Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/08/2020
15/08/2020
Testament - 1999 - The Gathering
Il mio spacciatore di dischi era il futuro webmaster
della webzine in cui finii per scrivere. Alcune volte veniva da me e
senza dirmi niente mi passava questi cd masterizzatissimi, con un
sorriso beffardo stampato sulla faccia che stava a intendere: tanto lo so che ti garba.
Ci azzeccava quasi sempre, e, le poche volte che ciò non accadeva,
ingigantivo il fatto per fargliela pesare come si farebbe con un pezzo
di merda qualunque. Un giorno mi consegnò The Gathering dei Testament, così, dal nulla. Un po’ tutto quello che mi ritrovavo per le mani finivo per comprarlo, e paradossalmente, The Gathering
dei Testament ci misi circa un annetto per portarlo a casa originale. E
la cosa buffa è che una volta preso, continuai ad ascoltare quel cd-r
ancora per un po’. Era come se mi ci fossi affezionato, mi rodeva il
cazzo toglierlo di lì ed erano mesi che mi tenevo nel lettore
prevalentemente quello: sono usciti gli Annihilator? Okay, poi li sentirò. Adesso ho i Testament. Un album perfetto, The Gathering, e che non sapeva di avere un difetto grossissimo. Ma era pur sempre perfetto.
I Testament erano un gruppo parecchio sbarellato, tanto che dopo The Ritual cambiarono più facce lì dentro che in una di quelle pizzerie che fanno le consegne con il motorino, e che mensilmente uccidono decine di aspiranti pensionati spedendoli di corsa verso alte palazzine prive di un ascensore, principalmente in giornate piovose e fredde, il tutto per una paga del cazzo. Ci passò chiunque dai Testament, ed alcuni non incisero alcunché di particolare, come sarebbe accaduto a Chris Kontos. La band si era pure sciolta e riformata in un lasso di tempo che aveva del ridicolo, ma la vera reunion dei Testament fu questa qua: The Gathering. Ebbe la durata di una lunghissima tournèe, dopodiché il silenzio ripiombò su di loro per una serie di problematiche fisiche che prima si presero la salute di James Murphy, e infine tormentarono Chuck Billy. Ma fu un periodo veramente intenso, certamente più adrenalinico di tutta quella roba riuscita soltanto a metà che seguì The New Order, e che avrebbe portato uno come Alex Skolnick a togliersi dai coglioni in direzione di altri generi musicali. Apprezzo Low ed ho un debole per Souls Of Black nonostante i suoi palesi difetti, ma dopo The New Order – sia chiaro – i Testament non furono più in grado di ripetersi sui livelli degli esordi.
La non-reunion dei Testament ne costituì l’ennesima formazione rassomigliante ad una all-star band: James Murphy fu arruolato per una seconda volta e la cosa si rivelò un autentico toccasana, dato che in Demonic la sua mancanza si sentì molto più di quella del cantato pulito di Chuck Billy. Chitarre belle rocciose, ma senza i guizzi che una vera testa di serie avrebbe offerto. James Murphy riportò quei guizzi e quella personalità smisurata all’interno della band. Inoltre ci fu l’avvicendamento con uno degli ottocentocinquantasei batteristi passati dal gruppo californiano, con buona pace di Louie Clemente: stavolta sarebbe toccato a Dave Lombardo, e mi prendo qualche riga per soffermarmi proprio su di lui. La prova dell’ex Slayer su The Gathering è tecnicamente ineccepibile ma non mi fece impazzire a tutto tondo: certamente ne ricorderemo le sfuriate su Legions of the Dead o il finale elettrizzante di Eyes Of Wrath, ma si trattava dello stesso Dave Lombardo completo ed evoluto dei Grip Inc., ovvero quello che ti piace da morire ma non ti sorprende più. Su South of Heaven avrebbe fatto drizzare i capelli in capo a un morto, ma io pretendevo quel Dave Lombardo – all’epoca giovane e in piena mutazione come artista – e purtroppo non lo avremmo rivisto con facilità. Tuttavia, per un ragazzetto come me, vedere il tuo batterista preferito tornare a fare thrash metal in un gruppo che conta, fu come la scoperta di uno sconfinato portale pornografico in streaming gratuito. L’hype per The Gathering si fece gigantesco, a tratti schiacciante, ed amai l’album a partire dai suoi già intramontabili capisaldi: Three Days in Darkness, Down for Life che risuonai pure in non ricordo quale gruppetto del mercoledì sera con birre e altre birre al seguito, e poi c’erano True Believer da cantare a memoria ai concerti e quella roba allucinante che apriva l’album. D.N.R. – Quest’ultima è un po’ il classico immortale degli ultimi vent’anni, il pezzo che cani e porci avrebbero conosciuto, memorizzato e adulato nei decenni a venire: una sorta di Into The Pit per il millennial, o di Impara a diventare metallaro con i Testament. E c’era una ragione. I Testament nel 1999 cacavano pesanti massi sulla testa di tutti i Big Four, di cui giustifico solo Hanneman e compagnia bella: dai Metallica impantanati a registrare violoncelli con Michael Kamen ai Megadeth alle prese con Risk; gli Anthrax nella merda fino al collo nonostante John Bush e infine gli Slayer, i più sani di tutti, comunque usciti da un annetto con quel Diabolus in Musica che per la prima volta li pose sotto l’occhio di una severa critica. Mentre si iniziava a perdonare a malapena pure una Stain Of Mind, i Testament andarono benissimo così, con una colpa soltanto.
The Gathering è l’assassinio del vecchio concetto di fare thrash metal. Non più l’unione tra vecchia scuola – punk o non punk che essa fosse – ed un metal ben costruito e solido, evoluto sino a generare e far combaciare tutti quei riff che avrebbero composto Time Does not Heal; e non era neanche quella roba all’insegna del groove che caratterizzò Low e tutti i sadici ma intensi anni Novanta. The Gathering è la prima volta che avete ascoltato il thrash metal come lo si intende oggi, per scriverla alla maniera dei flyer promozionali, quello rozzamente detto heavy but melodic. The Gathering è eccesso, spettacolarizzazione, un film per tutti della musica pesante. The Gathering è una bellissima fica che perde mezz’ora a vestirsi da infermiera quando eri già pronto a metterla a pecora. The Gathering è una cosa fatta per bene ma che causerà danni immensi, come quello stronzo di Cinquino, che – mentre eravamo a pescare le carpe in cava – si immergeva proprio dove avevamo calato le esche con indosso tuta e pinne, per raccogliere dal fondale pneumatici e altri rifiuti vari. Nessuno prendeva più nulla, appena andava giù Cinquino. Per quanto io sia un amante incondizionato del thrash metal risalente al periodo 1985/1991, The Gathering lo trovo perfettamente al livello delle prime due uscite dei Testament. Con la differenza che, se oggi il thrash metal non è più lo stesso, buona parte della colpa è esattamente sua, delle sue contaminazioni chitarristiche con il metal estremo e della sua produzione ridondante. Suoni che, in quegli anni di tumulti, ritorni o rinascite, furono socialmente ed eternamente accettati come lo standard a cui rifarsi. Non c’era spazio neanche per mezzo filler dentro a The Gathering, e quindi finì per piacere un po’ a tutti: agli appassionati di power metal, del metallo melodico scandinavo e in prima battuta anche ai thrasher stessi, poiché di pane da mettere sotto ai denti ne era rimasto ben poco perché si potesse muovere una critica di troppo. Lì risiedeva la differenza con un Enthrone Darkness Triumphant, riscrittura di un genere musicale avvenuta subito dopo gli anni d’oro dello stesso. The Gathering fu una rilettura a partire da zero, con un vuoto di sei o sette anni dalle ultime annate del techno-thrash, e senza passare in nessun modo dai Pantera. E fu assolutamente necessario.
Fonte
I Testament erano un gruppo parecchio sbarellato, tanto che dopo The Ritual cambiarono più facce lì dentro che in una di quelle pizzerie che fanno le consegne con il motorino, e che mensilmente uccidono decine di aspiranti pensionati spedendoli di corsa verso alte palazzine prive di un ascensore, principalmente in giornate piovose e fredde, il tutto per una paga del cazzo. Ci passò chiunque dai Testament, ed alcuni non incisero alcunché di particolare, come sarebbe accaduto a Chris Kontos. La band si era pure sciolta e riformata in un lasso di tempo che aveva del ridicolo, ma la vera reunion dei Testament fu questa qua: The Gathering. Ebbe la durata di una lunghissima tournèe, dopodiché il silenzio ripiombò su di loro per una serie di problematiche fisiche che prima si presero la salute di James Murphy, e infine tormentarono Chuck Billy. Ma fu un periodo veramente intenso, certamente più adrenalinico di tutta quella roba riuscita soltanto a metà che seguì The New Order, e che avrebbe portato uno come Alex Skolnick a togliersi dai coglioni in direzione di altri generi musicali. Apprezzo Low ed ho un debole per Souls Of Black nonostante i suoi palesi difetti, ma dopo The New Order – sia chiaro – i Testament non furono più in grado di ripetersi sui livelli degli esordi.
La non-reunion dei Testament ne costituì l’ennesima formazione rassomigliante ad una all-star band: James Murphy fu arruolato per una seconda volta e la cosa si rivelò un autentico toccasana, dato che in Demonic la sua mancanza si sentì molto più di quella del cantato pulito di Chuck Billy. Chitarre belle rocciose, ma senza i guizzi che una vera testa di serie avrebbe offerto. James Murphy riportò quei guizzi e quella personalità smisurata all’interno della band. Inoltre ci fu l’avvicendamento con uno degli ottocentocinquantasei batteristi passati dal gruppo californiano, con buona pace di Louie Clemente: stavolta sarebbe toccato a Dave Lombardo, e mi prendo qualche riga per soffermarmi proprio su di lui. La prova dell’ex Slayer su The Gathering è tecnicamente ineccepibile ma non mi fece impazzire a tutto tondo: certamente ne ricorderemo le sfuriate su Legions of the Dead o il finale elettrizzante di Eyes Of Wrath, ma si trattava dello stesso Dave Lombardo completo ed evoluto dei Grip Inc., ovvero quello che ti piace da morire ma non ti sorprende più. Su South of Heaven avrebbe fatto drizzare i capelli in capo a un morto, ma io pretendevo quel Dave Lombardo – all’epoca giovane e in piena mutazione come artista – e purtroppo non lo avremmo rivisto con facilità. Tuttavia, per un ragazzetto come me, vedere il tuo batterista preferito tornare a fare thrash metal in un gruppo che conta, fu come la scoperta di uno sconfinato portale pornografico in streaming gratuito. L’hype per The Gathering si fece gigantesco, a tratti schiacciante, ed amai l’album a partire dai suoi già intramontabili capisaldi: Three Days in Darkness, Down for Life che risuonai pure in non ricordo quale gruppetto del mercoledì sera con birre e altre birre al seguito, e poi c’erano True Believer da cantare a memoria ai concerti e quella roba allucinante che apriva l’album. D.N.R. – Quest’ultima è un po’ il classico immortale degli ultimi vent’anni, il pezzo che cani e porci avrebbero conosciuto, memorizzato e adulato nei decenni a venire: una sorta di Into The Pit per il millennial, o di Impara a diventare metallaro con i Testament. E c’era una ragione. I Testament nel 1999 cacavano pesanti massi sulla testa di tutti i Big Four, di cui giustifico solo Hanneman e compagnia bella: dai Metallica impantanati a registrare violoncelli con Michael Kamen ai Megadeth alle prese con Risk; gli Anthrax nella merda fino al collo nonostante John Bush e infine gli Slayer, i più sani di tutti, comunque usciti da un annetto con quel Diabolus in Musica che per la prima volta li pose sotto l’occhio di una severa critica. Mentre si iniziava a perdonare a malapena pure una Stain Of Mind, i Testament andarono benissimo così, con una colpa soltanto.
The Gathering è l’assassinio del vecchio concetto di fare thrash metal. Non più l’unione tra vecchia scuola – punk o non punk che essa fosse – ed un metal ben costruito e solido, evoluto sino a generare e far combaciare tutti quei riff che avrebbero composto Time Does not Heal; e non era neanche quella roba all’insegna del groove che caratterizzò Low e tutti i sadici ma intensi anni Novanta. The Gathering è la prima volta che avete ascoltato il thrash metal come lo si intende oggi, per scriverla alla maniera dei flyer promozionali, quello rozzamente detto heavy but melodic. The Gathering è eccesso, spettacolarizzazione, un film per tutti della musica pesante. The Gathering è una bellissima fica che perde mezz’ora a vestirsi da infermiera quando eri già pronto a metterla a pecora. The Gathering è una cosa fatta per bene ma che causerà danni immensi, come quello stronzo di Cinquino, che – mentre eravamo a pescare le carpe in cava – si immergeva proprio dove avevamo calato le esche con indosso tuta e pinne, per raccogliere dal fondale pneumatici e altri rifiuti vari. Nessuno prendeva più nulla, appena andava giù Cinquino. Per quanto io sia un amante incondizionato del thrash metal risalente al periodo 1985/1991, The Gathering lo trovo perfettamente al livello delle prime due uscite dei Testament. Con la differenza che, se oggi il thrash metal non è più lo stesso, buona parte della colpa è esattamente sua, delle sue contaminazioni chitarristiche con il metal estremo e della sua produzione ridondante. Suoni che, in quegli anni di tumulti, ritorni o rinascite, furono socialmente ed eternamente accettati come lo standard a cui rifarsi. Non c’era spazio neanche per mezzo filler dentro a The Gathering, e quindi finì per piacere un po’ a tutti: agli appassionati di power metal, del metallo melodico scandinavo e in prima battuta anche ai thrasher stessi, poiché di pane da mettere sotto ai denti ne era rimasto ben poco perché si potesse muovere una critica di troppo. Lì risiedeva la differenza con un Enthrone Darkness Triumphant, riscrittura di un genere musicale avvenuta subito dopo gli anni d’oro dello stesso. The Gathering fu una rilettura a partire da zero, con un vuoto di sei o sette anni dalle ultime annate del techno-thrash, e senza passare in nessun modo dai Pantera. E fu assolutamente necessario.
Fonte
31/05/2019
28/03/2019
17/04/2017
04/03/2017
27/02/2017
26/02/2017
25/02/2017
23/02/2017
29/01/2017
10/11/2012
The ballad
Forse il brano più intenso di un album che il maremoto degli anni non ha minimamente intaccato all'interno della mia personale scala di gradimento.
18/08/2010
Missing in Action III

Come facilmente intuibile dall'immagine qui sopra, in questo terzo angolo del disperso andrò a parlare dei Testament.
Sono convinto che alla maggioranza degli ipotetici lettori, il soggetto sembrà del tutto fuori luogo perché incentrato su un gruppo acclamato e atteso in modo unanime da ormai 10 anni.
A guardare il primo decennio di carriera non ci sarebbe, in effetti, nulla da eccepire sull'operato della band di Billy e Peterson.
Tra l'87 e l'89, la formazione di Oakland da in pasto al pubblico tre album d'indiscutibile valore penalizzati esclusivamente da suoni mai all'altezza della qualità delle composizioni.
Nei primissimi anni '90 anche i Testament vengono travolti dal repentino cambio di rotta imposta dal mercato che si concretizza prima in Souls Of Black in cui s'evidenzia un grande mestiere, ma anche un certo calo d'ispirazione nei confronti dei tre precedenti album e poi nel controverso The Ritual, che tenta forzosamente di segnare il passo imposto dal Black Album dei Metallica senza tuttavia riuscirsi, soprattutto quanto a riscontro commerciale. Con il 1992 i Testament chiudono un'epoca, The Ritual è infatti l'ultimo album firmato dalla formazione originale del gruppo che nel giro di poco tempo sì sfalda perdendo Skolnick e Clemente.
Data praticamente per morta, la formazione si ripresenta inaspettatamente nel 1994 con un disco di caratura immane, Low, che è forse il più valido esempio di quella che poteva diventare il thrash riletto in chiave moderna, se l'abuso del sound dei Pantera non l'avesse fatta da padrone per tutta la prima metà degli anni '90.
Low segna, dunque, un punto di svolta per i Testament, che sì scrollano di dosso l'obbligo di darsi forzosamente alla melodia nel vano tentativo di rincorrere il conto in banca mostruosamente crescente dei four horsemen, imboccando una strada che nel corso della seconda metà dei '90, li porterà a lambire clamorosamente il death metal. La cosa è ben chiara ascoltando Demonic, misteriosamente snobbato dalla totalità del mercato nonostante un valore aggiunto e una freschezza apprezzabili ancora oggi.
A dispetto dell'ennesimo mancato riscontro dei grandi numeri, i Testament provano a puntare nuovamente al podio nel 1999 con The Gathering che questa volta centra l'obiettivo, merito anche della spinta promozionale prodotta dal reclutamento in formazione di Lombardo alla batteria e DiGiorgio al basso.
Il positivo riscontro di critica e mercato nei confronti di Gathering, però, non valse la pace dei sensi al gruppo, che a cavallo tra vecchio e nuovo millennio, fu falcidiato da notevole sfiga iniziata con la diagnosi di cancro al cervello per James Murphy, che tanto merito ebbe nella resurrezione dei Testament negli anni '90, e proseguita con un altro cancro, questa volta ai danni di Billy.
Per fortuna entrambi riuscirono a guarire dalla rispettiva malattia (grazie anche a numerose raccolte di fondi, altrimenti il sistema americano li avrebbe condannati a morte certa - vedi Schuldinier) ovviamente a discapito della produttività del combo che subì un'inevitabile battuta d'arresto e gli ennesimi cambi di formazione, tra cui spicca la dipartita di Murphy, che si affrancò definitivamente dal gruppo e più in generale dalla partecipazione attiva all'interno della scena metal.
Con lo scorrere degli anni e il dipanarsi di tutte le difficoltà, però, si facevano sempre più insistenti le indiscrezioni e l'attesa nei confronti del successore di Gathering che a conti fatti divenne il "Chinese Democracy" del metal. Infatti, fu necessario attendere il 2008 per ascoltare del nuovo materiale inedito dai Testament che sfruttarono l'occasione del revival con annesso ritorno di Skolnick per pubblicare, a mezzo Nuclear Blast, The Formation of Damnation un disco che s'è rivelato notevolmente sotto tono rispetto a quanto era lecito attendersi a seguito di tanto battage pubblicitario, lo dimostra il fatto che dopo un esordio col botto, pubblico e mercato lo hanno dimenticato velocemente, al punto che nei negozi di dischi lo si trova comodamente a 10€.
A due anni di distanza da quella pubblicazione, non s'intravede ancora nulla di nuovo all'orizzonte. Personalmente, mi auguro che i numerosi concerti cui i redivivi Testament sì sono dedicati, abbiano contribuito a ri-amalgamare il nucleo storico della band nella prospettiva di un nuovo disco, che sappia dare autentico spolvero al nome di un gruppo che non hai mai ceduto il passo a nessuna difficoltà, riuscendo a imporsi qualitativamente anche nei periodi più neri.
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