È davvero noioso leggere le interpretazioni sui risultati elettorali nei ballottaggi.
Che abbiano vinto i candidati della destra, che l’astensione sia il primo partito, che non ci sia una “sinistra” (una forza politica la cui pratica corrisponda all’”idea” che si ha della “sinistra”), è così evidente che bisognerebbe interrogarsi sulle ragioni, piuttosto che – sui “giornaloni” come sui social – cercare di soppesare quanto abbia influito l’ininfluenza della Schlein o “l’abilità” della Meloni. Degli altri inutile parlare...
Mai come in questo caso restare con gli occhi e la mente inchiodati alle dinamiche italiche significa diventare ciechi.
La stessa tendenza – lo stesso “vento” – spira infatti su tutta Europa. Inchioda al muro la Spagna, la Grecia, la Slovenia, i paesi scandinavi, in varia misura anche la Germania e la Francia, dove pure per fortuna c’è ancora vivo e forte un movimento sociale contro Macron e il neoliberismo che non regala spazio a Le Pen et similia.
Qualche anno fa si era imposta una “alternativa populista” che sembrava in grado di modificare quadri politici ingessati da quelle che venivano lette – stupidamente – come “logiche di partito”, anziché come crisi del meccanismo della rappresentanza.
Ci si era insomma illusi che – a destra, al centro, “a sinistra” – bastasse sostituire gli esausti comitati elettorali dei “soliti noti” con formazioni “fresche, giovani, inclusive”, dai confini mobili e dalle caratteristiche organizzative “disinvolte”, per ottenere un cambiamento significativo. Se non del modello sociale e produttivo, almeno della sua capacità inclusiva, riscoprendo l’utilità di qualche diritto sociale smantellato e diversi diritti civili ormai scontati nella sensibilità del “senso comune” sociale.
In pochi mesi abbiamo visto collassare tutte le forze nate in quella stagione, qualsiasi fosse la percentuale – anche notevole – di consensi raccolti nel recente passato. È difficile trovare traccia nei risultati elettorali dei Cinque Stelle in Italia, di Podemos e Ciudadanos (centristi) in Spagna, la stessa Syiriza in Grecia (sia pure con un crollo meno catastrofico), ecc.
Se un fenomeno è comune a tutta l’Europa chiaramente non può essere analizzato ricorrendo alle solite argomentazioni ad hoc che si usano per giustificare o richiedere un cambiamento di linea o di leadership qui sotto casa.
Ed è altrettanto evidente che quelle linee politiche e le relative leadership sono il punto di arrivo di un processo di decadimento che sta arrivando al punto di decomposizione.
La “sinistra” è ormai un termine insignificante. Sta ad indicare formazioni in qualche modo derivanti alla lontana dalle ex socialdemocrazie europee, con agglomerati estremamente confusi – ad esempio in Italia – che hanno visto confluire ex comunisti ed ex democristiani, ma che hanno co-gestito negli ultimi 30 anni tutti i processi di privatizzazione-liberalizzazione attraverso cui è stato smantellato il welfare state.
Queste formazioni para-socialdemocratiche hanno insomma contribuito a quel continuo peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e della generiche “masse” su cui si è andata incistando l’ideologia fascista che oggi raccoglie consensi inquietanti, anche al lordo dell’elevatissima astensione.
Non è la prima volta che accade. Ma per le similitudini – e le lezioni della Storia – tocca tornare ad un secolo fa, alla nascita dei regimi nazifascisti in Italia e in Germania.
A leggere, per esempio, l’introduzione di Giorgy Lukacs alla sua Critica dell’ideologia fascista (chissà perché mai tradotta in italiano), dove possiamo ritrovare un meccanismo assolutamente contemporaneo, quello dell’”unità a prescindere per non far vincere la destra” che in realtà accetta il processo di fascistizzazione, ma cerca di limitarlo alle sue espressioni “meno peggio”.
“La famosa teoria del “male minore” si basa su questa visione fatalistica dell’inevitabilità del fascismo: Brüning è il male minore rispetto a Papen, Schleicher rispetto a Hitler, domani forse Hitler rispetto agli “estremisti nazionalsocialisti” ecc. E così all’infinito.”
Ma guai a interpretare le dinamiche politiche come il “motore” dell’evoluzione storica. La domanda centrale è infatti “qual è il momento generale? Ovvero, dov’è il centro di gravità degli interessi generali di classe della borghesia nel suo complesso?”
Detto altrimenti: non esiste oggi un “partito dei lavoratori e degli sfruttati”, dunque le forze politiche esistenti interpretano più o meno bene gli interessi di settori della borghesia. Che la parte numericamente dominante, in paesi come l’Italia, sia fatta di ristoratori, operatori turistici, piccola e piccolissima impresa, è certamente una disgrazia che impedisce persino di intravedere una ipotesi di “sviluppo”. A questa gente basta pagare salari da fame (o anche nulla) e vedersi togliere le tasse. Tutto il resto, per loro, non conta.
Ma in una crisi come l’attuale, che sta sfociando a passi sempre più grandi verso la guerra, non sono certo questi settori a poter “dare la linea” che mette insieme tutti i settori della borghesia.
O, se volete, è qui la ragione “strutturale” per cui un governo a guida neofascista come quello attuale segue pedissequamente – con qualche mal di pancia che mette in fibrillazione la gestione del PNRR – il solco tracciato da tutti i governi precedenti sotto la supervisione della Nato (per quanto riguarda la politica estera) e dell’Unione Europea (per quanto riguarda le politiche economiche).
“Non c’è differenza” tra le forze politiche in campo se non per le questioni puramente “ideologiche”. Ed allora ecco i Lollobrigida che ancora rimestano nei misteri della “difesa della razza”, i Pillon che vorrebbero inquisire cosa avviene sotto le lenzuola, i tanti mentecatti finalmente arrivati a poter “dire la loro” (ma è una stronzata...).
Lo stesso avviene con Vox e altre formazioni inguardabili, un po’ dappertutto, compresi gli Stati Uniti sull’orlo della guerra civile e con armi in casa sufficienti per farla davvero.
È l’Occidente neoliberista – o ”area euro-atlantica” – a trovarsi di fronte ad una perdita dell’egemonia sul resto del mondo, che comporta anche la perdita dei vantaggi competitivi storicamente sedimentati. Basti pensare alla possibilità della Francia di ramazzare l’uranio nel Sahel pagandolo con quanto bastava a nutrire l’appetito di qualche dittatore intercambiabile.
“Crisi” non è una parola magica da tirar fuori per indicare cosa non si sa descrivere dettagliatamente. È un fatto.
E la crisi di egemonia dell’imperialismo temporaneamente dominante produce guerra.
“Le masse”, i lavoratori, gli elettori insomma, “sentono” confusamente che sta avvenendo qualcosa che mette in discussione la loro vita grama, ma comunque in qualche misura migliore – grazie agli storici “vantaggi competitivi” – di quella dei popoli colonizzati.
In assenza di alternative tendono ad arruolarsi, a seguire i pifferai che provano ancora una volta ad illudere che possa esserci una soluzione “vincente”. Ovvero quella che rimette gli altri “al loro posto” e consente ai “nostri oligarchi” di andare avanti come prima.
È un’illusione, certo, perché il resto del mondo è cresciuto molto ed è ora più consapevole, sia della propria forza che della necessità di un “ordine mondiale” senza un dominus rapinatore.
Ma il velo dell’illusione non cade soltanto perché qualcuno lo indica. E il “vento di destra” non smette di soffiare fino a quando non si rompe il motore che lo aziona.
È il “vento di guerra” che va fermato. Il resto segue.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/05/2023
18/07/2017
Ius sóla
A monte, converrebbe ragionare sui motivi che spingono il principale
partito euro-liberista ad impegnarsi in una battaglia parzialmente in
favore della cittadinanza per i migranti. A valle, molto più
prosaicamente, il tentativo è stato prontamente accantonato per ragioni
elettorali. Le stesse, d’altronde, che ne avevano consigliato
l’approvazione. Gli apparenti sbandamenti politici del Pd (un giorno
ricalca le posizioni della Lega, il giorno dopo s’intestardisce sul
diritto di cittadinanza; un giorno fa sua la battaglia antifascista col
ddl Fiano, l’altro consente ai nazisti di manifestare nelle periferie
romane; con Gentiloni e Padoan presenta la sua veste tecno-europeista,
con Renzi contesta il Fiscal compact; eccetera) sono frutto di una
precisa strategia politico-elettorale. Il Pd prova cioè a presentarsi
come vero e proprio partito della nazione occupando il centro della
politica. Per altri versi, è la stessa strategia del M5S, attentissimo a
riequilibrare il proprio posizionamento quando le polemiche politiche
lo schiacciano ora a destra, ora a sinistra. Tutti i soggetti politici che mirano a governare rifuggono
come la peste un posizionamento ideologico: non è la guerra di
posizione a pagare di questi tempi, ma il continuo movimento di
sottrazione dell’elettorato altrui. Il problema sta nel non caderci,
come pure troppo spesso accade. Ovviamente
il discredito generale e trasversale che investe il Pd, almeno a
sinistra, è talmente profondo che risulta irrecuperabile, e questo è un
fatto assodato anche tra gli stessi dirigenti democratici. L’obiettivo,
in questo caso, non è quello di guadagnare voti, ma impedire ad altri
di approfittarne. Rispetto al Movimento grillino, il presentarsi come
partito “di sinistra”, antifascista e solidale, smaschera le enormi
contraddizioni che dimorano al suo interno. La vicenda del ddl Fiano in
tal senso è politicamente efficace, perché costringe il M5S a prendere
una posizione politico-ideologica, quel genere di posizioni che
Grillo & soci faticano ad inserire nella loro prosopopea
post-politica. Si dirà che dichiararsi antifascisti non sia
determinante in termini elettorali, quindi lo si potrebbe
fare “a costo zero”. A smentire questa visione ci sono le centinaia (o
forse migliaia, a leggere Cazzullo) di lettere arrivate in questi giorni
al Corriere della Sera, un giornale letto da una platea
liberale e che però restituiscono il vero e proprio orrore che questa
stessa gente, che si auto-definisce “liberale”, prova per
l’antifascismo: l’antifascismo fa guadagnare pochi voti ma ne fa perdere
molti, e questo fatto Grillo lo ha ben compreso.
Rispetto all’elettorato “forza-leghista” il tentativo di recupero passa dal decreto Orlando-Minniti, dal razzismo mascherato da securitarismo, dal presentarsi cioè come partito d’ordine in grado di gestire l’ingovernabilità sociale. Rientra tutto in un fumus altamente dannoso se non riconosciuto. Il “colpo al cerchio e l’altro alla botte” è tale solo in apparenza. Nel concreto, al di sopra delle finte dispute ideologiche, sta la rotta liberista che mette d’accordo “sinistra” e “destra” democratica. Al di sopra del ddl Fiano o dello Ius soli c’è il processo di privatizzazione del paese (vedi caso Alitalia), la gestione liberista della crisi economica (vedi la vicenda Banche venete, e prima ancora il Jobs act), la subalternità europeista (vedi l’adesione materiale di Gentiloni e Padoan ai diktat ordoliberali Ue). Sia il cerchio che la botte riguardano gli aspetti irrilevanti o secondari della gestione liberista della popolazione. Sui fondamentali l’accordo è trasversale e pacifico, e non ci sarà nessuna disputa a criticarne l’indirizzo. Questo è poi uno dei motivi per cui tutte le forze elettorali “a sinistra” del Pd (Mdp e Insieme, per altri versi anche Sinistra italiana) sono destinate al fallimento politico prima ed elettorale poi. Sulla sostanza non c’è differenza tra D’Alema e Renzi, Pisapia e Gentiloni, e le dispute sull’irrilevanza non hanno alcuna possibilità di recuperare pezzi anche minimi di astensionismo.
Ma questa nebbia alimentata ad arte da certo sensazionalismo mediatico lavora ai fianchi anche di chi si pone fuori dal campo di rappresentanza democratico. Se individuiamo come contraltare al Pd “antifascista” o “solidale” il M5S o Forza nuova, Casapound o la Lega nord, il rischio di rimanere invischiati in questo smog “retro-legittimante” è assicurato. Il Pd continua a uscirne pulito e, per l’appunto, legittimato retrospettivamente, proprio perché presentato come forza rassicurante, moderatamente antifascista, moderatamente solidale coi migranti, laddove l’alternativa ha il volto della reazione, sia essa leghista, populista, fascista, avventurista, eccetera. Certo questa legittimazione non investe il “militante” della “sinistra antagonista”, ma nel discorso pubblico l’assioma funziona, e lo fa anche per le responsabilità di chi, invece di condannare il Pd proprio perché a-fascista, razzista, xenofobo, liberista, lo presenta involontariamente come “male minore” rispetto al populismo.
Fonte
Rispetto all’elettorato “forza-leghista” il tentativo di recupero passa dal decreto Orlando-Minniti, dal razzismo mascherato da securitarismo, dal presentarsi cioè come partito d’ordine in grado di gestire l’ingovernabilità sociale. Rientra tutto in un fumus altamente dannoso se non riconosciuto. Il “colpo al cerchio e l’altro alla botte” è tale solo in apparenza. Nel concreto, al di sopra delle finte dispute ideologiche, sta la rotta liberista che mette d’accordo “sinistra” e “destra” democratica. Al di sopra del ddl Fiano o dello Ius soli c’è il processo di privatizzazione del paese (vedi caso Alitalia), la gestione liberista della crisi economica (vedi la vicenda Banche venete, e prima ancora il Jobs act), la subalternità europeista (vedi l’adesione materiale di Gentiloni e Padoan ai diktat ordoliberali Ue). Sia il cerchio che la botte riguardano gli aspetti irrilevanti o secondari della gestione liberista della popolazione. Sui fondamentali l’accordo è trasversale e pacifico, e non ci sarà nessuna disputa a criticarne l’indirizzo. Questo è poi uno dei motivi per cui tutte le forze elettorali “a sinistra” del Pd (Mdp e Insieme, per altri versi anche Sinistra italiana) sono destinate al fallimento politico prima ed elettorale poi. Sulla sostanza non c’è differenza tra D’Alema e Renzi, Pisapia e Gentiloni, e le dispute sull’irrilevanza non hanno alcuna possibilità di recuperare pezzi anche minimi di astensionismo.
Ma questa nebbia alimentata ad arte da certo sensazionalismo mediatico lavora ai fianchi anche di chi si pone fuori dal campo di rappresentanza democratico. Se individuiamo come contraltare al Pd “antifascista” o “solidale” il M5S o Forza nuova, Casapound o la Lega nord, il rischio di rimanere invischiati in questo smog “retro-legittimante” è assicurato. Il Pd continua a uscirne pulito e, per l’appunto, legittimato retrospettivamente, proprio perché presentato come forza rassicurante, moderatamente antifascista, moderatamente solidale coi migranti, laddove l’alternativa ha il volto della reazione, sia essa leghista, populista, fascista, avventurista, eccetera. Certo questa legittimazione non investe il “militante” della “sinistra antagonista”, ma nel discorso pubblico l’assioma funziona, e lo fa anche per le responsabilità di chi, invece di condannare il Pd proprio perché a-fascista, razzista, xenofobo, liberista, lo presenta involontariamente come “male minore” rispetto al populismo.
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06/05/2017
Macron, il “manchurian candidate” del regime. Ma non per questo scelgo Le Pen
Dopo il ritorno dal Donbass dove ho potuto vedere di persona una realtà esattamente opposta a quella impostaci dalla bolla di fake news nella quale qui viviamo. Dopo aver visto le vittime qui da noi trasformate in aggressori, e la ferocia degli aggressori qui da noi trasformati in vittime.
Dopo questo bagno di realtà, il ballotaggio tra Macron e Le Pen mi sembra ancora più chiaro. Il primo è il "Manchurian Candidate" del regine finanziario UE e Nato, una marionetta nelle mani dei poteri forti che sarà pericolosa per la democrazia e la pace. Inquietante è scoprire ancora una volta la forza del potere dei media, oramai un'arma autonoma del potere finanziario globale. Macron, burocrate politico e bancario senz'arte né parte, è stato imposto come un nuovo sciampo miracoloso in pochi mesi. Naturalmente decisivo è il sistema elettorale presidenziale a due turni, che permette alla migliore minoranza, Macron ha di suo meno del 24% del 70% di votanti, di prendere tutto. Un colpo di stato legale.
Macron quasi sicuramente vincerà, perché si trova di fronte l'avversario per lui migliore. Marine Le Pen ha confusamente tentato di presentarsi come la candidata antiestablishment, ma l'eredità della vecchia estrema destra francese, che ancora piange la perdita dell'Algeria e le cui radici affondano nel regime di Petain e prima ancora nella Vandea controrivoluziaria, questa eredità alla fine l'ha schiacciata.
I francesi sono così di fronte alla scelta terribile tra il candidato della nuova destra estrema, Macron, e quella della vecchia estrema destra, Le Pen. Macron è il male, ma non per questo si può scegliere il male minore Le Pen.
Mi pare uno scenario da incubo, che domani potrebbe capitare a noi, immaginate di dover scegliere alla fine tra Renzi e Salvini.
Per fortuna il referendum del 4 dicembre ha affondato la controriforma renziana, compreso il ballottaggio tra le due migliori minoranze. Ma i referendum ove i popoli si pronunciano contro il potere sono insufficienti a cambiarlo, come dimostra non solo ciò che sta avvenendo da noi, ma quello che è successo in Francia. Dove, in un referendum anni fa, contro la costituzione europea si pronunciò la grande maggioranza di un popolo che ora si troverà un presidente indottrinato di fanatico europeismo.
Questo perché l'alternativa antiestablisment rappresentata dalla vecchia estrema destra si sta dimostrando il mezzo migliore per rafforzare il potere dell'establisment. Che, per questo, tale opposizione di comodo favorisce ed alimenta con il suo potere mediatico. Come in Olanda, subito dopo gli exit poll, assisteremo alla celebrazione della sconfitta del pericolo fascista alimentato dal potere, poi il governo adotterà tutte le misure autoritarie chieste dai neofascisti. Decreto Minniti e legge "spara ai ladri" insegnano.
Sono tempi duri per la democrazia, che è esistita finché c'erano sinistre comuniste e socialiste combattive e forti abbastanza per contrastare o condizionare il potere. L'autodissoluzione di questa sinistra in Europa, il suo assorbimento nel potere e nella cultura neoliberale, sono una catastrofe sociale e politica le cui proporzioni ancora ci sono sconosciute. Ci sono segnali di resistenza, come il voto a Mélenchon e la decisione, di gran parte di coloro che quel voto hanno dato, di non scegliere tra due mali al secondo turno. Quello che qui è il quotidiano ufficiale del liberalismo trionfante, La Repubblica, non a caso si è scagliato contro il popolo di sinistra che in Francia, come in Italia, dice basta al voto utile. Utile a che? A distruggere la sinistra, a rendere impossibile una vera alternativa. Sono e saranno tempi duri, si potrà cominciare ad uscirne solo respingendo definitivamente l'ideologia e la pratica del male minore.
Fonte
Dopo questo bagno di realtà, il ballotaggio tra Macron e Le Pen mi sembra ancora più chiaro. Il primo è il "Manchurian Candidate" del regine finanziario UE e Nato, una marionetta nelle mani dei poteri forti che sarà pericolosa per la democrazia e la pace. Inquietante è scoprire ancora una volta la forza del potere dei media, oramai un'arma autonoma del potere finanziario globale. Macron, burocrate politico e bancario senz'arte né parte, è stato imposto come un nuovo sciampo miracoloso in pochi mesi. Naturalmente decisivo è il sistema elettorale presidenziale a due turni, che permette alla migliore minoranza, Macron ha di suo meno del 24% del 70% di votanti, di prendere tutto. Un colpo di stato legale.
Macron quasi sicuramente vincerà, perché si trova di fronte l'avversario per lui migliore. Marine Le Pen ha confusamente tentato di presentarsi come la candidata antiestablishment, ma l'eredità della vecchia estrema destra francese, che ancora piange la perdita dell'Algeria e le cui radici affondano nel regime di Petain e prima ancora nella Vandea controrivoluziaria, questa eredità alla fine l'ha schiacciata.
I francesi sono così di fronte alla scelta terribile tra il candidato della nuova destra estrema, Macron, e quella della vecchia estrema destra, Le Pen. Macron è il male, ma non per questo si può scegliere il male minore Le Pen.
Mi pare uno scenario da incubo, che domani potrebbe capitare a noi, immaginate di dover scegliere alla fine tra Renzi e Salvini.
Per fortuna il referendum del 4 dicembre ha affondato la controriforma renziana, compreso il ballottaggio tra le due migliori minoranze. Ma i referendum ove i popoli si pronunciano contro il potere sono insufficienti a cambiarlo, come dimostra non solo ciò che sta avvenendo da noi, ma quello che è successo in Francia. Dove, in un referendum anni fa, contro la costituzione europea si pronunciò la grande maggioranza di un popolo che ora si troverà un presidente indottrinato di fanatico europeismo.
Questo perché l'alternativa antiestablisment rappresentata dalla vecchia estrema destra si sta dimostrando il mezzo migliore per rafforzare il potere dell'establisment. Che, per questo, tale opposizione di comodo favorisce ed alimenta con il suo potere mediatico. Come in Olanda, subito dopo gli exit poll, assisteremo alla celebrazione della sconfitta del pericolo fascista alimentato dal potere, poi il governo adotterà tutte le misure autoritarie chieste dai neofascisti. Decreto Minniti e legge "spara ai ladri" insegnano.
Sono tempi duri per la democrazia, che è esistita finché c'erano sinistre comuniste e socialiste combattive e forti abbastanza per contrastare o condizionare il potere. L'autodissoluzione di questa sinistra in Europa, il suo assorbimento nel potere e nella cultura neoliberale, sono una catastrofe sociale e politica le cui proporzioni ancora ci sono sconosciute. Ci sono segnali di resistenza, come il voto a Mélenchon e la decisione, di gran parte di coloro che quel voto hanno dato, di non scegliere tra due mali al secondo turno. Quello che qui è il quotidiano ufficiale del liberalismo trionfante, La Repubblica, non a caso si è scagliato contro il popolo di sinistra che in Francia, come in Italia, dice basta al voto utile. Utile a che? A distruggere la sinistra, a rendere impossibile una vera alternativa. Sono e saranno tempi duri, si potrà cominciare ad uscirne solo respingendo definitivamente l'ideologia e la pratica del male minore.
Fonte
26/05/2016
Su mali minori e altre facezie
Da qualche anno, in prossimità delle elezioni, rinfocola la polemica
attorno alla questione del “male minore”. Complice il discredito
assoluto delle politiche centrosinistre, sembra essere stato bandito
dalla politica il concetto stesso di “male minore”, o “meno peggio”, a
seconda delle definizioni. Visto che negli anni abbiamo contribuito alla
demolizione del tic elettoralistico fondato sull’ideologia
“maleminorista”, occorre a questo punto fare delle precisazioni.
Il ventennio berlusconiano ci ha lasciato in dote una pericolosa deriva ideologica, per fortuna in questi ultimi tempi in via di superamento, che vedeva in ogni opzione politica avversa al blocco di potere forzaleghista un vero e proprio male minore rispetto al degrado morale, etico, economico, culturale che Berlusconi aveva impresso alle vicende del paese. Questa dinamica perversa aveva portato ad abbandonare ogni prospettiva legata all’emancipazione – anche parziale – delle classi subalterne, abbracciando il liberismo riformista centrosinistro in nome della sacra unità anti-berlusconiana. Riproponendo in sedicesimi fantasiosi “fronti popolari” contro forme aggiornate di “fascismo”, la sinistra di classe aveva completamente abdicato al suo ruolo storico e alla sua funzione sociale, quella di rappresentare le ragioni e i bisogni del mondo del lavoro.
Il problema era e rimane, in questo senso, interpretativo. Si andava assumendo pigramente (e comodamente) la lettura legalitario-giustizialista, dopo tangentopoli divenuta culturalmente egemone, come prospettiva attraverso cui svelare le contraddizioni della società. Lo scontro tra legalità e illegalità, onestà contro corruzione, prendeva il sopravvento sul conflitto tra capitale e lavoro e sulla difesa delle ragioni del lavoro contro quelle del capitale. Di conseguenza, dagli inizi degli anni Novanta, anche per la sinistra “dei movimenti”, la differenza fondamentale non veniva più rintracciata nella diversità di classe, ma nel rispetto delle regole, delle leggi, della decenza etica, nell’onestà dei rappresentanti politici nelle istituzioni, tutte questioni – sia chiaro – calpestate dalla banda berlusconiana al potere.
Abbiamo sempre rifiutato la riproposizione folcloristica di politiche da “fronte popolare” contro il berlusconismo o, più in generale, contro il centrodestra. Attraverso questo conflitto mediaticamente simulato, si celava la sovrapposizione completa di centrosinistra e centrodestra alle politiche liberiste. In questo senso – e solo in questo senso – la vulgata comune per cui “destra” e “sinistra” “non esisterebbero più” trovava un suo significato, almeno per il cittadino comune. Sono i concetti di “centrodestra” e “centrosinistra” a sovrapporsi, dileguando ogni differenza sostanziale in nome del programma unico liberista. Cedere alle retoriche mediatiche politicamente (ed economicamente) interessate aveva portato pezzi di movimento ad appoggiare, esplicitamente o meno, le più truci controriforme sociali votate ed approvate, in questo ventennio, tutte inderogabilmente dal riformismo centrosinistro.
Rispetto a questa dinamica storica che ha abbracciato un ventennio abbondante di politica italiana, coinvolgendo tutti i livelli del confronto pubblico, abbiamo sempre detto: non esiste un male minore tra centrosinistra e centrodestra, sono due facce della stessa medaglia liberista. Cadere nel tranello retorico significa legittimare una visione del mondo avversa degli interessi di classe: in altre parole, scavarsi la fossa con le proprie mani. Votare il centrosinistra – qualsiasi forma questo assumesse – significava votare il male peggiore, il liberal-liberismo che accomuna le due fazioni politiche principali. Questo punto di vista, teso a smascherare presunte diversità tra la “sinistra” e la “destra” parlamentari, non ha mai significato, al contrario, che in politica non esista in assoluto un “male minore”, cioè forme della rappresentanza politica che, sebbene non sovrapponibili alle nostre o non completamente condivisibili, lavorassero però oggettivamente in opposizione alla marea liberista di questi anni (o, al di là del liberismo, in opposizione al nemico politico principale del momento).
A pensarci bene è un discorso tutto sommato ovvio. Lo spettro delle differenze politiche ci pone tutti quanti su di un continuum che prevede ipotesi più vicine alle nostre e ipotesi più lontane. Dipende da che forma diamo a questo spettro di differenze, e che tipo di partita abbiamo in mente di giocare. Se destra e sinistra sono concetti intrinseci alle forme che assume il conflitto nella società, oggi questo conflitto passa per la contrapposizione alla visione del mondo liberista, che è la nuova (?) sostanza che assume oggi il concetto di “destra” politica, al di là che questa assuma le sembianze del ceto centrosinistro o centrodestro. La sinistra, in questo senso, dovrebbe opporsi al centrodestra tanto quanto al centrosinistra. E’ per questo che in politica esiste un male minore, solo che questo non è rappresentato dalle varie forme che assume oggi la sinistra riformista liberista. Pensare che in politica lo scontro sia sempre tra il “tutto” e il “niente”, tra una purezza e una corruzione ideologica, significa abdicare alla dialettica come strumento per intervenire nelle contraddizioni del presente, in favore di una rigidità ideologica parolaia da sempre caratteristica del settarismo residuale.
E qui si torna alla questione originaria: che partita abbiamo in mente di giocare e quale terreno favorisce o penalizza le nostre istanze. Se la partita è salvaguardare la propria identità politico-ideologica, di conseguenza ogni discorso su presunti “mali minori” viene automaticamente meno. Se invece la questione è come intervenire nel presente, individuando quelle condizioni che facilitano un’agibilità e una recettività potenziale, allora la questione del “male minore” ritrova una sua attualità. Come detto, però, bisogna intendersi sul significato concreto che la formula “male minore” acquista oggi. E fermo restando un dato di partenza concreto: l’irrilevanza della sinistra nella società, ragione originaria delle odierne diatribe su presunti “mali minori”.
Fonte
Il ventennio berlusconiano ci ha lasciato in dote una pericolosa deriva ideologica, per fortuna in questi ultimi tempi in via di superamento, che vedeva in ogni opzione politica avversa al blocco di potere forzaleghista un vero e proprio male minore rispetto al degrado morale, etico, economico, culturale che Berlusconi aveva impresso alle vicende del paese. Questa dinamica perversa aveva portato ad abbandonare ogni prospettiva legata all’emancipazione – anche parziale – delle classi subalterne, abbracciando il liberismo riformista centrosinistro in nome della sacra unità anti-berlusconiana. Riproponendo in sedicesimi fantasiosi “fronti popolari” contro forme aggiornate di “fascismo”, la sinistra di classe aveva completamente abdicato al suo ruolo storico e alla sua funzione sociale, quella di rappresentare le ragioni e i bisogni del mondo del lavoro.
Il problema era e rimane, in questo senso, interpretativo. Si andava assumendo pigramente (e comodamente) la lettura legalitario-giustizialista, dopo tangentopoli divenuta culturalmente egemone, come prospettiva attraverso cui svelare le contraddizioni della società. Lo scontro tra legalità e illegalità, onestà contro corruzione, prendeva il sopravvento sul conflitto tra capitale e lavoro e sulla difesa delle ragioni del lavoro contro quelle del capitale. Di conseguenza, dagli inizi degli anni Novanta, anche per la sinistra “dei movimenti”, la differenza fondamentale non veniva più rintracciata nella diversità di classe, ma nel rispetto delle regole, delle leggi, della decenza etica, nell’onestà dei rappresentanti politici nelle istituzioni, tutte questioni – sia chiaro – calpestate dalla banda berlusconiana al potere.
Abbiamo sempre rifiutato la riproposizione folcloristica di politiche da “fronte popolare” contro il berlusconismo o, più in generale, contro il centrodestra. Attraverso questo conflitto mediaticamente simulato, si celava la sovrapposizione completa di centrosinistra e centrodestra alle politiche liberiste. In questo senso – e solo in questo senso – la vulgata comune per cui “destra” e “sinistra” “non esisterebbero più” trovava un suo significato, almeno per il cittadino comune. Sono i concetti di “centrodestra” e “centrosinistra” a sovrapporsi, dileguando ogni differenza sostanziale in nome del programma unico liberista. Cedere alle retoriche mediatiche politicamente (ed economicamente) interessate aveva portato pezzi di movimento ad appoggiare, esplicitamente o meno, le più truci controriforme sociali votate ed approvate, in questo ventennio, tutte inderogabilmente dal riformismo centrosinistro.
Rispetto a questa dinamica storica che ha abbracciato un ventennio abbondante di politica italiana, coinvolgendo tutti i livelli del confronto pubblico, abbiamo sempre detto: non esiste un male minore tra centrosinistra e centrodestra, sono due facce della stessa medaglia liberista. Cadere nel tranello retorico significa legittimare una visione del mondo avversa degli interessi di classe: in altre parole, scavarsi la fossa con le proprie mani. Votare il centrosinistra – qualsiasi forma questo assumesse – significava votare il male peggiore, il liberal-liberismo che accomuna le due fazioni politiche principali. Questo punto di vista, teso a smascherare presunte diversità tra la “sinistra” e la “destra” parlamentari, non ha mai significato, al contrario, che in politica non esista in assoluto un “male minore”, cioè forme della rappresentanza politica che, sebbene non sovrapponibili alle nostre o non completamente condivisibili, lavorassero però oggettivamente in opposizione alla marea liberista di questi anni (o, al di là del liberismo, in opposizione al nemico politico principale del momento).
A pensarci bene è un discorso tutto sommato ovvio. Lo spettro delle differenze politiche ci pone tutti quanti su di un continuum che prevede ipotesi più vicine alle nostre e ipotesi più lontane. Dipende da che forma diamo a questo spettro di differenze, e che tipo di partita abbiamo in mente di giocare. Se destra e sinistra sono concetti intrinseci alle forme che assume il conflitto nella società, oggi questo conflitto passa per la contrapposizione alla visione del mondo liberista, che è la nuova (?) sostanza che assume oggi il concetto di “destra” politica, al di là che questa assuma le sembianze del ceto centrosinistro o centrodestro. La sinistra, in questo senso, dovrebbe opporsi al centrodestra tanto quanto al centrosinistra. E’ per questo che in politica esiste un male minore, solo che questo non è rappresentato dalle varie forme che assume oggi la sinistra riformista liberista. Pensare che in politica lo scontro sia sempre tra il “tutto” e il “niente”, tra una purezza e una corruzione ideologica, significa abdicare alla dialettica come strumento per intervenire nelle contraddizioni del presente, in favore di una rigidità ideologica parolaia da sempre caratteristica del settarismo residuale.
E qui si torna alla questione originaria: che partita abbiamo in mente di giocare e quale terreno favorisce o penalizza le nostre istanze. Se la partita è salvaguardare la propria identità politico-ideologica, di conseguenza ogni discorso su presunti “mali minori” viene automaticamente meno. Se invece la questione è come intervenire nel presente, individuando quelle condizioni che facilitano un’agibilità e una recettività potenziale, allora la questione del “male minore” ritrova una sua attualità. Come detto, però, bisogna intendersi sul significato concreto che la formula “male minore” acquista oggi. E fermo restando un dato di partenza concreto: l’irrilevanza della sinistra nella società, ragione originaria delle odierne diatribe su presunti “mali minori”.
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