Il 7 ottobre il mondo si è svegliato con la notizia di una vera e propria insurrezione del popolo palestinese ben coordinata che ha completamente colto di sorpresa, demolendolo, il mito degli apparati di sicurezza e di spionaggio israeliani. Ma ha colto di sorpresa anche il resto il mondo, sia quello più ostile che quello più sensibile alla causa palestinese.
Il governo israeliano, i mass media e le cancellerie occidentali – le uniche ancora una volta schierate con Israele – hanno parlato di guerra. Alcuni aspetti dell’azione militare palestinese sono indubbiamente di carattere bellico ma il contesto appare più quello di una insurrezione popolare contro una pluridecennale e brutale occupazione israeliana che di una guerra tra eserciti convenzionali.
Quella tra palestinesi e israeliani non è mai stata una guerra simmetrica. La sproporzione di forze è stata sempre pesantissima, il bilancio delle vittime civili è sempre stato asimmetrico a sfavore dei palestinesi.
Lo stesso atteggiamento della cosiddetta comunità internazionale – troppe volte ritenuta limitata a Stati Uniti ed Unione Europea – non è mai stato equidistante o simmetrico tra le ragioni dei palestinesi e quelle di Israele. Al contrario è ricorso sistematicamente ai “due pesi e due misure”, liquidando tutti gli impegni formali presi nei decenni dalle Nazioni Unite verso il popolo palestinese e sostenendo esclusivamente e ossessivamente la supremazia della sicurezza e dell’espansione coloniale israeliana.
Solo la miopia occidentale e l’arroganza israeliana potevano ritenere che questo arbitrio consolidato e ripetuto per decenni non potesse prima o poi avere ripercussioni.
La Resistenza palestinese ha utilizzato emblematicamente la data del cinquantesimo anniversario della guerra del Kippur nel 1973 per scatenare una insurrezione popolare a Gaza, in Cisgiordania e perfino nei Territori Palestinesi occupati dal 1948.
Il 1973 fu uno spartiacque per la storia del mondo capitalista occidentale e dei suoi satelliti. La guerra lampo di alcuni paesi arabi contro Israele prevalse in un prima fase ma fu poi sconfitta grazie al sostegno militare statunitense alle forze armate israeliane. Testimonianze significative, come quella del generale e politico israeliano Moshe Dayan, affermano che Israele era pronta a ricorrere alle sue armi nucleari stoccate nel sito di Dimona per fermare l’offensiva militare di Siria ed Egitto.
Ma di fronte al sostegno occidentale ed europeo a Israele, i paesi arabi produttori di petrolio dichiararono nel 1973 l’embargo sulle esportazioni scatenando la più profonda crisi economica del capitalismo occidentale, dalla quale – sostanzialmente – non si è più sollevato nonostante la controffensiva liberista avviata dagli anni ‘80.
Cinquanta anni dopo, le organizzazioni della Resistenza palestinese, dopo tre decenni di massacri, occupazione militare, oppressione coloniale, bombardamenti devastanti la cui contabilità di morti farebbe impallidire qualsiasi persona di buon senso, ha dato vita alla terza insurrezione dopo le due Intifade precedenti (fine anni Ottanta e primi anni del Duemila).
Nonostante la pervasività dello spionaggio e dell’intelligence israeliane, nonostante la brutalità dei raid militari contro le comunità palestinesi a Gaza e Cisgiordania, nonostante l’asfissiante controllo militare israeliano, i palestinesi hanno colto di sorpresa tutti gli apparati di Israele con una azione militare coordinata che ne ha demolito il mito dell’invincibilità e l’ossessione della sicurezza.
I palestinesi a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme, nei Territori Occupati dal 1948 e nei campi profughi della diaspora sanno benissimo che la reazione militare israeliana sarà violentissima e, molto probabilmente, l’hanno messo in conto da tempo.
Ma sono anni ormai che i palestinesi gridano al mondo che l’unico modo per esistere e vedersi riconoscere i propri diritti è quello di resistere. Lo hanno fatto pacificamente con il Somud, lo hanno fatto militarmente con al Mukawama, lo hanno fatto con le pietre e con marce pacifiche mitragliate dai cecchini israeliani, pagando un prezzo in vite umane, prigionieri, mutilati che pochi paesi hanno pagato negli anni più recenti.
Adesso il mondo ha subito un brusco risveglio e la comunità internazionale dovrà dire e fare molto di più che dichiarazioni di circostanza e ulteriore complicità con Israele. Ed anche la sinistra italiana ed europea dovrebbero smettere di balbettare banalità e obsoleti luoghi comuni sulla questione palestinese. Tutti avremmo preferito sentir gridare agli insorti “Palestina libera” invece di invocazioni ad Allah, ma se questi sono il contesto e le forze in campo sarà bene cominciare a fare i conti con la realtà, riconoscendola invece di esorcizzarla o temerla.
Anche perché il mondo è cambiato rapidamente in questi ultimissimi anni. Il doppio standard utilizzato da USA e UE per agire nelle relazioni internazionali è diventato insopportabile a gran parte del mondo.
Ragione per cui sulla questione palestinese è tempo di impegni sostanziali nel riconoscimento dei diritti storici e di quelli attuali. L’insurrezione palestinese, seppur con caratteristiche simili ma diverse da quelle di una guerra convenzionale, ha posto il problema sul piatto, anche con il rischio che si scateni un conflitto regionale di dimensioni inedite rispetto a quelli precedenti.
L’insurrezione palestinese ha mandato un avviso di garanzia, sia alle autorità israeliane sia al mondo arabo, che a quelle statunitensi ed europee. Il tempo dell’ipocrisia è definitivamente finito.
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08/10/2023
26/12/2017
Lo schiaffo dell’Onu a Trump
Due voti in una settimana hanno confermato l’autoisolamento dell’amministrazione Trump. Al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite gli Usa si sono trovati soli contro gli altri 14 membri, compresa la Gran Bretagna, che per la prima volta ha votato contro il suo alleato americano. All’Assemblea generale gli Usa sono stati battuti per la seconda volta: 128 paesi a favore della risoluzione di condanna della decisione di Trump su Gerusalemme, 9 paesi contro e 35 astenuti. Non sono servite a niente le minacce e il ricatto contro i paesi più poveri, per “convincerli” a votare contro. La Palestina salva il diritto internazionale, e salva le Nazioni Unite, dalle minacce e dal ricatto degli Usa, ottenendo la conferma che Gerusalemme è una città occupata, quindi è da condannare ogni tentativo di modificare il suo status o qualsiasi intervento demografico. L’Assemblea generale dell’ONU condanna ogni cambiamento, considera illegale anche il trasferimento delle rappresentanze diplomatiche e chiede ai paesi di non compiere questi atti illegali. E’ un schiaffo sonante alla decisione di Trump e alla sua amministrazione.
Trump, con la sua decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale di una potenza occupante e di trasferire la sua ambasciata da Tel-Aviv a Gerusalemme, non ha solo violato il diritto internazionale e le stesse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, ma ha posto gli Usa fuori dal processo di pace, in quanto non possono più essere potenza super partes (se mai lo sono stati), ma si rivelano solidamente alleati di una parte, Israele. Questa grave e pericolosa decisione ha scatenato la rabbia e l’orgoglio del popolo palestinese e del mondo arabo e islamico, per quello che rappresenta la “città santa”, simbolo di civiltà storica e religiosa, anche per i cristiani, per gli arabi e per tutto il mondo. Tale decisione ha messo l’ultimo chiodo alla bara di un processo di pace già morto sotto il patrocinio Usa. È la fine di una politica voluta dalle diverse amministrazione americane, iniziata con Oslo, basata sulla soluzione dei due Stati, che ha coinvolto palestinesi, israeliani ed europei.
Il fatto è che la politica nazionalista del presidente Trump va dritta verso l’isolamento degli Usa dal resto del mondo, dietro lo slogan “Usa first”, gli Stati Uniti prima. Lo dimostrano gli atti che il presidente ha firmato nel primo anno di carica, sia a livello interno che esterno. Anche i ricatti e le minacce sono tutt’altro che una manifestazione di forza, ma un segno tangibile di debolezza, e lo dimostra il voto sia al Consiglio di Sicurezza che all’Assemblea generale dell’Onu. La politica di Trump cerca di alimentare l’instabilità e lo stato di guerra in tutto il Medio Oriente, di mantenere la supremazia militare israeliana e di favorire la corsa alle armi, vendute dagli Usa e dai paesi produttori.
Il popolo palestinese, che da cento anni lotta per la libertà e l’indipendenza nazionale, dopo 24 anni di negoziato con gli israeliani si trova oggi in una delle fasi più difficili e delicate della sua lotta di liberazione: la morte degli accordi di Oslo, per l’intransigenza dei governi israeliani sostenuti dagli Usa e da altri paesi occidentali e europei; un mondo arabo lacerato da guerre intestine, spesso innescate da ingerenze esterne; ed in primis una divisione interna, che sembra non trovare fine malgrado gli immensi sforzi, compiuti ad oggi da tutte le parti coinvolte. La morte di Oslo apre le porte a tutti i mezzi legittimi di lotta per la liberazione e l’autodeterminazione. La decisione americana ha scatenato quella che ci possiamo augurare di chiamare la terza Intifada, pacifica, e non militare. Già in due settimane sono stati uccisi nove palestinesi, feriti più di 3400, e più di 500 arrestati. Le proteste hanno visto la partecipazione di tutti i villaggi, le città e i campi profughi sia in Cisgiordania che a Gaza, nonché dei palestinesi della diaspora, uniti nel rifiutare e condannare la decisione americana su Gerusalemme, che per i palestinesi è la capitale dello Stato di Palestina.
La leadership palestinese, che sostiene questa Intifada, prosegue la sua battaglia politico-diplomatica: chiede e cerca, dopo i voti al Consiglio di Sicurezza e all’Assemblea Generale, una conferenza di pace internazionale, sotto l’egida dell’Onu e con esclusione degli Usa, e magari con la partecipazione di altri paesi, come Russia, Cina, Francia, India e Brasile. E ancora, auspica che il voto di oggi venga tradotto nel riconoscimento dello Stato di Palestina anche da parte dell’Unione Europea. L’altro obiettivo annunciato è quello di continuare a chiedere l’ingresso in tutte le organizzazioni e istituzioni internazionali, e procedere con le denunce al tribunale internazionale contro i militari israeliani che hanno commesso crimini di guerra contro i palestinesi.
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Trump, con la sua decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale di una potenza occupante e di trasferire la sua ambasciata da Tel-Aviv a Gerusalemme, non ha solo violato il diritto internazionale e le stesse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, ma ha posto gli Usa fuori dal processo di pace, in quanto non possono più essere potenza super partes (se mai lo sono stati), ma si rivelano solidamente alleati di una parte, Israele. Questa grave e pericolosa decisione ha scatenato la rabbia e l’orgoglio del popolo palestinese e del mondo arabo e islamico, per quello che rappresenta la “città santa”, simbolo di civiltà storica e religiosa, anche per i cristiani, per gli arabi e per tutto il mondo. Tale decisione ha messo l’ultimo chiodo alla bara di un processo di pace già morto sotto il patrocinio Usa. È la fine di una politica voluta dalle diverse amministrazione americane, iniziata con Oslo, basata sulla soluzione dei due Stati, che ha coinvolto palestinesi, israeliani ed europei.
Il fatto è che la politica nazionalista del presidente Trump va dritta verso l’isolamento degli Usa dal resto del mondo, dietro lo slogan “Usa first”, gli Stati Uniti prima. Lo dimostrano gli atti che il presidente ha firmato nel primo anno di carica, sia a livello interno che esterno. Anche i ricatti e le minacce sono tutt’altro che una manifestazione di forza, ma un segno tangibile di debolezza, e lo dimostra il voto sia al Consiglio di Sicurezza che all’Assemblea generale dell’Onu. La politica di Trump cerca di alimentare l’instabilità e lo stato di guerra in tutto il Medio Oriente, di mantenere la supremazia militare israeliana e di favorire la corsa alle armi, vendute dagli Usa e dai paesi produttori.
Il popolo palestinese, che da cento anni lotta per la libertà e l’indipendenza nazionale, dopo 24 anni di negoziato con gli israeliani si trova oggi in una delle fasi più difficili e delicate della sua lotta di liberazione: la morte degli accordi di Oslo, per l’intransigenza dei governi israeliani sostenuti dagli Usa e da altri paesi occidentali e europei; un mondo arabo lacerato da guerre intestine, spesso innescate da ingerenze esterne; ed in primis una divisione interna, che sembra non trovare fine malgrado gli immensi sforzi, compiuti ad oggi da tutte le parti coinvolte. La morte di Oslo apre le porte a tutti i mezzi legittimi di lotta per la liberazione e l’autodeterminazione. La decisione americana ha scatenato quella che ci possiamo augurare di chiamare la terza Intifada, pacifica, e non militare. Già in due settimane sono stati uccisi nove palestinesi, feriti più di 3400, e più di 500 arrestati. Le proteste hanno visto la partecipazione di tutti i villaggi, le città e i campi profughi sia in Cisgiordania che a Gaza, nonché dei palestinesi della diaspora, uniti nel rifiutare e condannare la decisione americana su Gerusalemme, che per i palestinesi è la capitale dello Stato di Palestina.
La leadership palestinese, che sostiene questa Intifada, prosegue la sua battaglia politico-diplomatica: chiede e cerca, dopo i voti al Consiglio di Sicurezza e all’Assemblea Generale, una conferenza di pace internazionale, sotto l’egida dell’Onu e con esclusione degli Usa, e magari con la partecipazione di altri paesi, come Russia, Cina, Francia, India e Brasile. E ancora, auspica che il voto di oggi venga tradotto nel riconoscimento dello Stato di Palestina anche da parte dell’Unione Europea. L’altro obiettivo annunciato è quello di continuare a chiedere l’ingresso in tutte le organizzazioni e istituzioni internazionali, e procedere con le denunce al tribunale internazionale contro i militari israeliani che hanno commesso crimini di guerra contro i palestinesi.
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14/12/2017
Fiscal Compact e povertà di massa: il regime UE dell’usura
E’ stata una manifestazione con centinaia di migliaia di persone, libanesi e palestinesi dei campi profughi, quella di lunedì scorso nella parte meridionale di Beirut per protestare contro la decisione di Trump di “eleggere” Gerusalemme, o meglio Al Quds, come capitale unica di Israele. “Sta al popolo palestinese guidare la terza Intifada contro questa decisione” – ha dichiarato in un comizio televisivo il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah – “e sta alla Resistenza, palestinese e libanese, assumersi le proprie responsabilità per favorire l’unione di tutte le fazioni ed i partiti palestinesi e sostenere la causa di Gerusalemme contro il complotto americano”.
Nel suo discorso Nasrallah ha evidenziato come la decisione di Trump abbia infiammato e causato l’irritazione non tanto dei governi della regione, che si sono limitati a timide proteste contro Washington, ma soprattutto delle popolazioni arabe dal Maghreb fino al Medio Oriente.
Secondo il segretario di Hezbollah è evidente il fatto che gli USA non si possono e non si potranno più porre come i paladini o i mediatori nel processo di pace. In questi anni hanno dimostrato di essere solamente “i paladini di Israele o i paladini dell’ascesa del terrorismo jihadista dopo la disintegrazione dell’Iraq e la guerra in Siria”. Il quotidiano Al Akhbar ha riportato come la scelta di Trump fosse già stata sottoposta e condivisa dall’Arabia Saudita tramite gli stretti rapporti tra il genero di Trump, Jared Kushner, e il delfino di Riyadh, Mohamed Bin Salman (MBS).
Le dichiarazioni provocatorie dello stesso MBS nei confronti di Abu Mazen di “non considerare più Gerusalemme, ma piuttosto Abu Dis, come futura capitale di un possibile stato palestinese” ha aumentato solamente le defezioni di alcuni paesi, anche di alleati come Marocco o Giordania, nei confronti dell’Arabia Saudita.
Una simile decisione rischia di incendiare, però, tutta l’area con nuovi e sanguinosi conflitti. Non sembrano vane, ad esempio, le minacce di Nasrallah quando dichiara di voler aumentare l’appoggio del movimento sciita in termini di sostegno militare, logistico ed economico per la causa palestinese. Sulla stessa frequenza il comunicato del generale Qassem Soleimani, comandante della Brigata Al Quds dei Pasdaran (battaglione specializzato in azioni di sostegno in aree di conflitto esterne all’Iran), che ha dichiarato di aver comunicato con i comandanti di Hamas, Jihad Islamico e Fronte Popolare Liberazione Palestina a Gaza per garantire il proprio supporto per contrastare la violenta repressione di Tel Aviv contro le proteste palestinesi.
Proprio ieri il vice segretario del FPLP, Abu Ahmed Fuad, ha annunciato che “tutti i gruppi della Resistenza sono pronti per una nuova Intifada, grazie anche al sostegno e all’esperienza di Qassem Soleimani”, invitando lo stesso Abbas a partecipare ed unificare la leadership per una nuova lotta contro Israele.
La situazione sembra sul punto di poter esplodere anche in Iraq. Lo scorso venerdì, ad esempio, il leader del gruppo Harakat Al Nujaba (considerato come l’Hezbollah iracheno), Akram al Kaabi, ha minacciato di voler attaccare tutte le forze di occupazione americane presenti nel paese, dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte degli USA. Lo stesso Moqtada Al Sadr, considerato più vicino agli stati del Golfo, ha esortato Riyadh ad interrompere le sue guerre in Yemen, Siria e Bahrein ed a inviare i suoi jet militari per la difesa di Gerusalemme.
Nel suo ultimo editoriale sul quotidiano online Rai Al Youm, Abdel Bari Atwan afferma come Trump abbia fatto, insieme a sauditi e israeliani, l’ennesimo errore di valutazione, dopo la Siria. “Washington e Riyadh stimavano una reazione apatica della popolazione araba mentre, al contrario, i palestinesi oggi lottano insieme al rinnovato sostegno dei loro fratelli arabi e musulmani per ottenere la vittoria visto che Gerusalemme rimarrà la capitale della Palestina, l’intera Palestina”.
Fonte
Nel suo discorso Nasrallah ha evidenziato come la decisione di Trump abbia infiammato e causato l’irritazione non tanto dei governi della regione, che si sono limitati a timide proteste contro Washington, ma soprattutto delle popolazioni arabe dal Maghreb fino al Medio Oriente.
Secondo il segretario di Hezbollah è evidente il fatto che gli USA non si possono e non si potranno più porre come i paladini o i mediatori nel processo di pace. In questi anni hanno dimostrato di essere solamente “i paladini di Israele o i paladini dell’ascesa del terrorismo jihadista dopo la disintegrazione dell’Iraq e la guerra in Siria”. Il quotidiano Al Akhbar ha riportato come la scelta di Trump fosse già stata sottoposta e condivisa dall’Arabia Saudita tramite gli stretti rapporti tra il genero di Trump, Jared Kushner, e il delfino di Riyadh, Mohamed Bin Salman (MBS).
Le dichiarazioni provocatorie dello stesso MBS nei confronti di Abu Mazen di “non considerare più Gerusalemme, ma piuttosto Abu Dis, come futura capitale di un possibile stato palestinese” ha aumentato solamente le defezioni di alcuni paesi, anche di alleati come Marocco o Giordania, nei confronti dell’Arabia Saudita.
Una simile decisione rischia di incendiare, però, tutta l’area con nuovi e sanguinosi conflitti. Non sembrano vane, ad esempio, le minacce di Nasrallah quando dichiara di voler aumentare l’appoggio del movimento sciita in termini di sostegno militare, logistico ed economico per la causa palestinese. Sulla stessa frequenza il comunicato del generale Qassem Soleimani, comandante della Brigata Al Quds dei Pasdaran (battaglione specializzato in azioni di sostegno in aree di conflitto esterne all’Iran), che ha dichiarato di aver comunicato con i comandanti di Hamas, Jihad Islamico e Fronte Popolare Liberazione Palestina a Gaza per garantire il proprio supporto per contrastare la violenta repressione di Tel Aviv contro le proteste palestinesi.
Proprio ieri il vice segretario del FPLP, Abu Ahmed Fuad, ha annunciato che “tutti i gruppi della Resistenza sono pronti per una nuova Intifada, grazie anche al sostegno e all’esperienza di Qassem Soleimani”, invitando lo stesso Abbas a partecipare ed unificare la leadership per una nuova lotta contro Israele.
La situazione sembra sul punto di poter esplodere anche in Iraq. Lo scorso venerdì, ad esempio, il leader del gruppo Harakat Al Nujaba (considerato come l’Hezbollah iracheno), Akram al Kaabi, ha minacciato di voler attaccare tutte le forze di occupazione americane presenti nel paese, dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte degli USA. Lo stesso Moqtada Al Sadr, considerato più vicino agli stati del Golfo, ha esortato Riyadh ad interrompere le sue guerre in Yemen, Siria e Bahrein ed a inviare i suoi jet militari per la difesa di Gerusalemme.
Nel suo ultimo editoriale sul quotidiano online Rai Al Youm, Abdel Bari Atwan afferma come Trump abbia fatto, insieme a sauditi e israeliani, l’ennesimo errore di valutazione, dopo la Siria. “Washington e Riyadh stimavano una reazione apatica della popolazione araba mentre, al contrario, i palestinesi oggi lottano insieme al rinnovato sostegno dei loro fratelli arabi e musulmani per ottenere la vittoria visto che Gerusalemme rimarrà la capitale della Palestina, l’intera Palestina”.
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20/10/2015
Palestina. Uccisi due palestinesi e un colono israeliano. Scontro diplomatico su Gerusalemme
A sud di Betlemme un palestinese ha lanciato la sua auto contro due israeliani, il palestinese è stato ucciso dai militari e ci sono un soldato e un colono israeliano feriti, mentre un colono residente a Kiryat Arba, secondo il portale israeliano Ynet, è morto perché investito da un camionista palestinese che si è consegnato alla polizia palestinese della cittadina di Dhahiriya (sud ovest di Hebron) dicendo che si è trattato di un incidente.
Un soldato israeliano è stato invece pugnalato nel villaggio palestinese di Beit Awwa, a sud di Hebron in Cisgiordania. Lo riferisce la radio militare israeliana secondo cui le sue condizioni non appaiono gravi, mentre un palestinese di 24 anni è stato ucciso dai militari. Il giovane palestinese Uday Hashim al-Masalma, è stato ucciso stamattina dalle forze armate israeliane negli scontri avvenuti a Beit Awwa (ovest di Hebron). A dare la notizia è il Ministero della salute dell’Autorità palestinese. Secondo fonti mediche locali, il giovane sarebbe stato raggiunto da un proiettile alla testa e sarebbe morto sul colpo. A Gerusalemme continua la pulizia etnica israeliana contro i palestinesi. L'agenzia Nena News riferisce che coloni israeliani di “Ataret Cohanim”, scortati dalla polizia, sono entrati nel quartiere di Silwan, ai piedi della città vecchia, ed hanno occupato due case della famiglia palestinese Abu Nab, sostenendo che erano di proprietà di ebrei prima del 1948. In pochi minuti nove palestinesi sono stati sbattuti fuori dalle loro abitazioni.
Intanto la scorsa notte l'esercito israeliano ha arrestato a Ramallah il leader politico e 'uomo immagine' di Hamas in Cisgiordania, lo sceicco Hassan Yusef. Secondo un portavoce dell'Esercito, ''ha incitato al terrorismo''. Hamas da Gaza, secondo fonti israeliane riprese dai media, avrebbe lanciato un appello alle sue cellule in Cisgiordania per la ripresa degli attacchi suicidi proclamando che "l'Intifada continuerà fino alla liberazione di Gerusalemme, della Cisgiordania e della intera Palestina". "Sosterremo l'intifada di Gerusalemme - ha promesso Hamas - col nostro lavoro e col nostro sangue". Dal canto suo anche il dirigente di Fatah, ha commentato l’attentato di domenica sera a Beersheba, che ha provocato due morti tra i militari israeliani. Intervistato lunedì da mass-media ufficiali palestinesi, Rajoub ha definito l’attentato “un atto di eroismo”.
Si segnala intanto un conflitto diplomatico tra le autorità israeliane e il governo francese. Un Netanyahu che alcune fonti riferiscono “furioso”, ha fatto convocare al ministero degli Esteri l'ambasciatore francese Patrick Maissonave al quale, in un "colloquio aspro" ha ribadito tutta la contrarietà israeliana alla proposta di Parigi di osservatori internazionali da schierare sulla Spianata delle Moschee, una posizione questa che appare però non osteggiata anche dall’amministrazione statunitense, anche se il segretario di stato Kerry ha dichiarato che ciò che occorre è “fare chiarezza sull’impegno di Israele di preservare lo status quo”. “Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha già chiarito, domenica, che respinge questa proposta francese” scrive oggi il Jerusalem Post, “Ma le Nazioni Unite, un’istituzione non particolarmente nota per la sua imparzialità quando si tratta dello stato ebraico, potrebbero esercitare pressioni su Israele affinché accetti un’eventuale decisione del Consiglio di Sicurezza in questo senso” sottolinea l’editoriale del quotidiano israeliano. “Vedremo presto gli inconfondibili caschi e berretti blu delle forze di pace delle Nazioni Unite aggirarsi sul Monte del Tempio, a Gerusalemme? Se dobbiamo dare ascolto alla Francia, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu dovrebbe approvare una risoluzione che prevede lo spiegamento di “osservatori indipendenti” sul celebre sito con il compito di “identificare eventuali violazioni dello status quo“.
Israele si sta attivando sul piano diplomatico per contrastare un tentativo palestinese di mettere ai voti all’Unesco una risoluzione che oltre a condannare Israele per quanto sta avvenendo a Gerusalemme, stabilirebbe che il Muro Occidentale (conosciuto come “il Muro del pianto”) fa parte del complesso della sovrastante moschea di al-Aqsa. Inoltre la bozza di risoluzione, che definisce Gerusalemme “capitale occupata della Palestina”, condannerebbe Israele per gli scavi archeologici nei pressi del Monte del Tempio.
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17/10/2015
Israele - Palestina: prove di diplomazia all'ONU
Mentre la diplomazia internazionale si è messa lentamente in moto per
cercare una soluzione all’ondata di violenze che dal primo ottobre
infiamma Israele e i Territori palestinesi occupati, la tensione resta
alta e ieri è stata un’altra giornata di scontri: sono stati
quattro i palestinesi uccisi dai soldati israeliani e un attacco
incendiario da parte di manifestanti palestinesi alla tomba di Giuseppe a
Nablus, Cisgiordania, ne ha distrutto una parte.
Il segretario Usa John Kerry la prossima settimana incontrerà in Germania il premier israeliano Benjamin Netanyahu e ieri si è riunito in sessione straordinaria il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Pare che al momento non sia prevista alcuna risoluzione. Secondo fonti diplomatiche, la Giordania, custode delle moschee di al Aqsa e della Roccia, il sito religioso al centro della contestazione sfociata in violenze nelle ultime settimane, preme per l’approvazione di una dichiarazione comune di israeliani e palestinesi che metta fine agli scontri. Ma al momento non sembrano esserci spiragli: gli israeliani accusano il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas, di incitare alla violenza e hanno preso misure durissime.
I quartieri palestinesi di Gerusalemme sono stati blindati, lo è tutta la città in cui sono state rafforzate le misure di sicurezza e sono stati dispiegati centinaia di agenti e soldati. Tel Aviv ha deciso per il pugno duro anche con i responsabili degli accoltellamenti di israeliani, quasi tutti uccisi: i loro corpi non saranno consegnati alle famiglie alle quali saranno demolite le case e confiscate le proprietà. Misure giudicate una “punizione collettiva” da molte organizzazioni per i diritti umani.
Gli israeliani non ne vogliono sapere neanche della la proposta francese, riportata da Le Figaro, di inviare osservatori internazionali a Gerusalemme, per controllare che non siano commesse violazioni delle regole sulla Spianata delle Moschee, il luogo che ha dato il via a quella che è stata ribattezzata intifada. L’intifada dei coltelli per gli israeliani, l’intifada di Gerusalemme per Hamas. Ma gli scontri e gli accoltellamenti si sono diffusi anche nei Territori palestinesi occupati e al confine con la Striscia di Gaza.
Il bilancio delle vittime è di otto israeliani uccisi quasi tutti in attacchi con coltelli, e 37 palestinesi uccisi dal fuoco israeliano, 15 dei quali legati agli accoltellamenti, mentre gli altri sono morti durante le manifestazioni e gli scontri. Le misure adottate da Tel Aviv hanno fatto montare ulteriormente la rabbia tra i palestinesi e stamattina c’è stato l’ultimo tentativo di accoltellamento, secondo quanto riferito dall’esercito israeliano: a Hebron, in Cisgiordania, un 18enne palestinese è stato ucciso da un ebreo dopo aver tentato di accoltellarlo.
Fonte
Il segretario Usa John Kerry la prossima settimana incontrerà in Germania il premier israeliano Benjamin Netanyahu e ieri si è riunito in sessione straordinaria il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Pare che al momento non sia prevista alcuna risoluzione. Secondo fonti diplomatiche, la Giordania, custode delle moschee di al Aqsa e della Roccia, il sito religioso al centro della contestazione sfociata in violenze nelle ultime settimane, preme per l’approvazione di una dichiarazione comune di israeliani e palestinesi che metta fine agli scontri. Ma al momento non sembrano esserci spiragli: gli israeliani accusano il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas, di incitare alla violenza e hanno preso misure durissime.
I quartieri palestinesi di Gerusalemme sono stati blindati, lo è tutta la città in cui sono state rafforzate le misure di sicurezza e sono stati dispiegati centinaia di agenti e soldati. Tel Aviv ha deciso per il pugno duro anche con i responsabili degli accoltellamenti di israeliani, quasi tutti uccisi: i loro corpi non saranno consegnati alle famiglie alle quali saranno demolite le case e confiscate le proprietà. Misure giudicate una “punizione collettiva” da molte organizzazioni per i diritti umani.
Gli israeliani non ne vogliono sapere neanche della la proposta francese, riportata da Le Figaro, di inviare osservatori internazionali a Gerusalemme, per controllare che non siano commesse violazioni delle regole sulla Spianata delle Moschee, il luogo che ha dato il via a quella che è stata ribattezzata intifada. L’intifada dei coltelli per gli israeliani, l’intifada di Gerusalemme per Hamas. Ma gli scontri e gli accoltellamenti si sono diffusi anche nei Territori palestinesi occupati e al confine con la Striscia di Gaza.
Il bilancio delle vittime è di otto israeliani uccisi quasi tutti in attacchi con coltelli, e 37 palestinesi uccisi dal fuoco israeliano, 15 dei quali legati agli accoltellamenti, mentre gli altri sono morti durante le manifestazioni e gli scontri. Le misure adottate da Tel Aviv hanno fatto montare ulteriormente la rabbia tra i palestinesi e stamattina c’è stato l’ultimo tentativo di accoltellamento, secondo quanto riferito dall’esercito israeliano: a Hebron, in Cisgiordania, un 18enne palestinese è stato ucciso da un ebreo dopo aver tentato di accoltellarlo.
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13/10/2015
L’Intifada dei coltelli denuncia la pulizia etnica a Gerusalemme
“Se non diventi un problema non puoi ottenere una soluzione”. Di fronte al silenzio internazionale sulla ebraicizzazione forzata di Gerusalemme e all’escalation di espulsioni e vessazioni messe in campo dall’occupazione israeliana, i giovani e i giovanissimi palestinesi dell’area di Al Quds (Gerusalemme in arabo) stanno cercando di scuotere la cappa di complicità e oppressione che grava sul loro presente e sul loro futuro. Le ripetute azioni di accoltellamento di soldati e coloni israeliani, sono ormai all’ordine del giorno.
Un palestinese oggi ha tentato di strappare l’arma a un soldato israeliano a bordo di un autobus all’entrata di Gerusalemme ed è stato ucciso dalla polizia dopo che era riuscito ad accoltellare il soldato e un civile. Ieri pomeriggio, a Pisgat Ze’ev (Gerusalemme nord) due giovanissimi palestinesi hanno gravemente ferito a coltellate due israeliani. Si tratta di due cugini palestinesi di 15 e 13 anni, originari di Beit Hanina (Gerusalemme nord). Il maggiore è stato ucciso dall’intervento della forze di sicurezza. Il 13enne è stato urtato da un veicolo mentre cercava di fuggire, rimasto ferito, è stato ricoverato in condizioni serie. Sempre ieri una ragazza palestinese ha ferito a coltellate un agente della polizia di frontiera presso la fermata del tram di Ammunition Hill, a Gerusalemme, prima di essere a sua volta ferita. Ieri mattina invece un giovane palestinese originario di Jabel Mukaber (Gerusalemme est) ha attaccato a coltellate degli agenti di polizia che stavano effettuando un controllo dei documenti vicino alla Porta del Leone della Città Vecchia di Gerusalemme, il ragazzo palestinese è stato ucciso dai militari, ma tre agenti sono stati feriti, di cui uno in modo grave.
Intervenendo ieri alla Knesset, Netanyahu ha affermato che “Cento anni di terrorismo, cento anni di tentativi di distruggere l’impresa sionista e i nostri nemici non hanno ancora capito che non è possibile eliminarci”. Eppure la cronaca di solo questi due giorni, è un indicatore che qualcosa sta cambiando sul campo e che Netanyahu farebbe bene a tenerne conto.
Paola Caridi sulla newsletter Affari Internazionali sottolinea come il detonatore della “Intifada dei coltelli” sia stata ancora una volta la volontà israeliana di modificare bruscamente lo status quo di Gerusalemme, avviando una sorta di de/palestinizzazione della città (quella che in altri contesti è stata definita pulizia etnica, ndr). “Per i coloni israeliani che sono entrati ad acquistare e occupare case nel cuore dei quartieri palestinesi più prossimi alla Città Vecchia, l'obiettivo chiaro è l'espulsione. Dai quartieri e dai luoghi santi” scrive Paola Caridi, sottolineando “La rottura dello status quo sancito dalla guerra dei Sei Giorni del 1967, e in sostanza confermato dal processo di Oslo. Una Gerusalemme senza una delle due comunità legate alla città per appartenenza, identità, cittadinanza”. Ma l’autrice di molti libri sulla materia, non è la sola a pensare che l’escalation sulla ebraicizzazione di Gerusalemme sia all’origine della esasperazione palestinese.
E’ David Horowitz a scrivere oggi sul Times of Israel che Netanyahu avrebbe dovuto agire più rapidamente, vietando prima di quanto abbia fatto le visite provocatorie al Monte del Tempio di vari parlamentari, sia arabi che ebrei, e prendere più seccamente le distanze dai discorsi dell’estrema destra su eventuali modifiche ad uno status quo rigorosamente fatto rispettare per quasi mezzo secolo. Horowitz ovviamente ritiene che tutto sia nato dalla “voci diffuse dai palestinesi” sul fatto che si volesse consentire agli ebrei di pregare sulla Spianata delle Moschee, ma manifesta anche la preoccupazione di una parte dell’establishment israeliano per le conseguenze che la reazione palestinese sta mettendo in campo, “disinnescare questa tornata del conflitto è interesse dei palestinesi almeno quanto lo è degli israeliani” scrive il commentatore israeliano.
La medesima preoccupazione è quella espressa da un altro commentatore israeliano, che pure non esita ad accollare ai palestinesi la responsabilità della violenza e l’irragionevolezza. Nulla serve meglio gli interessi dell’islamista Raed Salah e di Hamas che slogan e azioni come “pugno di ferro”, “ritorsione”, “punizione collettiva” scriveva tre giorni fa su Ynet news Ben Dor Yemini, “E’ esattamente così che si ottiene che a migliaia e migliaia aderiscano alla spirale di violenza. Come al solito, i più estremisti dei coloni chiedono “sempre maggiori costruzioni in Giudea e Samaria” come “appropriata risposta sionista” al terrorismo. Ed è questo ciò che calmerà le cose? Lo pensano sul serio? Mescolare popolazioni ostili fra loro non ha mai sopito gli animi”. Yemini non perde occasione per attaccare i deputati arabi nella Knesset – in particolare Ayman Odeh – perché non condanna le “violenze dei palestinesi”, ma è evidente come pezzi rilevanti della alta società israeliana comincino ad avere chiaro che sobillare l’oltranzismo dei coloni non può che innescare crescenti reazioni e resistenza tra i palestinesi.
L’Intifada dei coltelli, dopo quella delle pietre nel 1987/88 e quella armata del 2000/2002, appare come la disperata dichiarazione di resistenza ed esistenza dei palestinesi di Gerusalemme, sottoposti nel silenzio internazionale a crescenti vessazioni e ad una pulizia etnica che li sta espellendo dalla città. E’ evidente come questa forma di resistenza, che si conclude nella stragrande maggioranza dei casi con la morte, non abbia ancora la possibilità di modificare i rapporti di forza sul campo, ma indubbiamente sta producendo quell’assioma minimo secondo cui “se non rappresenti un problema non c’è soluzione”. E’ amaro verificare che per costringere Israele e la comunità internazionale a fermare l’escalation coloniale ci sia bisogno ancora una volta di un bagno di sangue, ma ai palestinesi quale altra soluzione è stata finora offerta seriamente?
Fonte
12/10/2015
I motivi della rabbia palestinese
di Gideon Levy per Haaretz - tradotto da Federico Ferrone per Internazionale
Dopo la propaganda mediatica, l’istigazione alla violenza, la follia, il lavaggio del cervello e il vittimismo degli scorsi giorni, la domanda più semplice riemerge con tutta la sua forza: chi ha ragione?
Nell’arsenale a disposizione d’Israele non rimangono più argomentazioni valide, niente che una persona per bene potrebbe prendere per buono. Anche il mahatma Gandhi comprenderebbe le ragioni dietro a questa esplosione di violenza da parte dei palestinesi. Anche chi rifiuta la violenza, considerandola immorale e inutile, non può fare a meno di capire il perché delle sue periodiche esplosioni. La vera domanda, anzi, è perché la violenza non esploda più di frequente.
Che si tratti di capire chi abbia cominciato o chi sia il colpevole, il dito è puntato, a ragione, solo e soltanto verso Israele. I palestinesi non sono esenti da colpe, ma la principale responsabilità ricade su Israele. Fino a quando Israele non farà qualcosa per alleggerire questa sua responsabilità, non esisteranno le condizioni perché possa avanzare la benché minima richiesta nei confronti dei palestinesi. Tutto il resto non è altro che falsa propaganda.
Come ha scritto recentemente l’attivista palestinese Hanan Ashrawi, i palestinesi sono l’unico popolo sulla terra a cui è chiesto di garantire la sicurezza degli occupanti, mentre Israele è l’unico paese che esige di essere protetto dalle proprie vittime. Come possiamo rispondere?
In un’intervista a Haaretz, il presidente palestinese Abu Mazen ha formulato questa domanda: “Come pensate che reagiscano i palestinesi dopo che l’adolescente Mohammed Abu Khdeir è stato bruciato, che la casa della famiglia Dawabsheh è stata data alle fiamme, dopo le aggressioni da parte dei coloni e il danneggiamento delle loro proprietà sotto gli occhi dei soldati?”. E da che pulpito possiamo rispondere? Ai cent’anni di espropri e ai cinquanta di oppressione possiamo aggiungere gli ultimi anni, segnati dall’inaccettabile arroganza degli israeliani che, una volta ancora, sta esplodendo proprio davanti a noi.
Sono stati anni nei quali Israele ha pensato di poter fare i suoi comodi senza mai pagarne il prezzo. Ha pensato che il ministro della difesa potesse vantarsi di conoscere l’identità degli assassini dei Dawabsheh senza arrestarli, tanto i palestinesi si sarebbero trattenuti. Ha pensato che quasi ogni settimana un bambino o un adolescente potessero essere uccisi dai suoi soldati, tanto i palestinesi non avrebbero reagito. Ha pensato che i dirigenti militari e politici potessero coprire dei crimini senza che nessuno fosse incriminato. Ha pensato che le case potessero essere demolite, i pastori cacciati e che i palestinesi lo avrebbero umilmente accettato. Ha pensato che dei coloni delinquenti potessero danneggiare, bruciare e agire come se le proprietà dei palestinesi fossero le loro, tanto questi ultimi avrebbero chinato il capo.
Ha pensato che i soldati israeliani potessero fare irruzione nelle case dei palestinesi ogni notte, terrorizzando, umiliando e arrestando delle persone. Che centinaia di persone potessero essere arrestate senza processo. Che lo Shin Bet, i servizi segreti, potesse ricominciare a torturare con dei metodi ereditata da Satana. Ha pensato che le persone che facevano lo sciopero della fame e i prigionieri rilasciati potessero essere nuovamente arrestati, spesso senza motivo. Che ogni due o tre anni Israele potesse distruggere Gaza, tanto questa si sarebbe arresa e la Cisgiordania sarebbe rimasta tranquilla. Che l’opinione pubblica israeliana avrebbe applaudito tutto questo, acclamandolo nei casi migliori o esigendo altro sangue palestinese in quelli peggiori, con una sete che è difficile comprendere. E i palestinesi, tanto, avrebbero perdonato tutto.
Questa situazione potrebbe andare avanti per molti altri anni: Israele è più forte che mai. L’occidente è indifferente e gli permette di agire indisturbato. I palestinesi, nel frattempo, si sono fatti deboli, divisi, isolati e feriti come mai sono stati dai tempi della Nakba.
Insomma, tutto ciò potrebbe andare avanti perché Israele è in grado di farlo, e la gente vuole che lo faccia. Nessuno cercherà di fermarlo, se non l’opinione pubblica internazionale, che Israele respinge bollandola come odio antiebraico.
E non abbiamo detto una parola sull’occupazione stessa e sull’impossibilità di mettervi fine. Siamo stanchi. Non abbiamo detto una parola sull’ingiustizia del 1948, che avrebbe dovuto chiudersi lì e invece è ripresa con forza anche maggiore nel 1967, continuando senza che se ne intraveda la fine. Non abbiamo parlato del diritto internazionale, della giustizia naturale e della morale umana, nessuno dei quali può accettare, in nessun modo, quel che sta succedendo.
Quando si osservano dei giovani che uccidono dei coloni, lanciano bombe incendiarie verso i soldati o scagliano pietre contro gli israeliani, bisogna ricordare che questo è il contesto. Per ignorarlo, occorrono grandi dosi di ottusità, ignoranza, nazionalismo o arroganza, o una somma di tutte queste cose.
Fonte
Dopo la propaganda mediatica, l’istigazione alla violenza, la follia, il lavaggio del cervello e il vittimismo degli scorsi giorni, la domanda più semplice riemerge con tutta la sua forza: chi ha ragione?
Nell’arsenale a disposizione d’Israele non rimangono più argomentazioni valide, niente che una persona per bene potrebbe prendere per buono. Anche il mahatma Gandhi comprenderebbe le ragioni dietro a questa esplosione di violenza da parte dei palestinesi. Anche chi rifiuta la violenza, considerandola immorale e inutile, non può fare a meno di capire il perché delle sue periodiche esplosioni. La vera domanda, anzi, è perché la violenza non esploda più di frequente.
Che si tratti di capire chi abbia cominciato o chi sia il colpevole, il dito è puntato, a ragione, solo e soltanto verso Israele. I palestinesi non sono esenti da colpe, ma la principale responsabilità ricade su Israele. Fino a quando Israele non farà qualcosa per alleggerire questa sua responsabilità, non esisteranno le condizioni perché possa avanzare la benché minima richiesta nei confronti dei palestinesi. Tutto il resto non è altro che falsa propaganda.
Come ha scritto recentemente l’attivista palestinese Hanan Ashrawi, i palestinesi sono l’unico popolo sulla terra a cui è chiesto di garantire la sicurezza degli occupanti, mentre Israele è l’unico paese che esige di essere protetto dalle proprie vittime. Come possiamo rispondere?
In un’intervista a Haaretz, il presidente palestinese Abu Mazen ha formulato questa domanda: “Come pensate che reagiscano i palestinesi dopo che l’adolescente Mohammed Abu Khdeir è stato bruciato, che la casa della famiglia Dawabsheh è stata data alle fiamme, dopo le aggressioni da parte dei coloni e il danneggiamento delle loro proprietà sotto gli occhi dei soldati?”. E da che pulpito possiamo rispondere? Ai cent’anni di espropri e ai cinquanta di oppressione possiamo aggiungere gli ultimi anni, segnati dall’inaccettabile arroganza degli israeliani che, una volta ancora, sta esplodendo proprio davanti a noi.
Sono stati anni nei quali Israele ha pensato di poter fare i suoi comodi senza mai pagarne il prezzo. Ha pensato che il ministro della difesa potesse vantarsi di conoscere l’identità degli assassini dei Dawabsheh senza arrestarli, tanto i palestinesi si sarebbero trattenuti. Ha pensato che quasi ogni settimana un bambino o un adolescente potessero essere uccisi dai suoi soldati, tanto i palestinesi non avrebbero reagito. Ha pensato che i dirigenti militari e politici potessero coprire dei crimini senza che nessuno fosse incriminato. Ha pensato che le case potessero essere demolite, i pastori cacciati e che i palestinesi lo avrebbero umilmente accettato. Ha pensato che dei coloni delinquenti potessero danneggiare, bruciare e agire come se le proprietà dei palestinesi fossero le loro, tanto questi ultimi avrebbero chinato il capo.
Ha pensato che i soldati israeliani potessero fare irruzione nelle case dei palestinesi ogni notte, terrorizzando, umiliando e arrestando delle persone. Che centinaia di persone potessero essere arrestate senza processo. Che lo Shin Bet, i servizi segreti, potesse ricominciare a torturare con dei metodi ereditata da Satana. Ha pensato che le persone che facevano lo sciopero della fame e i prigionieri rilasciati potessero essere nuovamente arrestati, spesso senza motivo. Che ogni due o tre anni Israele potesse distruggere Gaza, tanto questa si sarebbe arresa e la Cisgiordania sarebbe rimasta tranquilla. Che l’opinione pubblica israeliana avrebbe applaudito tutto questo, acclamandolo nei casi migliori o esigendo altro sangue palestinese in quelli peggiori, con una sete che è difficile comprendere. E i palestinesi, tanto, avrebbero perdonato tutto.
Questa situazione potrebbe andare avanti per molti altri anni: Israele è più forte che mai. L’occidente è indifferente e gli permette di agire indisturbato. I palestinesi, nel frattempo, si sono fatti deboli, divisi, isolati e feriti come mai sono stati dai tempi della Nakba.
Insomma, tutto ciò potrebbe andare avanti perché Israele è in grado di farlo, e la gente vuole che lo faccia. Nessuno cercherà di fermarlo, se non l’opinione pubblica internazionale, che Israele respinge bollandola come odio antiebraico.
E non abbiamo detto una parola sull’occupazione stessa e sull’impossibilità di mettervi fine. Siamo stanchi. Non abbiamo detto una parola sull’ingiustizia del 1948, che avrebbe dovuto chiudersi lì e invece è ripresa con forza anche maggiore nel 1967, continuando senza che se ne intraveda la fine. Non abbiamo parlato del diritto internazionale, della giustizia naturale e della morale umana, nessuno dei quali può accettare, in nessun modo, quel che sta succedendo.
Quando si osservano dei giovani che uccidono dei coloni, lanciano bombe incendiarie verso i soldati o scagliano pietre contro gli israeliani, bisogna ricordare che questo è il contesto. Per ignorarlo, occorrono grandi dosi di ottusità, ignoranza, nazionalismo o arroganza, o una somma di tutte queste cose.
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06/10/2015
Tensione e scontri in Cisgiordania. Uccisi due palestinesi, uno aveva 12 anni
La tensione è altissima in Cisgiordania, dove in scontri con l'esercito israeliano sono morti due palestinesi: un ragazzo di 18 anni a Tulkarem, nel nord dei Territori Palestinesi, e un ragazzino di 12 anni. Il ragazzino di 12 anni, Abed al-Rahman Shadi Obeidallah, è stato ucciso in scontri nei pressi del campo profughi di Aida vicino Betlemme. La Mezzaluna Rossa ha denunciato che sono stati 499 i palestinesi feriti negli ultimi due giorni in Cisgiordania: 41 di questi colpiti "da colpi di fucile" e la maggioranza ha sofferto per l'inalazione dei gas lacrimogeni usati dall'esercito. Contro questa seconda esecuzione, l'Autorità nazionale palestinese intende ricorrere al Tribunale internazionale ritenendo l'uccisione ad opera "di un cecchino" dell'esercito di Israele.
L’agenzia Nena News riferisce che il portavoce dell’esercito ha annunciato che sulla morte di Abed al Rahman è stata aperta un'inchiesta. Ha aggiunto che i soldati erano impegnati a disperdere una «violenta e illegale protesta nell’area nella quale sono state lanciate pietre alle forze di sicurezza» e che hanno usato «pallottole di fucile Ruger» e altri «mezzi non letali». Che le pallottole di piccolo calibro sparate dai fucili Ruger non siano letali è da dimostrare. Un attivista italiano lo scorso anno, durante una manifestazione a Bilin, in Cisgiordania, fu colpito in pieno petto da uno di quei “piccoli” proiettili. Si salvò per miracolo. Il colpo si fermò tra cuore e polmone e i medici dell’ospedale di Ramallah riuscirono ad estrarla grazie a un delicato intervento chirurgico.
Secondo alcuni analisti, l’escalation in corso sembra preludere ad una terza Intifada. Ma altre fonti sostengono che sia le autorità israeliane che l’Anp non appaiono intenzionate ad una escalation quanto piuttosto ad un contenimento degli eventi. Il premier Benyamin Netanyahu - che in serata ha tenuto il Consiglio di difesa - ha ribadito "il pugno duro nei confronti del terrorismo e di chi istiga", mentre il giornale israeliano 'Times of Israel' - citando una fonte dell'Anp - ha rivelato che nelle ultime 24 ore Israele e Anp sono state in stretto contatto nel tentativo di frenare l'ondata di tensione. Si fanno sentire gli esponenti della destra secondo cui Israele dovrebbe ripetere la devastante operazione militare condotta in Cisgiordania nel 2002 durante la Seconda Intifada. Intanto l'esercito ha annunciato di aver arrestato cinque palestinesi, una cellula legata da Hamas, ritenuta responsabile dell'uccisione dei coloni israeliani (di cui un istruttore militare) lo scorso primo ottobre.
Le misure annunciate per ora da Netanyahu sono di impegnare maggiori truppe in Cisgiordania, più demolizioni delle case dei palestinesi autori di azioni militari contro gli israeliani, arresti preventivi e uso maggiore di provvedimenti nei confronti "di chi istiga". Si assiste intanto ad una escalation israeliana nella demolizione di case di palestinesi ritenuti coinvolti in attacchi contro i coloni israeliani. L’agenzia Infopal riportando fonti locali e l’agenzia Ma’an, riferisce che a Jabal al-Mukabbir, a Gerusalemme Est, le case di Muhammad Jaabis e Ghassan Abu Jamal sono state assaltate dalle forze israeliane e sono state demolite con esplosivi. Ghassan Abu Jamal era stato colpito a morte insieme a suo cugino, Uday, dopo che i due avevano ucciso quattro israeliani in un attacco contro una sinagoga, a novembre del 2014. Jaabis era stato ucciso mentre lanciava un’escavatrice contro un autobus israeliano, uccidendo una persona e ferendone diverse altre. Le forze israeliane hanno assaltato anche l’abitazione della famiglia di Mutaz Hijaz, a Silwan, riempiendo la camera di Mutaz con del cemento. Hijazi era stato colpito a morte sul tetto di casa, il 30 ottobre 2014, dopo che era stato accusato di aver tentato di assassinare l’estremista ebraico Yehuda Glick. Durante una sessione del consiglio di sicurezza israeliano, lunedì notte, Netanyahu ha chiesto al ministro della Giustizia Ayelet Shaked di trovare modalità per accelerare i processi per le demolizioni delle case dei “terroristi”.
Fonti israeliane riferiscono che due razzi palestinesi sono stati lanciati domenica notte dalla Striscia di Gaza verso Israele. Uno è esploso in una zona non edificata a Eshkol, l’altro è ricaduto all’interno del territorio palestinese. Il lancio sarebbe stato rivendicato della Brigata Omar Hadid, un gruppo salafita che da tempo compete con Hamas per il controllo su Gaza.
(Fonti: Ansa, Infopal, Nena News, Israele.net)
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