Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/05/2024

Nessuna epoca è simile alla nostra

di Sandro Moiso

Yves Delhoysie, Georges Lapierre, L’incendio millenarista tra apocalisse e rivoluzione, Malamente/Tabor, Urbino-Valsusa 2024, pp. 574, 22 euro

«No age like unto this age» (Discorso di un digger apparso in un pamphlet anonimo del 1653)

Molto tempo prima che testi come Il manifesto del partito comunista, Stato e anarchia oppure Stato e rivoluzione potessero anche solo lontanamente essere concepiti, ne è esistito uno che, pur essendo quasi mai letto dai suoi estimatori, è stato per secoli indirettamente alla base di rivolte, insurrezioni e movimenti intrinsecamente rivoluzionari.

Si tratta dell’Apocalisse di Giovanni, conosciuta altrimenti come Rivelazione o Libro della Rivelazione, l’ultimo libro del Nuovo Testamento.

Come per gran parte dei testi posti all’origine della seconda parte della Bibbia, l’attribuzione è incerta così come il luogo in cui sarebbe stata redatta, mentre per quanto riguarda la data di composizione, si ammette abbastanza comunemente che sarebbe stata composta nella prima metà degli anni '90 del I secolo.

Nell’opera si parla di persecuzioni da parte di pubblici ufficiali, si dice che ci sono stati già dei martiri della fede e che tutta la cristianità corre un tremendo pericolo. Inoltre si afferma che la partecipazione al regno millenario è il premio dei martiri che hanno rifiutato il “segno della bestia” sulla fronte e sulla mano, un riferimento al culto imperiale romano, ma che nel tempo assunse significati simbolici più ampi collegando il segno della bestia più genericamente al Male (sotto qualsiasi forma questo si presentasse).

Involontariamente il testo finì col far attendere ai credenti una battaglia finale con quest’ultimo che avrebbe dovuto realizzare già in terra la volontà e il regno di Dio, materializzando in qualche modo la promessa di regno che non sarebbe stato più soltanto ultraterreno, ma millenario nel mondo reale. Da qui la sua forza nel colpire l’immaginario popolare e delle classi meno abbienti sottoposte al potere di monarchi, imperatori e papi. Tutti egualmente corrotti e tutti ugualmente segnati dal marchio infamante della Bestia.

Il testo appena pubblicato dalle edizioni Malamente/Tabor, uscito originariamente in Francia nel 1987 per le edizioni del gruppo Os Cangaceiros, riporta alla ribalta e all’attenzione dei lettori i movimenti millenaristi, per l’appunto, che dal Medio Evo fino al movimento dei diggers durante la guerra civile inglese del XVII secolo oppure all’anarchismo andaluso all’interno di quella spagnola o, ancora, al banditismo sociale del Nord-est del Brasile e ai culti messianici melanesiani tra XIX e XX secolo, hanno per periodi più o meno lunghi infranto le regole delle società divise in classi oppure coloniali per instaurare forme di comunismo e uguaglianza sociale, anche attraverso la violenza e l’espropriazione dei beni e delle ricchezze1.

Non a caso Luigi Balsamini, nella prefazione alla nuova edizione italiana del testo, sottolinea e ricorda, a proposito del gruppo Os Cangaceiros2, che proprio dal banditismo sociale del Nord-est brasiliano aveva tratto il nome, che:

Le azioni di quel gruppo hanno in particolar modo preso di mira il sistema penitenziario, muovendosi dalla solidarietà attiva alle lotte dei detenuti fino ai sabotaggi nei cantieri delle carceri in costruzione, alla distruzione degli uffici delle ditte appaltatrici e alla sottrazione e diffusione di dettagliate piantine e preziose informazioni tecniche degli edifici.
Tra il gennaio 1985 e il giugno 1987 Os Cangaceiros ha diffuso tre numeri di un’omonima rivista contenenti analisi e documenti relativi a lotte e insorgenze sociali di quegli anni, non solo in Francia. Sempre nel 1987, il gruppo pubblica la prima edizione di L’incendie millénariste, firmato con gli pseudonimi Yves Delhoysie e Georges Lapierre. La loro pessima fama era però in crescita, tanto che alcuni distributori rifiutarono di far circolare il libro lasciando Os Cangaceiros con buona parte della tiratura in magazzino. Facendosi sempre più pesante la pressione poliziesca, il gruppo decide di abbandonare la maggior parte delle copie in luoghi pubblici, lasciandole al loro destino fuori da ogni logica mercantile. Dopo aver rivendicato numerose azioni dirette, il gruppo si è sciolto ed è scomparso dalla scena, riuscendo in parte a sottrarsi alla successiva ondata repressiva3.

Il millenarismo costituisce uno dei più antichi sogni di libertà e giustizia, l’idea dell’avvento di un’Età dell’oro, di un mondo radicalmente diverso, di fraternità e beatitudine, in cui vivere liberi dalla maledizione del denaro, dello sfruttamento, della proprietà. Autentici marchi della Bestia proprietaria e capitalista. Finendo col dare vita a un torrente carsico di speranza e passione rivoluzionaria, disperso in mille rivoli sotterranei o esplosivi, che ricollega gli insorti di tutti i tempi e luoghi per «trasformare il mondo fino a renderlo riconoscibile». Mentre per ognuno di quei movimenti e per ogni movimento radicalmente rivoluzionario ogni volta si è trattato della fine dei tempi o, perlomeno, della fine del tempo dell’oppressione, dell’alienazione e della separazione degli uomini e delle donne dai e dalle loro consimili.

La religione cristiana conteneva, prima di tutto, una promessa di vita futura. Era la concezione di una società alla ricerca di una finalità esteriore, la redenzione. La religione realizzava nel pensiero il passaggio dal quaggiù – la miseria – all’aldilà – il regno di Dio; i sacramenti erano i riti di questo passaggio concepito in teoria. La religione è la forma pensata dell’alienazione.
I millenaristi attaccavano l’alienazione, in teoria e in pratica. Ciò di cui l’umanità era stata spossessata e che era stato esiliato in cielo, intendevano realizzarlo sulla terra. Ecco perché attaccavano tutto ciò che su questa terra, si opponeva a tale realizzazione. Tutti i loro tentativi hanno immancabilmente messo in discussione l’ordine sociale, cosa che li differenziava dal misticismo – quello di Mastro Eickhart o Jacob Böehme4.

E che, si potrebbe aggiungere, ancora differenzia dai discorsi partitici, dalle speranze nel sole dell’avvenire e da tutte le altre filosofie utopistiche o politiche che hanno promesso, e ancora promettono, la felicità soltanto oltre un certo orizzonte, chi invece nelle lotte e nelle insurrezioni, dai movimenti ereticali alla Comune di Parigi oppure dal ‘68 e al ‘77, ha cercato e cerca ancora di realizzare l’ultramondano direttamente in questo mondo: qui, ora, adesso e subito. Per ognuno dei protagonisti di tutti quei movimenti, infatti, nessuna altra epoca è stata, è o potrà mai essere «come la nostra». Poiché la rivoluzione è viva mentre la si compie e soltanto “poi” sarà argomento di riflessione per gli storici o per i tutori dell’ordine. Anche di quello post-rivoluzionario. Così, una promessa magnifica è contenuta nelle storie di tutti quei rivoltosi, di ogni epoca, che sempre dovettero confrontarsi con tutte le forme e tutti i rappresentanti di ogni tipo di potere (ecclesiastico, nobiliare, borghese, giuridico, militare, scientifico, economico, fascista, stalinista e liberale).

[I millenaristi] Volendo realizzare il regno di Dio erano portati ad attaccare la radice dell’alienazione, il suo fondamento sulla terra. Eseguivano cioè il movimento inverso dell’alienazione: riconducevano sulla terra ciò che era stato esiliato in cielo […] La loro prima preoccupazione fu dunque di fondare delle città che dovevano essere l’imitazione della mitica Gerusalemme: Tábor, Münster, Canudos, i villaggi interamente ricostruiti in Melanesia durante i culti del Cargo.
Attinsero la propria ispirazione da quella parte dell’esperienza sociale ripiegata nella clandestinità: questa parte costituiva l’inconscio di una società, la somma delle sue angosce e delle sue aspirazioni che si esprimevano nei sogni e nei miti [...] In tal modo, tutto ciò che veniva ricacciato nella clandestinità poteva riemergere alla luce del sole in una forma comunicabile. Le profezie costituivano un momento di questa comunicazione. Un’idea sotterranea vi trovava la sua eloquente espressione. L’unità della vita veniva così a essere ristabilita contro l’ordine sociale5.

Come rovesciamento delle pratiche della psichiatria moderna, la rivoluzione e l’insurrezione collettiva ribaltano l’impostazione basata sull’inconscio dell’individuo solitario, disperatamente solo con la propria sofferenza:

Freud considerava l’angoscia come pura tragedia individuale, anche se ammetteva che era un effetto della società esistente. Egli poté porre il problema in questo modo dato che l’individuo viveva in una società senza comunicazione. L’angoscia e la nevrosi non mostrano altro che l’assenza di comunicazione nella quale ciascuno è immerso; siamo dunque di fronte alla tragedia di una società disumana, cosa che Freud non disse. Per lui l’angoscia e la nevrosi son un affare individuale che non pone alcuna questione sociale. Con i profeti, l’angoscia acquisiva una funzione storica, venendo vissuta come una tragedia sociale e collettiva.
L’entusiasmo dei millenaristi era dunque basato su un’esperienza comune del cui significato si erano impadroniti. Erano sicuri di sé. È questo che rimproverano loro in maniera superficiale gli storici – non essendo in grado di scorgere cosa determinasse una simile certezza6!

Quella realizzazione immediata e terrena della felicità individuale e collettiva abbiamo, però, potuto continuare a intravederla nelle lotte, da Mirafiori alla Valsusa, da corso Traiano a Seattle, dai ghetti di Detroit e Los Angeles in fiamme fino alle università occupate e a Radio Alice e, perché no, nella rivoluzione portoghese dei garofani e, ancora, in tante battaglie definite superficialmente “di strada”. Tutti brevi, ma indimenticabili momenti di un’eternità condivisa che continua a manifestarsi in ogni angolo del mondo, ovunque la richiesta di felicità e giustizia si armi del coraggio e del desiderio necessari.

Un libro da leggere tutto d’un fiato e da conservare nella memoria, e possibilmente in biblioteca, per sempre.

Note

  1. Sul collegamento tra Apocalisse e movimenti sociali di protesta o insurrezionali si vedano anche N. Cohn, I fanatici dell’Apocalisse, Edizioni di Comunità, Milano 1965 e R. Gobbi, I figli dell’Apocalisse, Rizzoli, Milano 1993.  

  2. Per chi volesse saperne di più a proposito di tale formazione di azione politica militante, si ricorda qui un altro testo prodotto dalla stessa: Os Cangaceiros, Un crimine chiamato libertà, edizioni NN/l’arrembaggio, Trieste- Torino – Catania 2003.  

  3. L. Balsamini, Prefazione a Yves Delhoysie, Georges Lapierre, L’incendio millenarista tra apocalisse e rivoluzione, Malamente/Tabor, Urbino-Valsusa 2024, pp. 10-11.  

  4. Ibidem, p. 531.  

  5. Ivi, p. 532.  

  6. ibid, p.533.

Fonte

17/08/2023

Scorci di apocalisse nel cinema di Tarkovskij

di Paolo Lago

Spesso, nel cinema di Tarkovskij, si spalancano come baratri degli scorci di apocalisse che lasciano intravedere lembi di distruzione e di autodistruzione dell’umanità. Le immagini e i suoni, in tali occasioni, riescono ad aprire dei varchi verso territori indistinti, segnati da un disastro e da un annichilimento emergenti come un flusso magmatico che si spande in sonorità dalle connotazioni oniriche ed inquietanti. È lo spettro della guerra, e di conseguenza un annientamento pressoché totale dell’umanità, a rappresentare, in diverse occasioni, una possibile caduta nel vuoto di un’apocalisse annunciata.

Pensiamo a Lo specchio (Zerkalo, 1974), in cui dietro le ambigue e vampiresche parvenze dell’arte di Leonardo da Vinci si celano baratri che spalancano orrori. Una vera e propria esplosione, anche musicale, accompagna in questo film l’improvvisa apparizione dell’immagine del leonardesco ritratto di Ginevra Benci dietro al quale si cela l’orrore della guerra che ha inghiottito nelle sue spire di morte il personaggio del padre. D’altra parte, lo spettro della guerra compare sullo schermo anche sotto la forma di immagini di repertorio che mostrano i soldati dell’Armata Rossa che avanzano nel fango trascinandosi dietro armi e cannoni, strumenti di morte che decreteranno il loro stesso annientamento. Sempre in un contesto di immaginario di guerra compare anche l’inquietante ricordo della fanciulla dai capelli rossi: il protagonista, infatti, rammemora i momenti in cui da ragazzo, in tempo di guerra, era costretto ad esercitarsi col fucile. Nella campagna invernale, fra gli alberi, a un certo punto vede una ragazza segnata da una ferita sanguinante alle labbra, terribile e affascinante apparizione vampiresca. Nel contempo, ecco riemergere di nuovo la presenza inquietante dell’arte sotto le vesti dei Cacciatori nella neve di Pieter Brueghel il Vecchio. La macchina da presa, allora, si esibisce in una carrellata ravvicinata sul quadro mentre in sottofondo sentiamo una musica tagliente dagli accenti metallici che quasi connota il paesaggio del dipinto, i personaggi, gli alberi e gli uccelli presenti in esso come i possibili messi di un’apocalisse incipiente.

In Stalker (1979), l’orrore di una possibile apocalisse compare nella volontà del personaggio dello scienziato di distruggere la Stanza, il luogo della Zona (un territorio misterioso forse provocato dal passaggio di extraterrestri; il film è infatti lontanamente ispirato al romanzo di fantascienza dei fratelli Strugackij, Picnic sul ciglio della strada) dove possono essere esauditi tutti i desideri, mediante un piccolo ordigno nucleare. Nell’immagine dello scienziato che vuole distruggere un luogo onirico e misterioso intravediamo l’orrore di Tarkovskij per una scienza e una tecnologia che appaiono come le basi di una “civiltà che minaccia di distruggere l’umanità” (secondo le parole dell’autore), come leggiamo nel “piccolo dizionario tarkovskijano” posto all’inizio del “Castoro” dedicato al regista1. Di fronte all’insondabile e all’inesplicabile, al mistero forse giunto da altri mondi, l’essere umano tecnologico, l’uomo a una dimensione di marcusiana memoria non conosce altro che la distruzione, spinto verso una irrefrenabile volontà di annientare l’altro da sé. Ciò che non si conosce, che non si comprende – sembra voler affermare il regista – deve essere distrutto. D’altra parte, scorci di distruzione operata dall’industrializzazione e dall’inquinamento indiscriminato sono presenti ovunque nel mondo ‘normale’, al di fuori della Zona. Se quest’ultima, infatti, nell’immaginaria trasposizione tarkovskjiana del romanzo dei fratelli Strugackij, era connotata da un ambiente naturale quasi intatto, sfolgorante di intricata vegetazione, il mondo fuori della Zona è squallidamente rappreso in ambienti spogli e tetri, come il bar in cui si ritrovano i personaggi all’inizio e alla fine del viaggio, o in lande malinconiche e fangose percorse da jeep militari e da soldati armati, emblema dello spettro di un pervasivo controllo e di una guerra che si trovano sempre in agguato. Al di fuori della Zona vi è un mondo squallido e inesorabilmente perduto nei suoi ritmi di quotidianità scontata e allucinante: basti guardare la sequenza in cui lo stalker porta sulle spalle la sua bambina che non riesce a camminare perché nata con una malformazione congenita. Lo sfondo è una grigia periferia industriale, solcata da nebbie e da ciminiere, da tetri treni merci, da fabbriche e industrie che inquinano e devastano l’ambiente. Lo squallore e la devastazione che aleggiano ogni dove sono rimarcati da una musica sinistra e tagliente che accompagna come un lugubre requiem l’incedere peregrino dello stalker.

In Nostalghia (1983), l’orrore si cela ancora una volta dietro la forza dirompente dell’arte. Il protagonista Gorçakov, un poeta sovietico giunto in Italia per seguire le orme di un musicista russo del ‘700, rifiuta infatti di recarsi a vedere la Madonna del Parto di Piero della Francesca, emblema di quell’arte italiana che contemporaneamente affascinava e inquietava il regista. Secondo un aneddoto riportato da Francesco M. Cataluccio, infatti, il regista, agli Uffizi, riusciva a vedere soltanto le prime sale, la pittura sacra medievale, mentre doveva fermarsi all’inizio della pittura rinascimentale2. La Madonna del Parto irrompe sulla scena quasi come la Ginevra Benci ne Lo specchio, trasmettendo al protagonista orrore ed angoscia. Ma gli scorci di apocalisse, in Nostalghia, affiorano soprattutto nei momenti in cui il poeta si incontra con Domenico, un ex internato che appartiene al mondo ‘acquatico’ della follia e della ‘disragione’, per utilizzare un termine foucaultiano ricalcato sul francese “déraison”. Secondo lo studioso francese, infatti, “la follia è l’esterno liquido e grondante della rocciosa ragione”3. Egli emerge da un lungo internamento in manicomio ed è attratto dall’acqua, dalle pozze, dagli anfratti acquorei e dalla pioggia che penetra ogni dove nella sua casa, dalla vasca termale della piazza del paese di Bagno Vignoni, luogo al giorno d’oggi oggetto di una folle gentrification e turisticizzazione e che nel film possiamo contemplare ancora silente ed intatto, immerso nei suoi ritmi antichi e medievaleggianti. Il suo internamento manicomiale segue un altro lungo, stavolta volontario, internamento durante il quale aveva tenuta segregata in casa la sua famiglia per sette anni per proteggerla dalla “fine del mondo”, un’apocalisse che sarebbe stata provocata probabilmente da quella “rocciosa ragione” alla quale egli si oppone. Ecco che nella casa del ‘folle’ Domenico si fronteggiano il poeta ed il pazzo, il primo intrappolato nella sua lancinante nostalgia, il secondo impietrito da un’angoscia provocata da un profondo orrore per la ragione in tutti i suoi aspetti, mentre un suono meccanico e ossessionante si fa largo sullo sfondo sonoro come un vitreo ed evanescente fantasma.

Domenico, però, non appare esclusivamente imprigionato nelle dinamiche intime e ‘private’ di una solitaria angoscia ma si fa latore di una possibile via di fuga dall’universo carcerario della follia nel quale era stato relegato da un sistema basato su una presunta ‘normalità’. A Roma, sul Campidoglio, il personaggio organizza una manifestazione alla quale partecipano – sembra – molti altri ‘folli’ come lui, presumibilmente degli ex internati usciti dagli ospedali psichiatrici tra fine anni settanta e inizio anni ottanta (il film è del 1983) in seguito alla legge Basaglia. Domenico grida ai folli ormai liberi – parafrasando una frase di René Char – di esercitare la loro “legittima stranezza”: per scongiurare una catastrofe, una guerra nucleare, forse l’avvento di nuovi campi di sterminio di massa – dice Domenico – è necessario tornare uniti, è necessario che i cosiddetti ‘normali’ si mescolino ai cosiddetti ‘pazzi’, ai ‘diversi’. Pensiamo a come suona significativo l’appello del folle Domenico oggi che sono trascorsi anni in cui sono scoppiate guerre (e ancora scoppiano e sono in corso), in diverse parti del mondo (un mondo – bisogna dire – preda del distruttivo meccanismo capitalistico), a causa dell’odio di matrice etnica, a causa dell’incapacità di non riconoscere come simile il proprio ‘vicino di casa’, abitante di un territorio confinante. I ‘folli’, allora, non sono ‘folli’ ma sono forse gli unici capaci di riconoscere un fratello, un amico, un vicino anche in ciò e in chi appare come totalmente diverso. Se i normali e i folli non si rimescoleranno – dice Domenico – il mondo si autodistruggerà perché è giunto ormai già sull’orlo della catastrofe.

Una catastrofe che, alla fine, avviene davvero in Sacrificio (Offret / Sacrificatio, 1986), testamento cinematografico di Tarkovskij, in cui il protagonista Alexander, interpretato da Erland Josephson, lo stesso attore che impersonava Domenico, muovendosi lungo il baratro dell’apocalisse, verrà internato in manicomio per aver dato fuoco alla sua casa nel tentativo di salvare non soltanto la propria famiglia come Domenico, ma l’umanità intera. Nel giorno del suo compleanno, giunge infatti la notizia dello scoppio di una guerra nucleare che molto probabilmente condurrà all’estinzione totale dell’umanità. Anche Alexander, come Domenico, si oppone alla “rocciosa ragione” e, ergendosi a difensore dei valori umani e naturali (nel film è presente una forte impronta ecologista), riuscirà a scongiurare la distruzione e l’apocalisse mediante il rituale del fuoco. Anche in Sacrificio è l’arte rinascimentale, rappresentata ancora una volta da Leonardo, ad aprire squarci di inquietudine. L’autore, secondo l’aneddoto sopra ricordato, agli Uffizi riusciva a vedere soltanto l’arte medievale mentre il Rinascimento per la prima volta liberava la strada alla “rocciosa ragione”, rappresentata dalla tecnica, dalla precisione, dal mercantilismo e dagli scambi commerciali che si stavano sempre più diffondendo nell’intera Europa, per non parlare degli incontri con i ‘diversi’ al massimo grado, gli abitatori delle nuove terre dove era approdato il conquistatore europeo. Se pensiamo alla frase pronunciata dal personaggio di Harry Lime (Orson Welles) ne Il terzo uomo (The Third Man, 1949) di Carol Reed, l’arte di Leonardo appare inserita in una curiosa – parafrasando Adorno e Horkheimer – “dialettica del Rinascimento”: “In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerra, terrore, omicidio, strage ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, con cinquecento anni di amore fraterno, democrazia e pace cos’hanno prodotto? L’orologio a cucù”. Leonardo da Vinci apparirebbe quindi, dialetticamente, come l’altra faccia della guerra, del terrore e dell’omicidio. È L’adorazione dei magi, in Sacrificio, a introdurre lo scenario d’apocalisse; si tratta di un quadro, tra l’altro, menzionato dallo stesso regista nei suoi diari come particolare conduttore di una personale e distruttiva sindrome di Stendhal4. La riproduzione del quadro presente nella casa di Alexander, su cui si muove lentamente la macchina da presa inquadrandola attraverso una sottile membrana vitrea (il vetro della cornice o la superficie della finestra), in modo che appaia come visto ‘dall’esterno’, appare quasi come l’estremo lembo di una terra di nessuno nella quale possono avvenire inenarrabili catastrofi.

Nelle inquadrature iniziali vediamo il personaggio annaffiare un albero secco in compagnia del suo bambino ed esibirsi in un monologo-dialogo con quest’ultimo (simile, per certi aspetti a quello di Domenico) sulla necessità di una comunanza dell’uomo con i suoi simili e, soprattutto, con la natura. Così leggiamo in un racconto dal titolo Sacrificio che riprende diverse frasi e momenti del film (ma che non si può considerare una sceneggiatura): “La prima cosa che l’uomo ha provato nel momento in cui si è sentito un uomo è stata la paura. Aveva paura di tutto – delle belve, della tempesta e del buio. Ma, invece di imparare a vivere con la natura, a condividere con lei la sua sorte, a esserle amico, l’uomo ha preferito difendersi”5. Come già notato, il cinema del regista russo dispiega, in certi momenti, l’apertura a una comunanza con la natura e l’ambiente che possiede alcuni aspetti di matrice ecologista che non sono stati ancora indagati a fondo. Sempre nella parte iniziale del film, in una sequenza onirica che appare ad Alexander, vediamo una strada in preda al disfacimento e un’automobile rovesciata, mentre gruppi di persone si muovono disordinatamente, in fuga. Su un giornale abbandonato per strada è forse possibile leggere la parola “Černobil”, con un probabile riferimento al disastro alla centrale nucleare sovietica avvenuto appunto nel 1986, anno di uscita del film. L’apocalisse affiora dal magma di una “rocciosa ragione” che, illuministicamente, allontana sempre di più l’uomo dalla natura, poiché quest’ultimo si percepisce come un corpo estraneo sia alla natura che all’ambiente i quali vengono progressivamente trasformati in strumenti d’uso e di consumo, fino all’attuale sistema di produzione capitalistico. Anche dall’allontanamento dell’uomo dalla natura emergono le catastrofi, come la guerra nucleare che avviene nel film. Nel momento in cui la televisione, prima di spegnersi del tutto, annuncia l’inizio del conflitto, i personaggi, nel salotto di casa che molto ricorda certi interni ‘teatrali’ di Bergman (tra l’altro il film è stato girato in Svezia), assumono una posa granitica, preda di una ragione che sì è rocciosa ma che anche può trasformare in pietra, può rendere gli esseri umani tetri automi e burattini della paura e dell’angoscia. Nel contempo, il suono di sottofondo assume connotazioni devastanti: sentiamo infatti i rumori dei motori di cacciabombardieri in assetto di guerra che sfrecciano provocando sommovimenti tellurici che ad altro non preludono se non ad un’autodistruzione della società umana.

Di fronte a questa pietrificazione, a quest’orrore annichilente provocato dall’uomo, il personaggio oppone il movimento incessante del fuoco, un fuoco immerso in catartiche volute che distruggono quella stessa casa abitata dall’angoscia e dalla paura, dall’orrore del passato e del presente, da lembi di lancinanti ricordi. Il personaggio effettua in bicicletta un percorso sinuoso e serpentino nelle nordiche e nebbiose lande per recarsi dalla ‘strega’ Maria e scongiurare la catastrofe, come suggerito dal postino Otto. Alexander in bicicletta si muove in bilico su quegli stessi scorci di apocalisse, mentre in sottofondo risuonano cupe sirene di navi, e giunge alfine a compiere un atto erotico con la ‘strega’ che appare come un salvifico ricongiungimento con la natura. Dall’eros al fuoco: è il fuoco a espandersi e a levarsi in alto come in molti film di Tarkovskij. È la catarsi che avviene, una salvezza da un’apocalisse che comunque resta sempre in agguato, coi suoi borborigmi ctonii. E Alexander alfine si consegna alla mostruosa disragione e quindi agli abissi della follia e dell’internamento scegliendo per sempre il silenzio, unica risposta che una società basata sul controllo e sulla punizione può offrire a chi ha danzato sui baratri dell’apocalisse, dell’autodistruzione dell’umanità e, muto, annichilito dalla silente prigionia, adesso non può neppure riferirne l’orrore.

Note

  1. Cfr. T. Masoni, P. Vecchi, Andrej Tarkovskij, Il Castoro Cinema, Milano, 1997, p. 7. 

  2. Cfr. F. M. Cataluccio, Tarkovskij e l’Occidente, il Il fuoco, l’acqua, l’ombra. Andrej Tarkovskij: il cinema tra poesia e profezia, a cura di P. Zamperini, La Casa Usher, Firenze, 1989, pp. 34-35. 

  3. Cfr. M. Foucault, L’acqua e la follia, trad. it. in Archivio Foucault. Interventi, colloqui, interviste, vol. 1, a cura di J. Revel, Feltrinelli, Milano, 1996 p. 74. 

  4. Cfr. A. Tarkovskij, Diari. Martirologio, a cura di A. A. Tarkovskij, Edizioni della Meridiana, Firenze, 2002, p. 274. 

  5. A. Tarkovskij, Racconti cinematografici, Garzanti, Milano, 1994, p. 279.

Fonte

13/10/2018

12 anni per salvare il pianeta, dal capitale

Il Santuario Internazionale per i Mammiferi Marini è un’area protetta internazionale istituita nel 1999 grazie ad un accordo tra Italia, Francia e Principato di Monaco, con il quale i tre Paesi firmatari si impegnavano a tutelare i mammiferi marini ed il loro habitat. Si tratta di una superficie marina a nord del Mar Tirreno di 96.000 ettari a forma di quadrilatero, che si estende attorno alle isole dell’Arcipelago Toscano. Ieri l’altro, al largo della Corsica, a causa della collisione tra due navi avvenuta a circa 14 miglia da Capo Corso, la fuoriuscita di carburante ha prodotto una chiazza che si è estesa in mare per circa 20 chilometri quadrati, che minaccia di estendersi fino a 100 km e che sta avvelenando quell’ecosistema marino fantastico. Quella chiazza, per effetto delle correnti, potrebbe dirigersi, ora, verso le coste della Toscana.

Secondo il rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), ovvero, del Gruppo Intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico dell’ONU, non ci sono più dubbi, né sulle dimensioni del disastro che si va costruendo giorno dopo giorno, né sui suoi limiti temporali. Gli scienziati dell’IPCC sono giunti alla conclusione che la temperatura media del decennio 2006-2015 è cresciuta di 0,87° (con un intervallo tra 0,77 e 0,97) rispetto al decennio pre-industriale (1850-1900). Dato che le emissioni antropogeniche (gas ad effetto serra, aerosol e annessi) hanno un incidenza pari a +0,2° per ogni decade, l’incremento di 1,5 gradi della temperatura terrestre dovrebbe manifestarsi a partire dal 2030. Ma se questa tendenza in atto non viene invertita e se entro i prossimi 12 anni la temperatura media della terra dovesse davvero aumentare di 1,5 gradi, secondo i modelli esaminati dagli scienziati dell’ONU, la catastrofe sarebbe totale e potrebbe non esserci più un futuro per i nostri figli. Inondazioni, siccità, tsunami ed uragani aumenterebbero in modo esponenziale aggiungendosi alle altre devastazioni ambientali provocate dalle potenze occidentali nei paesi più poveri e causerebbero conflitti e guerre con conseguenti spostamenti di moltitudini gigantesche alla disperata ricerca luoghi più sicuri.

Chi, da qualche anno, sta lucrando politicamente contro le migrazioni in atto non sa – o non ha interesse a sapere – che ciò che chiama abusivamente “invasione”, in confronto a ciò che potrebbe accadere entro il prossimo decennio, non è altro che un modestissimo fenomeno che potrebbe essere gestito tranquillamente con un po’ di buon senso, serietà e, soprattutto, di umanità. Ma tant’è.

I limiti indicati dall’IPCC sono strettissimi e le conseguenze dei fenomeni in corso incalcolabili. In buona sostanza, gli obiettivi fissati dal recente accordo di Parigi del febbraio 2016 (COP 24), che pareva lo spartiacque che separava l’era dei combustibili fossili da quella delle energia pulite, non bastano. Secondo le conclusioni del rapporto dell’IPCC “accontentarsi” di fermare la rapida avanzata in atto del riscaldamento globale sotto i 2 gradi (ma solo a partire dal 2020) non appare più sufficiente ad evitare le conseguenze catastrofiche che già si stanno manifestando in tutta la loro drammatica portata in ogni angolo della terra. La soglia, insomma, di 1,5 gradi assunta come obiettivo dalla Conferenza di Parigi, nel febbraio del 2016, secondo gli esperti dell’ONU, coinciderebbe con il definitivo ed irreversibile disastro del pianeta terra.

Ma nonostante il drammatico appello del Gruppo Intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico dell’ONU, non si sono viste né sentite, fin qui, da parte dei governi dei paesi che inquinano di più, reazioni e/o dichiarazioni all’altezza della drammatica situazione descritta dagli esperti ONU. La folle corsa verso l’apocalisse che Trump e soci sembrano voler perseguire a tutti i costi ostacolando ogni tentativo di invertire la tendenza in atto sulla base di strampalate posizioni negazioniste, sembrerebbe, dunque, inarrestabile e pare proprio, al momento, non avere avversari seri e determinati. Anzi.

Il fatto è che la differenza tra Trump e gli altri, nella sostanza, quasi non esiste né potrebbe esistere, dal momento che anche i governi delle altre potenze appaiono totalmente succubi nei confronti delle potenti corporations che incuranti di qualsiasi allarme passato e presente, con l’avallo tanto delle istituzioni internazionali, quanto dei governi locali, diabolicamente, perseverano nel distruggere meravigliosi ecosistemi, su cui intere comunità fondano il proprio stile di vita e la propria sopravvivenza, per continuare ostinatamente ad estrarre combustibili fossili mentre petrolio e gas sono stati e sono ancora al centro di troppe guerre passate e di quelle ancora in corso da cui fuggono milioni di esseri umani in cerca di salvezza.

Le concezioni marxiste tradizionali del cambiamento come conseguenza dello “sviluppo delle forze produttive” hanno certamente contribuito alla deriva produttivista ed industrialista di ciò che resta della vecchia sinistra tradeunionista che ancora si illude (o vuole illuderci) di poter riconquistare margini redistribuitivi soltanto attraverso la continua crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) e di un sistema economico fondato sullo sfruttamento infinito delle risorse naturali e sulla sistematica distruzione degli ecosistemi. Peraltro, quella che tutti i giorni ci viene descritta come una crisi finanziaria che avrebbe contaminato la sfera reale dell’economia, in realtà, altro non è che una crisi da sovrapproduzione di merci. E allora perchè non fermarsi per chiederci finalmente cosa, come e quanto possiamo ancora produrre? A quel punto saremmo costretti a riconoscere che un cambiamento reale che fermi questa corsa a folle velocità verso l’autodistruzione del pianeta non può che passare da un cambio radicale di sistema.

Uno dei primi marxisti del XX secolo a porsi questo tipo di questioni fu Walter Benjamin. In un testo del 1928, “Sens Unique”, denunciava l’idea di dominio della natura come “un insegnamento imperialista” e proponeva una nuova concezione della tecnica come “padronanza del rapporto tra la natura e l’umanità”. Alcuni anni dopo, nelle Thèses sur le concept d’histoire, si proponeva di arricchire il materialismo storico con le idee di Fourier, il visionario utopista che aveva sognato “di un lavoro che lungi dallo sfruttare la natura, è capace di fare sorgere da essa le creazioni che dormono nel suo seno” [1].

James O’Connor (1930-2017), marxista, professore emerito di sociologia ed economia alla University of Santa Cruz in California, fondatore della storica rivista Capitalism Nature Socialism, già nel 1988, nella sua introduzione al primo numero della rivista, osservava come, nonostante l’ambientalismo costituisse uno dei più importanti movimenti sociali sia negli Stati Uniti sia negli altri paesi, e nonostante la crisi ecologica avesse ormai raggiunto il mondo intero, i marxisti e i socialisti avevano fatto “pochi e deboli tentativi per dare una spiegazione teorica coerente di questi fatti"[2].

Per James O’Connor, Marx ed Engels avevano dimostrato come e perché il conflitto sociale nel capitalismo ha assunto la forma di lotta fra capitale e lavoro (non solo sul mercato ma anche nella produzione) fra capitali singoli e fra tutti i capitali nel processo capitalistico chiamato “Accumulazione competitiva”. ”Cento anni dopo, gli storici sociali e culturali – marxisti e non (del femminismo, dei gay e delle lesbiche, delle realtà locali) – hanno allargato il concetto originale di Marx ed Engels, fino ad includere i conflitti sociali nella sfera della riproduzione, mostrando ad esempio che le forme tradizionali di vita scompaiono di fronte al lavoro salariato e alla forza del mercato. Lo studio dell’impatto della soddisfazione mercificata dei bisogni ha finalmente portato allo studio dei modelli di consumo: l’universalizzazione dell’automobile, lo sviluppo delle periferie ai bordi delle megalopoli, la lontananza fra luoghi di residenza e luoghi di lavoro, il tempo libero e via di seguito. Sono ormai entrati nell’analisi degli storici. I supermercati, i mezzi di comunicazione di massa e la TV, e altri aspetti della vita sociale e culturale del tardo capitalismo, come le culture etniche e di transizione, “dove tutto quel che era solido, si scioglie in aria” [3] .

A James O’Connor si deve l’introduzione delle nota teoria della “seconda” contraddizione, quella tra capitale e natura, seconda rispetto alla prima, quella tra capitale e lavoro – seconda perché emerge dopo la prima in senso temporale, senza tuttavia sostituirla.[4]

Nel 2001 venne pubblicato il primo “Manifesto Ecosocialista” ad opera di Joel Kovel e Michael Löwy. Quel documento partiva dalla premessa che le crisi sociali ed ecologiche in atto sono prodotte dalla stessa causa: il capitalismo, il quale agisce in modo egualmente distruttivo sulla natura e sull’uomo. Sulla natura, in quanto, nella sua costitutiva necessità di crescita ed accumulazione infinita, il sistema capitalistico distrugge gli ecosistemi e le risorse naturali del pianeta. Sull’uomo, poiché riduce la maggior parte della popolazione mondiale a mera riserva di forza lavoro, mentre annienta le capacità di resistenza delle comunità tanto con la violenza quanto mediante l’imposizione di modelli individualistisci improntati ad un consumismo sfrenato. Joel Kovel e Michael Löwy denunciavano, senza mezzi termini, il nesso causale inscindibile tra devastazione ambientale e dinamica di “crescita” infinita indotta dall’espansione capitalista: ”Crescita esponenziale dell’inquinamento dell’aria nelle grandi città, dell’acqua potabile e dell’ambiente in generale; riscaldamento del pianeta, inizio di scioglimento dei ghiacci polari, moltiplicazione delle catastrofi “naturali”; inizio di distruzione dello strato di ozono; distruzione a velocità crescente delle foreste tropicali e rapida riduzione della biodiversità con l’estinzione di migliaia di specie; esaurimento dei suoli, desertificazione; accumulazione di rifiuti, in particolare nucleari, impossibili da smaltire; moltiplicazione degli incidenti nucleari e minaccia di una nuova Cernobyl; inquinamento degli alimenti, manipolazioni genetiche, “mucca pazza”, carne agli ormoni. Tutti i segnali di allarme segnano rosso: è evidente che la folle corsa al profitto, la logica produttivistica e mercantile della civiltà capitalista/industriale ci porta a un disastro ecologico dalle proporzioni incalcolabili. Non è cedere al “catastrofismo” constatare che la dinamica di “crescita” infinita indotta dall’espansione capitalista minaccia di distruzione le fondamenta naturali della vita umana sul pianeta.” [5]

Dunque, è del tutto illusorio attendersi che sia il capitalismo stesso a generare efficaci meccanismi di regolazione e di autolimitazione. Altrettanto illusorio è continuare ad immaginare che il capitalismo, proprio in quanto sistema economico-sociale fondato sul dominio sfrenato e spietato dell’uomo sulla natura e dell’uomo sull’uomo, possa essere in grado di trovare soluzioni alle crisi che esso stesso crea incessantemente. In altre parole, non si può chiedere al lupo di salvare le pecore. Non esiste un “capitalismo sostenibile” perché il capitalismo è, per sua stessa natura e definizione, insostenibile ed incompatibile con quei noti “limiti dello sviluppo” indicati nel famoso Rapporto commissionato al MIT (Massachussetz Institute of Technology) dal Club di Roma, nel lontano 1972[6].


Note

[1] Walter Benjamin, Sens Unique, Paris, Lettres Nouvelles – Maurice Nadeau,1978, p.243, “ Thèses sur la philosophie de l’histoire, in : L’homme , le langage et la culture, Paris, Denoël, 1971, p. 190 (trad. it: Sul concetto di storia, Einaudi, To, 1997);

[2] James O’Connor Capitalism Nature Socialism, n.1/ 1988 in Capitalismo Natura e Socialismo n.1/1991;

[3] James O’Connor, Natural Causes. Essays in Ecological Marxism, Guilford, New York ed Oxford 1998;

[4] ]ames O’Connor, La seconda contraddizione del capitalismo: cause e conseguenze, Capitalismo Natura Socialismo n. 6/1992;

[5] Joel Kovel e Michael Löwy, The Enemy of Nature. The end of capitalism or the end of the world?, New York, Zed Books, 2002;

[6] Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jørgen Randers e William W. Behrens III “Rapporto sui limiti dello sviluppo”, 1972.

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16/06/2017

L’atomica che verrà, armi nucleari di nuova generazione


Più piccoli e precisi, gli ordigni nucleari allo studio che potrebbero rivoluzionare l’equilibrio atomico sul pianeta. Gli elementi di una inchiesta di Paolo Valentino sul Corriere della Sera

Il piccolo che fa paura
«Più piccole, più precise, più furtive. Ma ancora in grado di provocare l’Apocalisse». Paolo Valentino sul Corriere della Sera non fa sconti alla paura che se non siamo matti dobbiamo avere. Armi di distruzione di massa sempre più facili da usare. Una nuova generazione di armi atomiche sta per fare il suo esordio sulla scena planetaria, e non c’è da stare allegri. Le difese anti-aeree sempre più sofisticate e impenetrabili, spingono le grandi potenze ad aggiornare gli arsenali nucleari da fine del mondo rimasti gli stessi nell’ultimo mezzo secolo.

Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna, Paesi nucleari ufficiali, sono già adesso impegnati nella modernizzazione per garantirsi, da qui al 2080, bombe «sicure, protette e affidabili». Le potenze non dichiarate, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord pare stiano a loro volta ‘miniaturizzando’, per poter colpire più e meglio.

Nazioni Unite a Vienna
L’Onu tenta un nuovo Trattato di interdizione degli armamenti atomici, mentre le nazioni che li posseggono stanno per investire montagne di soldi in una nuova generazione di ordigni. «La terza era atomica, – la definisce Valentino – dopo la prima della ‘distruzione reciproca assicurata’ e la seconda del timido disarmo a cavallo del Millennio. Nessuno tra le cosiddette grandi potenze disarma. L’America dell’incontrollabile Trump spara l’incredibile cifra di 1.000 miliardi di dollari in 30 anni per il rinnovamento dell’arsenale nucleare. La Russia di Putin insegue una relativa parità strategica con gli Stati Uniti. La Cina, la vera potenza economica del prossimo futuro, è impegnata ad assumere in pieno il ruolo di Superpotenza sul fronte militare e quindi anche nucleare.

Fine del mondo made in Usa
Secondo i dati dell’International Peace Research Institute, il Sipri di Stoccolma, gli Usa nel 2016 avevano 7 mila testate nucleari. Nel 2009 Obama aveva promesso un mondo libero dalle armi nucleari, ma ha poi finito per lanciare un programma di modernizzazione. Una delle poche eredità di Obama che l’Amministrazione Trump non ha cercato di cancellare, anzi. Rilancio: sostituzione di 14 sommergibili lanciatori della classe Ohio, aggiornamento dei bombardieri B-52 e B-2, lo sviluppo di un nuovo B-21 stealth, ammodernamento dei sistemi Trident D-5 e Minuteman III. Triade terrestre, aerotrasportata e sottomarina. Gioiello del nuovo arsenale è la bomba da crociera B61-12, in grado di essere armata con testata nucleare o convenzionale, a potenza variabile e altissima precisione.

E Mosca risponde
7.290 testate nucleari, dati del 2016, Mosca ha il più grande arsenale nucleare del pianeta, ma non il più moderno. Putin ha confermato il ruolo della componente atomica nella dottrina militare russa, e lo sviluppo di sistemi duali, cioè in grado di essere armati sia in modo nucleare che convenzionale. Cuore del programma, i nuovi SS-27-2 o Yars, missili intercontinentali che possono portare fino a 4 testate Mirv, cioè in grado di rientrare separatamente nell’atmosfera e puntare a diversi obiettivi. Secondo gli Stati Uniti, questi sistemi sono in violazione dei limiti del New Start, il trattato firmato da Usa e Russia a Praga nel 2010. Altre armi in lavorazione: gli SS-30 Sarmat, i «Figli di Satana» nel linguaggio della Nato, a dieci testate. Poi una nuova generazione di sottomarini lanciatori e la modernizzazione dei bombardieri Tu-160 e Tu-95MS.

Cina potenza non solo economica
Pechino, nel 2016 disponeva di 250 testate nucleari ma vuole crescere. Avvinarsi agli Usa almeno sul piano tecnologico. Spingono anche la concorrenza dei vicini India e Russia, le preoccupazioni per l’incontrollabile alleato nordcoreano. Massicci investimenti in ricerca e sviluppo nei sistemi iper-veloci, cioè missili in grado di rientrare dallo spazio a velocità supersonica. La Cina sostituirà i suoi vettori a testata unica con una nuova generazione a testata multipla. Quanti soldi investiti? Segreto, ma i programmi appaiono giganteschi.

Francia
La Francia continuerà a limitare al livello attuale, 300, il numero delle testate atomiche in suo possesso. Ma rincorre la modernizzazione militare su altri fronti. I nuovi sottomarini lanciatori, successori della classe Triomphant, che dovrebbero entrare in servizio tra 2035 e il 2048. Nel frattempo Parigi modernizzerà i suoi missili intercontinentali M51 e gli ASMP a gittata media aerotrasportati dai Rafale. Questi ultimi saranno sostituiti entro il 2040, così come la portaerei Charles de Gaulle.

Regno Unito
Londra possedeva sino ad un anno fa 215 testate nucleari. Il governo britannico ha annunciato la costruzione di 4 nuovi sottomarini nucleari, in sostituzione di quelli della classe Vanguard, per far fronte all’«aumento degli avversari potenziali e alla modernizzazione delle loro forze». L’investimento è di 46 miliardi di euro. Trasporteranno ancora i missili Trident.

Geopolitica da paura
La forte accelerazione del programma nucleare della Corea del Nord. Le provocazioni di Trump all’Iran, che aveva rinunciato alla bomba per oltre 10 anni. Tensioni diffuse, e tentazioni di nuova corsa al riarmo. Una Nato concentrata su una ‘minaccia russa’ sul fronte Est, più percepita che reale. La Russia di Putin tornata protagonista in politica estera, Siria, e decisa sui suoi confini verso Ucraina e Crimea. E altri Paesi tecnologicamente in grado di dotarsi dell’arma nucleare, e forse tentati a farlo: Germania, Giappone, o peggio, Arabia Saudita che l'atomica se l’è già pagata in Pakistan.

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15/05/2017

La caduta dei mercanti e l’apocalisse dell’occidente

Anche i mercanti della terra piangono e gemono su di lei, perché nessuno compera più le loro merci: carichi d'oro, d'argento e di pietre preziose, di perle, di lino, di porpora, di seta e di scarlatto; legni profumati di ogni specie, oggetti d'avorio, di legno, di bronzo, di ferro, di marmo; cinnamòmo, amòmo, profumi, unguento, incenso, vino, olio, fior di farina, frumento, bestiame, greggi, cavalli, cocchi, schiavi e vite umane.

I mercanti hanno il tempo contato da sempre. Una manciata di giorni o poco più. Coltivano illusioni, costruiscono supermercati e inventano l’illegalità. Sono i principali ideatori dei campi di concentramento che hanno accompagnato il declino della civiltà occidentale. Esportano mercanzie di scarso valore e creano paradisi fiscali per aiutare il meccanismo di espropriazione della democrazia. Commerciano su tutto e di tutto determinano il prezzo e la durata prevista. Risorse naturali, terre, fiumi, oceani e deserti sono nel catalogo aggiornato della spoliazione totale della vita. Della schiavitù sono diventati specialisti fin dall’inizio e continuano ad aggiornarne i contorni e le possibilità. Non si sono accorti che il loro tempo è ormai scaduto. Sono stati giudicati e condannati in contumacia come i fabbricanti d’armi.

I frutti che ti piacevano tanto,
tutto quel lusso e quello splendore
sono perduti per te,
mai più potranno trovarli


I mercanti e quanti a loro somigliano hanno terminato il tempo dell’inganno. Sono anch’essi vittime del naufragio al quale hanno costretti migliaia di umani che solo commerciano un futuro differente. Si sono rinchiusi dietro fili spinati e difesi da muri di cartone. Non servirà perché arriveranno da ogni parte per ritagliare porte d’ingresso e finestre sul mare. I mercanti saranno occupati a comprare e a vendere ai cittadini ciò di cui non hanno affatto bisogno. La pubblicità sarà messa nella pattumiera delle cose che hanno perso importanza. Al posto dei supermercati ci saranno giardini botanici e panchine per chi non ha tempo da perdere nei negozi. I mercanti hanno il tempo contato. Nessuno crede più alle loro promesse di felicità a prezzi scontati. Alcuni di loro, per salvarsi, hanno scelto di tornare alla terra.

Tutti i comandanti di navi e l'intera ciurma, i naviganti e quanti commerciano per mare se ne stanno a distanza, e gridano guardando il fumo del suo incendio: "Quale città fu mai somigliante all'immensa città?". Gettandosi sul capo la polvere gridano, piangono e gemono: "Guai, guai, immensa città, del cui lusso arricchirono quanti avevano navi sul mare! In un'ora sola fu ridotta a un deserto! Anche i mercanti della terra piangono e gemono su di lei, perché nessuno compera più le loro merci.

Guardano il fumo e le macerie delle mercanzie ormai inutilmente accatastate nella polvere. Registri dei profitti, le piazze d’affari, le banche di credito e le agenzie di notazione, inutili ricordi di un tempo travolto dal reale. Gli altri mercanti hanno scelto di tornare a fare gli operai e i controllori di biglietti sui treni pendolari. Stanchi dopo il lavoro saranno seduti accanto all’ultimo migrante sbarcato con l’uniforme di scaricatore di porto in mobilità. Spazzeranno le strade dopo la notte bianca che si era celebrata in città. Gli ultimi mercanti faranno la fila davanti alle vetrine appositamente conservate coi prezzi da liquidazione. C’è chi si è reso disponibile a servire i pasti alla mensa dei senza dimora fissa.

Guai, guai, immensa città, tutta ammantata di bisso, di porpora e di scarlatto,adorna d'oro,di pietre preziose e di perle! In un'ora sola è andata dispersa sì grande ricchezza. (Ap 18, 1- 24)
Niamey, Maggio 017

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