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09/06/2022

Liste nere. Gabrielli nega, ma non convince

Come si dice in gergo, è stata “pestata una merda”. Era fin troppo visibile l’imbarazzo di politici e commentatori interventisti dopo la pubblicazione della “lista nera” di giornalisti, analisti, commentatori accusati di essere la “rete di Putin in Italia”.

È apparso evidente come in Italia, con leader imposti dall’alto, con un paese in guerra che nega di essere in guerra e con la maggioranza della popolazione che continua ad essere contraria alla guerra, si sia ormai aperto un “fronte interno” che piccona severamente la pretesa di essere una democrazia liberale, trasformandola, da tempo, in una democradura. Le liste nere, scrivevamo due giorni fa, rivelano la profonda infezione del sistema.

Ieri è dovuto intervenire il responsabile del governo per i servizi segreti, Franco Gabrielli, negando che la lista di “proscritti filorussi” pubblicata dal Corriere della Sera sia opera loro: “I Servizi italiani non hanno mai stilato alcuna lista di politici, giornalisti, opinionisti o commentatori, né hai mai svolto attività di dossieraggio”.

Ma Gabrielli ha ammesso che di recente si è riunito un tavolo di lavoro interministeriale: “istituito sin dal 2019 presso il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza e al quale partecipano le diverse Amministrazioni competenti per materia, la cui attività, svolta esclusivamente sulla base di fonti aperte, mira non all’individuazione di singoli soggetti, bensì alla disamina di contenuti riconducibili al fenomeno della disinformazione”.

Per questo, ha aggiunto l’ex capo della Polizia, sarebbero destituite di ogni fondamento le indiscrezioni circolate nei giorni scorsi.

In realtà sia il fatto che lo stesso Gabrielli sia stato costretto a intervenire, sia la conferma dell’esistenza di questo “tavolo” che elabora dossier su “fonti aperte”, rendono molto poco convincente la smentita dell’apparato di Palazzo Chigi.

Un dossier su fonti aperte significa che alcuni specialisti dei servizi sono stati messi all’opera monitorando tutto quello che circola in rete, nei social network, nelle televisioni grandi e piccole, ricavandone un dossier riconducibile a soggetti che in Italia si sono messi di traverso rispetto alla linea interventista e guerrafondaia del governo.

Ogni contenuto di informazione ha un autore o un media che lo mette in circolazione. E quegli autori, con nome e cognome, sono finiti nel dossier. La zona grigia in tutto questo sta nell’individuare “chi” ha deciso di fare questo dossier e “come” sia finito nelle mani di due giornaliste esperte del Corriere della Sera, spesso al lavoro su “esternazioni” dei servizi. Le quali, il giorno seguente il primo discutibile scoop, hanno rilanciato e raddoppiato, pubblicando altre due pagine in cui venivano coinvolte altre persone, in modo ancor più strumentale.

In una prima fase, e sulla base di quanto scritto dal Corriere della Sera, il “mandante” sembrava essere il Copasir, diventato particolarmente attivo in questa fase di guerra con audizioni di direttori dei servizi e direttori della Rai. Ma il Copasir, per statuto, non può chiedere dossier ai servizi su cittadini italiani; al contrario dovrebbe monitorare e impedire che ne facciano, al di fuori dei loro compiti istituzionali.

Qualche ora prima di Gabrielli, il presidente del Copasir (il fratelloditalia Urso) aveva subito allontanato da sé le responsabilità dichiarando che: “In merito a quanto riportato da alcuni organi di stampa, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica rileva di non aver mai condotto proprie indagini su presunti influencer e di aver ricevuto solo questa mattina un report specifico“.

Quindi il Copasir avrebbe solo ricevuto il report, ma non lo avrebbe commissionato.

Urso afferma che “La lista l’ho letta sul giornale, io non la conoscevo prima. Noi abbiamo attivato un’indagine alla fine della quale, ove lo ritenessimo, produrremo una specifica relazione al Parlamento. Che esista una macchina della disinformazione e della propaganda che agisce da almeno dieci anni non lo dico io, ma istituzioni del Parlamento europeo”.

Urso si riferisce al lavoro della task force dello European External Action Service della Ue, in pratica il servizio di intelligence europeo istituito nel 2011.

Ed è così che dopo il secondo articolo sulla “lista nera”, pubblicato a due intere pagine dal Corriere della Sera, prima Adolfo Urso, presidente del Copasir, e poi Gabrielli, Sottosegretario con delega ai servizi di sicurezza (ed ex capo dei servizi stessi, il Sisde prima e l’Aisi poi; cioè in flagrante conflitto di interessi istituzionali), hanno negato di essere i mandanti e gli autori del dossier rimandando al mittente le accuse: nessuna lista di proscrizione.

Il cerino a questo punto è rimasto nelle mani del Corriere della Sera che dovrà rispondere alla domanda: chi ha compilato la lista nera ricevuta dal giornale e pubblicata in grande evidenza?

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