Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/05/2024

Nessuna epoca è simile alla nostra

di Sandro Moiso

Yves Delhoysie, Georges Lapierre, L’incendio millenarista tra apocalisse e rivoluzione, Malamente/Tabor, Urbino-Valsusa 2024, pp. 574, 22 euro

«No age like unto this age» (Discorso di un digger apparso in un pamphlet anonimo del 1653)

Molto tempo prima che testi come Il manifesto del partito comunista, Stato e anarchia oppure Stato e rivoluzione potessero anche solo lontanamente essere concepiti, ne è esistito uno che, pur essendo quasi mai letto dai suoi estimatori, è stato per secoli indirettamente alla base di rivolte, insurrezioni e movimenti intrinsecamente rivoluzionari.

Si tratta dell’Apocalisse di Giovanni, conosciuta altrimenti come Rivelazione o Libro della Rivelazione, l’ultimo libro del Nuovo Testamento.

Come per gran parte dei testi posti all’origine della seconda parte della Bibbia, l’attribuzione è incerta così come il luogo in cui sarebbe stata redatta, mentre per quanto riguarda la data di composizione, si ammette abbastanza comunemente che sarebbe stata composta nella prima metà degli anni '90 del I secolo.

Nell’opera si parla di persecuzioni da parte di pubblici ufficiali, si dice che ci sono stati già dei martiri della fede e che tutta la cristianità corre un tremendo pericolo. Inoltre si afferma che la partecipazione al regno millenario è il premio dei martiri che hanno rifiutato il “segno della bestia” sulla fronte e sulla mano, un riferimento al culto imperiale romano, ma che nel tempo assunse significati simbolici più ampi collegando il segno della bestia più genericamente al Male (sotto qualsiasi forma questo si presentasse).

Involontariamente il testo finì col far attendere ai credenti una battaglia finale con quest’ultimo che avrebbe dovuto realizzare già in terra la volontà e il regno di Dio, materializzando in qualche modo la promessa di regno che non sarebbe stato più soltanto ultraterreno, ma millenario nel mondo reale. Da qui la sua forza nel colpire l’immaginario popolare e delle classi meno abbienti sottoposte al potere di monarchi, imperatori e papi. Tutti egualmente corrotti e tutti ugualmente segnati dal marchio infamante della Bestia.

Il testo appena pubblicato dalle edizioni Malamente/Tabor, uscito originariamente in Francia nel 1987 per le edizioni del gruppo Os Cangaceiros, riporta alla ribalta e all’attenzione dei lettori i movimenti millenaristi, per l’appunto, che dal Medio Evo fino al movimento dei diggers durante la guerra civile inglese del XVII secolo oppure all’anarchismo andaluso all’interno di quella spagnola o, ancora, al banditismo sociale del Nord-est del Brasile e ai culti messianici melanesiani tra XIX e XX secolo, hanno per periodi più o meno lunghi infranto le regole delle società divise in classi oppure coloniali per instaurare forme di comunismo e uguaglianza sociale, anche attraverso la violenza e l’espropriazione dei beni e delle ricchezze1.

Non a caso Luigi Balsamini, nella prefazione alla nuova edizione italiana del testo, sottolinea e ricorda, a proposito del gruppo Os Cangaceiros2, che proprio dal banditismo sociale del Nord-est brasiliano aveva tratto il nome, che:

Le azioni di quel gruppo hanno in particolar modo preso di mira il sistema penitenziario, muovendosi dalla solidarietà attiva alle lotte dei detenuti fino ai sabotaggi nei cantieri delle carceri in costruzione, alla distruzione degli uffici delle ditte appaltatrici e alla sottrazione e diffusione di dettagliate piantine e preziose informazioni tecniche degli edifici.
Tra il gennaio 1985 e il giugno 1987 Os Cangaceiros ha diffuso tre numeri di un’omonima rivista contenenti analisi e documenti relativi a lotte e insorgenze sociali di quegli anni, non solo in Francia. Sempre nel 1987, il gruppo pubblica la prima edizione di L’incendie millénariste, firmato con gli pseudonimi Yves Delhoysie e Georges Lapierre. La loro pessima fama era però in crescita, tanto che alcuni distributori rifiutarono di far circolare il libro lasciando Os Cangaceiros con buona parte della tiratura in magazzino. Facendosi sempre più pesante la pressione poliziesca, il gruppo decide di abbandonare la maggior parte delle copie in luoghi pubblici, lasciandole al loro destino fuori da ogni logica mercantile. Dopo aver rivendicato numerose azioni dirette, il gruppo si è sciolto ed è scomparso dalla scena, riuscendo in parte a sottrarsi alla successiva ondata repressiva3.

Il millenarismo costituisce uno dei più antichi sogni di libertà e giustizia, l’idea dell’avvento di un’Età dell’oro, di un mondo radicalmente diverso, di fraternità e beatitudine, in cui vivere liberi dalla maledizione del denaro, dello sfruttamento, della proprietà. Autentici marchi della Bestia proprietaria e capitalista. Finendo col dare vita a un torrente carsico di speranza e passione rivoluzionaria, disperso in mille rivoli sotterranei o esplosivi, che ricollega gli insorti di tutti i tempi e luoghi per «trasformare il mondo fino a renderlo riconoscibile». Mentre per ognuno di quei movimenti e per ogni movimento radicalmente rivoluzionario ogni volta si è trattato della fine dei tempi o, perlomeno, della fine del tempo dell’oppressione, dell’alienazione e della separazione degli uomini e delle donne dai e dalle loro consimili.

La religione cristiana conteneva, prima di tutto, una promessa di vita futura. Era la concezione di una società alla ricerca di una finalità esteriore, la redenzione. La religione realizzava nel pensiero il passaggio dal quaggiù – la miseria – all’aldilà – il regno di Dio; i sacramenti erano i riti di questo passaggio concepito in teoria. La religione è la forma pensata dell’alienazione.
I millenaristi attaccavano l’alienazione, in teoria e in pratica. Ciò di cui l’umanità era stata spossessata e che era stato esiliato in cielo, intendevano realizzarlo sulla terra. Ecco perché attaccavano tutto ciò che su questa terra, si opponeva a tale realizzazione. Tutti i loro tentativi hanno immancabilmente messo in discussione l’ordine sociale, cosa che li differenziava dal misticismo – quello di Mastro Eickhart o Jacob Böehme4.

E che, si potrebbe aggiungere, ancora differenzia dai discorsi partitici, dalle speranze nel sole dell’avvenire e da tutte le altre filosofie utopistiche o politiche che hanno promesso, e ancora promettono, la felicità soltanto oltre un certo orizzonte, chi invece nelle lotte e nelle insurrezioni, dai movimenti ereticali alla Comune di Parigi oppure dal ‘68 e al ‘77, ha cercato e cerca ancora di realizzare l’ultramondano direttamente in questo mondo: qui, ora, adesso e subito. Per ognuno dei protagonisti di tutti quei movimenti, infatti, nessuna altra epoca è stata, è o potrà mai essere «come la nostra». Poiché la rivoluzione è viva mentre la si compie e soltanto “poi” sarà argomento di riflessione per gli storici o per i tutori dell’ordine. Anche di quello post-rivoluzionario. Così, una promessa magnifica è contenuta nelle storie di tutti quei rivoltosi, di ogni epoca, che sempre dovettero confrontarsi con tutte le forme e tutti i rappresentanti di ogni tipo di potere (ecclesiastico, nobiliare, borghese, giuridico, militare, scientifico, economico, fascista, stalinista e liberale).

[I millenaristi] Volendo realizzare il regno di Dio erano portati ad attaccare la radice dell’alienazione, il suo fondamento sulla terra. Eseguivano cioè il movimento inverso dell’alienazione: riconducevano sulla terra ciò che era stato esiliato in cielo […] La loro prima preoccupazione fu dunque di fondare delle città che dovevano essere l’imitazione della mitica Gerusalemme: Tábor, Münster, Canudos, i villaggi interamente ricostruiti in Melanesia durante i culti del Cargo.
Attinsero la propria ispirazione da quella parte dell’esperienza sociale ripiegata nella clandestinità: questa parte costituiva l’inconscio di una società, la somma delle sue angosce e delle sue aspirazioni che si esprimevano nei sogni e nei miti [...] In tal modo, tutto ciò che veniva ricacciato nella clandestinità poteva riemergere alla luce del sole in una forma comunicabile. Le profezie costituivano un momento di questa comunicazione. Un’idea sotterranea vi trovava la sua eloquente espressione. L’unità della vita veniva così a essere ristabilita contro l’ordine sociale5.

Come rovesciamento delle pratiche della psichiatria moderna, la rivoluzione e l’insurrezione collettiva ribaltano l’impostazione basata sull’inconscio dell’individuo solitario, disperatamente solo con la propria sofferenza:

Freud considerava l’angoscia come pura tragedia individuale, anche se ammetteva che era un effetto della società esistente. Egli poté porre il problema in questo modo dato che l’individuo viveva in una società senza comunicazione. L’angoscia e la nevrosi non mostrano altro che l’assenza di comunicazione nella quale ciascuno è immerso; siamo dunque di fronte alla tragedia di una società disumana, cosa che Freud non disse. Per lui l’angoscia e la nevrosi son un affare individuale che non pone alcuna questione sociale. Con i profeti, l’angoscia acquisiva una funzione storica, venendo vissuta come una tragedia sociale e collettiva.
L’entusiasmo dei millenaristi era dunque basato su un’esperienza comune del cui significato si erano impadroniti. Erano sicuri di sé. È questo che rimproverano loro in maniera superficiale gli storici – non essendo in grado di scorgere cosa determinasse una simile certezza6!

Quella realizzazione immediata e terrena della felicità individuale e collettiva abbiamo, però, potuto continuare a intravederla nelle lotte, da Mirafiori alla Valsusa, da corso Traiano a Seattle, dai ghetti di Detroit e Los Angeles in fiamme fino alle università occupate e a Radio Alice e, perché no, nella rivoluzione portoghese dei garofani e, ancora, in tante battaglie definite superficialmente “di strada”. Tutti brevi, ma indimenticabili momenti di un’eternità condivisa che continua a manifestarsi in ogni angolo del mondo, ovunque la richiesta di felicità e giustizia si armi del coraggio e del desiderio necessari.

Un libro da leggere tutto d’un fiato e da conservare nella memoria, e possibilmente in biblioteca, per sempre.

Note

  1. Sul collegamento tra Apocalisse e movimenti sociali di protesta o insurrezionali si vedano anche N. Cohn, I fanatici dell’Apocalisse, Edizioni di Comunità, Milano 1965 e R. Gobbi, I figli dell’Apocalisse, Rizzoli, Milano 1993.  

  2. Per chi volesse saperne di più a proposito di tale formazione di azione politica militante, si ricorda qui un altro testo prodotto dalla stessa: Os Cangaceiros, Un crimine chiamato libertà, edizioni NN/l’arrembaggio, Trieste- Torino – Catania 2003.  

  3. L. Balsamini, Prefazione a Yves Delhoysie, Georges Lapierre, L’incendio millenarista tra apocalisse e rivoluzione, Malamente/Tabor, Urbino-Valsusa 2024, pp. 10-11.  

  4. Ibidem, p. 531.  

  5. Ivi, p. 532.  

  6. ibid, p.533.

Fonte

24/09/2016

#GodLovesUganda: come la destra cristiana americana ottenne il controllo del governo ugandese


Volevo raccontarvi di un documentario che ho visto e mi ha lasciata davvero esterrefatta. Non perché non immaginassi le dinamiche ma perché a volte la realtà è talmente caricaturale da superare le stesse caricature di alcuni gretti personaggi. Si chiama God Loves Uganda, documentario indipendente presentato al Sundance Festival, che potete trovare anche in streaming (sottotitolato in italiano, per gentilezza di qualcuno che si è speso a tradurre), e parla della colonizzazione culturale e politica realizzata dalla destra cristiana in Uganda, quando era un territorio vergine, una giovane democrazia, il cui voto e le cui decisioni parlamentari potevano facilmente essere influenzate dall’esterno. La destra cristiana, in un’opera di massiccia evangelizzazione e con subdola richiesta di conversione, evangelizza con metodi classici. Sicuramente hanno appreso da altre chiese occidentali lo stile colonizzante e il furto di culture locali. Evangelizza allo scopo di applicare la legge biblica, si parla del vecchio testamento, che per alcuni fanatici diventa pretesto per chiedere l’assassinio di gay, la persecuzione di donne “adultere” o che fanno sesso fuori dal matrimonio, e di quelle che abortiscono.

Prima che arrivasse lì questa chiesa ben radicata in Texas, a Las Vegas, con missioni in tutto il mondo, l’Uganda aveva parroci che osservavano obiettivamente quella realtà e che aprivano all’ascolto di chiunque, inclusi i gay. La campagna a prevenzione dell’Aids, per esempio, era favorevole all’uso del preservativo, e infatti in quegli anni l’Uganda registrò un massiccio calo di contagi. Quando arrivò la destra cristiana imposero l’astinenza. Di nuovo dissero che l’Aids è il flagello, la punizione di Dio, e dunque era l’astinenza che avrebbe salvato tutti. Manco a dirlo, invece, il numero di ammalati è aumentato e la sessualità è diventata un inferno.

Questa chiesa si radica come per le multinazionali in epoche di shock economy. Si comporta allo stesso modo. Attende la distruzione culturale, il vuoto di poteri, in un determinato stato, e va lì a fondare scuole, ospedali, perché di soldi ne ricevono parecchi, a patto che impongano una rivoluzione “culturale” che in realtà è un regresso enorme. Predicano la parola di Cristo contro chi invece pratica la religione musulmana. I musulmani non hanno alcuna influenza e invece questa particolare chiesa si radica sempre di più e, con un fare fanatico che mi ricorda tanto i santoni di una chiesa narrata nella serie televisiva True Blood, spiega ai bambini, fin dai primissimi anni di scuola, come dovranno vivere, anzi, non vivere il sesso. Le lezioni a scuola sono basate sul lavaggio del cervello di queste persone, spesso provenienti da contesti poveri che ovviamente al nulla preferiscono quel qualcosa che arriva attraverso la chiesa.


Il moralismo tocca ogni vetta e la luce strana che vedi negli occhi degli intervistati pone seriamente il problema su quello di cui dovremmo avere realmente paura in futuro. In raduni omofobici, a messa, qualcuno illustra il perché bisogna evitare di considerare umani gli omosessuali. Vengono descritti come esseri immondi che mangiano la merda del partner e a parte la coprofagia evidentemente non conoscono null’altro. Parlano di mani che entrano nell’ano fino in fondo, e non capisco se è voluto o meno il fatto di confondere il fisting vaginale con quello, improbabile, anale. Fatto è che istigano odio e in base all’influenza che hanno ottenuto in quelle zone sono riuscite a diventare saldo punto di riferimento al punto tale che un prete e un vescovo che si erano schierati in difesa dei diritti lgbt sono stati scomunicati o cacciati. Il prete si era infiltrato in quel gruppo e quando si è svelato è dovuto fuggire in America, in zone protette, in cui non corre alcun pericolo.

Grave pericolo invece ha corso la comunità lgbt man mano che aumentava l’influenza di persone che in America non erano nessuno e in Uganda assumevano un’importanza vitale, in quanto bianchi e americani. La prima lettura di una legge omofobica proposta da un conservatore ugandese fu data nel 2009. Negli Stati Uniti, nel frattempo, precisamente in California, gli evangelizzatori diffusero la Chiamata (the call, con un video che è tutto un programma, un delirio assoluto), contro la proposta di legge sulle unioni omosessuali, approvata per un pelo. La legge ugandese invece fu approvata il 25 febbraio 2014 e prevede l’ergastolo per chiunque sia beccato a manifestare la propria omosessualità. A nulla è valso l’omicidio di uno dei leader del movimento lgbt, David Kato, al cui funerale assistono ragazzini che piangono terrorizzati per via della propria omosessualità. Un crimine d’odio che somiglia tanto a quello compiuto dal feroce assassino di un membro del congresso degli Stati Uniti che difendeva il diritto all’aborto.

La ricchezza dei preti di questa chiesa omofoba, misogina e islamofoba, è enorme. Vivono in case lussuose, perché c’è chi paga affinché evangelizzino il mondo, a partire dall’Uganda diventata un banco di prova per il voto e l’applicazione di leggi bibliche. Sono leggi ispirate alla parte più brutta della Bibbia, un po’ come se fosse una sharìa cristiana. Per questi evangelizzatori l’Uganda sarebbe un punto di partenza, un trampolino di lancio per fare terra bruciata attorno al mondo più “ricco”, mentre si insinua, anzi, colonizza le culture e le leggi di luoghi altrettanto fragili. Una delle teorie che vengono imposte, anche nelle scuole, dice che esisterebbe una lobby gay che si sarebbe impadronita delle Nazioni Unite, dei massimi governi statunitensi, incluso Obama, che il mondo intero sia governato da gay, pedofili, che vogliono distruggere tutto quanto e prendere il potere.

Ora mi chiedo: ma come fanno questi tizi ad avere così tanti soldi? Chi li finanzia? Quanto c’entrano con il regresso a destra avvenuto anche in Europa, come possiamo difenderci? Perché una cosa è certa: quel sentimento fanatico è arrivato anche da noi e da un bel po’ di tempo. Altro che Isis. E’ con questo fanatismo che abbiamo a che fare.

Fonte

23/03/2015

La colpa d’origine del colonialismo e l’insorgenza fondamentalista

L’Europa è stata molto generosa con sé stessa, autoassolvendosi del suo passato coloniale: concessa l’indipendenza agli ex colonizzati, ha ritenuto che ogni problema fosse risolto e che una parentesi di storia si fosse chiusa senza strascico. Ma è così?

Per circa un ventennio, dagli anni venti ai quaranta, nelle facoltà di medicina francesi si insegnava che gli algerini hanno una conformazione neurologica particolare, che li rende fisiologicamente criminali, aggressivi, violenti. Delinquono perché sono delinquenti di natura e non possono far altro. Nel linguaggio coloniale francese ogni parola che indicava un algerino corrispondeva ad un insulto come “bicot” (capretto) sinonimo di nordafricano. Nelle scuole di primo e secondo grado delle colonie, i libri di testo – tutti di autori europei parlavano della naturale superiorità razziale dei bianchi che le genti di colore, malgrè soi, dovevano sforzarsi di imitare. Sino a circa mezzo secolo fa, medici, antropologi, biologi, psicologi ecc davano per scontata l’inferiorità naturale delle popolazioni di colore.

Tutto questo gli europei lo hanno rimosso. Gli islamici no. La fine del colonialismo è di circa 60 anni fa, ma mezzo secolo, sul piano della storia, è un tempo trascurabile.

D’altro canto, se ogni fede religiosa è soprattutto un’antropologia, dobbiamo chiederci quale sia stato il sedimento storico profondo della vittoria militare di una cultura monoteista (quella cristiana) su un’altra cultura monoteista (quella islamica): Jan Assmann sostiene che il seme della guerra di religione è proprio nel monoteismo. E’ un fatto che le religioni monoteiste siano quelle che hanno prodotto più frequentemente guerre di religione e che il conflitto più lungo (di fatto dall’VIII secolo in poi) è proprio quello che ha contrapposto a più riprese le due grandi religioni monoteiste.

Potiers, le crociate, la cacciata dei Mori di Spagna, Lepanto, Vienna, ecc. non sono ombre dissolte del passato, vivono nel perdurante senso di ostilità che è sepolto nel profondo della psicologia dei popoli arabi ed  europei. E’ sintomatico che gli islamici siano gli immigrati che raccolgono più ostilità fra gli europei.

Ed è nella cornice di questo conflitto millenario che trova posto la vicenda del colonialismo europeo nel Medio Oriente e Nord Africa.

C’è un aspetto di quella vicenda, che non ha ricevuto la necessaria attenzione da parte della maggioranza degli storici: il colonialismo, prima e più ancora che di territorio fu invasione della mente. Su questo resta insuperata l’opera di Franz Fanon che ancora oggi può dirci molto sulla sostanza psicologica del conflitto in atto.

Il colonizzato, tenuto in costanti condizioni di inferiorità, fu costretto al permanente confronto con il bianco. Persino nell’intimità sessuale il comportamento era determinato da questo confronto: “..Nel rapporto col bianco la donna di colore conquista finalmente l’accesso al venerato mondo dei dominatori: l’uomo di colore nel rapporto sessuale con una donna bianca si vendica del padrone coloniale e dimostra la sua parità, il suo essere uomo. In fondo, però, questo atteggiamento dimostra solo una cosa: i valori del colonizzatore vengono riconfermati dal senso dall’importanza che il colonizzato attribuisce alla situazione eccezionale: il pregiudizio razzista ne riceve una nuova ratifica”

Questo continuo confronto con il bianco in condizioni di inferiorità, determina la nevrosi collettiva diffusa fra i colonizzati, che hanno sia manifestazioni psicosomatiche (ulcere, disturbi del linguaggio, coliche nefritiche, ipersonnie, tremiti idiopatici, irrigidimento muscolare), sia comportamentali come i sensi di insicurezza, la pronunciata aggressività che sfocia nei tassi insolitamente alti di attività criminali nell’Algeria degli anni in cui Fanon opera. Ma, tale violenza non si indirizzava nei confronti del “padrone bianco” (troppo lontano e potente) ma contro gli altri colonizzati: “Nella situazione coloniale… gli indigeni  hanno tendenza a farsi reciprocamente da schermo. Ciascuno nasconde all’altro il nemico nazionale. E quando, spossato dopo una dura giornata di sedici ore, il colonizzato si lascia cadere su una stuoia e un bambino attraverso il tramezzo di tela piange e gli impedisce di dormire, come per caso, è un piccolo algerino. Quando va a domandare un po’ di semola ed un po’ d’olio dal droghiere cui deve già alcune centinaia di franchi e si vede rifiutare questo favore, un immenso odio e una gran voglia di ammazzare lo sommergono, e il droghiere è un algerino…”

Queste sofferenze neurologiche e psicologiche non si sono dissolte con l’indipendenza, hanno lasciato ferite profonde (e non solo in Algeria). Di mezzo, però, c’è stata la guerra di indipendenza che ha mutato molte cose: gli algerini hanno imparato a rivolgere la loro aggressività verso l’invasore e non più fra di loro (è sintomatico che, a partire dalla rivolta di Algeri, nel 1954, i tassi di criminalità locali crollarono di colpo e si mantennero bassi dopo l’indipendenza). Ed a combattere il nemico esterno impararono – pur se con scarsa fortuna anche egiziani, giordani, siriani, libanesi, iraqueni nelle guerre con Israele. Poi vennero le guerre inter islamiche (Iran-Iraq, Arabia Saudita-Yemen ecc.). L’aggressività non era più rivolta verso l’interno di ciascun paese ma sempre più verso l’esterno, assumendo i panni sia di guerre regolari che di guerriglie (Algeria, Yemen, Palestina, Afghanistan, Iraq).

E’ degno di nota che la netta maggioranza dei conflitti attualmente in corso vedano impegnato almeno un paese o un’etnia islamica. Questo ha dato ai maomettani un senso di accerchiamento, che si è combinato con le troppe sconfitte subite in questo secolo, dopo la disfatta dell’Impero Ottomano che dissolveva l’ultimo califfato.

La modernizzazione ha avuto un urto drammatico sul mondo islamico che è quello che stenta più di ogni altro a trovare un suo equilibrio, sia esterno sia interno, tanto dell’area quanto ai singoli stati.

E’ di qui che parte l’insorgenza islamista in una progressione sempre più fitta di avvenimenti: 1928 (non molto dopo la dissoluzione dell’impero Ottomano), nascita dei fratelli musulmani, 1949 morte di Al Banna assassinato, 1952 la rivolta di Alessandria di Egitto, 1966 morte in carcere di Al Qutb, 1967 guerra dei sei giorni, 1979 rivoluzione fondamentalista in Iran ed insurrezione fondamentalista a Le Mecca, 1979-89 invasione sovietica in Afghanistan, quindi nascita di Al Quaeda…

Come si noterà, il fenomeno ha radici lontane nel tempo (1928) ma è “esploso” in particolare a partire dagli anni novanta, in parallelo alla marcia trionfale della globalizzazione. E pare evidente che si tratti di una rivolta contro la modernità imposta dalla globalizzazione, vissuta come una nuova “invasione della mente”. Lo jihadismo è il frutto più vistoso ed imprevisto della globalizzazione che ha un suo nascosto contenuto conflittuale. Lo jihadismo è il principale fattore di shock. L’eccidio di Parigi lo manifesta con particolare evidenza: una sorta di ripetizione del messaggio dell’11 settembre.