Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/05/2024

Nessuna epoca è simile alla nostra

di Sandro Moiso

Yves Delhoysie, Georges Lapierre, L’incendio millenarista tra apocalisse e rivoluzione, Malamente/Tabor, Urbino-Valsusa 2024, pp. 574, 22 euro

«No age like unto this age» (Discorso di un digger apparso in un pamphlet anonimo del 1653)

Molto tempo prima che testi come Il manifesto del partito comunista, Stato e anarchia oppure Stato e rivoluzione potessero anche solo lontanamente essere concepiti, ne è esistito uno che, pur essendo quasi mai letto dai suoi estimatori, è stato per secoli indirettamente alla base di rivolte, insurrezioni e movimenti intrinsecamente rivoluzionari.

Si tratta dell’Apocalisse di Giovanni, conosciuta altrimenti come Rivelazione o Libro della Rivelazione, l’ultimo libro del Nuovo Testamento.

Come per gran parte dei testi posti all’origine della seconda parte della Bibbia, l’attribuzione è incerta così come il luogo in cui sarebbe stata redatta, mentre per quanto riguarda la data di composizione, si ammette abbastanza comunemente che sarebbe stata composta nella prima metà degli anni '90 del I secolo.

Nell’opera si parla di persecuzioni da parte di pubblici ufficiali, si dice che ci sono stati già dei martiri della fede e che tutta la cristianità corre un tremendo pericolo. Inoltre si afferma che la partecipazione al regno millenario è il premio dei martiri che hanno rifiutato il “segno della bestia” sulla fronte e sulla mano, un riferimento al culto imperiale romano, ma che nel tempo assunse significati simbolici più ampi collegando il segno della bestia più genericamente al Male (sotto qualsiasi forma questo si presentasse).

Involontariamente il testo finì col far attendere ai credenti una battaglia finale con quest’ultimo che avrebbe dovuto realizzare già in terra la volontà e il regno di Dio, materializzando in qualche modo la promessa di regno che non sarebbe stato più soltanto ultraterreno, ma millenario nel mondo reale. Da qui la sua forza nel colpire l’immaginario popolare e delle classi meno abbienti sottoposte al potere di monarchi, imperatori e papi. Tutti egualmente corrotti e tutti ugualmente segnati dal marchio infamante della Bestia.

Il testo appena pubblicato dalle edizioni Malamente/Tabor, uscito originariamente in Francia nel 1987 per le edizioni del gruppo Os Cangaceiros, riporta alla ribalta e all’attenzione dei lettori i movimenti millenaristi, per l’appunto, che dal Medio Evo fino al movimento dei diggers durante la guerra civile inglese del XVII secolo oppure all’anarchismo andaluso all’interno di quella spagnola o, ancora, al banditismo sociale del Nord-est del Brasile e ai culti messianici melanesiani tra XIX e XX secolo, hanno per periodi più o meno lunghi infranto le regole delle società divise in classi oppure coloniali per instaurare forme di comunismo e uguaglianza sociale, anche attraverso la violenza e l’espropriazione dei beni e delle ricchezze1.

Non a caso Luigi Balsamini, nella prefazione alla nuova edizione italiana del testo, sottolinea e ricorda, a proposito del gruppo Os Cangaceiros2, che proprio dal banditismo sociale del Nord-est brasiliano aveva tratto il nome, che:

Le azioni di quel gruppo hanno in particolar modo preso di mira il sistema penitenziario, muovendosi dalla solidarietà attiva alle lotte dei detenuti fino ai sabotaggi nei cantieri delle carceri in costruzione, alla distruzione degli uffici delle ditte appaltatrici e alla sottrazione e diffusione di dettagliate piantine e preziose informazioni tecniche degli edifici.
Tra il gennaio 1985 e il giugno 1987 Os Cangaceiros ha diffuso tre numeri di un’omonima rivista contenenti analisi e documenti relativi a lotte e insorgenze sociali di quegli anni, non solo in Francia. Sempre nel 1987, il gruppo pubblica la prima edizione di L’incendie millénariste, firmato con gli pseudonimi Yves Delhoysie e Georges Lapierre. La loro pessima fama era però in crescita, tanto che alcuni distributori rifiutarono di far circolare il libro lasciando Os Cangaceiros con buona parte della tiratura in magazzino. Facendosi sempre più pesante la pressione poliziesca, il gruppo decide di abbandonare la maggior parte delle copie in luoghi pubblici, lasciandole al loro destino fuori da ogni logica mercantile. Dopo aver rivendicato numerose azioni dirette, il gruppo si è sciolto ed è scomparso dalla scena, riuscendo in parte a sottrarsi alla successiva ondata repressiva3.

Il millenarismo costituisce uno dei più antichi sogni di libertà e giustizia, l’idea dell’avvento di un’Età dell’oro, di un mondo radicalmente diverso, di fraternità e beatitudine, in cui vivere liberi dalla maledizione del denaro, dello sfruttamento, della proprietà. Autentici marchi della Bestia proprietaria e capitalista. Finendo col dare vita a un torrente carsico di speranza e passione rivoluzionaria, disperso in mille rivoli sotterranei o esplosivi, che ricollega gli insorti di tutti i tempi e luoghi per «trasformare il mondo fino a renderlo riconoscibile». Mentre per ognuno di quei movimenti e per ogni movimento radicalmente rivoluzionario ogni volta si è trattato della fine dei tempi o, perlomeno, della fine del tempo dell’oppressione, dell’alienazione e della separazione degli uomini e delle donne dai e dalle loro consimili.

La religione cristiana conteneva, prima di tutto, una promessa di vita futura. Era la concezione di una società alla ricerca di una finalità esteriore, la redenzione. La religione realizzava nel pensiero il passaggio dal quaggiù – la miseria – all’aldilà – il regno di Dio; i sacramenti erano i riti di questo passaggio concepito in teoria. La religione è la forma pensata dell’alienazione.
I millenaristi attaccavano l’alienazione, in teoria e in pratica. Ciò di cui l’umanità era stata spossessata e che era stato esiliato in cielo, intendevano realizzarlo sulla terra. Ecco perché attaccavano tutto ciò che su questa terra, si opponeva a tale realizzazione. Tutti i loro tentativi hanno immancabilmente messo in discussione l’ordine sociale, cosa che li differenziava dal misticismo – quello di Mastro Eickhart o Jacob Böehme4.

E che, si potrebbe aggiungere, ancora differenzia dai discorsi partitici, dalle speranze nel sole dell’avvenire e da tutte le altre filosofie utopistiche o politiche che hanno promesso, e ancora promettono, la felicità soltanto oltre un certo orizzonte, chi invece nelle lotte e nelle insurrezioni, dai movimenti ereticali alla Comune di Parigi oppure dal ‘68 e al ‘77, ha cercato e cerca ancora di realizzare l’ultramondano direttamente in questo mondo: qui, ora, adesso e subito. Per ognuno dei protagonisti di tutti quei movimenti, infatti, nessuna altra epoca è stata, è o potrà mai essere «come la nostra». Poiché la rivoluzione è viva mentre la si compie e soltanto “poi” sarà argomento di riflessione per gli storici o per i tutori dell’ordine. Anche di quello post-rivoluzionario. Così, una promessa magnifica è contenuta nelle storie di tutti quei rivoltosi, di ogni epoca, che sempre dovettero confrontarsi con tutte le forme e tutti i rappresentanti di ogni tipo di potere (ecclesiastico, nobiliare, borghese, giuridico, militare, scientifico, economico, fascista, stalinista e liberale).

[I millenaristi] Volendo realizzare il regno di Dio erano portati ad attaccare la radice dell’alienazione, il suo fondamento sulla terra. Eseguivano cioè il movimento inverso dell’alienazione: riconducevano sulla terra ciò che era stato esiliato in cielo […] La loro prima preoccupazione fu dunque di fondare delle città che dovevano essere l’imitazione della mitica Gerusalemme: Tábor, Münster, Canudos, i villaggi interamente ricostruiti in Melanesia durante i culti del Cargo.
Attinsero la propria ispirazione da quella parte dell’esperienza sociale ripiegata nella clandestinità: questa parte costituiva l’inconscio di una società, la somma delle sue angosce e delle sue aspirazioni che si esprimevano nei sogni e nei miti [...] In tal modo, tutto ciò che veniva ricacciato nella clandestinità poteva riemergere alla luce del sole in una forma comunicabile. Le profezie costituivano un momento di questa comunicazione. Un’idea sotterranea vi trovava la sua eloquente espressione. L’unità della vita veniva così a essere ristabilita contro l’ordine sociale5.

Come rovesciamento delle pratiche della psichiatria moderna, la rivoluzione e l’insurrezione collettiva ribaltano l’impostazione basata sull’inconscio dell’individuo solitario, disperatamente solo con la propria sofferenza:

Freud considerava l’angoscia come pura tragedia individuale, anche se ammetteva che era un effetto della società esistente. Egli poté porre il problema in questo modo dato che l’individuo viveva in una società senza comunicazione. L’angoscia e la nevrosi non mostrano altro che l’assenza di comunicazione nella quale ciascuno è immerso; siamo dunque di fronte alla tragedia di una società disumana, cosa che Freud non disse. Per lui l’angoscia e la nevrosi son un affare individuale che non pone alcuna questione sociale. Con i profeti, l’angoscia acquisiva una funzione storica, venendo vissuta come una tragedia sociale e collettiva.
L’entusiasmo dei millenaristi era dunque basato su un’esperienza comune del cui significato si erano impadroniti. Erano sicuri di sé. È questo che rimproverano loro in maniera superficiale gli storici – non essendo in grado di scorgere cosa determinasse una simile certezza6!

Quella realizzazione immediata e terrena della felicità individuale e collettiva abbiamo, però, potuto continuare a intravederla nelle lotte, da Mirafiori alla Valsusa, da corso Traiano a Seattle, dai ghetti di Detroit e Los Angeles in fiamme fino alle università occupate e a Radio Alice e, perché no, nella rivoluzione portoghese dei garofani e, ancora, in tante battaglie definite superficialmente “di strada”. Tutti brevi, ma indimenticabili momenti di un’eternità condivisa che continua a manifestarsi in ogni angolo del mondo, ovunque la richiesta di felicità e giustizia si armi del coraggio e del desiderio necessari.

Un libro da leggere tutto d’un fiato e da conservare nella memoria, e possibilmente in biblioteca, per sempre.

Note

  1. Sul collegamento tra Apocalisse e movimenti sociali di protesta o insurrezionali si vedano anche N. Cohn, I fanatici dell’Apocalisse, Edizioni di Comunità, Milano 1965 e R. Gobbi, I figli dell’Apocalisse, Rizzoli, Milano 1993.  

  2. Per chi volesse saperne di più a proposito di tale formazione di azione politica militante, si ricorda qui un altro testo prodotto dalla stessa: Os Cangaceiros, Un crimine chiamato libertà, edizioni NN/l’arrembaggio, Trieste- Torino – Catania 2003.  

  3. L. Balsamini, Prefazione a Yves Delhoysie, Georges Lapierre, L’incendio millenarista tra apocalisse e rivoluzione, Malamente/Tabor, Urbino-Valsusa 2024, pp. 10-11.  

  4. Ibidem, p. 531.  

  5. Ivi, p. 532.  

  6. ibid, p.533.

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08/10/2023

Palestina. È una insurrezione popolare, non una guerra

Il 7 ottobre il mondo si è svegliato con la notizia di una vera e propria insurrezione del popolo palestinese ben coordinata che ha completamente colto di sorpresa, demolendolo, il mito degli apparati di sicurezza e di spionaggio israeliani. Ma ha colto di sorpresa anche il resto il mondo, sia quello più ostile che quello più sensibile alla causa palestinese.

Il governo israeliano, i mass media e le cancellerie occidentali – le uniche ancora una volta schierate con Israele – hanno parlato di guerra. Alcuni aspetti dell’azione militare palestinese sono indubbiamente di carattere bellico ma il contesto appare più quello di una insurrezione popolare contro una pluridecennale e brutale occupazione israeliana che di una guerra tra eserciti convenzionali.

Quella tra palestinesi e israeliani non è mai stata una guerra simmetrica. La sproporzione di forze è stata sempre pesantissima, il bilancio delle vittime civili è sempre stato asimmetrico a sfavore dei palestinesi.

Lo stesso atteggiamento della cosiddetta comunità internazionale – troppe volte ritenuta limitata a Stati Uniti ed Unione Europea – non è mai stato equidistante o simmetrico tra le ragioni dei palestinesi e quelle di Israele. Al contrario è ricorso sistematicamente ai “due pesi e due misure”, liquidando tutti gli impegni formali presi nei decenni dalle Nazioni Unite verso il popolo palestinese e sostenendo esclusivamente e ossessivamente la supremazia della sicurezza e dell’espansione coloniale israeliana.

Solo la miopia occidentale e l’arroganza israeliana potevano ritenere che questo arbitrio consolidato e ripetuto per decenni non potesse prima o poi avere ripercussioni.

La Resistenza palestinese ha utilizzato emblematicamente la data del cinquantesimo anniversario della guerra del Kippur nel 1973 per scatenare una insurrezione popolare a Gaza, in Cisgiordania e perfino nei Territori Palestinesi occupati dal 1948.

Il 1973 fu uno spartiacque per la storia del mondo capitalista occidentale e dei suoi satelliti. La guerra lampo di alcuni paesi arabi contro Israele prevalse in un prima fase ma fu poi sconfitta grazie al sostegno militare statunitense alle forze armate israeliane. Testimonianze significative, come quella del generale e politico israeliano Moshe Dayan, affermano che Israele era pronta a ricorrere alle sue armi nucleari stoccate nel sito di Dimona per fermare l’offensiva militare di Siria ed Egitto.

Ma di fronte al sostegno occidentale ed europeo a Israele, i paesi arabi produttori di petrolio dichiararono nel 1973 l’embargo sulle esportazioni scatenando la più profonda crisi economica del capitalismo occidentale, dalla quale – sostanzialmente – non si è più sollevato nonostante la controffensiva liberista avviata dagli anni ‘80.

Cinquanta anni dopo, le organizzazioni della Resistenza palestinese, dopo tre decenni di massacri, occupazione militare, oppressione coloniale, bombardamenti devastanti la cui contabilità di morti farebbe impallidire qualsiasi persona di buon senso, ha dato vita alla terza insurrezione dopo le due Intifade precedenti (fine anni Ottanta e primi anni del Duemila).

Nonostante la pervasività dello spionaggio e dell’intelligence israeliane, nonostante la brutalità dei raid militari contro le comunità palestinesi a Gaza e Cisgiordania, nonostante l’asfissiante controllo militare israeliano, i palestinesi hanno colto di sorpresa tutti gli apparati di Israele con una azione militare coordinata che ne ha demolito il mito dell’invincibilità e l’ossessione della sicurezza.

I palestinesi a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme, nei Territori Occupati dal 1948 e nei campi profughi della diaspora sanno benissimo che la reazione militare israeliana sarà violentissima e, molto probabilmente, l’hanno messo in conto da tempo.

Ma sono anni ormai che i palestinesi gridano al mondo che l’unico modo per esistere e vedersi riconoscere i propri diritti è quello di resistere. Lo hanno fatto pacificamente con il Somud, lo hanno fatto militarmente con al Mukawama, lo hanno fatto con le pietre e con marce pacifiche mitragliate dai cecchini israeliani, pagando un prezzo in vite umane, prigionieri, mutilati che pochi paesi hanno pagato negli anni più recenti.

Adesso il mondo ha subito un brusco risveglio e la comunità internazionale dovrà dire e fare molto di più che dichiarazioni di circostanza e ulteriore complicità con Israele. Ed anche la sinistra italiana ed europea dovrebbero smettere di balbettare banalità e obsoleti luoghi comuni sulla questione palestinese. Tutti avremmo preferito sentir gridare agli insorti “Palestina libera” invece di invocazioni ad Allah, ma se questi sono il contesto e le forze in campo sarà bene cominciare a fare i conti con la realtà, riconoscendola invece di esorcizzarla o temerla.

Anche perché il mondo è cambiato rapidamente in questi ultimissimi anni. Il doppio standard utilizzato da USA e UE per agire nelle relazioni internazionali è diventato insopportabile a gran parte del mondo.

Ragione per cui sulla questione palestinese è tempo di impegni sostanziali nel riconoscimento dei diritti storici e di quelli attuali. L’insurrezione palestinese, seppur con caratteristiche simili ma diverse da quelle di una guerra convenzionale, ha posto il problema sul piatto, anche con il rischio che si scateni un conflitto regionale di dimensioni inedite rispetto a quelli precedenti.

L’insurrezione palestinese ha mandato un avviso di garanzia, sia alle autorità israeliane sia al mondo arabo, che a quelle statunitensi ed europee. Il tempo dell’ipocrisia è definitivamente finito.

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21/04/2023

Ottanta anni fa l’insurrezione del Ghetto di Varsavia

In Polonia in questi giorni si ricorda la rivolta del ghetto di Varsavia, esplosa il 19 aprile 1943, passata alla storia come il più significativo atto di resistenza degli ebrei contro lo sterminio nazista durante la Seconda guerra mondiale. Il ghetto era stato istituito nel 1940, quando i nazisti tedeschi eressero un muro che separava una parte del centro città dentro la quale vennero costretti a vivere in condizioni bestiali quasi mezzo milione di ebrei della capitale e delle aree limitrofe.

Il ghetto di Varsavia fu il più grande tra quelli creati dai nazisti. A innescare la rivolta nella primavera del 1943 fu l’intenzione dei nazisti di liquidare il ghetto, conseguenza diretta della decisione di risolvere la questione ebraica con una “soluzione finale” che era stata raggiunta dai vertici tedeschi alla conferenza di Wannsee del gennaio 1942.

Dal luglio 1942, nel giro di due mesi, circa 300 mila ebrei del ghetto furono deportati al campo di sterminio di Treblinka, in cui ne venne uccisa la maggioranza, mentre altri 10 mila morirono di stenti e malattie nel ghetto. Questo ridusse la popolazione del ghetto di quasi il 75 per cento, circa 60 mila persone.

La consapevolezza che le autorità tedesche volevano procedere al totale sterminio cambiò il carattere della resistenza ebraica al suo interno. In particolare i comunisti, ben presenti nella comunità ebraica, decisero che era il momento della resistenza armata allo sterminio, imponendosi sulle componenti più arrendevoli o addirittura già coinvolte nella collaborazione con i nazisti.

La narrazione ufficiale tende a minimizzare il ruolo della Gwardia Ludowa (Guardia del Popolo), poi rinominata Armia Ludowa (Armata del popolo), come venivano chiamate le cellule della guerriglia comunista attive soprattutto nella zona orientale del paese e che diedero un importante contributo di appoggio logistico alle brigate ebraiche durante la rivolta del ghetto di Varsavia.

Tra i protagonisti della Resistenza nel Ghetto spiccano Emmanuel Ringelbaum, Mordechai Anielewicz (quest’ultimo si suicidò per non arrendersi ai nazisti che stavano rastrellando il ghetto in rivolta) e Marek Edelman. Un esempio di resistenza per sopravvivere alla deportazione e ai campi di concentramento, ma anche per riscattare la vergogna dei collaborazionisti dello Judenrat.

Emanuel Ringeblaum riesce a scappare dal ghetto nella parte “ariana” della città insieme alla moglie e al figlio, ma in un secondo momento ritorna nel ghetto e nel luglio del 1943 viene deportato nel campo di lavoro di Trawniki da cui la resistenza polacca riesce a farlo scappare travestito da ferroviere.

Si ricongiunge alla famiglia e rimane nascosto a Varsavia fino al 7 marzo 1944 quando – a seguito di una denuncia ancora non identificata – la Gestapo lo arresta insieme a moglie, figlio e tutti gli altri nascosti con loro.

Mordechai Anielewicz già a gennaio prese l’iniziativa di impedire la deportazione di un gruppo di ebrei ai campi di sterminio, iniziando la rivolta che sarebbe terminata il 16 maggio 1943. Anielewicz si suicidò, con la sua fidanzata e lo stato maggiore l’8 maggio, quando la loro cattura da parte dei nazisti era ormai inevitabile.

Marek Edelman fu il comandante dell’insurrezione del ghetto di Varsavia del 1943. Dopo settimane di eroica lotta, condotta senza alcuna speranza di vittoria, gli ultimi sopravvissuti, guidati da Edelman, lasciarono il ghetto attraverso le fogne raggiungendo la componente di sinistra della resistenza polacca, continuando poi la lotta armata fino alla liberazione dal nazismo e, in particolare, partecipando all’insurrezione generale di Varsavia dell’estate 1944.

Edelman era un militante del Bund, un’organizzazione socialista di sinistra fortemente contraria al sionismo, a cui apparteneva la maggioranza dei combattenti dell’insurrezione del ghetto di Varsavia e che alle elezioni interne alla comunità ebraica del 1939 prese ben il 62% dei voti, mentre l’insieme delle forze sioniste solo il 20%.

L’insurrezione nel Ghetto di Varsavia, scoppiata il 19 aprile 1943, durò fino al 16 maggio dello stesso anno. La rivolta venne sconfitta sanguinosamente, ma il suo significato politico e morale fu enorme.

Fonte

15/07/2018

Settanta anni fa l’attentato a Togliatti. L’Italia sull’orlo dell’insurrezione

Settantesimo anniversario dell’attentato a Togliatti: 14 luglio 1948. E’ ancora il caso ricordare quel fatto perché non si smarrisca la memoria di uno degli snodi più importanti nella storia d’Italia del secondo dopoguerra.

L’attentato al segretario del PCI, Palmiro Togliatti, scosse profondamente l’Italia e il mondo, in una fase di fortissima contrapposizione fra le due grandi potenze, quella americana e quella sovietica, che avevano appena avviato il confronto della “guerra fredda”.

La fase registrava anche un’assoluta fragilità della democrazia italiana, appena ricostruita dopo i vent’anni del fascismo e la tragedia della guerra attraverso il lavoro dell’Assemblea Costituente.

Il 18 Aprile di quello stesso 1948 si erano svolte le elezioni per la I legislatura repubblicana in conclusione di una tesissima campagna elettorale che aveva visto contrapposti la visione “liberal-atlantica” della Democrazia Cristiana, appoggiata dalla Chiesa Cattolica che usò tutte le sue possibili sfere d’influenza, e il Fronte Democratico Popolare, formato da comunisti e socialisti.

Il risultato delle urne aveva assegnato la maggioranza assoluta alla DC, in un clima di rivendicazioni sociali molto forti dettate dalle precarie condizioni di vita di gran parte della popolazione.

La frattura provocata nel Paese dal voto del 18 aprile si stava rivelando in tutta la sua gravità e non contribuì ad attenuarla l’elezione del Presidente della Repubblica.

Nelle settimane successive l’attenzione del Parlamento fu polarizzata dalla ratifica dell’accordo con gli Stati Uniti relativo al Piano Marshall siglato a Roma il 28 giugno.

Nella discussione generale alla Camera Togliatti intervenne il 10 luglio con un discorso nel quale si sottolineava come quell’accordo prevedesse una serie d’impegni che: “oltre ad aprire prospettive di stentata vita economica e di lenta degradazione della nostra economia, rappresentavano un pericolo per l’indipendenza nazionale perché legavano l’Italia alla politica di guerra dei gruppi dirigenti imperialisti degli Stati Uniti”.

Il passo del discorso di Togliatti che fece più scalpore recitava: “Alla guerra imperialista si risponde oggi con la rivolta, con l’insurrezione in difesa della pace, dell’indipendenza, dell’avvenire del proprio Paese”.

Tre giorni dopo un editoriale del quotidiano socialdemocratico “La Giustizia”, siglato dal suo direttore Carlo Andreoni, bollando la “jattanza con la quale il russo Togliatti parla di rivolta” esprime la certezza che “il governo della Repubblica e la maggioranza degli italiani avranno il coraggio, l’energia, la decisione sufficiente per inchiodare al muro del tradimento Togliatti e i suoi complici. E per inchiodarveli non metaforicamente”.

Questa prosa virulenta sarà giustamente giudicata emblematica del clima in cui maturò l’attenta di Pallante, attentato del quale in questa sede si tralascia di riportare i particolari di cronaca per rivolgere il massimo dell’attenzione ai risvolti più propriamente politici.

Alla notizia dell’attentato a Togliatti la reazione della base comunista fu immediata.

Portato al Policlinico Togliatti fu sottoposto a un delicatissimo intervento da parte del professor Valdoni: a metà pomeriggio il segretario del PCI aveva già ripreso conoscenza, ma per diversi giorni la sua vita resterà comunque appesa a un filo, anche per via di gravi complicazioni polmonari.

E’ il caso comunque, a distanza di settant’anni di riprendere il filo del ragionamento politico.

A distanza di tanti anni è ancora il caso di rivolgersi una domanda: si verificò davvero il rischio di arrivare alla guerra civile e, soprattutto, quale fu l’esito sul piano politico al riguardo delle prospettive in quel momento della situazione italiana?

Lo sciopero generale che seguì la notizia dell’attentato a Togliatti è stato giudicato da autorevoli osservatori come “lo sciopero generale più completo e più esteso che si sia mai avuto nella storia d’Italia” (Sergio Turone: Storia del Sindacato in Italia 1943-1969. Dalla Resistenza all’autunno caldo. Laterza 1973.)

La base comunista aveva interpretato, senza esitazioni, l’attentato a Togliatti come l’atto estremo di una reazione volta a cancellare il PCI: gli altri si chiusero in casa e le forze dell’ordine apparvero, subito, prive di ordini precisi.

Antonio Pallante, l’attentatore fu subito arrestato.

I rapporti riservati della polizia, che l’ambasciata USA a Roma ha potuto esaminare, lo descrissero come un isolato fugando immediatamente il sospetto di una trama più vasta. Al processo Pallante dichiarò: “Sul giornale del PSLI Togliatti era descritto come un uomo infausto, pericoloso per l’Italia, da “inchiodare al muro”. E il capo del PCI annunciava di essere pronto a prendere a calci De Gasperi. Ecco, esaltato da tutto questo, decisi di eliminare il pericolo” (intervista di Antonio Pallante, rilasciata a Pino Aprile di “Oggi” il 19 maggio 1988).

Processato nel luglio 1949 e condannato a 13 anni, Pallante uscì dal carcere nel dicembre 1953 e tornò a Catania dove trovò lavoro come guardia forestale.

La notizia dell’attentato a Togliatti rimbombò immediatamente in Parlamento, cogliendo tutti di sorpresa.

Secchia e Longo seguirono Togliatti al Policlinico. Non ci fu bisogno di proclamare lo sciopero generale, che partì spontaneamente anche nelle sedi più periferiche, esterne al gruppo dirigente centrale, come emerge dalle testimonianze inserite nel volume di Gozzini e Martinelli: “Storia del Partito Comunista Italiano: dall’attentato a Togliatti, all’VIII Congresso” (Einaudi, 1998).

Sull’onda di questo quadro, apparentemente tumultuoso e incontrollabile, la Direzione del PCI si riunì in un clima di grande incertezza derivante non soltanto dalle condizioni fisiche di Togliatti, ma anche e soprattutto al riguardo delle valutazioni inerenti il tipo di attacco cui era sottoposto, in quel momento, il Partito.

Emerse subito un orientamento unitario: quello di una risposta forte ma ordinata, che predisponesse una linea di difesa organizzativa e militare contro ogni tipo di aggressione.

Una seconda linea di dirigenti (Barontini a Livorno, Pellegrini a Venezia, Spano a Genova) fu inviata nelle situazioni che si annunciavano come le più difficili.

Fu emesso un comunicato chiedendo le dimissioni del governo e Ingrao preparò per l’Unità un titolo “Via il governo della guerra civile”: entrambi gli atti sottolineavano, oggettivamente, il carattere pacifico della protesta.

Al tempo stesso la non definizione di obiettivi immediati fu testimoniata dallo stesso comunicato con cui la CGIL proclamò (a posteriori) lo sciopero generale “in attesa di ulteriori disposizioni”.

A spingere verso la moderazione ci fu, senza dubbio, anche la stessa voce di Togliatti all’atto del ferimento: il suo invito a stare calmi e a non perdere la testa.

La Camera si riunì in una tempestosa seduta, nel corso della quale De Gasperi espresse la preoccupazione e l’ansia per “l’atmosfera di odi e di risentimenti, che l’esecrando attentato avrebbe potuto innescare”.

La ricostruzione della geografia del moto popolare che scosse, in quel momento, l’Italia appare come una geografia frastagliata e, di conseguenza, di per stessa significativa.

Secondo i dati esposti dal ministro dell’Interno Scelba, nella seduta del Senato del 20 luglio, il bilancio complessivo degli scontri contò 16 morti (7 civili e 9 agenti di polizia) e oltre duecento feriti, concentrati nelle maggiori realtà urbane del Centro-Nord, con la vistosa eccezione del paese di Abbadia San Salvatore, alle pendici del monte Amiata.

Al Sud si verificarono scontri tra dimostranti e polizia a Napoli, Salerno e Taranto, tentativi di blocco del traffico a Cagliari, manifestazioni e scioperi riusciti a Cosenza, Vibo Valentia, Crotone, Messina e Sassari; le sedi della DC furono devastate a Foggia, Lecce, Messina, Matera e Salerno.

Il quadro fornito dal Mezzogiorno è quello di un movimento di protesta non particolarmente organizzato, che non prende di mira i centri del potere istituzionale.

Diverso è il quadro delle città del triangolo industriale: Genova, che rappresentò il caso estremo, fu isolata fin dalle prime ore del pomeriggio da una serie di posti di blocco nelle principali vie d’accesso all’abitato: apparve chiaro il dispiegarsi di un’attività coordinata di presidio del territorio organizzato per difendere la Città da attacchi esterni: una struttura di ordini e di comando elaborata in caso di colpo di Stato, quindi in funzione difensiva (cfr: “Paride Rugafiori, in AA:VV “ Genova, il triangolo industriale tra ricostruzione e lotta di classe 1945 – 1948” Feltrinelli 1974).

A Milano, Torino, Venezia, l’esistenza di questo piano di difesa appare avvalorata dall’immediata occupazione delle fabbriche più importanti: alla Fiat rimane al suo posto, nella fabbrica occupata, anche il presidente Valletta.

Blocchi stradali comparirono anche alla periferia di Roma e nelle campagne toscane; i binari delle ferrovie furono interrotti a Foligno, Fidenza, Massarosa.

Il grosso delle azioni offensive verso le sedi di partiti di governo si verificarono nella notte tra il 14 e il 15 Luglio a Roma, Viterbo, Udine, Forlì, Reggio Emilia, Ferrara, La Spezia, Pistoia, Savona, Cesena, Venezia, Varese, Civitavecchia, Padova e Perugia.

A Piombino fu assaltata la caserma dei carabinieri e quella della guardia di finanza chiedendo la consegna delle armi e a Busto Arsizio si tentò, senza successo, un assalto alle carceri nelle quali erano rinchiusi partigiani condannati per atti di guerra.

La mattina del 15 Luglio la CGIL, con Di Vittorio appena rientrato dalla Conferenza Internazionale del lavoro di San Francisco, si incontrò con De Gasperi aprendo la trattativa per il rientro dallo sciopero.

L’esecutivo della Confederazione, assente la componente democristiana che stava già preparando la scissione “liberina”, emise un comunicato fissando la fine delle agitazioni per il mezzogiorno del 16 Luglio: l’ordine fu eseguito anche se, in particolare a Milano e Torino, la “normalizzazione” incontrò serie difficoltà.

A sciopero finito la Direzione del PCI rivolse un nuovo appello per cercare un equilibrio tra la valorizzazione della combattività delle masse e la preoccupazione di rientrare nell’ambito di una politica costituzionale.

E’ questo il punto politico “vero” di questa vicenda, sul quale è il caso, ancor oggi, di soffermarsi nell’analisi.

La domanda è questa: si può sostenere, sulla base di ciò che avvenne attorno a quel drammatico 14 Luglio 1948, che si ebbe una “delle maggiori dimostrazioni della “doppiezza” comunista intesa non solo come duplicità di impostazioni tattico – strategiche, ma anche proprio come scontro di linee tra anime diverse del partito?” (tesi sostenuta da diversi autori, da Pinzani a Di Loreto a Simona Colarizi).

Nell’emergenza drammatica del Luglio 1948 il gruppo dirigente del PCI risultò unito dimostrando come, nei tempi brevi della politica, il partito fosse legato prima di tutto a una sostanziale adesione alle regole e ai meccanismi di funzionamento della Costituzione repubblicana.

La dimostrazione di questa unità da parte del gruppo dirigente del PCI non fu comunque esente da frizioni che certamente avrebbero avuto, in seguito, un peso nella vita interna del partito e che non possono essere sottaciute.

E’ innegabile che, da quel frangente, il sistema politico restasse diviso da una profonda linea di frattura suscitata dal sospetto reciproco sulle intenzioni antidemocratiche dell’avversario: una linea di frattura che riprendeva e allargava quella più generale determinata dalla guerra fredda e dalla logica dei blocchi.

La contraddizione più significativa che era emersa, però, da quelle giornate riguardava invece il complesso della cultura politica patrimonio del Partito.

In quell’occasione però prevalse chiaramente la linea, il cui concretizzarsi rappresentava la massima preoccupazione di Togliatti, della “legittimazione nazionale del Partito”, quella del suo pieno inserimento nei gangli del meccanismo sociale, politico, istituzionale, per far vivere davvero il “partito nuovo” e porlo al riparo dal rischio di un inasprirsi secco della repressione poliziesca e delle possibili richieste – addirittura – di “messa fuori legge” (sono anche i mesi dell’anatema lanciato verso i militanti comunisti dalla Chiesa Cattolica).

Il punto forte d’aggancio per la “legittimazione nazionale” del PCI era rappresentato dalla Costituzione.

La Costituzione, alla cui stesura i parlamentari comunisti avevano fornito un fondamentale contributo, costituiva un argine contro la tendenza all’arroccamento.

La Costituzione intesa come punto d’approdo non parziale e transitorio anche al riguardo della “doppiezza”.

L’esito più importante di quella tormentata stagione fu dunque rappresentato da un’espressione piena di lealismo costituzionale da parte comunista, attraverso il quale si esprimeva un’indubbia radice di integrazione nella democrazia repubblicana.

Una tappa significativa del processo di acculturazione democratica del PCI posto al centro di un complesso ed anche contraddittorio cammino di lungo periodo, come tutti quelli che si verificano nella sfera della cultura collettiva.

Un principio, quello della piena integrazione nella realtà politica formatasi attorno al detto costituzionale, dimostratosi saldamente acquisito come si verificherà nel futuro, in altri difficili frangenti come quelli del ’53 con la “legge truffa”, del ’56 con il verificarsi quasi contemporaneo del XX congresso del PCUS e dei fatti d’Ungheria, del ’60 con i fatti del Luglio e la caduta in piazza del governo Tambroni.

Il “partito nuovo” di impronta togliattiana, come aveva superato il frangente del Luglio ’48 superò anche quei complessi passaggi appena citati dimostrandosi, nella sostanza, pilastro della democrazia repubblicana e, insieme, per milioni di iscritti e di elettori portatore di una prospettiva di cambiamento per il futuro.

Il PCI inteso in quel momento come espressione politica piena, nella sua autonomia e nella sua capacità di radicamento sociale e di identità organizzativa del movimento operaio italiano.

Il 26 settembre 1948 Togliatti rientrò nella vita pubblica pronunciando un comizio alla festa dell’Unità organizzata al Foro Italico a Roma.

Nell’occasione Carlo Lizzani girò un film “Togliatti è tornato” che traduce quel momento politico in immagini di straordinaria efficacia.

Sono immagini rivelatrici dell’ampiezza e della varietà del consenso che il PCI in quel momento riscuoteva presso una società italiana per molti versi più simile a quella degli anni’30 che a quella del decennio che da lì a poco sarebbe cominciato.

Il 30 settembre Togliatti riprese anche il suo posto alla Camera.

Rispondendo alle parole di bentornato rivoltegli dal presidente Gronchi e cogliendo in esse una manifestazione di rispetto per un “costume di tolleranza per le ideologie e le fedi diverse, per gli uomini che combattono per le loro idee, per i loro principi nell’anelito di un regime democratico” aggiunge: “Un saluto particolarmente commosso a coloro che dopo aver manifestato il proprio sdegno apertamente e in modo vivace, hanno perduto la loro libertà, sono stati messi in carcere da una cieca reazione” ( si ricorda ancora il bilancio ufficiale presentato dal ministro Scelba al termine dello sciopero generale che fu di: 9 morti e 120 feriti tra le forze di polizia; 7 morti e 86 feriti tra i cittadini. Gli arrestati furono migliaia, ma esistono versioni diverse).

Togliatti concluse il suo discorso ammonendo: “il giorno che nel nostro popolo andasse perduta la capacità di sdegnarsi e scendere in campo per respingere le offese fatte alla democrazia e ai suoi uomini, quel giorno la democrazia stessa sarebbe finita, e questo Parlamento non saprebbe più su quale fondamento basare la sua esistenza e le sue funzioni” (testo dell’intervento di Togliatti tratto dalla biografia di Aldo Agosti – UTET 1996).

Parole da tenere a mente soprattutto oggi.

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17/09/2015

Tagikistan: decapitata la leadership del Partito della rinascita islamica

Tra ieri e questa notte le autorità del Tadžikistan hanno arrestato praticamente l'intera direzione del Partito della rinascita islamica (PRIT). Ieri, all'aeroporto della capitale Dušanbe, era stato bloccato nell'aereo su cui aveva già preso posto, diretto ad Alma-Ata (la ex capitale del Kazakhstan) il primo vice presidente del partito, Saidumar Khusajni. Un altro dei vice presidenti, Makhmadali Khait, è stato arrestato nel corso della notte, insieme al membro del Consiglio politico Vokhidkhon Kosiddinov, al teologo Zubjdullo Rozik e diversi altri. Il leader del partito, Mukhiddin Kabiri, al momento all'estero, ha dichiarato “spero che la comunità internazionale e la società tadžika non rimarranno osservatori indifferenti e chiamino il potere alla liberazione dei membri del partito”.

Il governo di Dušanbe, dopo che a metà agosto ne aveva chiuso l'unica tipografia, a fine mese, aveva di fatto vietato il Partito islamico, il più forte tra quelli all'opposizione, basandosi sull'articolo della legge riguardante i partiti politici, che ne proibisce l'esistenza in assenza delle cellule territoriali nelle maggiori città. Secondo il Ministero della giustizia, erano stati redatti 76 protocolli – pare, da parte delle cellule stesse del partito – che formalizzavano la liquidazione delle organizzazioni di base in 58 città. Il Partito islamico era anche accusato di propaganda religiosa, vietata dalla legge “Sulla libertà di coscienza e di associazione religiosa”. Il PRIT aveva reagito dichiarando che si trattava di “un autoinganno; il PRIT non scomparirà. Coi documenti giuridici si possono chiudere le persone e gli uffici, ma non le menti e l'ideologia”, ammonendo che migliaia di simpatizzanti del partito sarebbero entrati in clandestinità, radicalizzandosi.

Fonti del Ministero degli interni parlano di almeno 500 cittadini tadžiki che starebbero già combattendo in Siria e in Irak dalla parte dell'Isis. Secondo Interfax, il PRIT è (lo era finora) l'unico partito a carattere religioso legalmente ammesso nello spazio postsovietico e contava, ufficialmente, su oltre 40mila membri.

Ieri era stato ucciso in combattimento Abdukhalim Nazarzoda, l'ex vice Ministro della difesa che agli inizi del mese aveva guidato l'attacco al Comando della polizia a Dušanbe e che poi si era ritirato, con un centinaio di uomini, nelle gole di Ramit. Nazarzoda, che ricopriva la carica governativa dal gennaio 2014, era membro del Partito della rinascita islamica, ex combattente dell'Opposizione unita tadžika che, dopo la firma dell'accordo di pace del 1997 era stata inserita con una quota del 30% nelle forze armate della Repubblica ex sovietica.

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16/09/2015

Tagikistan: liquidata l'insurrezione islamista di Abdukhalim Nazarzoda

Sembra terminato il tentativo di sollevazione in Tajikistan, capeggiata dal vice Ministro della difesa Abdukhalim Nazarzoda. Dopo le informazioni diffuse due giorni fa sulla morte del generale e quasi immediatamente smentite, oggi le agenzie lanciano la notizia dell'eliminazione di Nazarzoda e di alcuni dei militari che ancora, con ogni probabilità, nella gola di Ramit, continuano a resistere all'assedio delle forze di polizia. Anzi, proprio ieri era stata annunciata la morte del comandante del gruppo “Alfa” delle forze OMON tajike, il colonnello Rustan Amakiev e di alcuni uomini del suo reparto, nell'ennesimo scontro a fuoco con gli insorti islamisti che da quasi una settimana sono asserragliati nella gola – Ramit, negli anni della guerra civile tra il 1992 e il 1997 costituiva una delle roccaforti dell'opposizione islamica – alcune decine di chilometri dalla capitale Dušambe. Gli insorti vi si erano rifugiati lo scorso 4 settembre, dopo le sparatorie nel centro della capitale, nel corso del quale 8 poliziotti erano rimasti uccisi. Le informazioni odierne della Tass sull'uccisione di Nazarzoda sembrano provenire direttamente dal Quartier generale delle operazioni.

L'attacco del gruppo “Alfa” era iniziato nel pomeriggio di ieri e, in uno scontro a fuoco avvenuto nella notte, il comandante Amakiev e quattro dei suoi uomini erano rimasti uccisi. Continuando gli scontri, un gruppo di insorti, tra cui l'ex vice Ministro della difesa, sarebbe stato a sua volta eliminato. Il governo tajiko ha impiegato nell'operazione reparti di élite del Ministero degli interni e del Comitato per la sicurezza nazionale, oltre a aerei senza pilota ed elicotteri da combattimento, segno che la rivolta rischiava di assumere il carattere di una vera e propria insurrezione guidata da elementi islamici. Fonti delle forze di polizia tajike hanno dichiarato alla Tass che, dallo scorso 4 settembre a oggi, poco meno di 25 presunti terroristi sono stati eliminati e più di 120 arrestati; anche 13 agenti sono rimasti uccisi.

Dopo la rivolta del 4 settembre, Nazarzoda e i suoi più stretti collaboratori erano stati accusati di tradimento, terrorismo e creazione di associazione estremistica. Nelle informazioni del Ministero degli interni, egli era descritto come “membro del Partito del rinascimento islamico, ex combattente dell'Opposizione unita tadžika che, dopo la firma dell'accordo di pace del 1997 era stata inserita con una quota del 30% nelle forze armate del Tadžikistan”. Dal gennaio 2014 era vice Ministro della difesa.

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07/11/2014

7 Novembre. L'arte dell'insurrezione


"Cosciente della necessità assoluta dell’insurrezione degli operai di Pietrogrado e di Mosca per salvare la rivoluzione e la Russia, minacciata da una spartizione “separata” fra gli imperialisti delle due coalizioni, dobbiamo dapprima alla Conferenza adattare la nostra tattica politica alle condizioni dell’insurrezione che sale, e in secondo luogo provare che non solo a parole noi accettiamo l’idea di Marx sulla necessità di considerare l’insurrezione come un’arte.

Alla Conferenza dobbiamo per prima cosa rendere coesa la frazione bolscevica, senza correre dietro al numero, senza temere di lasciare gli esitanti nel campo degli esitanti: “là” saranno più utili alla causa della rivoluzione che non nel campo dei combattenti risoluti e devoti.

Dobbiamo redigere una breve dichiarazione a nome dei bolscevichi, sottolineando nel modo più reciso l’inopportunità dei lunghi discorsi, e dei “discorsi” in generale; la necessità di un’azione immediata per la salvezza della rivoluzione; la necessità assoluta di una rottura completa con la borghesia, della destituzione di tutto il governo attuale, senza alcuna eccezione per nessuno, di una rottura completa con gli imperialisti franco-inglesi che preparano una spartizione “separata” della Russia, e infine la necessità del passaggio immediato di tutto il potere nelle mani di una democrazia rivoluzionaria diretta dal proletariato rivoluzionario.

La nostra dichiarazione deve formulare questa conclusione nel modo più breve e più reciso, in connessione col nostro progetto di programma: la pace ai popoli, la terra ai contadini, confisca dei profitti scandalosi dei capitalisti, repressione dello scandaloso sabotaggio della produzione perpetrato dai capitalisti.

Più la dichiarazione sarà breve e recisa, meglio sarà. Vi si dovranno soltanto indicare chiaramente altri due punti di grandissima importanza: il popolo è stanco fino all’esaurimento delle esitazioni, il popolo tormentato dalle indecisioni dei socialrivoluzionari e dei menscevichi; noi rompiamo definitivamente con questi partiti perchè essi hanno tradito la rivoluzione.

Altro punto: proponendo immediatamente una pace senza annessioni, rompendo senza indugio con gli imperialisti alleati con tutti gli imperialisti in generale, o noi otterremo immediatamente un armistizio, o tutto il proletariato rivoluzionario sarà per la difesa nazionale, e, sotto la sua direzione, la democrazia rivoluzionaria farà una guerra veramente giusta, veramente rivoluzionaria.

Dopo aver letto la nostra dichiarazione, dopo aver invitato A decidere e non a parlare, ad agire e non a stendere risoluzioni, dobbiamo lanciare tutta la nostra frazione nelle officine, nelle caserme: là è il suo posto, là è il nervo della vita, là è la sorgente della salvezza della rivoluzione, là è il motore della Conferenza democratica.

Con discorsi ardenti, appassionati, dobbiamo ivi spiegare il nostro programma, ponendo la questione in questi termini:o accettazione completa di questo programma da parte della Conferenza o insurrezione. Non c’è via di mezzo. È impossibile attendere. La rivoluzione è in pericolo.

Posta la questione in questi termini, centrata l’attività di tutta la nostra frazione nelle officine e nelle caserme, sceglieremo il momento propizio per l’insurrezione.

Per considerare l’insurrezione come la devono considerare i marxisti, cioè come un’arte, dobbiamo, al tempo stesso, senza perdere un istante, organizzare uno Stato Maggiore delle squadre insurrezionali, ripartire le nostre forze, inviare i reggimenti sicuri nei punti più importanti, circondare Aleksandrinka, occupare Pietropavlovka, arrestare lo Stato Maggiore generale e il governo. mandare contro gli “junker” e contro la divisione selvaggia delle squadre pronte a sacrificare la loro vita piuttosto che lasciare avanzare il nemico verso il centro della città, mobilitare gli operai armati, chiamarli ad un’ultima accanita battaglia, occupare immediatamente il telefono e il telegrafo, installare il nostro Stato Maggiore insurrezionale nella centrale telefonica, collegarla per telefono con tutte le officine, con tutti i reggimenti, con tutti i punti dove si svolgerà la lotta armata, ecc.

Tutto ciò è naturalmente approssimativo, detto solo per dimostrare che in questo momento non si può rimaner fedeli ai marxismo e alla rivoluzione senza considerare l’insurrezione come un’arte".

Dallo scritto "L'insurrezione è un arte" . di V.I. Lenin

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