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22/02/2026

Il martire nero della République: i governi europei contro l’antifascismo

A quasi una settimana dalla morte di Quentin Deranque, non si è ancora arrestata la furia mediatica e politica che ha macabramente colorato di nero il dibattito francese negli ultimi giorni. Strette nel cordoglio, la sinistra liberale e la destra colgono l’occasione per costruire su questo caso un precedente anti-sinistra progressista, trasformando il “martire” dei neonazi francesi in martire nazionale, in piena continuità con il processo – di respiro europeo – di sdoganamento del fascismo e di criminalizzazione dell’antifascismo e dei movimenti sociali.

Dal 12 febbraio, mentre i media continuavano a diffondere la retorica del “clima di violenza prodotto dall’ultragauche” e da La France Insoumise, quindici sedi del partito sono state attaccate, si sono tenute marce notturne intimidatorie in molte città francesi, sono arrivate minacce di morte ai militanti del sindacato Solidaires ed è stata assaltata una delle loro sedi. Il 18 febbraio, infine, una mail anonima ha annunciato una minaccia di bomba contro la sede centrale di LFI:
«Ho appena piazzato degli esplosivi nei vostri locali, ho fatto bene il mio lavoro (di notte) in modo che non si possano trovare, vi ucciderò tutti. Ucciderò tutti i magrebini, i gauchisti e gli altri negri, tutto esploderà alle 13 e morirete tutti. La pagherete cento volte per aver assassinato Quentin». 
Si capisce bene allora che il clima di violenza sta effettivamente montando, ma è di segno totalmente opposto, e ripropone un copione storicamente ricorrente: l’avvicinamento dei partiti liberali alle squadracce fasciste in funzione anti-sociale e anti-progressista.

Il tornante delle elezioni presidenziali del 2027, catalizza questo processo in chiave anti-insoumise, e contro tutto quel settore sociale e popolare che riempie le piazze e anima gli scioperi, costituendo la reale opposizione alla Francia di Macron e Lecornou.

Come ha detto Saïd Bouamama nel film-intervista di Blast «Comment la France est devenue un état policier»: «la tentation du fascisme ne monte que lorsque, en face, une évolution sociale est possible», ovvero «La tentazione del fascismo cresce solo quando, di fronte, è possibile un’evoluzione sociale».

Dopo che già l’assistente di Raphaël Arnault, Jacques-Elie Favrot, presente sulla scena dello scontro, era stato momentaneamente dimesso dalla sua carica parlamentare, adesso il ministro degli interni Bruno Retailleau chiede direttamente le dimissioni di Raphaël Arnault, deputato della France Insoumise e tra i fondatori della Jeune Garde, organizzazione antifascista creata nel 2019 proprio a Lione – città che si distingue tristemente per la presenza di nutriti gruppi neofascisti – e sciolta a giugno 2025, insieme a Urgence Palestine.

Senza soffermarsi sui dettagli, è utile fare un passo indietro per tracciare la dinamica della vicenda, che delinea un modello ben noto: una contestazione delle “femministe” nazionaliste di Némesis, spalleggiate dai loro camerati, alla conferenza tenuta dalla deputata palestinese Rima Hassan, e lo scontro cercato dagli squadristi – armati e mascherati, come si vede in questa foto e in alcuni video – al margine dell’evento (Francia. Uno squadrista fascista muore “in azione” e diventa “vittima”).

Le comode versioni dei fatti, secondo cui Deranque sarebbe capitato lì quasi per caso, tradiscono la reale identità del ragazzo, ricordato dal collettivo neonazista Luminis Paris come militante modello, e la cui appartenenza ideologica lo rende “martire d’Europa” per la nostra più vicina Lega dei Patrioti.

Se è vero che le conseguenze di quanto accaduto sono, su un piano privato, insopportabili, non si può tuttavia considerare quanto rivendicato – e strumentalizzato – politicamente, in termini privati, senza guardare alla dimensione strutturale di questo tipo di violenza e al clima sociale e politico in cui si inserisce.

Non dovrebbe essere necessario ricordare che l’attività dei militanti neofascisti si basa ideologicamente su nazionalismo, xenofobia e razzismo e si struttura intorno alla scelta della violenza come strumento mirato di “pulizia” e intimidazione.

Secondo dati ufficiali dell’Università di Sciences Po, tra il 1968 e il 2021 si sono registrati in Francia 52 morti dovuti all’estrema destra e solo 5 imputati all’estrema sinistra. Questa sproporzione chiarisce da quale parte sta la volontà strutturale di annientare il nemico, e da che parte il tentativo di “contenere” la violenza nera, che agisce indiscriminatamente contro senzatetto, immigrati e persone variamente discriminate, con il benestare di polizia, giornali, giustizia e politica. 

Gli eventi di questi giorni testimoniano la continuità di questa connivenza strutturale: il 12 febbraio, nonostante l’Institut d’études politiques (IEP) – dove si sarebbe tenuta la conferenza con Rima Hassan – avesse avvisato le forze dell’ordine della conclamata minaccia di contestazione fascista all’evento, la polizia non si è neanche presentata, perché impegnata a sorvegliare un’azione antimilitarista all’Università Lione 3... 

Per questo motivo l’IEP avrebbe rafforzato la sicurezza autogestita in occasione dell’evento, non riuscendo comunque ad impedire il degenerare degli eventi, che hanno avuto luogo fuori dagli spazi accademici.

Solo qualche giorno prima, il 7 febbraio, la polizia interveniva zelantemente gasando il corteo antifascista mobilitatosi contro il covo di fascisti “la Taverne de Thor” negli Champs de la Meuse.

L’antifascismo autorganizzato nasce dunque come vera e propria esigenza in risposta all’“incuria” complice delle istituzioni rispetto alla gestione della minaccia fascista, con l’obiettivo di difendere minoranze razzializzate, soggettività queer, attivisti e militanti nei loro spazi di espressione politica e nei quartieri.

Come ricorda Mélenchon in occasione del suo “moment politique”, all’indomani degli eventi, la prima attività dei fascisti è storicamente sempre stata quella di impedire alle forze progressiste e comuniste di radunarsi e discutere.

Negli ultimi anni la Jeune Garde Antifasciste aveva costituito il servizio d’ordine del partito di Mélenchon, rappresentando il cordone sanitario necessario in un contesto marcato da provocazioni e aggressioni di carattere esplicitamente fascista, come le recenti minacce di morte e di stupro a Mathilde Panot e Rima Hassan.

Dopo la morte di Hacen Diarra in un commissariato nel 20esimo arrondissement a fine gennaio, passata sotto silenzio, e il giudizio della corte di Cassazione che scagiona i tre gendarmi accusati della morte di Adama Traoré nel 2016, diventato simbolo delle violenze poliziesche di carattere razzista, il minuto di silenzio per il neonazista Deranque il 17 febbraio all’Assemblea Nazionale è ancora più rumoroso, svelando l’identità profondamente razzista della classe politica francese.

Sarebbe eufemistico anche parlare di “doppio standard”, trattandosi di una violenza sistematica, in cui Stato, polizia e squadristi convergono nell’alimentare il terrorismo xenofobo e “bianco”, con 107 morti in custodia o nel corso di operazioni di polizia dal 2022, secondo dati ufficiali di un’indagine europea.

In questo contesto di violenza esacerbata, la criminalizzazione giudiziaria e politica dell’antifascismo e dei movimenti sociali rende sempre più vulnerabile l’assetto democratico dei paesi europei.

A Budapest, il 4 febbraio si è concluso il processo di primo grado contro tre militanti antifascisti – Maya, Anna e Gabriele – con condanne rispettivamente a 8, 2 e 7 anni di carcere. Il procedimento, lo stesso che aveva coinvolto anche Ilaria Salis, riguarda presunte aggressioni a militanti di estrema destra durante il raduno neonazista del “Giorno dell’onore”, che ogni 13 febbraio celebra i soldati del Terzo Reich che nel 1945 non si arresero all’Armata Rossa.

Nel frattempo, nel Regno Unito 24 attivisti sono detenuti da oltre un anno senza processo per azioni contro l’industria bellica, mentre il governo Starmer ha classificato Palestine Action come organizzazione terroristica, rendendo perseguibile anche il sostegno pubblico.

Nei Paesi Bassi deputati di destra ed estrema destra hanno presentato una mozione per vietare gli “antifa”; in Belgio il leader del Mouvement Réformateur ha definito il movimento “il più grande pericolo per la democrazia” annunciando iniziative per scioglierlo.

In Austria e Germania si moltiplicano repressione e inchieste contro realtà antifasciste e solidali con la Palestina, in un clima politico che tende ad assimilare antifascismo ed estrema destra sotto l’etichetta generica di “estremismi”.

In Italia il governo Meloni sta portando a compimento il processo di sdoganamento del neofascismo in Italia, riducendo d’altra parte sistematicamente le libertà per ogni tipo di opposizione sociale e progressista.

Dall’aggressione neofascista subita dallo chef Gabriele Rubini, noto come Chef Rubio, nel 2024 dopo le sue prese di posizione antifasciste, fino ai raduni del 7 febbraio per il “Giorno del Ricordo” spesso trasformati in passerelle identitarie, il clima si è fatto sempre più teso.

Il Comitato “Remigrazione e Riconquista” (CasaPound, Rete dei Patrioti, VFS e Brescia ai Bresciani) ha annunciato iniziative in oltre 60 città italiane per promuovere una proposta di legge di iniziativa popolare sulla “remigrazione”, sono già oltre 112mila le firme raccolte online.

Intanto, dopo lo sgombero dello storico centro sociale torinese Askatasuna e il corteo violentemente represso del 31 gennaio, il governo ha rilanciato la linea dura parlando di “attacco allo Stato” e annunciando un nuovo pacchetto sicurezza che amplia strumenti repressivi e sanzioni contro il dissenso politico.

In questo contesto si inserisce anche l’arrivo in Italia di Némésis-Italia, costola del collettivo identitario femminile francese, autore della contestazione a Rima Hassan del 12 febbraio, che utilizza la retorica della difesa delle donne per legarla a un discorso anti-migranti e securitario.

Tra campagne contro gli “antifa”, mobilitazioni sulla “sicurezza” e nuove proposte di legge securitarie, si consolida in Europa un quadro in cui l’estrema destra prova a legittimarsi sul piano istituzionale mentre l’antifascismo e i movimenti sociali vengono sempre più trattati come un problema di ordine pubblico.

È quanto mai necessario continuare a costruire alternative concrete, organizzate e radicate nei settori sociali come argine all’escalation nera, costruendo alleanze internazionali articolate lungo pilastri senza confini: contro fascismo, guerra e crisi sociale.

*****

L’intervista di Radio Onda d’Urto a Pierre, della redazione di Contre Attaque.

Pierre, è un piacere averti con noi perché, con il collettivo Contre Attaque, avete condotto una vera contro-inchiesta che ha messo in discussione la versione iniziale diffusa dalla procura e da alcuni media. Avete fatto emergere come in realtà gli aggressori siano i gruppi fascisti. Pierre, puoi spiegare a chi ci ascolta le dinamiche che siete riusciti a ricostruire e citare le fonti che vi hanno permesso di ribaltare la narrazione?

D’accordo. Prima di tutto, per gli amici e le amiche che ci ascoltano in Italia, bisogna precisare il contesto di quanto accaduto il 12 febbraio a Lione. Quel giorno c’è stata un’azione condotta dall’estrema destra che da anni organizza provocazioni e attacchi ai meeting di sinistra in tutta la Francia.

Si tratta di dispositivi piuttosto astuti, messi in atto da un gruppo chiamato Némésis, che si definisce femminista ma che in realtà strumentalizza il femminismo per denigrare i musulmani, l’Islam e gli stranieri. È un’operazione di propaganda ben congegnata: il gruppo filma tutte le sue azioni, si presenta davanti agli eventi di sinistra per disturbarli, provoca i militanti e poi diffonde i video delle eventuali reazioni per dire che la sinistra li ha aggrediti.

Questo accade da anni. Il gruppo Némésis ha già proceduto così per esempio durante le manifestazioni femministe come quella dell’8 marzo, presentandosi con cartelli razzisti e un servizio d’ordine di uomini armati per cercare di entrare nel corteo. Ovviamente ne è scaturito uno scontro, ma ciò che è emerso nei loro video e nei media è che Némésis era stata aggredita dai militanti di sinistra. C’è un costante lavoro di manipolazione delle persone.

Sappiamo che a Lione, Némésis ha voluto compiere un attacco simile durante un’iniziativa con Rima Hassan, l’eurodeputata franco-palestinese che riceve continue minacce di morte dall’estrema destra.

Mentre il gruppo Némésis si trovava davanti alla sede della conferenza con Hassan, un servizio d’ordine neonazista composto da militanti violenti di Lione aspettava più lontano, a centinaia di metri.

Abbiamo iniziato a ricevere informazioni la sera del 12 e soprattutto, il 13 febbraio. In quel momento Némésis aveva iniziato a diffondere ovunque la notizia che un loro militante era stato gravemente ferito dagli antifascisti e che si trovava tra la vita e la morte. In quel momento non c’erano né immagini né elementi certi, eppure questo racconto è stato immediatamente ripreso da tutti i media senza alcun distacco critico.

I media nazionali hanno parlato di questa storia senza contestualizzare l’ideologia del collettivo. Conoscendo il contesto della città di Lione, la storia ci è sembrata subito sospetta.

Il 14 febbraio abbiamo appreso che questo giovane militante fascista, Quentin, era deceduto in ospedale. Lo stesso giorno TF1, la rete televisiva più seguita in Francia e appartenente al miliardario dell’immobiliare Martin Bouygues, ha trasmesso alcuni secondi di un video girato da un residente che mostrava militanti d’estrema destra colpiti, a terra. Queste immagini sono state diffuse ovunque come versione ufficiale imposta alla popolazione.

Tuttavia, ora sappiamo che TF1 ha tagliato quel video (qui la parte tagliata, ndr). La redazione aveva ottenuto due filmati: uno in cui i fascisti attaccavano un gruppo di antifascisti e uno della fine della rissa, dove i fascisti avevano perso lo scontro e avevano abbandonato i loro sodali.

La prima testata d’informazione francese ha scelto di ingannare l’opinione pubblica mostrando solo pochi secondi della fine dell’alterco. Questo è un fatto gravissimo. Noi abbiamo iniziato la nostra contro-inchiesta criticando innanzitutto la mancanza di reazione delle istituzioni politiche, a partire da quelle della sinistra francese.

Molti politici hanno subito pubblicato tweet per rendere omaggio a Quentin e denunciare la violenza antifascista, incolpando la France Insoumise senza avere prove certe. Molte reazioni sono arrivate addirittura prima del video di TF1, riprendendo direttamente la narrativa dell’estrema destra. Questo è molto grave, ancora una volta, perché in quel momento non c’erano prove. La maggior parte delle reazioni, infatti, è avvenuta addirittura prima della trasmissione del video di TF1 e non ha fatto altro che riecheggiare la narrazione dell’estrema destra.

Ebbene, la prima cosa che abbiamo osservato è che la scorta di estrema destra, quella coinvolta nello scontro, come ho detto, non era nemmeno con Nemmésis; erano a diverse centinaia di metri di distanza. E lo scontro non è nemmeno avvenuto durante il comizio di Rima Hassan. È avvenuto prima dell’iniziativa con l’eurodeputata.

Così abbiamo voluto smantellare il legame creato ad hoc dai media che associava la morte del giovane e l’evento politico. Rima Hassan non era nemmeno arrivata nella sala quando c’è stato lo scontro.

Poi abbiamo anche voluto ricordare chi erano le persone coinvolte ed esaminare le loro reti.

Questo poiché la vittima, Quentin Deranque, è stata presentata come un “cattolico non violento” appassionato di matematica e tennis, ma nessun media ha osato dire che era un militante neonazista.

Grazie alla nostra rete di contatti a Lione, abbiamo ottenuto una fonte fondamentale della quale non possiamo rivelare il nome, dato il clima che si respira... La fonte ci ha inviato alcune immagini nelle quali si vede chiaramente che è stata la banda di Quentin a lanciare l’assalto con spranghe, gas urticanti, fumogeni e con il volto travisato. Erano tutti vestiti di nero.

Pubblicando queste immagini, il 15 febbraio, abbiamo smontato la narrativa dei media dominanti. La nostra inchiesta ha raggiunto un numero enorme di persone. Tuttavia, i media mainstream non si sono ancora scusati per le menzogne che hanno diffuso. E ciò che la stragrande maggioranza della popolazione ha registrato, è che Quentin è la vittima.

Successivamente sono emersi altri video che confermano come il gruppo d’estrema destra stesse aspettando all’angolo di una strada per tendere un’imboscata a un gruppo della Jeune Garde, anche se avrebbero potuto colpire chiunque passasse di lì.

I fascisti hanno attaccato con equipaggiamento da combattimento, mentre il gruppo antifascista ha risposto a mani nude. A Lione quindi si è verificata una vera e propria imboscata tesa dall’estrema destra contro militanti della sinistra. E questa è in realtà una tattica comune usata dall’estrema destra contro gli attivisti di sinistra.

Grazie per questa ricostruzione, Pierre. Volevamo chiederti se ci sono aggiornamenti in merito agli arresti degli antifascisti.

Prima di rispondere sulla repressione, che è soltanto all’inizio, bisogna sottolineare che l’Assemblea Nazionale francese ha organizzato un minuto di silenzio per Quentin, un onore solitamente riservato alle vittime di terrorismo. Siamo a un livello di follia collettiva in cui tutti i gruppi parlamentari hanno convalidato un omaggio repubblicano a un giovane che aveva partecipato a marce neonaziste a Parigi anche insieme a fascisti italiani. Sono davvero la creme de la creme dei fascisti più violenti e radicali.

Quentin aveva anche fondato un collettivo neonazista vicino a Lione, chiamato “Allobroges Bourgoin”, che si allenava al combattimento e rivendicava un’ideologia nostalgica del Terzo Reich. Si tratta di un piccolo gruppo addestrato al combattimento e che promuoveva la violenza.

Quindi, più si scava, più si scopre che si trattava di qualcuno direttamente coinvolto in attacchi e violenze, chiaramente aderente a un’ideologia nostalgica del Terzo Reich. E più prove si raccolgono, più la narrazione dominante è completamente slegata dalla realtà, con i minuti di silenzio, tributi ovunque, la sinistra completamente smarrita, incerta su come reagire, e così via.

Ora, per quanto riguarda le misure repressive, ieri sono state arrestate 11 persone, tra cui militanti della Jeune Garde. La Jeune Garde è un gruppo nato a Lione per l’autodifesa contro gli attacchi dell’estrema destra e, a differenza di Contre Attaque, partecipa al gioco istituzionale essendo vicino alla France Insoumise.

Non sono gruppi ultra-violenti, ma paragonabili ai gruppi di autodifesa dei partiti di sinistra degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso. In Francia, sappiamo che i principali partiti di sinistra, il Partito Comunista, ma anche il Partito Socialista, avevano organizzato gruppi di autodifesa per proteggere i loro eventi dagli attacchi dell’estrema destra.

Quindi, quello che la Jeune Garde sta facendo in Francia non è affatto una novità. Viene presentato come qualcosa di estremamente violento. Ma non lo è, i gruppi di autodifesa affiliati a partiti di sinistra sono sempre esistiti. È il caso della Jeune Garde attualmente in grande fermento perché diversi suoi membri sono stati arrestati.

A quanto pare, alcuni sono legati al deputato di La France Insoumise, Raphaël d’Arnaud, lui stesso fondatore della Jeune Garde. E quindi, ovviamente, sono attualmente in custodia cautelare, sottoposti a interrogatori.

Ora la procura ha aperto un’indagine per omicidio volontario, il che implicherebbe l’intenzione di uccidere, cosa che non riflette affatto la realtà di una rissa finita male dopo un’imboscata tesa dai fascisti armati. Quindi sì, è finita male come sappiamo, con le immagini che abbiamo visto e con le quali non siamo necessariamente d’accordo, ma gli antifascisti stavano semplicemente rispondendo a un attacco.

È stata contestata anche l’associazione a delinquere, accusa gravissima perché la legge permette di perseguire chiunque abbia legami ideologici con gli accusati. Quindi è molto preoccupante come accusa perché, potenzialmente, non solo consente la repressione dell’intera generazione più giovane, ma potrebbe incriminare la stessa France Insoumise.

Immaginiamo che le persone al momento in stato di fermo, verranno presto tradotte in carcere e poi ci sarà un processo.

Quindi oltre ai fermati per i fatti dello scorso giovedì, parallelamente, c’è un’altra repressione, assolutamente terribile, che prende di mira direttamente l’intero movimento de La France Insoumise. Si tratta di una strategia della borghesia macronista alleata all’estrema destra per distruggere l’ultimo grande movimento di sinistra radicale in Francia, che raccoglie il 20% dei consensi.

Concludo andando a Nantes, dove ieri c’è stata una manifestazione di estrema destra per Quentin. Doveva esserci anche una piccola manifestazione antifascista, che però è stata vietata. La polizia ha accerchiato i manifestanti antifascisti e li ha picchiati, lanciando insulti.

Così abbiamo visto la polizia che ha agito come ausiliaria dell’estrema destra, reprimendo ogni espressione antifascista negli spazi pubblici e permettendo all’estrema destra di manifestare. Questo è ciò che sta accadendo in Francia in questo momento.

Nel vostro articolo scrivete che a Lione le violenze dell’estrema destra avvengono da anni in un clima di impunità. Puoi descriverci la situazione in città e nel resto del Paese?

Lione è la capitale francese dell’estrema destra radicale perché le autorità, il Comune e la Prefettura, hanno permesso l’apertura di palestre di boxe e bar dove questi gruppi possono organizzarsi. La città ha inoltre una storia legata alla collaborazione nazista, Lione è anche la città di Klaus Barbie, il famigerato nazista. È una città, la terza di Francia, in cui la collaborazione è stata molto forte, ma anche la resistenza.

Negli ultimi 15 anni abbiamo censito 102 aggressioni d’estrema destra estremamente violente, con vittime finite in coma o con danni permanenti. Ci sono stati attacchi con coltelli e martelli durante il Pride, contro librerie anarchiche o di sinistra, contro le sedi dei sindacati e dei partiti. Ci sono stati accoltellamenti di persone di origine nordafricana da parte di neonazisti.

Il 70% di queste aggressioni non è mai stato perseguito e i colpevoli rimangono impuniti. Anche per questo a Lione c’è un vero senso di paura e terrore specialmente tra le persone non bianche e per chi partecipa a eventi di attivisti.

L’antifascismo a Lione è nato come reazione necessaria per proteggersi da questa violenza costante. Non è nato spontaneamente; è nato perché le persone avevano bisogno di proteggersi dai continui attacchi dell’estrema destra, che aveva sedi e centri di addestramento a Lione e imponeva la sua volontà. Dal 2022 abbiamo contato almeno 12 omicidi commessi da militanti d’estrema destra in tutta la Francia. 12 omicidi in soli 4 anni. E i media non ne hanno parlato e anche per questo il nostro conteggio potrebbe essere incompleto.

Purtroppo vediamo che anche le zone della Francia occidentale, storicamente più restie all’estrema destra, si stanno contaminando. L’estrema destra agisce oggi anche in Bretagna o a Nantes.

A Saint-Brevin, per esempio, l’estrema destra ha manifestato per due anni contro un centro di accoglienza per i rifugiati, arrivando a incendiare la casa del sindaco di centro-destra. Non un sindaco di estrema sinistra, un membro di La France Insoumise o qualcosa del genere. I fascisti hanno appiccato il fuoco alla sua casa nel cuore della notte e lui è quasi bruciato vivo. Si potrebbe pensare che questo avrebbe causato un putiferio nazionale. Niente affatto.

I grandi media non ne hanno quasi parlato e i responsabili non sono mai stati trovati. E questo sindaco non è stato nemmeno sostenuto dallo Stato. Il Ministro dell’Interno non ne ha parlato.

Il governo non ha condannato l’accaduto. Quindi questo sindaco di centro-destra si è dimesso dal suo incarico per protesta, per dire: “Oggi non sono protetto, rischio la vita per aver accettato un centro di accoglienza, mi dimetto”. Questa è una questione molto seria, vedete, molto più seria della morte di Quentin o di qualche altro fascista a Lione. Eppure, non è mai stato nemmeno discusso.

Qual è il ruolo dei grandi media nazionali in tutto questo?

Il panorama mediatico francese è dominato da miliardari come Bolloré, apertamente d’estrema destra, che ha comprato numerosi canali televisivi, giornali, case editrici con l’obiettivo dichiarato, cito, di voler condurre una “guerra di civiltà per imporre le idee dell’estrema destra alla Francia”. E in effetti lo fa molto bene.

Ha ristrutturato intere redazioni, ha licenziato giornalisti e ha imposto i suoi sgherri. Ma Bolloré è solo la punta dell'iceberg. Lo dico perché la sinistra ha la tendenza a denunciarlo, ma il problema è molto più profondo.

Infatti anche le altre catene private sono controllate da miliardari vicini al potere. Martin Bouygues, per esempio, che è vicino a Nicolas Sarkozy oppure Patrick Drahì, che possiede il canale BFN. Drahì è un uomo d’affari franco israeliano che ha diffuso propaganda genocidaria in continuazione a partire dal 7 ottobre 2023.

E poi ci sono i media pubblici che stanno subendo epurazioni ideologiche per allinearsi al governo Macron, che è responsabile delle nomine dei vertici. E quindi i grossi canali pubblici come France Info, France Inter, France Culture tagliano tutte le trasmissioni un po’ più critiche, più intelligenti, quelle di satira, o minimamente contro il potere e licenziano i loro autori. Al loro posto arrivano in redazione giornalisti che prima lavoravano per Bolloré, per esempio quelli di C News.

Tutto questo significa che tutti i programmi che vengono diffusi praticamente in tutte le case di Francia, sono appiattiti sul linguaggio dell’estrema destra, o al massimo su quello macronista, discorso che tra l’altro oggi si confonde con quello della destra estrema.

Ed è così che la France Insoumise viene demonizzata ogni giorno. La France Insoumise non può più fare nessuna dichiarazione sulla Palestina, sulla polizia, sulla situazione sociale senza essere accusata di tutto e niente. E quindi in questo modo la borghesia è alleata nella distruzione dell’unico partito della sinistra francese.

La verità emerge grazie ai media indipendenti e grazie ai social network. Per esempio nel nostro caso, siamo stati i primi a diffondere le immagini sulla rissa di Lione e poi le Canard Enchaîné, testata satirica conosciuta, che ha una storia lunga ed è rispettata, ha pubblicato un altro video. Per fortuna la loro versione è stata ripresa da alcuni grossi media.

Ma nella maggior parte dei casi, alla TV hanno invertito i ruoli e quindi hanno mostrato i video con i fascisti armati etichettandoli come antifascisti e viceversa. Un lavoro di disinformazione profondo, di distruzione del reale e della verità, quello fatto dalle grosse catene dell’informazione, nonostante i video.

Che ruolo giocano i social media e gli influencer identitari nel creare il “martire Quentin” e in che modo incitano alla violenza, contribuendo a creare il clima che ci hai descritto?

In Francia, come nel resto dell’Occidente, ci sono galassie di influencer di estrema destra su YouTube, TikTok e Instagram che producono un’enorme quantità di contenuti di estrema destra, contenuti di lifestyle, ma anche video di addestramento alla lotta, commenti sull’attualità. Si appropriano anche di argomenti artistici e così via. Quindi, in realtà, stanno creando un’intera controcultura neofascista.

Ora, come hanno contribuito a creare un martirio attorno a Quentin? Voglio essere molto chiaro. Non sono stati loro; non ne avevano nemmeno bisogno, dato che erano già stati, come abbiamo detto, i media, i principali media francesi, a trasformare Quentin in un martire, ed era già stata l’Assemblea Nazionale a rendergli omaggio. Quindi questi influencer non avevano nemmeno bisogno di creare il martire. Questi influencer stanno andando molto oltre. Stanno affiggendo poster con il volto di Quentin in tutta la Francia. Stanno convocando manifestazioni.

Stanno promuovendo una campagna di incitamento alla violenza. Vogliono consolidare il loro vantaggio. Questi influencer, d’altra parte, possiamo dire che sono stati loro a causare la morte di Quentin perché per anni e anni hanno creato appelli alla violenza armata. Usano tra l’altro video di alta qualità, montati molto bene e che hanno una grande diffusione, su YouTube ad esempio.

Si tratta di persone che posano con i fucili mentre si esercitano a sparare.

Parliamo ad esempio di un influencer molto noto in Francia chiamato Papacito, che ha usato un manichino a grandezza naturale, un manichino con il logo di La France Insoumise e si è filmato mentre sparava con un’arma vera. Poi gli tagliava la gola con un coltello. Questo video, ad esempio, è stato visualizzato centinaia di migliaia di volte. C’è stata persino una denuncia presentata da La France Insoumise per apologia di omicidio. Ma lo YouTuber è stato assolto. Quindi, come vedete, questo è solo un esempio, ma queste cose succedono di continuo.

In altre parole, in Francia abbiamo milioni di persone, molti dei quali giovani uomini, che guardano contenuti maschilisti, che incitano alla repressione dei vulnerabili, delle persone LGBT, della sinistra... Hanno anche lanciato una campagna, qualche anno fa, che invitava a creare un gruppo in ogni città per andare a pestare gli antifascisti.

Quindi tutto questo esiste, e non è assolutamente perseguito dallo Stato. Posso dirvi che se ci fosse un contrattacco, o un media antifascista che posa con i fucili dicendo: “Stiamo chiedendo la formazione di squadre contro l’estrema destra”, ci sarebbero retate, arresti e condanne al carcere il giorno dopo.

E tutto questo va avanti da anni. Quindi, se in un certo senso possiamo attribuire la responsabilità a qualcuno dietro la morte di Quentin, beh, sono proprio questi influencer. Perché, per essere perfettamente chiari, Quentin stava semplicemente seguendo le loro istruzioni. Quentin ha preso sul serio i loro video, ha preso sul serio i suoi influencer e ha pensato: “Sì, metterò insieme una squadra, attaccherò gli Antifa”, e beh, è finita male per lui.

E ancora una volta, nessun media nazionale lo sta dicendo, e nessun media nazionale sta mostrando questi influencer in posa con armi da fuoco. La leader di Nemesis, Alice Cordier, è attualmente in ogni programma televisivo, piangendo a dirotto. Dice di essere una vittima, che il suo amico Quentin è stato una vittima degli Antifa.

La stessa Alice Cordier si trova in posa con un fucile d’assalto sui suoi social media. È molto facile da verificare, ma i media nazionali non lo stanno facendo.

In questo clima, che ai nostri microfoni Cedric, di radio Zinzine, ha definito come nauseabondo, c’è ancora spazio per gli antifascisti?

Bella domanda. Quello che pensiamo è che tutto vada ricostruito, non solo per quanto riguarda l’antifascismo, ma anche l’antimilitarismo. In effetti, l’offensiva dell’estrema destra, accompagnata dal macronismo, ha fatto sì che la sinistra in Francia, e in tutto l’Occidente, perdesse completamente compenso, nella misura in cui una serie di questioni, che fino a qualche anno fa erano date per scontate, non lo sono più.

La questione dell’antirazzismo e dell’accoglienza delle persone senza documenti, ad esempio, non è più scontata per la maggior parte della sinistra. Per quanto riguarda l’antimilitarismo, stiamo attualmente lottando in Francia, insieme ad altri gruppi, per affermarlo, perché l’antimilitarismo era un caposaldo per la sinistra, fin dalla sua nascita e a livello internazionale.

Oggi vediamo che gran parte della sinistra si sta schierando a favore della logica guerrafondaia del riarmo, del ritorno della leva obbligatoria e così via. E siamo arrivati al punto, con la situazione attuale, in cui persino l’antifascismo, che storicamente è stato il minimo comune denominatore della sinistra, stia diventando un disvalore.

E quindi è estremamente grave, ma questo non significa che tutto sia perduto, anzi. Perché ci sono ancora media indipendenti in Francia che stanno facendo il loro lavoro, e noi stiamo cercando di farlo. E c’è una reale richiesta in questo senso, perché Contre-attaque non ha mai avuto così tanta visibilità come negli ultimi giorni. Quindi ci sono ancora persone che sono aperte ad argomenti e fatti.

E poi ci sono lotte che continuano in tutta la Francia, ci sono collettivi che si organizzano. Ma voglio esporre la nostra analisi in modo chiaro. La principale minaccia esistenziale per i movimenti sociali, non è tanto l’estrema destra, anche se l’estrema destra è molto pericolosa, molto violenta e così via, quanto le autorità stesse.

Cioè, i veri attivisti di estrema destra che ci minacciano davvero e ci impediscono di agire, indossano l’uniforme. È la polizia francese che ha represso le mobilitazioni ambientaliste negli ultimi anni, che ha represso il movimento per la difesa delle pensioni nel 2023, che ha represso le rivolte di quartiere per Naël nel 2023 e che ha reso impossibile lo sviluppo del movimento Blocchiamo tutto, dato che la polizia è stata, come dire, così efficiente e violenta.

Permettetemi di fare un esempio per i nostri amici italiani. Quando abbiamo visto il magnifico movimento Blocchiamo tutto per la Palestina, abbiamo visto cortei che potevano occupare quattro corsie di strada. In Francia, abbiamo cercato di fare lo stesso. Era semplicemente impossibile perché c’era polizia ovunque: in 100.000 erano schierati contro il movimento blocchiamo tutto.

In tutta la Francia, semplicemente non potevamo nemmeno radunarci senza essere caricati, colpiti con gas lacrimogeni e picchiati. E così, quella stessa sera, il governo ha detto: “Vedete, non esiste il movimento, perché non ci sono stati blocchi”. Quindi, siamo arrivati a questa situazione in Francia e, in un certo senso, il caso Quentin è un altro passo in questo processo di fascistizzazione. Mi dispiace di essere pessimista dipingendo questo quadro, ma per citare Antonio Gramsci, lo chiameremo “il pessimismo della ragione e l’ottimismo per l’azione”.

Quindi stiamo cercando di capire la situazione, ma soprattutto stiamo cercando di organizzarci. E quindi, ancora una volta, in Francia, ma ovunque, ci sono gruppi che cercano di resistere. Ci sono collettivi che si organizzano, c’è creatività, e proprio di fronte a noi abbiamo un’impresa enorme, il che significa che dobbiamo ricostruire tutto, e dovremo anche cercare di stare uniti, anche con la sinistra di partito come La France Insoumise, perché possiamo vedere chiaramente che dietro l’offensiva contro La France Insoumise, l’intero movimento sociale è preso di mira.

Quindi dovremo rifiutarci di fare qualsiasi passo indietro di fronte a questi attacchi. Ed ecco, abbiamo un compito importante: dobbiamo ricostruire un’internazionale rivoluzionaria. Questo è forse il programma per i prossimi anni, perché davanti a noi ci aspetta la rivoluzione o la barbarie.

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