di Alberto Negri – il manifesto
Gli europei devono stare bene attenti. Ora Trump bastona arabi e iraniani, poi toccherà anche a noi. Anzi ha già iniziato, sciogliendo la vecchia Nato... Ma la propaganda dei media italiani fa sì che andremo al macello senza lamentarci
In onda si perde tempo a correggere errori marchiani di gente che per ignoranza o evidenti motivi ideologici – demonizzare l’Iran e sostenere Usa e Israele – non conosce neppure la sequenza degli eventi.
È la propaganda del nostro regime mediatico, asservito a Washington e a Israele, sostenuto dai cosiddetti sovranisti con la complicità di una sinistra ufficiale inesistente. Soprattutto adesso che l’Europa – con Gran Bretagna, Francia e Germania – contesta agli iraniani la violazione dell’accordo sul nucleare del 2015 in seguito alla ripresa dell’arricchimento dell’uranio che è seguita all’uccisione da parte di Trump del generale Qassem Soleimani.
RIEPILOGHIAMO I FATTI. L’accordo, un trattato internazionale supervisionato dall’Onu, entra in vigore alla fine del 2015 e con molte difficoltà l’Iran rientra nel circuito degli scambi internazionali. In realtà neppure con Obama era facile: le banche occidentali erano costantemente bersaglio del Tesoro americano se aprivano linee di credito con Teheran. L’Italia che aveva 30 miliardi di euro di commesse con l’Iran dovette rinegoziare con il governo iraniano arrivando a un accordo per una linea di credito da 5 miliardi di euro, che doveva coprire le nostre esportazioni. Il governo Gentiloni aspettò la vigilia delle elezioni nel 2018 e non fece mai il decreto attuativo perché messo sotto pressione da Usa e Israele. Così abbiamo perso altri soldi e posti di lavoro.
Nel 2018 Trump straccia l’accordo sul nucleare ma per un anno l’Iran non vìola nessuna delle regole del trattato e non arricchisce uranio. Il governo del moderato Hassan Rohani, tenendo a freno i falchi del regime, aspettava che l’Europa mettesse a punto un sistema, definito Instex, per l’aggiramento delle illegittime sanzioni statunitensi. A questo sistema, voluto da Gran Bretagna, Francia e Germania, aderiscono oggi sei nazioni europee ma l’Italia non vi partecipa ancora. Ufficialmente perché lo sta studiando, in realtà in quanto ha subito nuove pressioni americane e israeliane, anche da parte dei sovranisti della Lega che al governo con i Cinquestelle sostenevano soprattutto Israele e non gli interessi nazionali. I Cinquestelle, prima ancora della rottura con la Lega, hanno adottato le stesse posizioni con Conte e Di Maio, nonostante una parte del movimento fosse contrario.
Il sistema Instex comunque non ha ancora funzionato e il governo iraniano si è così trovato strangolato da continue sanzioni: ecco perché Teheran, sotto attacco di Trump, ha ripreso l’arricchimento dell’uranio. Il presidente americano continua falsamente a dire di essere pronto a negoziare una nuova intesa con Teheran che comprenda anche i missili balistici, non solo il nucleare. Ma invece di incoraggiare il negoziato prima fa assassinare il vero numero 2 del regime, poi impone altre sanzioni giugulatorie.
TRUMP NON VUOLE NEGOZIARE con Teheran ma strangolarla e spingere se possibile verso un cambio di regime sfruttando le piazze e le laceranti divisioni interne. Senza naturalmente sapere bene chi mettere al posto degli ayatollah, magari aprendo altre voragini come è accaduto in Iraq o in Libia o come stava per accadere in Siria.
È parso evidente che Trump in Medio Oriente ha a cuore soltanto le sorti di Israele e quelle dell’Arabia Saudita, il suo maggiore cliente di armi. Il prossimo G-20 a Riad sancirà la piena assoluzione del principe ereditario Mohammed bin Salman, mandante, anche secondo la Cia, dell’assassinio del giornalista Jamaal Kashoggi. In questo ultimo anno Trump ha riconosciuto l’annessione israeliana di Gerusalemme e del Golan e sarebbe pronto a farlo anche per la Cisgiordania: contro tutte le risoluzioni Onu. Trump odia i trattati multilaterali e la legalità internazionale: li considera un impedimento all’uso della forza.
GLI EUROPEI devono stare bene attenti. Ora Trump bastona arabi e iraniani, poi toccherà anche a noi europei. Anzi ha già iniziato, praticamente sciogliendo la vecchia Nato e consentendo a un suo membro, la Turchia, di acquistare armi dalla Russia, di fare una strage di curdi siriani, i nostri maggiori alleati contro il terrorismo e l’Isis, e di tentare l’avventura libica con soldati e mercenari jihadisti. La Nato gli serve soltanto per mettere i soldati italiani ed europei al posto dei marines in Iraq se gli americani se ne dovessero andare o ridurre le truppe: carne da cannone per avere mano libera nei raid con i droni.
Ma la cieca propaganda dei media italiani e in parte europei fa sì che andremo al macello senza lamentarci. Non come agnelli sacrificali di biblica memoria ma come asini felici di essere bastonati. Anzi, meno ancora degli asini, perché ogni tanto pure loro si ribellano e mollano quale calcione. E i media dietro, a tirare il carro della propaganda. Che stampa, bellezza!
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/01/2020
29/07/2019
La danza intorno all’Iran non è per nulla immobile
Quel che accade nel Mediterraneo e in Medio Oriente ci riguarda direttamente. Ma sembra un argomento quasi tabù per il dibattito pubblico italiano, distratto dai latrati parafascisti di certi ministri. Intanto, però, i processi vanno avanti..
Eravamo abituati alla predominanza assoluta dell’imperialismo statunitense, molto visibile sul piano militare ma assai più pervasivo su quello economico-finanziario. Oggi invece sono apparsi altri attori, sia a livello globale che regionale. E l’opzione militare diventa assai più rischiosa, specie quando l’asimmetria di potenza diventa meno sbilanciata di quanto poteva essere con la Jugoslavia, l’Iraq di Saddam o la Libia di Gheddafi.
L’analisi di Guido Salerno Aletta, che qui di seguito ripubblichiamo, evidenzia diversi elementi per nulla al centro del “dibattito pubblico”, anche se difficilmente può sfuggire la loro rilevanza geostrategica.
In particolare due:
a) le piattaforme per le transazioni finanziarie (di cui gli Usa hanno ancora il quasi-monopolio, tanto da costringere Russia e Cina a prepararne delle nuove);
b) il ruolo ancora centrale del dollaro, altrettanto “sfidato” (quantomeno dall’euro).
Si comprende dunque come le sanzioni all’Iran agiscano soprattutto su questo piano, bypassando anche la frenesia israeliana che spinge per un attacco militare, mettendo in difficoltà l’Unione Europea – che ancora riconosce l’accordo firmato da Obama, insieme a Mosca e Pechino – e divaricando quindi gli interessi economici tra le due sponde dell’Atlantico.
Benvenuti nel mondo multipolare, certamente più complesso di quello “unipolare e globalizzato” dentro cui era dominante il “pensiero unico”. Chi ancora ragiona dentro quegli schemini ideologici semplificati si smarrisce presto, così come accadde a quanti non seppero prendere le misure alla fine del “mondo diviso in due”, all’inizio degli anni ‘90...
Buona lettura.
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
Non sono le petroliere sequestrate, quella iraniana nello stretto di Gibilterra e per ritorsione quella britannica nello Stretto di Hormuz, a marcare una differenza sostanziale rispetto alle precedenti situazione di massima tensione nei rapporti con l’Iran. Ne abbiamo viste di tutti i colori, a partire dai 52 americani tenuti in ostaggio nella Ambasciata americana assediata a Teheran nel 1980 e poi trattenuti per 444 giorni.
Le vicende di questi ultimi mesi non riguardano tanto la nuova prova di forza degli Usa nei confronti di Teheran, con una escalation di sanzioni che ha pochi precedenti, quanto l’emersione di un conflitto globale in materia di piattaforme che consentono le transazioni finanziarie internazionali e di una distanza che sembra ormai quasi incolmabile, tra gli Usa da una parte e l’Europa dall’altra, sui seguiti da dare al Trattato JCPOA del 2015, e da cui il Presidente americano Trump ha deciso unilateralmente il recesso nel 2018.
Francia, Germania e Regno Unito marciano all’unisono: nella Persia sono di casa. La Storia ha superato definitivamente la temporanea cesura dei due blocchi antagonisti, che non è durata neppure per tutta la seconda metà del Novecento. L’Unione europea è un soggetto politico, in quanto sempre più sottende la convergenza di alcuni specifici interessi nazionali.
La prossima riunione della JCPOA Joint Commission, che si terrà a Vienna il prossimo 28 luglio, sarà presieduta da Federica Mogherini, nella sua qualità di Alto Rappresentante europeo per la politica estera. Si terrà secondo il formato E3+2, sigla che mette insieme da una parte i tre Paesi europei che ne fanno parte (Francia, Gran Bretagna e Germania) e dall’altra Cina e Russia.
Messa così, sarebbe l’America di Trump ad essere rimasta isolata dal resto del mondo sulla questione iraniana. In realtà, sta dimostrando ancora quasi intatta la capacità di dominare il mondo globalizzato attraverso il controllo delle transazioni finanziarie, che passano sul sistema SWIFT, ed attraverso la estensione automatica delle sanzioni ai Paesi terzi che non si adeguano alle sue decisioni, escludendoli a loro volta dalla possibilità di continuare ad avere relazioni commerciali e finanziarie con gli Usa. Nessuno si può permettere tanto.
Il primo nodo riguarda la realizzazione di piattaforme alternative per le transazioni commerciali internazionali: mentre l’Ue sta cercando di allentarlo, parzialmente e limitatamente alla questione iraniana, Cina e Russia hanno deciso di reciderlo nettamente, già da tempo, non solo nell’ambito dei rapporti bilaterali ma in prospettiva anche nell’ambito del Gruppo BRICS.
Il secondo nodo riguarda l’uso nelle transazioni di una moneta alternativa al dollaro. Anche l’uso della valuta americana può arrivare ad essere inibito: chi detiene dollari ne ha il possesso e la disponibilità, ma essi rimangono sempre di proprietà del governo americano. L’Europa ha a disposizione l’euro, una alternativa valida e credibile al dollaro. Per lo yuan, invece, il cammino per farne una moneta di riferimento per le transazioni internazionali sarà ancora lungo.
Le sanzioni comminate dagli Usa nei confronti dell’Iran sono dunque molto più aspre che in passato, in quanto non riguardano più solo l’embargo petrolifero, ma il divieto di ogni transazione finanziaria internazionale, che si estende anche ai Paesi terzi che intrattengono rapporti con Teheran.
Le reazioni ci sono state, ma non sono all’altezza della sfida americana: dal 29 giugno, per cercare di aggirare questa sanzione che impedirebbe anche ai Paesi aderenti alla UE di continuare a commerciare con Teheran, la componente europea del Gruppo E3+2 ha annunciato la adozione di una apposita piattaforma, INSTEX, che consente gli scambi con l’Iran utilizzando come moneta di rifermento l’euro.
Per non incappare nella estensione delle sanzioni americane in materia di transazioni finanziarie, si è deciso però di farne una piattaforma che consente solo lo scambio di merci contro merci. Poiché se ne esclude il petrolio, per via dell’accettazione da parte europea di questo embargo americano, l’Iran ha ben poco da offrire come export. Ed, infatti, Teheran ritiene questo strumento assolutamente insufficiente perché non comprende il petrolio, anzi lo esclude.
Secondo l’Ambasciatore italiano in Iran, Giuseppe Perrone, INSTEX “da solo non è assolutamente in grado di rappresentare quel salto di qualità o di rispondere alle esigenze iraniane, che Teheran pone per poter normalizzare la situazione”. In ogni caso, rappresenta “uno strumento che ha delle potenzialità ma che non è risolutivo”.
Il sostanziale silenzio americano sul piano militare, nonostante le provocazioni in atto, dimostra la impraticabilità di un intervento armato. Meglio strangolare economicamente il regime di Teheran, per farlo scendere a patti sulla questione dell’arricchimento dell’uranio, che potrebbe servire alla realizzazione di armi atomiche, piuttosto che ripetere le esperienze dell’invasione dell’Iraq. Anche allora, Saddam Hussein era stato accusato dagli Usa di detenere “armi di distruzione di massa”: si tratta, ancora una volta, della sicurezza di Israele.
Al riguardo, il Premier Benjamin Netanyahu, è stato durissimo, commentando la decisione assunta a Bruxelles dai Ministri degli esteri dell’Unione il 15 luglio scorso, secondo cui il recente annuncio iraniano di una ripresa dell’arricchimento dell’uranio al di là della soglia massima prevista dal Trattato non è poi di entità così grave da giustificare un recesso dei tre Paesi (Francia, Germania e Regno Unito) dal Trattato medesimo.
Paragonando la pavidità europea attuale verso il riarmo iraniano a quella che caratterizzò la Conferenza di Monaco nel ’38 che spianò la strada al Nazismo, ha affermato che l’Unione europea potrebbe non accorgersi della minaccia dell’Iran “fino a quando i missili nucleari iraniani non cadranno sul suolo”.
La strategia americana sembra funzionare: il presidente iraniano Hassan Rohani, parlando in una riunione del suo gabinetto, appena martedì scorso ha affermato che “ci sono Paesi che stanno mediando tra l’Iran e le altre parti, scambi di contatti e di lettere, così che tutti sappiano che l’Iran non perderà l’opportunità di colloqui giusti e legali per risolvere i problemi. Ma non ci siederemo al tavolo della capitolazione in nome dei negoziati”. Se ci sarà una tregua nella “guerra economica” all’Iran costituita dalle sanzioni Usa, “si potrà preparare il terreno per negoziati che raggiungano una conclusione”. D’altra parte, secondo Rohani, non c’è solo Israele a tirare le fila della strategia americana, ma anche gli avversari regionali della Repubblica islamica, tra cui l’Arabia Saudita.
E l’Italia, che fa? Gioca di sponda e guarda alla Libia. Nonostante le ruvidità delle relazioni diplomatiche con l’Egitto, compromesse dopo l’assassinio del giovane Regeni di cui ancora non si conosce la vera matrice, mantiene buone relazioni sul piano economico e soprattutto nel settore petrolifero: si insinua tra i sostenitori del generale Khalifa Haftar, la cui marcia verso Tripoli, annunciata con grande clamore, si è dimostrata un fiasco.
Approfitta poi dell’indebolimento oggettivo della Turchia, sia sul piano economico che delle relazioni con Washington, pesantemente compromesse dalla decisione di Ankara di acquistare il sistema contraereo S400 dalla Russia, che le è già valsa l'esclusione dal programma di approvvigionamento dei caccia F35. La strategia neo-ottomana di Recep Tayyip Erdogan, che puntava ad una presenza anche in Libia, oltre che ad una spartizione della Siria, ha subito un duplice colpo di arresto. Il Presidente della Turchia, che aveva lasciato anzitempo la Conferenza di Palermo, piccato per essere stato escluso dal tavolo ristretto delle trattative sul futuro della Libia, è in forte difficoltà.
Anche l’Arabia Saudita non è nelle migliori condizioni, non solo per via delle disavventure in cui è incorso il principe Mohammad bin Salman, quanto per la endemica riduzione delle entrate petrolifere del Regno che non gli consente di finanziare gli interventi all’estero con l'ampiezza del passato.
L’Italia, preferendo consolidare le relazioni politiche e petrolifere con il Qatar, rispetto a quelle con gli Emirati Arabi Uniti che in Libia sostengono finanziariamente il generale Khalifa Haftar, ha fatto una scelta di campo che va a sostenere indirettamente il Premier libico al-Sarraj: costui conta infatti sull’aiuto delle milizie di Misurata, che a loro volta beneficiano del supporto qatarino.
Al generale Haftar è rimasto solo il sostegno francese, ma anche questo è stato compromesso, almeno sul piano mediatico, dal rinvenimento in una base del generale, nella città di Gharian, di quattro missili anticarro “Javelin” di costruzione americana, che erano stati venduti alla Francia con il divieto di ulteriore cessione. La Difesa francese ha precisato che i missili erano stata forniti in dotazione per autodifesa alle forze francesi in Libia “schierate a scopi di intelligence antiterrorismo”. Quelli rinvenuti, poi, erano “danneggiati e fuori uso”, temporaneamente immagazzinati per la distruzione, e comunque “non sono stati trasferiti alle forze locali”, intendendo i ribelli filo-Haftar.
È una zeppa, di cui ha dato notizia il New York Times sulla base di informazioni fornite dal Dipartimento della Difesa statunitense, che la dice lunga sulla distanza tra i due Presidenti, Donald Trump ed Emmanuel Macron.
La partita a scacchi continua, e non riguarda solo l’Iran.
Fonte
Eravamo abituati alla predominanza assoluta dell’imperialismo statunitense, molto visibile sul piano militare ma assai più pervasivo su quello economico-finanziario. Oggi invece sono apparsi altri attori, sia a livello globale che regionale. E l’opzione militare diventa assai più rischiosa, specie quando l’asimmetria di potenza diventa meno sbilanciata di quanto poteva essere con la Jugoslavia, l’Iraq di Saddam o la Libia di Gheddafi.
L’analisi di Guido Salerno Aletta, che qui di seguito ripubblichiamo, evidenzia diversi elementi per nulla al centro del “dibattito pubblico”, anche se difficilmente può sfuggire la loro rilevanza geostrategica.
In particolare due:
a) le piattaforme per le transazioni finanziarie (di cui gli Usa hanno ancora il quasi-monopolio, tanto da costringere Russia e Cina a prepararne delle nuove);
b) il ruolo ancora centrale del dollaro, altrettanto “sfidato” (quantomeno dall’euro).
Si comprende dunque come le sanzioni all’Iran agiscano soprattutto su questo piano, bypassando anche la frenesia israeliana che spinge per un attacco militare, mettendo in difficoltà l’Unione Europea – che ancora riconosce l’accordo firmato da Obama, insieme a Mosca e Pechino – e divaricando quindi gli interessi economici tra le due sponde dell’Atlantico.
Benvenuti nel mondo multipolare, certamente più complesso di quello “unipolare e globalizzato” dentro cui era dominante il “pensiero unico”. Chi ancora ragiona dentro quegli schemini ideologici semplificati si smarrisce presto, così come accadde a quanti non seppero prendere le misure alla fine del “mondo diviso in due”, all’inizio degli anni ‘90...
Buona lettura.
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Iran: crisi regionale, scontro globale
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
Non sono le petroliere sequestrate, quella iraniana nello stretto di Gibilterra e per ritorsione quella britannica nello Stretto di Hormuz, a marcare una differenza sostanziale rispetto alle precedenti situazione di massima tensione nei rapporti con l’Iran. Ne abbiamo viste di tutti i colori, a partire dai 52 americani tenuti in ostaggio nella Ambasciata americana assediata a Teheran nel 1980 e poi trattenuti per 444 giorni.
Le vicende di questi ultimi mesi non riguardano tanto la nuova prova di forza degli Usa nei confronti di Teheran, con una escalation di sanzioni che ha pochi precedenti, quanto l’emersione di un conflitto globale in materia di piattaforme che consentono le transazioni finanziarie internazionali e di una distanza che sembra ormai quasi incolmabile, tra gli Usa da una parte e l’Europa dall’altra, sui seguiti da dare al Trattato JCPOA del 2015, e da cui il Presidente americano Trump ha deciso unilateralmente il recesso nel 2018.
Francia, Germania e Regno Unito marciano all’unisono: nella Persia sono di casa. La Storia ha superato definitivamente la temporanea cesura dei due blocchi antagonisti, che non è durata neppure per tutta la seconda metà del Novecento. L’Unione europea è un soggetto politico, in quanto sempre più sottende la convergenza di alcuni specifici interessi nazionali.
La prossima riunione della JCPOA Joint Commission, che si terrà a Vienna il prossimo 28 luglio, sarà presieduta da Federica Mogherini, nella sua qualità di Alto Rappresentante europeo per la politica estera. Si terrà secondo il formato E3+2, sigla che mette insieme da una parte i tre Paesi europei che ne fanno parte (Francia, Gran Bretagna e Germania) e dall’altra Cina e Russia.
Messa così, sarebbe l’America di Trump ad essere rimasta isolata dal resto del mondo sulla questione iraniana. In realtà, sta dimostrando ancora quasi intatta la capacità di dominare il mondo globalizzato attraverso il controllo delle transazioni finanziarie, che passano sul sistema SWIFT, ed attraverso la estensione automatica delle sanzioni ai Paesi terzi che non si adeguano alle sue decisioni, escludendoli a loro volta dalla possibilità di continuare ad avere relazioni commerciali e finanziarie con gli Usa. Nessuno si può permettere tanto.
Il primo nodo riguarda la realizzazione di piattaforme alternative per le transazioni commerciali internazionali: mentre l’Ue sta cercando di allentarlo, parzialmente e limitatamente alla questione iraniana, Cina e Russia hanno deciso di reciderlo nettamente, già da tempo, non solo nell’ambito dei rapporti bilaterali ma in prospettiva anche nell’ambito del Gruppo BRICS.
Il secondo nodo riguarda l’uso nelle transazioni di una moneta alternativa al dollaro. Anche l’uso della valuta americana può arrivare ad essere inibito: chi detiene dollari ne ha il possesso e la disponibilità, ma essi rimangono sempre di proprietà del governo americano. L’Europa ha a disposizione l’euro, una alternativa valida e credibile al dollaro. Per lo yuan, invece, il cammino per farne una moneta di riferimento per le transazioni internazionali sarà ancora lungo.
Le sanzioni comminate dagli Usa nei confronti dell’Iran sono dunque molto più aspre che in passato, in quanto non riguardano più solo l’embargo petrolifero, ma il divieto di ogni transazione finanziaria internazionale, che si estende anche ai Paesi terzi che intrattengono rapporti con Teheran.
Le reazioni ci sono state, ma non sono all’altezza della sfida americana: dal 29 giugno, per cercare di aggirare questa sanzione che impedirebbe anche ai Paesi aderenti alla UE di continuare a commerciare con Teheran, la componente europea del Gruppo E3+2 ha annunciato la adozione di una apposita piattaforma, INSTEX, che consente gli scambi con l’Iran utilizzando come moneta di rifermento l’euro.
Per non incappare nella estensione delle sanzioni americane in materia di transazioni finanziarie, si è deciso però di farne una piattaforma che consente solo lo scambio di merci contro merci. Poiché se ne esclude il petrolio, per via dell’accettazione da parte europea di questo embargo americano, l’Iran ha ben poco da offrire come export. Ed, infatti, Teheran ritiene questo strumento assolutamente insufficiente perché non comprende il petrolio, anzi lo esclude.
Secondo l’Ambasciatore italiano in Iran, Giuseppe Perrone, INSTEX “da solo non è assolutamente in grado di rappresentare quel salto di qualità o di rispondere alle esigenze iraniane, che Teheran pone per poter normalizzare la situazione”. In ogni caso, rappresenta “uno strumento che ha delle potenzialità ma che non è risolutivo”.
Il sostanziale silenzio americano sul piano militare, nonostante le provocazioni in atto, dimostra la impraticabilità di un intervento armato. Meglio strangolare economicamente il regime di Teheran, per farlo scendere a patti sulla questione dell’arricchimento dell’uranio, che potrebbe servire alla realizzazione di armi atomiche, piuttosto che ripetere le esperienze dell’invasione dell’Iraq. Anche allora, Saddam Hussein era stato accusato dagli Usa di detenere “armi di distruzione di massa”: si tratta, ancora una volta, della sicurezza di Israele.
Al riguardo, il Premier Benjamin Netanyahu, è stato durissimo, commentando la decisione assunta a Bruxelles dai Ministri degli esteri dell’Unione il 15 luglio scorso, secondo cui il recente annuncio iraniano di una ripresa dell’arricchimento dell’uranio al di là della soglia massima prevista dal Trattato non è poi di entità così grave da giustificare un recesso dei tre Paesi (Francia, Germania e Regno Unito) dal Trattato medesimo.
Paragonando la pavidità europea attuale verso il riarmo iraniano a quella che caratterizzò la Conferenza di Monaco nel ’38 che spianò la strada al Nazismo, ha affermato che l’Unione europea potrebbe non accorgersi della minaccia dell’Iran “fino a quando i missili nucleari iraniani non cadranno sul suolo”.
La strategia americana sembra funzionare: il presidente iraniano Hassan Rohani, parlando in una riunione del suo gabinetto, appena martedì scorso ha affermato che “ci sono Paesi che stanno mediando tra l’Iran e le altre parti, scambi di contatti e di lettere, così che tutti sappiano che l’Iran non perderà l’opportunità di colloqui giusti e legali per risolvere i problemi. Ma non ci siederemo al tavolo della capitolazione in nome dei negoziati”. Se ci sarà una tregua nella “guerra economica” all’Iran costituita dalle sanzioni Usa, “si potrà preparare il terreno per negoziati che raggiungano una conclusione”. D’altra parte, secondo Rohani, non c’è solo Israele a tirare le fila della strategia americana, ma anche gli avversari regionali della Repubblica islamica, tra cui l’Arabia Saudita.
E l’Italia, che fa? Gioca di sponda e guarda alla Libia. Nonostante le ruvidità delle relazioni diplomatiche con l’Egitto, compromesse dopo l’assassinio del giovane Regeni di cui ancora non si conosce la vera matrice, mantiene buone relazioni sul piano economico e soprattutto nel settore petrolifero: si insinua tra i sostenitori del generale Khalifa Haftar, la cui marcia verso Tripoli, annunciata con grande clamore, si è dimostrata un fiasco.
Approfitta poi dell’indebolimento oggettivo della Turchia, sia sul piano economico che delle relazioni con Washington, pesantemente compromesse dalla decisione di Ankara di acquistare il sistema contraereo S400 dalla Russia, che le è già valsa l'esclusione dal programma di approvvigionamento dei caccia F35. La strategia neo-ottomana di Recep Tayyip Erdogan, che puntava ad una presenza anche in Libia, oltre che ad una spartizione della Siria, ha subito un duplice colpo di arresto. Il Presidente della Turchia, che aveva lasciato anzitempo la Conferenza di Palermo, piccato per essere stato escluso dal tavolo ristretto delle trattative sul futuro della Libia, è in forte difficoltà.
Anche l’Arabia Saudita non è nelle migliori condizioni, non solo per via delle disavventure in cui è incorso il principe Mohammad bin Salman, quanto per la endemica riduzione delle entrate petrolifere del Regno che non gli consente di finanziare gli interventi all’estero con l'ampiezza del passato.
L’Italia, preferendo consolidare le relazioni politiche e petrolifere con il Qatar, rispetto a quelle con gli Emirati Arabi Uniti che in Libia sostengono finanziariamente il generale Khalifa Haftar, ha fatto una scelta di campo che va a sostenere indirettamente il Premier libico al-Sarraj: costui conta infatti sull’aiuto delle milizie di Misurata, che a loro volta beneficiano del supporto qatarino.
Al generale Haftar è rimasto solo il sostegno francese, ma anche questo è stato compromesso, almeno sul piano mediatico, dal rinvenimento in una base del generale, nella città di Gharian, di quattro missili anticarro “Javelin” di costruzione americana, che erano stati venduti alla Francia con il divieto di ulteriore cessione. La Difesa francese ha precisato che i missili erano stata forniti in dotazione per autodifesa alle forze francesi in Libia “schierate a scopi di intelligence antiterrorismo”. Quelli rinvenuti, poi, erano “danneggiati e fuori uso”, temporaneamente immagazzinati per la distruzione, e comunque “non sono stati trasferiti alle forze locali”, intendendo i ribelli filo-Haftar.
È una zeppa, di cui ha dato notizia il New York Times sulla base di informazioni fornite dal Dipartimento della Difesa statunitense, che la dice lunga sulla distanza tra i due Presidenti, Donald Trump ed Emmanuel Macron.
La partita a scacchi continua, e non riguarda solo l’Iran.
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20/07/2019
Golfo Persico - La guerra delle petroliere. L’Iran risponde alla provocazione inglese
La guerra delle petroliere
Non era difficile capire che il sequestro di una petroliera iraniana, al largo dello stretto di Gibilterra, realizzato con una operazione delle “teste di cuoio” britanniche, avrebbe innescato ritorsioni da parte dei “persiani”.
Al di là delle molte chiacchiere di circostanza sulla “transizione ecologica”, gli “accordi sul clima” e gli altisonanti impegni a rispettare l’ambiente, il petrolio – e in generale gli idrocarburi – restano al centro del sistema mondiale di produzione dell’energia. E niente e nessuno sembrano in grado di far cambiare idea a chi controlla l’evoluzione del modo di produzione, guadagnandoci e competendo fino alla follia.
I Guardiani della Rivoluzione hanno sequestrato due petroliere britanniche nelle acque dello Stretto di Hormuz: una, la Mesdar battente bandiera liberiana, è stata liberata poco dopo; ma la Stena Impero, che batte bandiera britannica, costruita nel 2018 e con una stazza di quasi 30 mila tonnellate, è ancora nelle mani dei Pasdaran.
A bordo della Stena Impero ci sono 23 marinai, nessun cittadino britannico, ma indiani, russi, lettoni e filippini. A riprova che la proprietà e la “bandiera” servono solo a dare un indirizzo ai flussi di profitto, mentre il lavoro bruto viene svolto ingaggiando schiavi di qualsiasi paese.
Nel caso della Mesdar l’allarme è presto rientrato: sarebbe stata fermata solo per un controllo e ha ripreso la navigazione, ma cambiando rotta. “Tutto l’equipaggio sta bene ed è al sicuro”, ha fatto sapere la società armatrice.
Il governo britannico ha annunciato pensanti ritorsioni ed invitato le navi ad evitare lo Stretto di Hormuz. “Rimaniamo profondamente preoccupati per l’inaccettabile azione che rappresenta una chiara sfida alla libertà di navigazione. Abbiamo suggerito a tutte le navi di rimanere lontane dalla zona per un periodo di tempo ad interim“, ha segnalato il Foreign Office nella notte. Dimenticando completamente il sequestro di Gibilterra. Si vede che la “libertà di navigazione” è un diritto a geometria variabile: c’è chi lo può invocare e chi no...
Il Foreign Office ha minacciato esplicitamente: “Come ha detto il ministro degli Esteri, la nostra risposta sarà considerevole e forte e ci saranno serie conseguenze se la situazione non si risolve. Rimaniamo in contatto con i nostri partner e ci saranno ulteriori riunioni nel fine settimana“.
L’ambasciatore britannico a Teheran è in contatto con il ministero degli Esteri iraniano mentre la Gran Bretagna lavora con gli alleati per la soluzione della crisi.
Appresa la notizia del sequestro, il presidente americano, Donald Trump, ha parlato al telefono con il presidente francese, Emmanuel Macron. “Parlerò anche con Londra, aspettiamo e vediamo“, ha aggiunto insolitamente cauto, incontrando la stampa, fuori dalla Casa Bianca, in partenza per il New Jersey; ma il sequestro conferma quello che “dico da sempre sull’Iran, ovvero che Teheran crea problemi”.
La Stena Impero era diretta verso l’Arabia Saudita quando improvvisamente ha lasciato le acque internazionali e all’altezza del Golfo di Hormuz è stata costretta a virare: ora appare diretta, secondo i tracciati radar, verso l’isola iraniana di Qeshm, dove i Guardiani della Rivoluzione hanno una base.
L’azione dei Pasdaran è palesemente la reazione al sequestro, nelle scorse settimane, da parte della Marina reale britannica al largo di Gibilterra di una petroliera battente bandiera panamense, la Grace 1, sospettata di trasportare greggio iraniano verso la Siria, in violazione delle sanzioni europee a Damasco. Proprio oggi le autorità di Gibilterra hanno confermato il fermo fino al 15 agosto della nave cisterna che, per l’Iran, è un “atto di pirateria”. Teheran aveva infatti preannunciato una reazione “al momento opportuno”.
Le conseguenze di questa escalation sono al momento imprevedibili. Trump giovedì aveva dato notizia dell’abbattimento di un drone che nel Golfo si era avvicinato troppo a una nave da guerra americana, la Boxer. Teheran ha però smentito la perdita di un velivolo senza pilota e ha fatto circolare un video per mostrare che il drone era rientrato correttamente alla base.
La Royal Navy inglese ha deciso di inviare un’altra grande nave da guerra nel Golfo Persico, la terza. Appena giovedì una petroliera degli Emirati arabi, la Riah, era stata sequestrata dai Pasdaran con l’accusa di contrabbando di petrolio.
Nello Stretto di Hormuz transitano ogni giorno carichi da milioni di barili, pari grosso modo al 35% di tutto il greggio commerciato via mare ed al 20% del totale. Le tensioni nell’area, che costituisce la rotta dei traffici commerciali e delle esportazioni petrolifere mondiali, si accavallano a quelle tra Iran e Usa per l’accordo sul nucleare.
Dopo che il presidente Usa, Donald Trump ha deciso di uscire dall’accordo siglato nel luglio 2015, l’Iran ha deciso di superare i limiti delle riserve di uranio arricchito imposti da quell’intesa. Gli Usa hanno imposto nuove sanzioni contro 12 tra entità e individui, con sede in Iran, Belgio e Cina, legati a una rete che acquistava “materiali sensibili” per il programma nucleare iraniano.
La prospettiva di negoziati sembra lontana: nelle ultime ore, tramite il ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, principale sponsor dell’accordo di Vienna, l’Iran ha fatto sapere che Teheran accetterebbe “formalmente e permanentemente” ispezioni del suo programma nucleare in cambio dell’annullamento definitivo delle sanzioni americani.
Per ora Trump ha detto di no, ma la prospettiva di una guerra sembra non piacergli. Ne sembra consapevole il capo storico dei Pasdaran, l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad: “Trump è un uomo d’azione, un uomo d’affari, in grado di calcolare costi benefici e prendere una decisione. Diciamogli ‘calcoliamo i costi/benefici a lungo termine per le nostre due nazioni e cerchiamo di avere uno sguardo non miope‘”.
Nel frattempo, l’Unione Europea sta cercando la strada per aggirare legalmente le “sanzioni” unilaterali decise da Washington contro l’Iran. Ma deve fare i conti con i due paesi più “amerikani” del Vecchio Continente: Italia e Polonia.
Qui di seguito l’articolo che Beda Romano, per IlSole24Ore, dedica al tentativo. La realtà geopolitica dopo la fine della “globalizzazione” è decisamente più complessa degli schemini bipolari in uso nella vecchia come nella nuova “sinistra”.
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Italia e Polonia frenano il dispositivo salva-Iran
Beda Romano
È innovativo, ambizioso ma difficile da far decollare il meccanismo europeo che dovrebbe permettere ai Paesi dell’Unione, e non solo, di salvaguardare i legami commerciali con l’Iran, e di converso evitare una corsa al riarmo nucleare. La partita è tecnica, legale, ma anche molto politica. Le divisioni europee stanno indebolendo un progetto che riflette il tentativo di affrancarsi dagli Stati Uniti, suscitando di conseguenza le critiche e i dubbi di Teheran.
Parlando questa settimana qui a Bruxelles, l’Alta Rappresentante per la Politica estera Federica Mogherini ha spiegato che il meccanismo messo a punto da Francia, Germania e Regno Unito (noto con l’acronimo inglese Instex) è ormai «operativo» e che «le prime transazioni sono in via di elaborazione».
Concretamente, il veicolo si basa sul baratto: dovrebbe far sì che un esportatore europeo verso l’Iran venga pagato da un importatore europeo di prodotti iraniani.
L’obiettivo è aggirare le sanzioni americane contro l’Iran, continuare a commerciare con il Paese e quindi mantenere in vita l’accordo sul Nucleare (JCPOA), rinnegato da Washington.
La società ha sede a Parigi, presso il ministero delle Finanze, ed è guidata da un banchiere tedesco, Per Fischer. Il capitale di partenza è stato di 3.000 euro. Diplomatici qui a Bruxelles sono molto discreti sulle transazioni in atto, gli ammontari e i prodotti coinvolti. Il timore è di essere colpiti da nuove sanzioni americane.
«Alcune transazioni sono in via di definizione – conferma un diplomatico –. Si sta verificando il rispetto delle norme sul riciclaggio di denaro sporco».
La messa a regime di Instex è complicata anche dal fatto che l’Iran è ancora al lavoro sul proprio meccanismo che dovrebbe fare da specchio a quello europeo. Secondo gli ultimi dati disponibili, l’export europeo verso l’Iran totalizzava in aprile 314 milioni di euro (-55% annuo), mentre l’import dall’Iran ammontava a 58 milioni di euro (-93% annuo).
Durante una riunione dei ministri degli Esteri lunedì, sette governi si sono detti interessati a partecipare al veicolo finanziario: il Belgio, l’Olanda, la Spagna, la Slovenia, la Svezia, l’Austria e la Finlandia. Tuttavia, due grandi paesi, l’Italia e la Polonia, stanno ancora valutando come agire.
Il governo italiano è combattuto sul da farsi. Da un lato, vuole preservare l’Accordo sul nucleare e continuare a commerciare con Teheran. Dall’altro, teme di innervosire gli Stati Uniti (dopo aver ottenuto nel 2018 una esenzione temporanea dalle sanzioni americane).
Chi ha partecipato alla riunione ministeriale ha ritenuto che Varsavia avesse un atteggiamento ancor più nettamente pro-americano.
La spaccatura non è banale in un momento in cui l’Europa tenta di affrancarsi dagli Stati Uniti e di ridurre il peso egemonico del dollaro. Spiega in un recente rapporto lo European Council on Foreign Relations che «le vulnerabilità dell’Europa dipendono soprattutto da una interdipendenza dagli Stati Uniti che è asimmetrica, per via della taglia dei mercati finanziari americani e del ruolo globale del dollaro». In questo senso, il centro-studi crede che «l’Unione europea debba rafforzare le sue politiche sanzionatorie (…) preparandosi ad adottare contromisure asimmetriche».
Parlando al Financial Times di ieri, il ministero degli Esteri russo ha dato il suo appoggio a Instex. Dicendosi pronta a utilizzarlo, la Russia ha esacerbato le divisioni europee. Non basta: rimane in dubbio se Instex potrà essere usato per il petrolio iraniano. Non sorprende in questo frangente che Teheran ritenga Instex insufficiente, e abbia rimesso in questione il JCPOA (si veda II Sole 24 Ore del 29 giugno).
Il meccanismo di baratto sarà tanto più efficace quanto più numerosi saranno i Paesi europei ad utilizzarlo.
Fonte
09/07/2019
Iran - L'UE abbandona Tehran che perde la pazienza
di Michele Giorgio – il Manifesto
Il rischio che una scintilla possa appiccare l’incendio aleggia tra le acque di Gibilterra e quelle del Golfo. Un rischio ben più alto di quello rappresentato dalla sfida lanciata dall’Iran – l’innalzamento da ieri del livello dell’arricchimento dal 3,67% al 4,5%, quindi oltre il limite consentito dall’accordo del 2015, dell’uranio necessario per le sue centrali nucleari – ad un’Europa che non mantiene le sue promesse e appoggia l’Amministrazione Trump che sta demolendo il diritto internazionale. La British Heritage, una enorme petroliera battente bandiera britannica, non osa uscire dal Golfo per timore di essere bloccata da Tehran, in risposta al sequestro, compiuto dai marine di sua maestà la scorsa settimana davanti alle coste di Gibilterra, della Grace 1 che trasporta petrolio iraniano.
La British Heritage stava navigando verso il terminal petrolifero iracheno di Bassora quando il 6 luglio ha fatto inversione di rotta. Si è diretta verso le coste saudite temendo di diventare nello Stretto di Hormuz un obiettivo dei corpi speciali iraniani. Sono state sufficienti le minacce dei Guardiani della Rivoluzione di sequestrare una nave britannica per concretizzare l’ammonimento tante volte rivolto dagli iraniani al mondo: «se non potremo esportare il nostro petrolio allora non potrà farlo nessuno». La chiusura di Hormuz, per il quale passa circa un terzo del petrolio prodotto nel mondo, è considerata da Donald Trump un casus belli.
Tehran ieri ha lanciato l’ennesimo appello ai Paesi europei, affinchè mantengano la parola data di avviare un meccanismo per aggirare le sanzioni americane alle esportazioni petrolifere iraniane. «Se gli europei non manterranno i loro impegni il nostro terzo passo nei prossimi 60 giorni (dopo l’aumento al 4,5% dell’arricchimento dell’uranio) sarà ancora più grave», ha detto un portavoce del ministero degli esteri iraniano. Tehran, ha spiegato il portavoce della commissione energia del Parlamento, Assadollah Gharenkhani, giudica «solo parole, una messinscena» le promesse dei Paesi europei firmatari dell’intesa del 2015 – Francia, Gran Bretagna e Germania – di rendere operativo Instex, lo strumento finanziario che permette di continuare le transazioni con l’Iran. Secondo Gharenkhani, l’Europa deve aiutare subito, senza esitazioni, Teheran a riprendere le esportazioni di petrolio che l’Amministrazione Usa di Donald Trump è riuscita a ridurre drasticamente con pressioni, ricatti e minacce sull’intera comunità internazionale. La reazione di Bruxelles non si è fatta attendere e non è stata quella che avrebbe voluto l’Iran. L’Unione europea ha esortato la Repubblica islamica a cessare tutte le attività di arricchimento dell’uranio contrarie all’accordo del 2015. «Esortiamo con forza l’Iran a interrompere le sue attività contrarie agli impegni presi», ha detto una portavoce della Commissione europea sottolineando che l’Ue sta coordinando la sua posizione con gli altri firmatari delle intese raggiunte quattro anni fa.
Il 4,5% di arricchimento dell’uranio è molto lontano dal 90%, la soglia necessaria per costruire armi atomiche, possibilità che l’Iran nega con forza. Per Washington e Tel Aviv invece è come se Tehran stesse già assemblando ordigni nucleari. Il vice presidente Usa Mike Pence, parlando ieri al congresso annuale di Christians United for Israel, una potente organizzazione evangelica a sostegno dello Stato ebraico, ha ribadito che gli Stati Uniti non faranno passi indietro e «non permetteranno all’Iran di dotarsi di armi atomiche». Nuove sanzioni contro l’Iran erano state chieste domenica dal premier israeliano Benyamin Netanyahu, leader dell’unico paese del Medio Oriente che possiede segretamente ordigni atomici, non è sottoposto ad alcun controllo e non ha firmato il Trattato di non proliferazione. «Si tratta di un passo molto, molto pericoloso», ha detto Netanyahu secondo il quale l’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran «a tali livelli» avrebbe un solo proposito: la creazione di ordigni nucleari.
Fonte
Il rischio che una scintilla possa appiccare l’incendio aleggia tra le acque di Gibilterra e quelle del Golfo. Un rischio ben più alto di quello rappresentato dalla sfida lanciata dall’Iran – l’innalzamento da ieri del livello dell’arricchimento dal 3,67% al 4,5%, quindi oltre il limite consentito dall’accordo del 2015, dell’uranio necessario per le sue centrali nucleari – ad un’Europa che non mantiene le sue promesse e appoggia l’Amministrazione Trump che sta demolendo il diritto internazionale. La British Heritage, una enorme petroliera battente bandiera britannica, non osa uscire dal Golfo per timore di essere bloccata da Tehran, in risposta al sequestro, compiuto dai marine di sua maestà la scorsa settimana davanti alle coste di Gibilterra, della Grace 1 che trasporta petrolio iraniano.
La British Heritage stava navigando verso il terminal petrolifero iracheno di Bassora quando il 6 luglio ha fatto inversione di rotta. Si è diretta verso le coste saudite temendo di diventare nello Stretto di Hormuz un obiettivo dei corpi speciali iraniani. Sono state sufficienti le minacce dei Guardiani della Rivoluzione di sequestrare una nave britannica per concretizzare l’ammonimento tante volte rivolto dagli iraniani al mondo: «se non potremo esportare il nostro petrolio allora non potrà farlo nessuno». La chiusura di Hormuz, per il quale passa circa un terzo del petrolio prodotto nel mondo, è considerata da Donald Trump un casus belli.
Tehran ieri ha lanciato l’ennesimo appello ai Paesi europei, affinchè mantengano la parola data di avviare un meccanismo per aggirare le sanzioni americane alle esportazioni petrolifere iraniane. «Se gli europei non manterranno i loro impegni il nostro terzo passo nei prossimi 60 giorni (dopo l’aumento al 4,5% dell’arricchimento dell’uranio) sarà ancora più grave», ha detto un portavoce del ministero degli esteri iraniano. Tehran, ha spiegato il portavoce della commissione energia del Parlamento, Assadollah Gharenkhani, giudica «solo parole, una messinscena» le promesse dei Paesi europei firmatari dell’intesa del 2015 – Francia, Gran Bretagna e Germania – di rendere operativo Instex, lo strumento finanziario che permette di continuare le transazioni con l’Iran. Secondo Gharenkhani, l’Europa deve aiutare subito, senza esitazioni, Teheran a riprendere le esportazioni di petrolio che l’Amministrazione Usa di Donald Trump è riuscita a ridurre drasticamente con pressioni, ricatti e minacce sull’intera comunità internazionale. La reazione di Bruxelles non si è fatta attendere e non è stata quella che avrebbe voluto l’Iran. L’Unione europea ha esortato la Repubblica islamica a cessare tutte le attività di arricchimento dell’uranio contrarie all’accordo del 2015. «Esortiamo con forza l’Iran a interrompere le sue attività contrarie agli impegni presi», ha detto una portavoce della Commissione europea sottolineando che l’Ue sta coordinando la sua posizione con gli altri firmatari delle intese raggiunte quattro anni fa.
Il 4,5% di arricchimento dell’uranio è molto lontano dal 90%, la soglia necessaria per costruire armi atomiche, possibilità che l’Iran nega con forza. Per Washington e Tel Aviv invece è come se Tehran stesse già assemblando ordigni nucleari. Il vice presidente Usa Mike Pence, parlando ieri al congresso annuale di Christians United for Israel, una potente organizzazione evangelica a sostegno dello Stato ebraico, ha ribadito che gli Stati Uniti non faranno passi indietro e «non permetteranno all’Iran di dotarsi di armi atomiche». Nuove sanzioni contro l’Iran erano state chieste domenica dal premier israeliano Benyamin Netanyahu, leader dell’unico paese del Medio Oriente che possiede segretamente ordigni atomici, non è sottoposto ad alcun controllo e non ha firmato il Trattato di non proliferazione. «Si tratta di un passo molto, molto pericoloso», ha detto Netanyahu secondo il quale l’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran «a tali livelli» avrebbe un solo proposito: la creazione di ordigni nucleari.
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17/06/2019
Medio Oriente - Trump prepara la guerra, l'Iran l'uscita dal Jcpoa
di Michele Giorgio – il Manifesto
Alza la voce il presidente iraniano Hassan Rohani. Non può far altro di fronte alle sanzioni economiche americane e alle accuse, senza prove, di Donald Trump e del segretario di Stato Mike Pompeo all’Iran di aver compiuto per due volte, il mese scorso e qualche giorno fa, attacchi a petroliere mettendo a rischio una porzione significativa dei rifornimenti di petrolio. Rohani probabilmente si rende conto che andare al muro contro muro fa il gioco dei nemici del suo paese ma non può non avvicinarsi alle posizioni rigide della guida suprema Ali Khamenei e dei falchi che non hanno mai creduto all’utilità della firma nel 2015 con gli Stati Uniti e l’UE dell’accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa).
«Siamo tutti consapevoli del ruolo delle politiche dell’Amministrazione Usa nel destabilizzare i Paesi della regione», ha protestato l’altro ieri Rohani intervenendo alla “Conferenza sulle misure di interazione e rafforzamento della fiducia in Asia” (Cica) in corso a Dushanbe. «Per un livello accettabile di pace, stabilità e sviluppo – ha aggiunto – è necessario puntare sullo sviluppo della cooperazione regionale e del dialogo». Infine ha ribadito che l’Iran è «un attore chiave nella regione» e punta «sulla cooperazione, sull’individuazione di strategie per raggiungere obiettivi e benefici comuni». Parole indirizzate all’Europa. Tehran sa che alcuni paesi – Germania, Francia e Gran Bretagna – possono arginare l’aggressività dell’Amministrazione Trump e impedire una nuova guerra nel Golfo. In questi giorni, alternando toni duri ad altri più concilianti, Rohani non manca di ricordare che a luglio scadrà l’ultimatum lanciato dal suo paese per vedere in azione “Instex”, il sistema con cui l’UE afferma di poter aggirare le sanzioni americane continuando ad avere relazioni economiche con l’Iran. Altrimenti il suo paese, poco alla volta, uscirà dal Jcpoa di cui gli Usa dal 2018 non sono più parte.
Dell’accordo del 2015 e dei preoccupanti sviluppi in Medio Oriente e nel Golfo hanno parlato l’altro ieri a Tehran il segretario generale del Servizio europeo per l’azione esterna, Helga Schmid, e il numero due della diplomazia iraniana, Abbas Araqchi. Tema centrale Instex e il futuro del Jcpoa. Tehran, che ha già sospeso alcuni dei suoi impegni, continua a non fidarsi dell’UE dove i segnali di vicinanza a Trump e alla sua politica anti-iraniana non mancano. Giungono soprattutto dal governo britannico. Tanto che il leader laburista Corbyn è dovuto intervenire con forza per ammonire il governo dall’alimentare le tensioni nel Golfo accusando senza prove, come fa Trump, l’Iran dell’ultimo presunto attacco a due petroliere nel Golfo di Oman.
La corsa verso la nuova guerra in ogni caso è cominciata. Il segretario alla Difesa Patrick Shanahan ha fatto sapere di essere impegnato, assieme al Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton e al segretario di Stato Mike Pompeo, a costruire un ampio consenso internazionale contro l’Iran. Poi la parola potrebbe passare alle armi.
Fonte
Alza la voce il presidente iraniano Hassan Rohani. Non può far altro di fronte alle sanzioni economiche americane e alle accuse, senza prove, di Donald Trump e del segretario di Stato Mike Pompeo all’Iran di aver compiuto per due volte, il mese scorso e qualche giorno fa, attacchi a petroliere mettendo a rischio una porzione significativa dei rifornimenti di petrolio. Rohani probabilmente si rende conto che andare al muro contro muro fa il gioco dei nemici del suo paese ma non può non avvicinarsi alle posizioni rigide della guida suprema Ali Khamenei e dei falchi che non hanno mai creduto all’utilità della firma nel 2015 con gli Stati Uniti e l’UE dell’accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa).
«Siamo tutti consapevoli del ruolo delle politiche dell’Amministrazione Usa nel destabilizzare i Paesi della regione», ha protestato l’altro ieri Rohani intervenendo alla “Conferenza sulle misure di interazione e rafforzamento della fiducia in Asia” (Cica) in corso a Dushanbe. «Per un livello accettabile di pace, stabilità e sviluppo – ha aggiunto – è necessario puntare sullo sviluppo della cooperazione regionale e del dialogo». Infine ha ribadito che l’Iran è «un attore chiave nella regione» e punta «sulla cooperazione, sull’individuazione di strategie per raggiungere obiettivi e benefici comuni». Parole indirizzate all’Europa. Tehran sa che alcuni paesi – Germania, Francia e Gran Bretagna – possono arginare l’aggressività dell’Amministrazione Trump e impedire una nuova guerra nel Golfo. In questi giorni, alternando toni duri ad altri più concilianti, Rohani non manca di ricordare che a luglio scadrà l’ultimatum lanciato dal suo paese per vedere in azione “Instex”, il sistema con cui l’UE afferma di poter aggirare le sanzioni americane continuando ad avere relazioni economiche con l’Iran. Altrimenti il suo paese, poco alla volta, uscirà dal Jcpoa di cui gli Usa dal 2018 non sono più parte.
Dell’accordo del 2015 e dei preoccupanti sviluppi in Medio Oriente e nel Golfo hanno parlato l’altro ieri a Tehran il segretario generale del Servizio europeo per l’azione esterna, Helga Schmid, e il numero due della diplomazia iraniana, Abbas Araqchi. Tema centrale Instex e il futuro del Jcpoa. Tehran, che ha già sospeso alcuni dei suoi impegni, continua a non fidarsi dell’UE dove i segnali di vicinanza a Trump e alla sua politica anti-iraniana non mancano. Giungono soprattutto dal governo britannico. Tanto che il leader laburista Corbyn è dovuto intervenire con forza per ammonire il governo dall’alimentare le tensioni nel Golfo accusando senza prove, come fa Trump, l’Iran dell’ultimo presunto attacco a due petroliere nel Golfo di Oman.
La corsa verso la nuova guerra in ogni caso è cominciata. Il segretario alla Difesa Patrick Shanahan ha fatto sapere di essere impegnato, assieme al Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton e al segretario di Stato Mike Pompeo, a costruire un ampio consenso internazionale contro l’Iran. Poi la parola potrebbe passare alle armi.
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11/06/2019
Iran - I tentennamenti dell'UE non convincono Teheran
di Michele Giorgio - il Manifesto
«Instex sarà pronto per l’utilizzo nell’immediato futuro». La Germania prova a rassicurare Tehran, sempre più nervosa per le pesanti sanzioni varate dall’Amministrazione Trump che penalizzano le esportazioni di greggio e il resto della sua economia. «Instex è un nuovo tipo di strumento, non è semplice renderlo operativo», ha spiegato ieri a Teheran il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas «però tutti i requisiti formali sono stati messi in pratica, quindi presumo che saremo pronti per usarlo nel prossimo futuro». Instex (Instrument in Support of Trade Exchanges) è il sistema creato da Francia, Gran Bretagna e Germania – dopo il ritiro degli Usa dall’accordo sul nucleare iraniano del 2015 (Jcpoa) – per garantire la sopravvivenza dell’economia iraniana facilitando i pagamenti non in dollari legati alle esportazioni della Repubblica islamica, incluso il greggio, e le importazioni, e per rassicurare aziende ed imprenditori che vogliono fare affari con l’Iran.
Il capo della diplomazia tedesca ha fatto di tutto per avvalorare la credibilità delle sue rassicurazioni senza, però, vincere lo scetticismo di Teheran che ha più volte criticato l’inerzia dei tre paesi europei nel portare alla piena operabilità Instex. Nei giorni scorsi il portavoce del ministero degli esteri iraniano, Abbas Mousavi, ha sottolineato che «Finora non abbiamo visto passi concreti dagli europei per garantire gli interessi dell’Iran». A Teheran, al di là delle strette di mano e dei sorrisi imposti dalla prassi diplomatica, non sono rimasti impressionati da Maas sospettato di provare a guadagnare tempo in vista del 7 luglio. Oltre quella data, stabilita da Tehran, se non sarà garantito il dividendo economico dell’accordo di quattro anni fa accettato in cambio di una forte limitazione del suo programma nucleare civile, la leadership iraniana procederà a una forte riduzione dei propri impegni fissati dall’intesa internazionale. L’Iran ha già accelerato la propria produzione di uranio come hanno potuto accertare gli ispettori dell’Aiea, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Tuttavia il ritmo della produzione è fluttuante e non è chiaro se l’Iran intenda davvero superare i limiti imposti dall’accordo del 2015 alle sue scorte di uranio arricchito.
Heiko Maas non ha precisato se sia stata finalmente trovata la soluzione che permetterà a Instex di rientrare nelle norme per i finanziamenti legittimi stabiliti dalla Financial Action Task Force alle quali peraltro l’Iran non è pienamente conforme. E inoltre non sono pochi i dubbi sulla determinazione dei tre paesi europei di andare allo scontro con l’alleata Washington in nome dei diritti dell’Iran e della legalità internazionale. L’Amministrazione Trump ha più volte messo in guardia l’Ue. In una lettera datata 7 maggio ottenuta da Bloomberg, il sottosegretario del dipartimento Usa del Tesoro, Sigal Mandelker, avvertiva che se entrerà in vigore Instex chiunque sia ad esso associato sarà escluso dal sistema finanziario americano.
Il ministro degli esteri tedesco inoltre non è riuscito ad allentare la tensione. Durante la conferenza stampa tenuta con Mohammad Javad Zarif, il capo della diplomazia iraniana ha avvertito che Teheran non rimarrà immobile di fronte agli avvertimenti minacciosi di Benyamin Netanyahu. E ha sottolineato che mentre il premier israeliano agisce contro l’accordo del 2015 e, insieme a Trump, chiede al mondo di colpire e sanzionare l’Iran per fermare un programma nucleare militare che Teheran nega di avere, Tel Aviv produce e detiene in segreto armi atomiche. «L’Iran non ha mai intrapreso una guerra contro qualsiasi paese e non lo farà in futuro» ha detto Zarif, aggiungendo che «Si parla di instabilità in questa regione ma ci sono le altre parti che dovrebbero essere ritenute responsabili... L’unica soluzione per ridurre le tensioni è fermare la guerra economica (degli Usa) contro l’Iran».
Fonte
«Instex sarà pronto per l’utilizzo nell’immediato futuro». La Germania prova a rassicurare Tehran, sempre più nervosa per le pesanti sanzioni varate dall’Amministrazione Trump che penalizzano le esportazioni di greggio e il resto della sua economia. «Instex è un nuovo tipo di strumento, non è semplice renderlo operativo», ha spiegato ieri a Teheran il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas «però tutti i requisiti formali sono stati messi in pratica, quindi presumo che saremo pronti per usarlo nel prossimo futuro». Instex (Instrument in Support of Trade Exchanges) è il sistema creato da Francia, Gran Bretagna e Germania – dopo il ritiro degli Usa dall’accordo sul nucleare iraniano del 2015 (Jcpoa) – per garantire la sopravvivenza dell’economia iraniana facilitando i pagamenti non in dollari legati alle esportazioni della Repubblica islamica, incluso il greggio, e le importazioni, e per rassicurare aziende ed imprenditori che vogliono fare affari con l’Iran.
Il capo della diplomazia tedesca ha fatto di tutto per avvalorare la credibilità delle sue rassicurazioni senza, però, vincere lo scetticismo di Teheran che ha più volte criticato l’inerzia dei tre paesi europei nel portare alla piena operabilità Instex. Nei giorni scorsi il portavoce del ministero degli esteri iraniano, Abbas Mousavi, ha sottolineato che «Finora non abbiamo visto passi concreti dagli europei per garantire gli interessi dell’Iran». A Teheran, al di là delle strette di mano e dei sorrisi imposti dalla prassi diplomatica, non sono rimasti impressionati da Maas sospettato di provare a guadagnare tempo in vista del 7 luglio. Oltre quella data, stabilita da Tehran, se non sarà garantito il dividendo economico dell’accordo di quattro anni fa accettato in cambio di una forte limitazione del suo programma nucleare civile, la leadership iraniana procederà a una forte riduzione dei propri impegni fissati dall’intesa internazionale. L’Iran ha già accelerato la propria produzione di uranio come hanno potuto accertare gli ispettori dell’Aiea, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Tuttavia il ritmo della produzione è fluttuante e non è chiaro se l’Iran intenda davvero superare i limiti imposti dall’accordo del 2015 alle sue scorte di uranio arricchito.
Heiko Maas non ha precisato se sia stata finalmente trovata la soluzione che permetterà a Instex di rientrare nelle norme per i finanziamenti legittimi stabiliti dalla Financial Action Task Force alle quali peraltro l’Iran non è pienamente conforme. E inoltre non sono pochi i dubbi sulla determinazione dei tre paesi europei di andare allo scontro con l’alleata Washington in nome dei diritti dell’Iran e della legalità internazionale. L’Amministrazione Trump ha più volte messo in guardia l’Ue. In una lettera datata 7 maggio ottenuta da Bloomberg, il sottosegretario del dipartimento Usa del Tesoro, Sigal Mandelker, avvertiva che se entrerà in vigore Instex chiunque sia ad esso associato sarà escluso dal sistema finanziario americano.
Il ministro degli esteri tedesco inoltre non è riuscito ad allentare la tensione. Durante la conferenza stampa tenuta con Mohammad Javad Zarif, il capo della diplomazia iraniana ha avvertito che Teheran non rimarrà immobile di fronte agli avvertimenti minacciosi di Benyamin Netanyahu. E ha sottolineato che mentre il premier israeliano agisce contro l’accordo del 2015 e, insieme a Trump, chiede al mondo di colpire e sanzionare l’Iran per fermare un programma nucleare militare che Teheran nega di avere, Tel Aviv produce e detiene in segreto armi atomiche. «L’Iran non ha mai intrapreso una guerra contro qualsiasi paese e non lo farà in futuro» ha detto Zarif, aggiungendo che «Si parla di instabilità in questa regione ma ci sono le altre parti che dovrebbero essere ritenute responsabili... L’unica soluzione per ridurre le tensioni è fermare la guerra economica (degli Usa) contro l’Iran».
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