Negli ultimi 25 anni, tutti i Governi che si sono succeduti con l’intenzione di diminuire il gap tra il mondo del lavoro e i sistemi formativi, hanno creato un groviglio legislativo tra cui è davvero difficile districarsi.
In questo contesto, la prima domanda che mi viene in mente è: “La Riforma dei percorsi tecnico-professionali del 4+2 è necessaria o si aggiunge confusione alla confusione?”
A me sembra che continuiamo a muoverci nell’ottica di quell’aforisma francese che recita: “plus ça change, plus c’est la même choose!”. Ci troviamo di fronte al paradosso: cambiar tutto per non cambiar niente!
Qual è la ratio della Legge 121/24 e soprattutto a cosa mira?
L’impianto del disegno di legge, approvato pochi mesi fa, sulla scia del DL 144/22 convertito nella Legge 175/22, si presenta con l’aria ballerina della sperimentazione, salvo poi fare pressioni sulle singole scuole affinché il percorso quadriennale venga adottato.
La proposta è, per certi aspetti, allettante per gli alunni, i quali sono implicitamente attirati dalla riduzione del percorso scolastico, pertanto le singole scuole, sulle quali pesa, come un macigno sul collo, la legge del dimensionamento, un “congegno” che innesca una sorta di spirale competitiva, specialmente tra gli Istituti tecnici e professionali, si vedono costrette ad aderire alla sperimentazione, pur di mantenere un determinato numero di alunni.
Non sarebbe un dramma, se la riduzione del tempo scuola avesse come motore la riorganizzazione dei saperi, in relazione ai cambiamenti intervenuti nell’ambiente circostante, provando a dare una risposta alla crisi sociale, economica e politica in cui siamo piombati ormai da decenni. No! In questa proposta non ci sono spiragli critici sulla possibile caducità dell’intero impianto normativo, non ci sono dubbi sul dove si vuole andare a parare e non vede la crisi che avvolge la stessa scuola.
Si sostiene espressamente, rimanendo nel solco degli interventi legislativi dell’ultimo quarto di secolo, che la filiera tecnico-professionale non è conforme alle richieste e alle aspettative delle imprese. Quindi, stage, tirocini e, in generale, l’insieme delle attività di PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento) non corrispondono agli standard produttivi delle aziende.
Infatti, i management aziendali accusano il sistema formativo di non essere in grado di fornire “forza lavoro pronta”, per esplicare le mansioni e le qualifiche di cui necessitano. Sembra che a nulla valgano i mille sforzi degli Istituti scolastici di attivare didattiche laboratoriali e di adeguarle al mondo del lavoro. Non c’è via di scampo e il sistema formativo è sotto scacco.
Accorciare il tempo scuola significa allungare il tempo di lavoro ed aver lavoratori pronti per l’uso denota la riduzione dei costi di avviamento, i quali diventano prossimi allo zero. Perdipiù, attualmente, nella stragrande maggioranza dei casi, l’accesso alla produzione prende forma mediante stage, tirocini e contratti di apprendistato, ossia tutte forme di riduzioni consistenti del salario di ingresso.
Dunque, il tentativo di porre in essere la riforma dei percorsi tecnico-professionali, per la ratio da cui essa promana e che sto cercando di descrivere, mette in evidenza due aspetti essenziali:
- nel primo si evince il rafforzamento della linea di demarcazione tra i percorsi liceali e quelli tecnico-professionali, dando valore alla tesi che gli studenti dei tecnici e dei professionali sono indirizzati prioritariamente alle linee di produzione;
- nel secondo, invece, emerge l’inadeguatezza della formazione che ricevono gli studenti dei percorsi tecnico-professionali, buttando discredito anche sui loro formatori, cioè gli insegnanti.
La crisi che investe il sistema scolastico non è una prerogativa dell’Italia, infatti anche in altri paesi dell’area OCSE i legislatori continuano a porsi un interrogativo, che secondo Ken Robinson (1) rientra nei discorsi dell’assurdo, in quanto pretendono di conoscere in anticipo, se il sistema formativo fornisce agli studenti le competenze necessarie, per trovare il loro posto nell’economia del XXI secolo, mentre, nella realtà, non si riesce a prevedere ciò che accadrà nelle prossime due settimane, per via dell’elevata flessibilità delle relazioni produttive e dell’alea a cui sono sottoposti i mercati del lavoro.
Se finora l’ingerenza delle imprese sul sistema formativo dei tecnici e dei professionali è stata indiretta, dettando le norme morali per rendere gli studenti “appetibili” nel mercato del lavoro, con la “filiera 4+2”, un pezzo della formazione didattica viene consegnato agli ITS academy, spalancando ai privati la porta della scuola pubblica, pertanto gli imprenditori e i liberi professionisti potranno intervenire direttamente sulla formazione e con lo stampino produrranno forza lavoro strettamente correlata alle esigenze delle aziende.
L’idea di un’educazione pubblica, per come l’abbiamo vista nascere e sviluppare e per come la stiamo ancora vivendo, nonostante le contraddizioni che da essa affiorano, è un’idea rivoluzionaria e ha sostenerlo non è un sedicente agitatore delle masse, ma Ken Robinson, uno scrittore mite, che ha lavorato a lungo, come formatore per il Governo britannico, sulle riforme del sistema scolastico.
L’istruzione pubblica è uno dei capisaldi dello Stato sociale ed è libera e gratuita per tutti, non è un privilegio per pochi eletti ed è tenuta in piedi con la fiscalità generale.
L’affermazione del Diritto allo studio incontrò numerosi ostacoli lungo il suo percorso, in quanto i suoi più accaniti oppositori sostenevano che i figli della classe lavoratrice non erano educabili.
Per capire il senso di questo lungo travaglio, è bene ricordare che nella seconda metà del XIX secolo, in Inghilterra, uno dei paesi più sviluppati al mondo, era ancora molto diffuso il pensiero che i pargoli della working class erano geneticamente incapaci di leggere e scrivere, quindi non valeva la pena spendere tempo e denaro su questa utopia. (2)
Nel XX secolo, le generazioni che ci hanno preceduto hanno attraversato due guerre mondiali e la Grande crisi degli anni Trenta, prima che i fautori dello Stato sociale costruissero le fondamenta del sistema scolastico pubblico, per affrontare, da questo punto di vista, due dei cinque giganti individuati da W. Beveridge: la disperazione e l’ignoranza.
In Italia, da un censimento del 1951, risultava che il tasso di analfabetismo era ancora pressante ed è compreso tra il 2% della Lombardia e il 32% della Calabria.
L’intervento dello Stato, in base all’impostazione keynesiana, ha consentito di uscire dalla miseria generalizzata, realizzando politiche di pieno impiego, cioè espandendo il lavoro salariato nel settore pubblico, mediante la soddisfazione di quei bisogni che venivano de-privati, in quanto sottostavano al principio dell’accumulazione capitalistica, secondo il quale le risorse per soddisfarli erano scarse.
In base alla logica del capitale, che non contempla la filantropia, la costruzione di una scuola ha senso solo se l’investimento assume la configurazione di un sito di produzione per il mercato, ossia la combinazione dei fattori produttivi, il capitale fisso e quello variabile, nello specifico la struttura, con le relative attrezzature e il personale docente, quello tecnico, amministrativo e ausiliario, prende forma solo se si prevede che ci siano studenti (clienti) disponibili ad intercettare l’offerta formativa, pagando il relativo prezzo.
Qualcosa del genere accade in molte scuole private degli USA – anche in altri paesi – là dove, nel 2019, il Boarding School Review ha affermato che le tasse per l’accesso all’istruzione secondaria variano da 9.600 a 90.000 dollari all’anno.
In simili circostanze, è chiaro che solo i ragazzi che appartengono alle famiglie benestanti possono permettersi di terminare il secondo ciclo delle scuole superiori o d’iscriversi all’Università, a meno che i soggetti economicamente più fragili non vincano le limitatissime borse di studio o, nella maggior parte dei casi, accendano mutui bancari che porteranno sulle loro spalle, sperando che tutto vada per il verso giusto e troveranno il fatidico lavoro, per restituire i debiti contratti.
Il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione, com’è noto, facendo leva sul principio di solidarietà, ha rappresentato la spinta per il superamento delle disparità economiche, che di fatto limitavano l’accesso alle istruzioni dei bambini e degli adolescenti delle classi meno abbienti, i quali venivano avviati precocemente al lavoro, per accorciare il tempo, attraverso cui esercitavano un peso sulle condizioni di esistenza delle loro famiglie.
La scolarizzazione di massa è un processo graduale e capillare che si snoda su tutto il territorio nazionale, il cui motore trova la sua energia nei bisogni di emancipazione del movimento operaio e contadino, ma anche nel pensiero di esponenti del modo cattolico come don Lorenzo Milani e don Roberto Sardelli. Il primo considerava la scuola come il luogo mediante il quale si impara ad apprendere insieme, non da soli, la sua visione pedagogica supera l’individuo isolato, pertanto se si vive un problema comune, allora “sortirne insieme è la politica, mentre sortirne da soli è l’avarizia”.
Negli anni '50 e '60 del secolo scorso, non tutti i bambini potevano accedere a strutture idonee, per svolgere le lezioni, infatti don Sardelli svolse la sua azione pedagogica nella baraccopoli del Parco degli Acquedotti a Roma, formando giovani menti che misero in discussione la sudditanza personale.
In queste baracche, abitate da persone povere, senza acqua potabile e corrente elettrica, non predomina la rivalità o il desiderio bramoso di sopraffare l’altro: si cerca di trovare insieme una via d’uscita.
Negli anni '60 c’è la piena occupazione e quasi tutti i giovani e gli adulti in età lavorativa, che vivono in quelle baracche, sono impiegati nel settore edilizio e riescono a mantenere le proprie famiglie, quindi nonostante le difficili condizioni di lavoro, la comunità respira un’aria di speranza e la nuova generazione acquisisce la consapevolezza che con la scuola si possa trovare un lavoro meglio remunerato o quantomeno possa fungere da ascensore sociale, superando la rigida stratificazione sociale formatasi nel corso dei decenni precedenti.
Nei primi anni '70 – racconta Galapagos – le imprese contattavano direttamente i neolaureati e questi ultimi non dovevano neanche inoltrare la domanda, per poter lavorare; l’allievo di Federico Caffè, appena laureato, rifiutò un lavoro ben pagato in una grande banca, orientandosi, invece, verso un Istituto di ricerca pubblico. (3)
Questa motivazione ha funzionato fino a quando non è riemerso il problema della disoccupazione, a metà degli anni '70, in Italia e in altri paesi dell’’area OCSE.
Il moltiplicatore della Spesa pubblica, una volta innalzato il livello del reddito complessivo, nel senso che le condizioni di vita di milioni di persone sono diventate accettabili o decenti, non riesce ad espandere ulteriormente la domanda aggregata e il connesso lavoro salariato, se non con l’aumento delle relative imposte o il ricorso all’indebitamento.
Con il passare degli anni, per ottenere la stessa posizione economica, nello svolgimento di un ruolo simile, non era più sufficiente conseguire il diploma. Nel settore pubblico, per esempio, in ambito scolastico, fino al 2001, per l’accesso all’insegnamento nella scuola primaria è sufficiente il conseguimento del Diploma dell’Istituto Magistrale, negli anni successivi diventa necessaria la Laurea in Scienze della Formazione Primaria.
Ma se le barriere in entrata aumentano, se i requisiti di accesso prevedono ulteriori titoli, poiché i posti disponibili sono continuamente inferiori alle domande inoltrate, tutto ciò non significa che le competenze e le conoscenze non siano adeguate al mercato del lavoro, anzi, è proprio il mercato del lavoro che è intasato dal proliferare dei titoli. Se hai conseguito il TFA Sostegno e ti mancano i 30 CFU, scivoli di 1.000 posizioni, nella GPS di Roma, quindi rischi di non prendere l’incarico a tempo determinato. Ma nel frattempo, si moltiplicano i corsi formativi a pagamento nelle Università telematiche.
Ora, questo discorso, in un certo senso, vale anche per gli studenti: non è vero che sono meno formati o hanno meno competenze rispetto al passato. La loro capacità produttiva, che si presenta come il risultato delle generazioni precedenti, in quanto combinazione del sapere e del saper fare con le nuove tecnologie, sopravanza di gran lunga la domanda di forza lavoro delle imprese, pertanto i giovani vengono messi in lista di attesa (Stage, tirocini) o instradati nello svolgimento di lavori improduttivi o assunti con contratti a tempo determinato, reiterati nel tempo, dando luogo a un immenso flusso di “fatica sprecata”.
Nella loro indole, le nuove generazioni percepiscono le prospettive cupe e le richieste bizzarre che provengono dal mondo del lavoro, avvertono, in qualche misura, il deprezzamento salariale che li attende, legato alla precarietà lavorativa. Tuttavia, quello che, forse, non riescono a concepire è il come le istituzioni scolastiche continuino ad ostinarsi a dare delle risposte che non trovano una corrispondenza nelle nuove circostanze che sono state create.
Il messaggio che continuano a ricevere è che la scuola abbia lo scopo di trovare un lavoro o quantomeno che essa percorra tutte le vie possibili, affinché si raggiunga l’obiettivo, quando emerge con una certa intensità che è sempre più difficile riprodurre il lavoro salariato.
Il riproporre, con insistenza, quelle soluzioni che hanno funzionato prima che lo Stato sociale entrasse in crisi, a metà degli anni '70 del secolo scorso, negli ultimi due lustri, come dice Robinson, sta amplificando il morbo dell’ADHD, di altri disturbi che richiedono il supporto psicoterapeutico e, in generale, di quel fenomeno noto come dispersione scolastica, poiché, sempre più spesso, gli studenti non riescono a trovare la motivazione per andare a scuola.
Note
1) Ken Robinson, Cambiare i paradigmi dell’educazione
2) ibidem
3) Galapagos, La compagnia del riformista, in Scritti quotidiani di F. Caffè, a cura di R. Carlini, Manifestolibri 2007, p. 151.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/01/2025
La scuola è morta… viva la scuola!
La recente riforma per istituti tecnici e professionali che prevede il passaggio da 5 a 4 anni, con la possibilità di estensione a 4+2 con un biennio ITS, sarà proposta in via sperimentale a partire dal prossimo anno scolastico.
Le perplessità sono molte e ci si chiede quale sia la strategia sottesa.
Da un punto di vista formativo e di apprendimento ci si chiede come fare 5 anni in 4 (perché il monte ore dei quattro anni sarà equivalente a quello dei 5) possa garantire l’acquisizione delle stesse competenze. Chi ha un minimo, veramente minimo, di esperienza nella scuola sa fin troppo bene come a stento si riesca in 5 anni a raggiungere le “competenze” richieste (e in realtà raramente ci si riesce); i ragazzi avrebbero spesso bisogno di stare un paio di anni in più... invece ci staranno un anno di meno. Quello che non capivano in 5, ci si chiede come possano capirlo in 4, con programmi ancora più compressi e superficiali. Si mira alla formazione? Molte delle ora tagliate saranno probabilmente realizzate come PCTO (la vecchia alternanza).
Si mira allora alla professionalizzazione? Maggiore esperienza in azienda? Qui l’equivoco di fondo è proprio nel credere che la scuola serva solo a formare dei lavoratori; essa serve in primo luogo a formare dei cittadini, aspetto che non è molto chiaro come sarà risolto nel passaggio da ore di lezione coi professori a ore di azienda.
Ma ammettiamo che riesca in tutti gli intenti. Dopo i 4 anni gli studenti potranno accedere agli ITS… già lo possono fare adesso con i 5. Potranno accedere all’università… già lo possono fare adesso con i 5… L’unica differenza in verità è che finiranno un anno prima, molto probabilmente avendo meno competenze rispetto alle poche che già hanno adesso.
Entreranno prima nel mercato nel lavoro! Così potranno essere disoccupati un anno prima... Il tasso di disoccupazione (nonostante venga attualmente misurato in maniera piuttosto farlocca) della fascia di età 15-24 è circa del 20% (il 15,6 diplomati). E non contiamo i NEET della stessa fascia, quelli che non studiano, non lavorano, non si formano, ecc. sono un altro bel 15%. Con un tasso di disoccupazione reale spaventoso, l’unica chance di trovare lavoro è essere ben qualificati, cosa che gli studenti non sono e meno lo saranno facendo 5 anni in 4.
L’unico obiettivo effettivo, sicuro, di lungo periodo, se la riforma avrà successo e si estenderà, sarà passare da 5 anni a 4. Per ora si giura e si garantisce che verranno mantenuti i livelli occupazionali dei docenti, ma il sospetto (sicuramente sbagliato) è che lo si faccia adesso per far passare la sperimentazione e che poi, una volta divenuta stabile, si vedrà. Se così fosse, ci sarebbe un potenziale taglio netto del 20% del corpo docente...
Non li si può licenziare? Eliminiamo i posti. Più di 100.000... Sarebbe, finalmente, la soluzione all’annosa questione dei precari...
W la scuola!
Fonte
Le perplessità sono molte e ci si chiede quale sia la strategia sottesa.
Da un punto di vista formativo e di apprendimento ci si chiede come fare 5 anni in 4 (perché il monte ore dei quattro anni sarà equivalente a quello dei 5) possa garantire l’acquisizione delle stesse competenze. Chi ha un minimo, veramente minimo, di esperienza nella scuola sa fin troppo bene come a stento si riesca in 5 anni a raggiungere le “competenze” richieste (e in realtà raramente ci si riesce); i ragazzi avrebbero spesso bisogno di stare un paio di anni in più... invece ci staranno un anno di meno. Quello che non capivano in 5, ci si chiede come possano capirlo in 4, con programmi ancora più compressi e superficiali. Si mira alla formazione? Molte delle ora tagliate saranno probabilmente realizzate come PCTO (la vecchia alternanza).
Si mira allora alla professionalizzazione? Maggiore esperienza in azienda? Qui l’equivoco di fondo è proprio nel credere che la scuola serva solo a formare dei lavoratori; essa serve in primo luogo a formare dei cittadini, aspetto che non è molto chiaro come sarà risolto nel passaggio da ore di lezione coi professori a ore di azienda.
Ma ammettiamo che riesca in tutti gli intenti. Dopo i 4 anni gli studenti potranno accedere agli ITS… già lo possono fare adesso con i 5. Potranno accedere all’università… già lo possono fare adesso con i 5… L’unica differenza in verità è che finiranno un anno prima, molto probabilmente avendo meno competenze rispetto alle poche che già hanno adesso.
Entreranno prima nel mercato nel lavoro! Così potranno essere disoccupati un anno prima... Il tasso di disoccupazione (nonostante venga attualmente misurato in maniera piuttosto farlocca) della fascia di età 15-24 è circa del 20% (il 15,6 diplomati). E non contiamo i NEET della stessa fascia, quelli che non studiano, non lavorano, non si formano, ecc. sono un altro bel 15%. Con un tasso di disoccupazione reale spaventoso, l’unica chance di trovare lavoro è essere ben qualificati, cosa che gli studenti non sono e meno lo saranno facendo 5 anni in 4.
L’unico obiettivo effettivo, sicuro, di lungo periodo, se la riforma avrà successo e si estenderà, sarà passare da 5 anni a 4. Per ora si giura e si garantisce che verranno mantenuti i livelli occupazionali dei docenti, ma il sospetto (sicuramente sbagliato) è che lo si faccia adesso per far passare la sperimentazione e che poi, una volta divenuta stabile, si vedrà. Se così fosse, ci sarebbe un potenziale taglio netto del 20% del corpo docente...
Non li si può licenziare? Eliminiamo i posti. Più di 100.000... Sarebbe, finalmente, la soluzione all’annosa questione dei precari...
W la scuola!
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24/09/2023
La scuola deve davvero preparare al lavoro?
Il 18 settembre il governo ha approvato un disegno di legge che riguarda “l’istituzione della filiera tecnologico-professionale” e la “revisione della valutazione del comportamento delle studentesse e degli studenti”.
In questo modo sono state accomunate nello stesso disegno di legge due materie diverse tra loro, il cui filo conduttore comune può essere individuato solo nel progetto di andare verso un’istruzione classista e autoritaria ben coerente con i fondamenti ideologici fascisti della forza maggioritaria nell’attuale governo.
In questo articolo mi concentrerò solo sulla prima delle due questioni enunciate, cioè l’istruzione tecnologico-professionale, lasciando a un prossimo intervento la discussione della “valutazione del comportamento”.
Il disegno di legge del governo prevede una maxisperimentazione che coinvolgerà il 30% degli istituti tecnici e professionali già a partire dal prossimo anno scolastico 2024-2025. Tale sperimentazione è volta a costituire una “filiera formativa tecnologico-professionale” che prevede percorsi quadriennali integrati tra istruzione e formazione professionale.
Già dalla durata del percorso di studi emerge il carattere classista del disegno di legge, che riserva ai figli dei ricchi i percorsi dei licei quinquennali che danno accesso all’università che è invece negata a chi frequenta la cosiddetta filiera tecnico-professionale, destinata in linea di principio ai giovani delle classi popolari.
Una discriminazione molto forte poiché anticipa alla fine delle scuole medie la scelta sul percorso scolastico e formativo dei ragazzi che in caso di decisione verso la filiera tecnico professionale comporta l’esclusione da un futuro universitario.
Si comprende meglio, alla luce di questo dato, il ruolo degli insegnanti “orientatori” che dovrebbero essere presenti da quest’anno nelle scuole, ai quali sarà riservato anche il ruolo di limitare i sogni di promozione sociale dei giovani economicamente svantaggiati. In pratica, la selezione di classe sempre presente nella nostra scuola sarà resa istituzionale con l’esistenza di un percorso quinquennale riservato a chi può permetterselo e destinato alla formazione dei gruppi dirigenti e uno di serie B per chi sarà rapidamente inserito nel mondo del lavoro. Tutto ciò in barba al “merito” ormai iscritto nella dizione del Ministero un tempo della Pubblica Istruzione.
Passiamo a esaminare quale sarà il destino dei giovani una volta terminato il quadriennio tecnologico-professionale. Le possibilità sono due: sostenere un esame finale per ottenere un attestato che li avvii al lavoro, oppure, per chi ha ottenuto risultati migliori accedere alla formazione biennale presso l’ITS Academy, cioè la nuova denominazione degli Istituti Tecnici Superiori di cui abbiamo già discusso più volte su Contropiano.
Tutta la filiera tecnico-professionale sarà comunque concepita su base regionale e vedrà la partecipazione alla progettazione dell’istruzione dei privati, leggasi le imprese presenti sul territorio, fatto che già avviene per gli ITS Academy.
Inoltre, il disegno di legge riafferma la scelta di non destinare maggiori risorse pubbliche alla scuola (per le armi invece non ci sono limiti) ribadendo due volte che non ci dovranno essere costi aggiuntivi per la finanza pubblica per l’istituzione della filiera tecnologico-professionale.
Se fondi serviranno, si ricorrerà a finanziamenti privati su base locale che potranno anche prevedere la stipula di contratti di prestazione d’opera per attività d’insegnamento con “soggetti del mondo del lavoro e delle professioni”. Una strada peraltro già percorsa per gli ITS Academy, retti da fondazioni miste pubblico-privato, in cui la metà dei docenti è di provenienza aziendale. Quale sia il livello di impregnazione ideologica aziendalista e di sottomissione all’impresa trasmesso da tali docenti è facile da immaginare.
La precoce canalizzazione di alcuni percorsi scolastici verso il lavoro non rappresenta di per sé una novità, poiché è una scelta che fa parte delle direttive europee dalla metà degli anni novanta diventate un mantra sulla “scuola che deve formare al lavoro” e “che deve rispondere alle esigenze del mondo produttivo” ripetute sino a diventare un luogo comune di talk show e discorsi dei politici (oltre che dei frequentatori dei bar).
Tuttavia, non è per niente vero che nel nostro ordinamento sociale e costituzionale la scuola debba preparare al lavoro o peggio, come vedremo, a un determinato lavoro presso specifiche aziende.
La scuola in uno stato democratico come dovrebbe essere l’Italia ha il compito di formare e istruire i cittadini, pur nella diversità degli orientamenti di studio che tuttavia devono attagliarsi agli interessi e alle inclinazioni dei giovani e, non ai bisogni delle imprese. Deve essere una scuola che offre saperi umanistici, scientifici e tecnici, che apre a uno sguardo critico sul mondo in una condizione tendenzialmente egualitaria tra gli studenti e che per questo dà possibilità di promozione sociale ai giovani delle classi popolari non relegandoli da principio a ruoli subalterni.
Non c’è dubbio che in tempi di crisi economica e di alta disoccupazione giovanile, lo specchietto per le allodole di un lavoro sicuro possa attrarre l’attenzione di molte famiglie che temono per il futuro dei propri figli.
Purtroppo si tratta di una pericolosa trappola. Anzitutto, il cosiddetto “mercato del lavoro” è oggi imprevedibile cosi come sono difficilmente immaginabili gli scenari economici e produttivi a medio termine. Ciò che prevede il disegno di legge (e che è già praticato negli ITS Academy) è la preparazione dei giovani in base alle esigenze delle imprese di un certo territorio su base regionale o provinciale.
Per chiarire con un esempio: se in una provincia ci sono imprese che producono bulloni e in un’altra caciotte, la formazione dei giovani sarebbe incentrata su questo tipo di produzioni.
Tuttavia, è assai rischioso immaginare una formazione specifica per un certo tipo di produzione e se nel giro di qualche anno non si lavorassero, in quei luoghi, bulloni e caciotte a causa di un mutamento economico-produttivo, la scuola impostata su quelle esigenze diverrebbe anacronistica. In pratica, non si possono progettare delle istituzioni sulle esigenze immediate delle aziende di un territorio.
Più serio sarebbe certamente il percorso che si seguiva sino agli anni novanta, quando i giovani ricevevano dagli istituti tecnici una formazione non immediatamente finalizzata (che è l’unica vera formazione) e successivamente, dopo l’assunzione da parte di un’azienda, erano istruiti ai compiti specifici che vi avrebbero svolto.
Evidentemente, tale formazione interna rappresentava per le imprese un investimento sul giovane neoassunto, da cui avrebbero tratto profitto nel corso degli anni.
Oggi non è più così poiché la flessibilità e la precarizzazione dominanti nel mondo del lavoro non rendono più produttivo per le aziende formare giovani che resteranno al loro interno magari soltanto pochi mesi.
Questa situazione di precarietà occupazionale, che corrisponde a cambiamenti di filiere produttive, a delocalizzazione selvagge e a un mercato che non si regola affatto da sé come qualcuno crede, rende avventurista la costruzione di scuole ad hoc per un territorio.
Resta peraltro vero che nel mondo del lavoro le occupazioni di livello intermedio, a cui erano destinati un tempo i diplomati degli istituti tecnici, sono sempre meno disponibili a vantaggio di lavori a bassa qualificazione.
Ecco perché, in ogni caso, al di là della poco credibile propaganda ministeriale sull’alto livello delle “Academy” i percorsi scolastici sono e saranno sempre più incentrati sulle “competenze”, sorta di prontuario della flessibilità, a scapito dei saperi, quindi su percorsi poco qualificati che permetteranno alle imprese di utilizzare in modo flessibile e intercambiabile il “capitale umano” che esce dalle scuole.
Il progetto di Valditara, che riprende in forme peggiorative alcune idee già circolate in epoca morattiana è quindi un attacco mortale a qualunque pretesa di egualitarismo e distrugge definitivamente l’idea che la scuola possa essere luogo di emancipazione e di riscatto sociale.
C’è da sperare che da parte degli studenti giunga una risposta decisa e forte di opposizione a un progetto che riporterebbe indietro di decenni il sistema scolastico e il suo impianto istituzionale e culturale e anche la società italiana nel suo insieme, poiché non si deve mai dimenticare che la scuola, formando i cittadini, influenza anche le tendenze future della società.
Fonte
In questo modo sono state accomunate nello stesso disegno di legge due materie diverse tra loro, il cui filo conduttore comune può essere individuato solo nel progetto di andare verso un’istruzione classista e autoritaria ben coerente con i fondamenti ideologici fascisti della forza maggioritaria nell’attuale governo.
In questo articolo mi concentrerò solo sulla prima delle due questioni enunciate, cioè l’istruzione tecnologico-professionale, lasciando a un prossimo intervento la discussione della “valutazione del comportamento”.
Il disegno di legge del governo prevede una maxisperimentazione che coinvolgerà il 30% degli istituti tecnici e professionali già a partire dal prossimo anno scolastico 2024-2025. Tale sperimentazione è volta a costituire una “filiera formativa tecnologico-professionale” che prevede percorsi quadriennali integrati tra istruzione e formazione professionale.
Già dalla durata del percorso di studi emerge il carattere classista del disegno di legge, che riserva ai figli dei ricchi i percorsi dei licei quinquennali che danno accesso all’università che è invece negata a chi frequenta la cosiddetta filiera tecnico-professionale, destinata in linea di principio ai giovani delle classi popolari.
Una discriminazione molto forte poiché anticipa alla fine delle scuole medie la scelta sul percorso scolastico e formativo dei ragazzi che in caso di decisione verso la filiera tecnico professionale comporta l’esclusione da un futuro universitario.
Si comprende meglio, alla luce di questo dato, il ruolo degli insegnanti “orientatori” che dovrebbero essere presenti da quest’anno nelle scuole, ai quali sarà riservato anche il ruolo di limitare i sogni di promozione sociale dei giovani economicamente svantaggiati. In pratica, la selezione di classe sempre presente nella nostra scuola sarà resa istituzionale con l’esistenza di un percorso quinquennale riservato a chi può permetterselo e destinato alla formazione dei gruppi dirigenti e uno di serie B per chi sarà rapidamente inserito nel mondo del lavoro. Tutto ciò in barba al “merito” ormai iscritto nella dizione del Ministero un tempo della Pubblica Istruzione.
Passiamo a esaminare quale sarà il destino dei giovani una volta terminato il quadriennio tecnologico-professionale. Le possibilità sono due: sostenere un esame finale per ottenere un attestato che li avvii al lavoro, oppure, per chi ha ottenuto risultati migliori accedere alla formazione biennale presso l’ITS Academy, cioè la nuova denominazione degli Istituti Tecnici Superiori di cui abbiamo già discusso più volte su Contropiano.
Tutta la filiera tecnico-professionale sarà comunque concepita su base regionale e vedrà la partecipazione alla progettazione dell’istruzione dei privati, leggasi le imprese presenti sul territorio, fatto che già avviene per gli ITS Academy.
Inoltre, il disegno di legge riafferma la scelta di non destinare maggiori risorse pubbliche alla scuola (per le armi invece non ci sono limiti) ribadendo due volte che non ci dovranno essere costi aggiuntivi per la finanza pubblica per l’istituzione della filiera tecnologico-professionale.
Se fondi serviranno, si ricorrerà a finanziamenti privati su base locale che potranno anche prevedere la stipula di contratti di prestazione d’opera per attività d’insegnamento con “soggetti del mondo del lavoro e delle professioni”. Una strada peraltro già percorsa per gli ITS Academy, retti da fondazioni miste pubblico-privato, in cui la metà dei docenti è di provenienza aziendale. Quale sia il livello di impregnazione ideologica aziendalista e di sottomissione all’impresa trasmesso da tali docenti è facile da immaginare.
La precoce canalizzazione di alcuni percorsi scolastici verso il lavoro non rappresenta di per sé una novità, poiché è una scelta che fa parte delle direttive europee dalla metà degli anni novanta diventate un mantra sulla “scuola che deve formare al lavoro” e “che deve rispondere alle esigenze del mondo produttivo” ripetute sino a diventare un luogo comune di talk show e discorsi dei politici (oltre che dei frequentatori dei bar).
Tuttavia, non è per niente vero che nel nostro ordinamento sociale e costituzionale la scuola debba preparare al lavoro o peggio, come vedremo, a un determinato lavoro presso specifiche aziende.
La scuola in uno stato democratico come dovrebbe essere l’Italia ha il compito di formare e istruire i cittadini, pur nella diversità degli orientamenti di studio che tuttavia devono attagliarsi agli interessi e alle inclinazioni dei giovani e, non ai bisogni delle imprese. Deve essere una scuola che offre saperi umanistici, scientifici e tecnici, che apre a uno sguardo critico sul mondo in una condizione tendenzialmente egualitaria tra gli studenti e che per questo dà possibilità di promozione sociale ai giovani delle classi popolari non relegandoli da principio a ruoli subalterni.
Non c’è dubbio che in tempi di crisi economica e di alta disoccupazione giovanile, lo specchietto per le allodole di un lavoro sicuro possa attrarre l’attenzione di molte famiglie che temono per il futuro dei propri figli.
Purtroppo si tratta di una pericolosa trappola. Anzitutto, il cosiddetto “mercato del lavoro” è oggi imprevedibile cosi come sono difficilmente immaginabili gli scenari economici e produttivi a medio termine. Ciò che prevede il disegno di legge (e che è già praticato negli ITS Academy) è la preparazione dei giovani in base alle esigenze delle imprese di un certo territorio su base regionale o provinciale.
Per chiarire con un esempio: se in una provincia ci sono imprese che producono bulloni e in un’altra caciotte, la formazione dei giovani sarebbe incentrata su questo tipo di produzioni.
Tuttavia, è assai rischioso immaginare una formazione specifica per un certo tipo di produzione e se nel giro di qualche anno non si lavorassero, in quei luoghi, bulloni e caciotte a causa di un mutamento economico-produttivo, la scuola impostata su quelle esigenze diverrebbe anacronistica. In pratica, non si possono progettare delle istituzioni sulle esigenze immediate delle aziende di un territorio.
Più serio sarebbe certamente il percorso che si seguiva sino agli anni novanta, quando i giovani ricevevano dagli istituti tecnici una formazione non immediatamente finalizzata (che è l’unica vera formazione) e successivamente, dopo l’assunzione da parte di un’azienda, erano istruiti ai compiti specifici che vi avrebbero svolto.
Evidentemente, tale formazione interna rappresentava per le imprese un investimento sul giovane neoassunto, da cui avrebbero tratto profitto nel corso degli anni.
Oggi non è più così poiché la flessibilità e la precarizzazione dominanti nel mondo del lavoro non rendono più produttivo per le aziende formare giovani che resteranno al loro interno magari soltanto pochi mesi.
Questa situazione di precarietà occupazionale, che corrisponde a cambiamenti di filiere produttive, a delocalizzazione selvagge e a un mercato che non si regola affatto da sé come qualcuno crede, rende avventurista la costruzione di scuole ad hoc per un territorio.
Resta peraltro vero che nel mondo del lavoro le occupazioni di livello intermedio, a cui erano destinati un tempo i diplomati degli istituti tecnici, sono sempre meno disponibili a vantaggio di lavori a bassa qualificazione.
Ecco perché, in ogni caso, al di là della poco credibile propaganda ministeriale sull’alto livello delle “Academy” i percorsi scolastici sono e saranno sempre più incentrati sulle “competenze”, sorta di prontuario della flessibilità, a scapito dei saperi, quindi su percorsi poco qualificati che permetteranno alle imprese di utilizzare in modo flessibile e intercambiabile il “capitale umano” che esce dalle scuole.
Il progetto di Valditara, che riprende in forme peggiorative alcune idee già circolate in epoca morattiana è quindi un attacco mortale a qualunque pretesa di egualitarismo e distrugge definitivamente l’idea che la scuola possa essere luogo di emancipazione e di riscatto sociale.
C’è da sperare che da parte degli studenti giunga una risposta decisa e forte di opposizione a un progetto che riporterebbe indietro di decenni il sistema scolastico e il suo impianto istituzionale e culturale e anche la società italiana nel suo insieme, poiché non si deve mai dimenticare che la scuola, formando i cittadini, influenza anche le tendenze future della società.
Fonte
19/07/2022
Che fine hanno fatto i “professionali”? Storia di una maturità
L’istruzione è stata smantellata pezzo a pezzo negli ultimi trent’anni almeno. È stato raccontato più volte dalle pagine di questo giornale. Dall’autonomia scolastica fino al PNRR e al D.L. 36, convertito in Legge dal governo appena caduto, che forzano in modo inedito il definitivo asservimento della scuola alle imprese.
È stato detto anche su Contropiano qualche giorno fa in modo molto chiaro. Ed è evidente a chiunque conosca un po’ l’evoluzione e la storia della scuola degli ultimi anni come questo asservimento abbia riguardato soprattutto l’istruzione professionale (ancor più di quella tecnica).
Non potrebbe d’altronde che essere così: è dagli istituti professionali che esce quella classe lavoratrice ipersfruttata, a bassa formazione culturale e iperprecaria, tanto richiesta dal “tessuto produttivo italiano ed europeo”.
Quello che voglio provare a raccontare è cosa si vede della formazione professionale a capitarci quasi per caso, come presidente di commissione di maturità, per di più a maturità avviata (il covid, non lo dice nessuno, ma nelle commissioni d’esame ha continuato a creare enormi problemi) e in un serale, un serale di meccanici motoristi e manutentori.
Il contesto, va brevemente ricordato, è quello delineato dalle grandi riforme degli ultimi anni, con il decreto 61/2017 (poi divenuto legge), i Decreti Ministeriali che l’hanno seguito nel 2018 e 2019 e le Linee Guida, allegate al Regolamento del 2018.
Siamo di fronte a un sistema in cui è possibile passare dalla Formazione Professionale Regionale (IeFP) a quella statale (IP) ad ogni anno di studio e viceversa e che permette a chi esce dai quattro anni regionali di accedere al quinto anno del percorso statale per acquisire il diploma.
Sono i professionali dei Progetti Formativi Individuali, che significano poi sostanzialmente la possibilità di andare in azienda e non a scuola fin dal secondo anno di scuola superiore (a 15 anni). Dove l’apprendistato è la norma fin dalla seconda, nei fatti. Dove molte ore che dovrebbero essere di scuola sono di lavoro.
È il contesto dove gli studenti provenienti dall’IeFP spesso e volentieri non hanno mai fatto una vera ora di storia o di italiano e dove queste sono estremamente penalizzate anche nei percorsi statali. Dove i laboratori sono spesso non all’altezza di quanto si fa in azienda (gli studenti che ho esaminato possono lavorare con macchine utensili CNC, controllate da dispositivi elettronici integrati, macchine molto costose), non perché la scuola resti indietro a livello di preparazione (d’altronde i colleghi di materie professionalizzanti, incontrati in questo esame, in gran parte precari e decisamente preparati, sono quasi tutti immersi anche nel mondo del lavoro esterno alla scuola), ma perché una scuola definanziata non può certo permettersi macchinari di quel tipo.
Dove le aziende hanno rapporti costanti con le scuole, cui attingono, per ottenere manodopera gratis o a basso costo, con la promessa di una stabilizzazione futura (promessa, va detto, che non sempre è una bugia, ma che non giustifica quello che nella sostanza è sfruttamento minorile). Questo è il contesto dei professionali.
I ragazzi e gli uomini (una sola ragazza, come c’era da aspettarsi) che ho esaminato con la commissione avevano frequentato la scuola serale. Un tipo di scuola in via di estinzione, considerata più un costo che una risorsa e un servizio dagli istituti dove è ancora presente, quindi difficile da rintracciare (alcuni studenti facevano anche un’ora e mezzo di viaggio sui mezzi ad andare e a tornare per frequentare la scuola e spesso frequentavano un ultimo anno non coerente con il precedente percorso di studi), nata per accogliere quei lavoratori che decidono di accedere a quell’istruzione cui per mille motivi non hanno avuto accesso in gioventù. Ma è ancora così?
Qualche lavoratore adulto ha dato l’esame con noi: padri di famiglia, per lo più stranieri, che con il diploma possono acquisire ruoli in azienda ormai preclusi a chi non ha il diploma superiore, per quelle stesse regole e logiche europee che poi impoveriscono miseramente la qualità della loro formazione.
Per lo più però ho visto sfilare davanti a me ragazzi giovani, che avevano perso anni nelle scuole diurne, “scarti” di istituti tecnici e, a volte, anche professionali, oppure ragazzi che avevano scelto la IeFP e poi hanno fatto il passaggio all’Istituto Professionale continuando a lavorare.
E che ragazzi erano? Ragazzi che conoscono il mondo del lavoro, per lo più con vite faticose e lavori duri. Ragazzi che spesso però non avevano avuto modo di costruire la propria formazione umana e culturale, a fianco di quella professionale.
Ragazzi cui il collega di italiano aveva dovuto insegnare a scrivere in modo almeno accettabile nella loro lingua madre (a volte), in una lingua seconda mai acquisita completamente in altri casi (i ragazzi di origine straniera sono moltissimi in questi corsi, per quella logica di integrazione verso il basso, che vuole braccia e non uomini e donne, che l’ha purtroppo avuta vinta in questo paese).
Ragazzi che a volte avevano studiato la storia per la prima volta in quinta, perché i percorsi personalizzati, le scelte dei Centri di Formazione Professionale, i loro percorso spezzettati, avevano impedito loro di frequentare un numero minimo di ore di storia e di studiarla.
Ragazzi difficili, con vite dolorose. Ragazzi, a volte, di una fragilità devastante, loro che i colleghi mi hanno detto essere stati così spavaldi in corso d’anno, imbevuti, quando andava bene, della logica della “azienda mia che voglio aprire”, in un mondo globalizzato che sta distruggendo l’ideale tutto italiano delle piccole imprese, e, quando andava male, presi dal mondo delle criptovalute, degli investimenti on line (in cui investivano i loro sudati stipendi), alla disperata ricerca di quel successo individuale, di quell’essere speciali che questa società gli propina come il solo modo per sentirsi esseri umani di un qualche valore.
I più bravi lavorano tutti in aziende all’avanguardia, che si occupano di settori di nicchia, o del settore del lusso. I più fortunati hanno datori di lavoro che li stanno “crescendo”, investendo nella loro formazione, che li hanno spinti a diplomarsi, che ci tengono che apprendano (certo finché le cose e gli affari vanno bene...), qualcuno coronerà a breve il sogno di fare il meccanico in una squadra di auto da corsa, qualcuno vedrà l’apprendistato trasformato in contratto a tempo indeterminato, qualcuno andrà alle ITS Accademy, dove si specializzerà ulteriormente, sempre e solo secondo quanto richiesto dal tessuto imprenditoriale locale, qualcuno ha scoperto in quinta che a lui piacevano italiano e storia, molto più della meccanica, peccato che la scuola sia finita.
Tutti svolgono un numero di ore di lavoro che non corrisponde a quanto scritto sul contratto, la maggioranza era commossa e triste nel lasciare quel contesto scolastico: i compagni, i professori, che in qualche modo facevano da paracadute in una società che li può fare a pezzi in un minuto.
E sono fortunati, perché vivono nell’hinterland di una grande città del nord, dove per ora il tessuto produttivo tiene. Sono fortunati perché i colleghi con cui ho fatto l’esame erano tutti docenti seri, coinvolti, presenti, preparati, appassionati. Non è sempre così.
Quello che ho visto, da docente comunista, è la classe lavoratrice, la classe degli sfruttati, che ancora cerca nella scuola un riscatto (anche da scelte sbagliate, dalla mancanza di saggezza e controllo della prima adolescenza) e a cui la scuola offre lavoro, sfruttamento e troppo poca cultura, troppo poca scuola, troppo poca formazione.
Quello che ho visto sono studenti che la scuola italiana non sa tenere, interessare, appassionare e quindi respinge, invia alla Formazione Regionale, dove però troppo spesso si perde quella possibilità di formazione umana e culturale necessaria a operare scelte ragionate nella vita.
Quello che ho visto è una classe lavoratrice atomizzata, ridotta ad individui singoli, illusa dall’individualismo capitalista, cui dobbiamo tornare a parlare del senso della propria funzione di classe che produce la vera ricchezza del paese, cui dobbiamo tornare a parlare di diritti sociali: a un lavoro dignitoso, che non si mangi 10 ore ogni giorno, a una casa, a una socialità non consumistica, a costruirsi un futuro sicuro; cui dobbiamo tornare a parlare del diritto all’istruzione, alla cultura e anche ad un rapporto con il lavoro che non sia quello dello sfruttamento capitalistico, un rapporto con la cultura e il lavoro che possa emancipare e non schiavizzare.
Fonte
È stato detto anche su Contropiano qualche giorno fa in modo molto chiaro. Ed è evidente a chiunque conosca un po’ l’evoluzione e la storia della scuola degli ultimi anni come questo asservimento abbia riguardato soprattutto l’istruzione professionale (ancor più di quella tecnica).
Non potrebbe d’altronde che essere così: è dagli istituti professionali che esce quella classe lavoratrice ipersfruttata, a bassa formazione culturale e iperprecaria, tanto richiesta dal “tessuto produttivo italiano ed europeo”.
Quello che voglio provare a raccontare è cosa si vede della formazione professionale a capitarci quasi per caso, come presidente di commissione di maturità, per di più a maturità avviata (il covid, non lo dice nessuno, ma nelle commissioni d’esame ha continuato a creare enormi problemi) e in un serale, un serale di meccanici motoristi e manutentori.
Il contesto, va brevemente ricordato, è quello delineato dalle grandi riforme degli ultimi anni, con il decreto 61/2017 (poi divenuto legge), i Decreti Ministeriali che l’hanno seguito nel 2018 e 2019 e le Linee Guida, allegate al Regolamento del 2018.
Siamo di fronte a un sistema in cui è possibile passare dalla Formazione Professionale Regionale (IeFP) a quella statale (IP) ad ogni anno di studio e viceversa e che permette a chi esce dai quattro anni regionali di accedere al quinto anno del percorso statale per acquisire il diploma.
Sono i professionali dei Progetti Formativi Individuali, che significano poi sostanzialmente la possibilità di andare in azienda e non a scuola fin dal secondo anno di scuola superiore (a 15 anni). Dove l’apprendistato è la norma fin dalla seconda, nei fatti. Dove molte ore che dovrebbero essere di scuola sono di lavoro.
È il contesto dove gli studenti provenienti dall’IeFP spesso e volentieri non hanno mai fatto una vera ora di storia o di italiano e dove queste sono estremamente penalizzate anche nei percorsi statali. Dove i laboratori sono spesso non all’altezza di quanto si fa in azienda (gli studenti che ho esaminato possono lavorare con macchine utensili CNC, controllate da dispositivi elettronici integrati, macchine molto costose), non perché la scuola resti indietro a livello di preparazione (d’altronde i colleghi di materie professionalizzanti, incontrati in questo esame, in gran parte precari e decisamente preparati, sono quasi tutti immersi anche nel mondo del lavoro esterno alla scuola), ma perché una scuola definanziata non può certo permettersi macchinari di quel tipo.
Dove le aziende hanno rapporti costanti con le scuole, cui attingono, per ottenere manodopera gratis o a basso costo, con la promessa di una stabilizzazione futura (promessa, va detto, che non sempre è una bugia, ma che non giustifica quello che nella sostanza è sfruttamento minorile). Questo è il contesto dei professionali.
I ragazzi e gli uomini (una sola ragazza, come c’era da aspettarsi) che ho esaminato con la commissione avevano frequentato la scuola serale. Un tipo di scuola in via di estinzione, considerata più un costo che una risorsa e un servizio dagli istituti dove è ancora presente, quindi difficile da rintracciare (alcuni studenti facevano anche un’ora e mezzo di viaggio sui mezzi ad andare e a tornare per frequentare la scuola e spesso frequentavano un ultimo anno non coerente con il precedente percorso di studi), nata per accogliere quei lavoratori che decidono di accedere a quell’istruzione cui per mille motivi non hanno avuto accesso in gioventù. Ma è ancora così?
Qualche lavoratore adulto ha dato l’esame con noi: padri di famiglia, per lo più stranieri, che con il diploma possono acquisire ruoli in azienda ormai preclusi a chi non ha il diploma superiore, per quelle stesse regole e logiche europee che poi impoveriscono miseramente la qualità della loro formazione.
Per lo più però ho visto sfilare davanti a me ragazzi giovani, che avevano perso anni nelle scuole diurne, “scarti” di istituti tecnici e, a volte, anche professionali, oppure ragazzi che avevano scelto la IeFP e poi hanno fatto il passaggio all’Istituto Professionale continuando a lavorare.
E che ragazzi erano? Ragazzi che conoscono il mondo del lavoro, per lo più con vite faticose e lavori duri. Ragazzi che spesso però non avevano avuto modo di costruire la propria formazione umana e culturale, a fianco di quella professionale.
Ragazzi cui il collega di italiano aveva dovuto insegnare a scrivere in modo almeno accettabile nella loro lingua madre (a volte), in una lingua seconda mai acquisita completamente in altri casi (i ragazzi di origine straniera sono moltissimi in questi corsi, per quella logica di integrazione verso il basso, che vuole braccia e non uomini e donne, che l’ha purtroppo avuta vinta in questo paese).
Ragazzi che a volte avevano studiato la storia per la prima volta in quinta, perché i percorsi personalizzati, le scelte dei Centri di Formazione Professionale, i loro percorso spezzettati, avevano impedito loro di frequentare un numero minimo di ore di storia e di studiarla.
Ragazzi difficili, con vite dolorose. Ragazzi, a volte, di una fragilità devastante, loro che i colleghi mi hanno detto essere stati così spavaldi in corso d’anno, imbevuti, quando andava bene, della logica della “azienda mia che voglio aprire”, in un mondo globalizzato che sta distruggendo l’ideale tutto italiano delle piccole imprese, e, quando andava male, presi dal mondo delle criptovalute, degli investimenti on line (in cui investivano i loro sudati stipendi), alla disperata ricerca di quel successo individuale, di quell’essere speciali che questa società gli propina come il solo modo per sentirsi esseri umani di un qualche valore.
I più bravi lavorano tutti in aziende all’avanguardia, che si occupano di settori di nicchia, o del settore del lusso. I più fortunati hanno datori di lavoro che li stanno “crescendo”, investendo nella loro formazione, che li hanno spinti a diplomarsi, che ci tengono che apprendano (certo finché le cose e gli affari vanno bene...), qualcuno coronerà a breve il sogno di fare il meccanico in una squadra di auto da corsa, qualcuno vedrà l’apprendistato trasformato in contratto a tempo indeterminato, qualcuno andrà alle ITS Accademy, dove si specializzerà ulteriormente, sempre e solo secondo quanto richiesto dal tessuto imprenditoriale locale, qualcuno ha scoperto in quinta che a lui piacevano italiano e storia, molto più della meccanica, peccato che la scuola sia finita.
Tutti svolgono un numero di ore di lavoro che non corrisponde a quanto scritto sul contratto, la maggioranza era commossa e triste nel lasciare quel contesto scolastico: i compagni, i professori, che in qualche modo facevano da paracadute in una società che li può fare a pezzi in un minuto.
E sono fortunati, perché vivono nell’hinterland di una grande città del nord, dove per ora il tessuto produttivo tiene. Sono fortunati perché i colleghi con cui ho fatto l’esame erano tutti docenti seri, coinvolti, presenti, preparati, appassionati. Non è sempre così.
Quello che ho visto, da docente comunista, è la classe lavoratrice, la classe degli sfruttati, che ancora cerca nella scuola un riscatto (anche da scelte sbagliate, dalla mancanza di saggezza e controllo della prima adolescenza) e a cui la scuola offre lavoro, sfruttamento e troppo poca cultura, troppo poca scuola, troppo poca formazione.
Quello che ho visto sono studenti che la scuola italiana non sa tenere, interessare, appassionare e quindi respinge, invia alla Formazione Regionale, dove però troppo spesso si perde quella possibilità di formazione umana e culturale necessaria a operare scelte ragionate nella vita.
Quello che ho visto è una classe lavoratrice atomizzata, ridotta ad individui singoli, illusa dall’individualismo capitalista, cui dobbiamo tornare a parlare del senso della propria funzione di classe che produce la vera ricchezza del paese, cui dobbiamo tornare a parlare di diritti sociali: a un lavoro dignitoso, che non si mangi 10 ore ogni giorno, a una casa, a una socialità non consumistica, a costruirsi un futuro sicuro; cui dobbiamo tornare a parlare del diritto all’istruzione, alla cultura e anche ad un rapporto con il lavoro che non sia quello dello sfruttamento capitalistico, un rapporto con la cultura e il lavoro che possa emancipare e non schiavizzare.
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