borse europee. Questo, lungi da voler fare un ragionamento complottista, non vuol dire che sono le borse ad aver scatenato la guerra, ma un’altra cosa: che una delle esigenze insite della politica monetaria americana per adesso è stata naturalmente trascinata dal mercato.

In soldoni, il mercato ha cominciato a dire “c’è la guerra, spostiamoci verso gli Stati Uniti”. Tuttavia rimangono aperti degli interrogativi anche su questo piano, perché se Wall Street deve tenere questo ruolo di catalizzatore dei capitali, è evidente che i bond governativi (a due, a cinque, a dieci, a trent’anni) devono reggere. Questo è il primo elemento. È anche abbastanza evidente che comunque l’economia americana in qualche modo deve andare avanti. Se questa tendenza continua (e ci sono diversi analisti che dicono, e io condivido, che la crisi europea non sia una grossa preoccupazione per l’economia americana), allora è evidente che uno dei nodi della crisi americana, cioè la capacità di attirare capitali (e quella delle borse formali e informali americane è comunque considerevole) terrà. Probabilmente sarà uno di quei fattori capaci di fornire una comprensione della crisi. In caso contrario, chiaramente, la faccenda sarà completamente diversa. A ogni modo, da un punto di vista politico si sono oggettivamente creati due blocchi, uno attorno agli Stati Uniti (che ha ovviamente i suoi elementi di contraddizione e conflittuali) e uno attorno alla Cina-Russia (che per ora raccoglie il 60% della popolazione mondiale, e anche questo è carico dei suoi aspetti di contraddizione).

Per chiudere, mi sento anche io di dire una cosa sul piano politico. Ve lo dico chiaramente: se ci sono dei fenomeni che si sono manifestati negli ultimi cinque anni e che sono evidenti, sono quei fenomeni che nel lessico socioantropologico si nominano con la categoria di anomia, cioè di profonda sfiducia nelle istituzioni. Guardate, l’alt right in America e la popolarità di questo genere di mondo con i processi di anomia ha molto a che vedere, e in Italia il movimento novax ha toccato elementi che appartengono (o appartenevano) al mondo antagonista proprio perché parlava il linguaggio dell’anomia e quindi dell’opposizione alle istituzioni. L’anomia, infatti, ha aspetti profondamente conservativi e altri invece, diciamo, “innovativi”.

Ora se uno, in questo contesto, vuol far politica (politica eh, perché poi si possono fare tante altre cose: si può far morale, si può far giudizi etici, e così via), ovverossia cercare una ricomposizione sociale, una ricostruzione dei rapporti di forza e dare perfino qualche sconfitta significativa al nemico, una cosa se la deve proprio scordare: certo, deve avere ben chiaro cosa sta accadendo a livello globale, ma non pretendere di azzeccare un fantomatico mega equilibrio sociale-economico-politico in Russia, in Ucraina, nel mondo, a livello dell’Unione Europea e dio solo sa dove.

Io purtroppo ho visto persone non solo che stimo, ma a cui voglio un gran bene, che si sono già buttate in questo tipo di fantasticherie, cioè cercare un qualche documento che poi si diffonde, che lancia un forum civile, da lì l’incontro a livello europeo di non si capisce chi, per costruire un immaginifico racconto dove tutto quadra e dove tutto torna a uno stato di equilibrio e di fratellanza. Io, a un carissimo amico, l’ho detto: ti voglio bene, auguri, ma ti farai del male.

E allora, come si può fare qualcosa? Essendo io un vecchio provocatore (cioè, vecchio no, però provocatore sì), starei attento al fatto che il trofeo è ben visibile. C’è un solo elemento su cui si regge questo cavolo di consenso alla guerra, così come c’è un solo elemento fragile su cui si regge l’equilibrio istituzionale: sono i mass media.

Ve lo dico chiaro e tondo: nel momento in cui riesci a delegittimare il comportamento dei mass media sulla guerra salta l’equilibrio istituzionale. E dunque, cosa veramente di meglio che rovesciare tutta questa cloaca fatta di anomia, insoddisfazione, risentimento e, perché no, senso dell’ingiustizia? Essendo il rancore diffuso un mero dato di fatto, tanto vale rovesciarlo sull’unico bersaglio – i mass media appunto – che ci permette di far saltare il nostro equilibrio sistemico. Il resto, francamente, non conta. Ovviamente non si può cercare di risolvere delle crisi globali che sono molto più grandi di noi; però si può sfruttare in senso tattico gli squilibri del piano su cui possiamo effettivamente intervenire. Il punto fondamentale – a mio modesto parere, per carità d’Iddio – ­è questo.

Perché ragazzi, anche se ci fosse il Social Forum di vent’anni fa (e sinceramente abbiamo già dato, sia a livello personale ma anche come esperimento politico), non ci sarebbe comunque la forza per impedire lo sviluppo di un conflitto. Si tratta, da un punto di vista tattico, di riuscire a fare danni sul piano sistemico nel momento in cui il piano sistemico è in grave crisi verso la guerra. Questo.

Detto ciò, io non vi sto parlando di soggetti, non vi sto facendo una sociologia di alcune figure precise e non perché mi sfugga, ma, non a caso, ho detto “rovesciamo la cloaca”. Questa società, nella ristrutturazione liberista degli ultimi anni, ha prodotto tanto di quel risentimento per cui la gente non riesce neanche a sodalizzare e questo lo sappiamo benissimo; e allora cerchiamo produttivamente di rovesciare quel liquame che è stato prodotto – e del quale noi facciamo oggettivamente parte – verso un obiettivo ben preciso, quello che legittima questo sistema che abbiamo descritto oggi, cioè i mass media generalisti. Se la cosa è fatta bene, c’è pure da divertirsi.

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18/05/2022

Ucraina, l’Italia e una guerra senza scadenza

“Molti vedono solo un disordine privo di senso laddove in realtà un nuovo senso sta lottando per il suo ordinamento”

(Carl Schmitt, Terra e mare)

Pare evidente, e l’inizio della guerra russo-ucraina è una prova di quelle serie, che la società sia uscita dalla politica. Certo non è la prima volta che accade, di fronte a crisi sistemiche, quindi si tratta di delineare una riflessione su questo fenomeno.

Il primo aspetto da considerare è che, da tempo, almeno dall’inizio degli anni ’90, nelle società occidentali il nesso tra conflittualità ed efficacia è venuto progressivamente meno. Quello che negli anni ’70 si chiamava, nel linguaggio militante, “il dividendo delle lotte” è ridotto ai minimi termini mentre la conflittualità, piuttosto che uno strumento di emancipazione, assomiglia sempre più all’espressione di profondi livelli di anomia sociale, di sfiducia collettiva verso ogni genere di aggregato costituito dalle istituzioni alle residue forme della politica. La teoria della conflittualità sociale più matura, espressa sempre durante gli anni ’70, vedeva un nesso evolutivo – sinteticamente chiamato lotte/ristrutturazione/lotte – che permetteva, una volta seguite le dinamiche di ristrutturazione produttiva, d’individuare le nuove dinamiche di conflitto in una società in continua mutazione. Oggi le dinamiche di conflittualità – che emergono da ristrutturazioni produttive, mutazioni tecnologiche ed evoluzioni sociali – oltre a produrre pochi “dividendi” si presentano in forma anomica, disorientate e prive di reale potenza mentre prevalgono la spoliticizzazione o ideologie così culturalmente povere da somigliarli. Le cause sono profonde – da quelle demografiche, assolutamente ignorate specie in materia di degradazione del legame politico, alle caratteristiche della nuova divisione del lavoro (che riducono la politica a simulacro) al fatto che l’attuale società della conoscenza è gerarchica e lascia, a fondamento del proprio potere, la base della società senza un sapere reale da spendere in una attività complessa e permanente come la politica.

Se andiamo quindi a leggere un fenomeno evidentissimo come lo scarto, emerso nei sondaggi di opinione, tra basso consenso all’appoggio italiano alla guerra in Ucraina e il conformismo politico del governo, rispetto alle scelte della Nato e degli Usa, questi fattori pesano: una società non più immediatamente conflittuale, o non ancora in grado di elaborare forme nuove ed efficaci di conflitto, spoliticizzata si esprime con un distacco rispetto alla guerra, rilevato dai sondaggi e non da una reale voce autonoma, che non si traduce in pressione e mobilitazione efficaci. Del resto – se guardiamo a un periodo piuttosto lungo dalla prima guerra del golfo fino a oggi – le mobilitazioni pacifiste servono più come complesso rituale collettivo di passaggio all’esperienza della guerra che come strumento di efficace pressione politica. Anche stavolta, infatti, all’effervescenza, per quanto di diverso segno, della mobilitazione iniziale in tutto il continente dopo l’inizio della guerra ha fatto seguito un silenzioso, per quanto doloroso, adattamento alla logica bellica del conflitto russo-ucraino.

Non siamo di fronte a un fenomeno di consenso passivo, come chiamava Gramsci nei Quaderni questo genere di eventi commentando Mirskij, lo storico della letteratura russa. Siamo piuttosto di fronte a una manifestazione di alterità che non trova, e al momento neanche conosce, sbocchi politici. Cosa può cambiare questo scenario? Sicuramente il fatto che questa guerra non ha scadenza ed è troppo vicina, come impatto sulla società italiana in termini materiali ed economici ma anche di devastazione culturale, da essere ignorata in questa caratteristica. Il conflitto russo-ucraino, se continua con i suoi effetti materiali nella nostra società, è destinato a sollecitare, anche profondamente, le forme di anomia e di sfiducia istituzionale quindi a mettere in crisi i processi omeostatici attuali. Processi fatti di adattamento ed equilibrio tra società e istituzioni composto, paradossalmente, da una spoliticizzazione che non mette in discussione l’ordine esistente. Del resto i cartelli elettorali eredi dei partiti di massa non sono in condizioni di debolezza tanto differenti dalla società, oggi adattata a pura opinione pubblica: non esprimono un profilo di governo, in un precario equilibrio con un presidenza del consiglio che deve sopravvivere sia di consenso interno ma anche entro una governance globale in fibrillazione, e tantomeno una prospettiva storica riconoscibile. Si tratta di cartelli elettorali che, da una parte, sono espressione di una rappresentanza d’interessi di corto respiro mentre, dall’altra, sono il riflesso di una società spoliticizzata il cui riflesso anomico e polimorfo è anche un fenomeno da sfruttare elettoralmente con proposte politiche mordi e fuggi. Complessivamente, la riduzione della sfera politica a fenomeno periferico della società, è avvenuta anche se in termini diversi da quanto prefigurato dalla letteratura sociologiche dei decenni passati visto che, invece di ordine e benessere, abbiamo caos e impoverimento.

Quello che non ci si deve attendere, in una situazione russo-ucraina di questo tipo, con dinamiche di sterilizzazione dei conflitti profonde e datate, è il lampo che, dal nulla, rovescia l’ordine costituito. Quello che, invece, ci si può attendere è qualcosa che somiglia alla sovrapposizione di grandi e piccole scosse, stimolate dagli effetti materiali della guerra russo-ucraina, che magari non esprimono un linguaggio compiuto ma un processo di debilitazione permanente dell’ordine istituzionale del nostro paese. Cosa voglia dire fare politica entro uno scenario simile, che tocca tutto il nostro continente, è presto detto: prevale chi è in grado di coltivare processi di comunicazione, e quindi di connessione, egemoni in questo genere di multiverso sociale anomico e polimorfo; si fa ascoltare chi ha parole d’ordine nette, non gergali ma nemmeno dal generico richiamo; ha una prospettiva, oltre la contingenza, chi riesce a incidere, e invertire, le dinamiche di diseguaglianza di una società nella quale il gap economico, ma anche tecnologico e conoscitivo, si è fatto fortissimo.

Schmitt, che all’epoca di Terra e mare esprimeva una antropologia politica negativa di fondo, come abbiamo visto, parlava di un nuovo ordine giuridico-politico che si fa spazio proprio quando la sua lingua sembra incomprensibile. In realtà è una nuova complessità, piuttosto che un nuovo ordine, quella che emergere. Un fenomeno che non ha molto a che fare con l’ordine quanto con la compenetrazione di ordine e caos che caratterizza ogni complessità quindi ogni realtà. Se la guerra in Ucraina continua, visti i prevedibili riflessi sul nostro paese, il suo essere senza visibile scadenza avrà un impatto sulle evoluzioni della nostra complessità sociale. Vedremo se tutto questo cambierà le dinamiche di spoliticizzazione diffuse del nostro paese oppure se interverranno fatti nuovi.

Fonte

05/12/2021

Censis, la società italiana è irrazionale?

Con l’uscita del cinquantacinquesimo rapporto Censis sullo stato del paese sono emerse anche le consuete anticipazioni sui media. Si tratta di un genere di marketing che, in passato, ha rappresentato la fortuna dell’istituto una volta diretto da Giuseppe De Rita e che ha di fatto imposto il rapporto Censis come il documento ufficiale sullo profilo sociologico del paese come la relazione di fine maggio del governatore della Banca d’Italia lo è sul piano finanziario.

Nel corso degli anni il Censis ha proposto, con alterna fortuna, formule di lettura sullo stato del paese che oscillavano tra la ricerca degli elementi di vitalità della società italiana e quelli di critica al corto respiro dei comportamenti sociali analizzati. Quest’anno la tradizionale formula di successo, anticipare i temi guida del rapporto sui media, ha funzionato grazie all’evidenziazione di un tema sostanzialmente nuovo: l’irrazionalità di parte della società. Secondo il rapporto Censis infatti, una parte della società italiana, è in preda a un irrazionalismo “magico-religioso” che la porta a contestare l’uso dei vaccini in epoca di pandemia e, in parte, persino a considerare come seria l’ipotesi della terra piatta. Questo fenomeno, assieme all'”inverno demografico”, ovvero l’invecchiamento della popolazione, secondo il Censis mina seriamente la coesione sociale.

Di qui vanno fatte alcune considerazioni: è difficile, almeno oggi, parlare di irrazionalismo magico-religioso in senso stretto in una società secolarizzata come la nostra. Piuttosto, sia la percentuale di consenso ai novax, rilevata dal Censis, che il terrapiattismo rappresentano, a modo loro, una visione alternativa della scienza. Si tratta di anomia, profonda sfiducia nelle istituzioni, che lo stesso Censis, tra l’altro, rileva nel suo rapporto. Anomia che non investe quindi le sole istituzioni economiche e politiche ma anche, come è naturale per questo fenomeno, quelle della cura e ciò che viene convenzionalmente chiamato come scienza. Senza discutere la natura del dato fornito dal Censis, un quasi sei per cento di italiani che crede all’ipotesi della terra piatta, percentuale impossibile anche pochi anni fa, un corno del problema sta però anche nella visione rigida, caricaturale, della razionalità governamentale proposta dal Censis.

Già perché se il problema della società italiana sta nell’irrazionalismo, questione nemmeno menzionata nel corso degli anni, questa visione governamentale del razionalismo da parte del Censis è così dogmatica da apparire, se la si guarda fino in fondo, magico-religiosa come il pensiero che si vuole denunciare. Già perché, se guardiamo ai dibattiti classici sull’irrazionalismo del ‘900, il razionalismo del Censis mostra le caratteristiche di un altro genere di irrazionalismo: quello dei pochi criteri indiscutibili (es. efficienza di mercato come produzione di ricchezza e PIL come misura del successo di questa efficienza) elevati a valore universale.

Nell’indicazione del nuovo nemico interno alla nostra società, questa volta l’irrazionalismo dei ceti subalterni flagellati dalla crisi, il Censis dimentica quindi di analizzare perlomeno l’efficacia della razionalità di governo. Non è una questione banale perché in questo rapporto ne esce una rappresentazione della società nella quale la razionalità di governo è legittimata anche quando inefficace, e ineguale, perché comunque argine contro l’irrazionalità montante. Questo quando ormai è chiaro, tanto più con lo stress test globale della pandemia, che è anche la razionalità di governo a dover essere messa, crudamente, in discussione.

Infine il Censis denuncia, giustamente, tra le cause dell’irrazionalismo da anomia che pervade la nostra società, le enormi disparità di reddito degli ultimi decenni, con il conseguente impoverimento del tessuto sociale. Andrebbe anche fatta una robusta riflessione sul rapporto tra questo genere di irrazionalismo, magari ripulito dalle categorie un po’ troppo giornalistiche usate dal Censis, e il declino del sistema scolastico e universitario del nostro paese. Già, perché l’impoverimento del sapere del tessuto sociale, unito a quello prodotto dal sistema educativo, per la cura della società è un’emergenza quanto il sistema sanitario o l’indisponibilità di reddito.

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20/10/2021

[Contributo al dibattito] - No Green Pass, l’equivoco tra anomia e ricomposizione di classe

“Il giudizio politico è la capacità di percepire da lontano il rumore dei cavalli della storia” (Bismarck)

La stagione delle proteste legate all’istituzione del green pass è anche l’occasione per riflettere sull’equivoco, ormai storico, che passa nello scambiare dinamiche di anomia per processi di ricomposizione di classe. Del resto entrambi i fenomeni vivono lo stesso spazio della protesta ma lo occupano in maniera differente quando non marcatamente opposta. Per quanto riguarda il Green Pass obbligatorio al lavoro, un provvedimento con effetti spesso surreali e persino peggiorativi dello stato precedente della produzione e dei servizi, è evidente che questo equivoco è più difficile da cogliere. Ma con un attimo di pazienza la realtà viene sempre a galla.

Certo, quest’equivoco, che vuole l’espressione anomica della protesta come un elemento di ricomposizione possibile dei subalterni, ha le proprie ragioni specie nel momento in cui, nelle pratiche politiche, si cercano rapporti immediati con quello che si muove nella società. Anche perché è piuttosto mobile, e instabile, il terreno di cosa è definibile come classe. Il punto però è che le dinamiche di anomia prendono la direzione contraria di quelle di ricomposizione. Mentre le prime si esprimono come una forza continua di sfiducia e di delegittimazione delle istituzioni, non solo politiche, di una società le seconde esprimono, meglio esprimerebbero, la sedimentazione di una parte di società che tanto più si consolida tanto più toglie terreno al capitalismo. In termini banali le prime rielaborano il simulacro liberale della libera scelta, le seconde quello del diritto a prestazioni universali. Le prime entrano nelle dinamiche di potere destituente, le seconde in quello costituente.

Il problema è che la ricomposizione appare oggi soprattutto come una ipotesi di scuola a causa della lunga crisi della conflittualità di tipo marcatamente anticapitalistico già presente, nelle nostre società, a cavallo degli anni ’70 e ’80. E qui le cose si complicano perché, come accade, continuando a scambiare l’anomia per ricomposizione di classe sarà molto difficile contribuire alla ripresa di una conflittualità di segno marcatamente anticapitalistico. Anzi, come avvenuto nel recente passato, al massimo grazie a questo equivoco si genera l’impressione che “i nostri”, le classi subalterne, siano semplicemente passati armi e bagagli all’“altro” schieramento.

Il movimento no green pass, emerso nelle ultime settimane, è frutto della sedimentazione di dinamiche anomiche, di piena sfiducia nelle istituzioni, provenienti da strati differenti della società e da lunghe stagioni di scomposizione sociale, assieme a quelle legate alla protesta verso un provvedimento che ha oggettivamente scaricato sul lavoro difficoltà e costi di questa stagione della fase vaccinale. E qui gli elementi vanno separati altrimenti, oltre a confondere processi di anomia per chissà cosa, si rischia di legittimare il nulla che è convinto di muoversi politicamente.

Bisogna qui intendersi su una cosa: prima del Covid le dinamiche anomiche della società italiana, per fermarsi a quella, erano già presenti e hanno preparato quel terreno di sfiducia complessiva che è la base energetica per la “radicalizzazione” dei movimenti no vax che sono poi confluiti nel movimento no green pass. Si tratta delle dinamiche dell’erosione del lavoro, e del potere d’acquisto del salario, a causa sia della crescita bassa sia dell’evoluzione tecnologica e dell’indebolimento continuo della capacità di protezione della società da parte del welfare. Sono fenomeni tipici degli ultimi trent’anni che nelle classi subalterne hanno incubato, nel tempo, la base materiale per la generazione di un tessuto sociale polimorfo e impermeabile alla fiducia nelle istituzioni (politiche ma anche scientifiche e mediche etc). La pandemia ha rappresentato l’occasione di occupare il palcoscenico da parte di questo tipo di anomia, della sfiducia generalizzata, con il movimento no vax che è rimasto al centro della sfera pubblica grazie al passaggio alla fase no green pass.

È un tipo di anomia che esprime la propria dinamica di sfiducia, incubata in anni quando non in decenni di disgregazione sociale, nella scheletrica narrazione antagonista alla “dittatura” che funziona come elemento di aggregazione di consenso anche verso settori non interessati alla questione no vax; che è in grado di veicolare i propri messaggi sui social con forza condizionando in questo modo anche l’agenda dei media generalisti, e quindi della politica, che soffrono la concorrenza proprio dei social; che è in grado di aggregare con il linguaggio della sfiducia ampie fasce di società colpita da lunghe ristrutturazioni.

Intendiamoci, l’anomia è anche un veicolo d’innovazione come lo è uno dei processi che la caratterizzano, la devianza, proprio perché è in grado di esprimere ciò che sta fuori dai canoni ufficiali. È evidente però che questi processi reattivi, non hanno molto da spartire con la ricomposizione di classe, ne rappresentano piuttosto il simulacro non solo usando parole d’ordine come democrazia e lavoro in spontanea parodia di quelle del movimento operaio ufficiale degli anni ’50. Ma anche, e soprattutto, proponendo un paradigma, quello della libertà di scelta, e un modello, quello comunitaristico della socialità in contrapposizione al “sistema”, minimamente non in grado di reggere la durezza dell’urto con una società complessa e feroce come quella liberista.

È evidente che se fossero in atto altri processi conflittuali – ad esempio legati alla ricostruzione di un sistema sanitario univesalistico post pandemia e alla prevenzione di fronte a malattie tipiche di un capitalismo antropizzato – potremmo parlare di ricomposizione di classe da parte dei ceti subalterni delle nostre società. Perché si tratterebbe di un terreno materiale di protezione della società e di sottrazione della sanità, e del biopotere, al mercato che oltretutto fa la propria stella polare nella sinergia Big Pharma, evoluzione tecnologica, egemonia del settore finanziario. Un terreno materiale al quale va poi legata una ricchezza simbolico-comunicativa che, sola, può assicurare la connessione con vasti settori di società.

Certo dobbiamo chiederci perché, di fronte a questa sinergia, non è la ricomposizione di classe che avanza ma la forza anomica di settori di società che propongono il simulacro della resistenza alla “dittatura” entro un paradigma della libertà di scelta che non è un in grado di affrontare, e neanche di capire, nessuna delle rivendicazioni necessarie per costruire le prestazioni universalistiche dei prossimi anni, vera garanzia di cittadinanza e di sottrazione di spazio vitale al mercato. E dobbiamo anche aver chiaro che le prossime tappe della rivoluzione industriale 4.0 sono in grado di allargare lo spazio dell’anomia ben oltre quello presente. In questo senso gli anni ’20 di questo secolo possono somigliare a quelli del precedente.

Oggi, e forse domani, l’anomia prevale sulla ricomposizione. Evitare di confondere questi piani è però la precondizione per invertire questa dinamica.

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