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03/05/2023

First Republic Bank: il caso della proprietà pubblica delle banche

Il fallimento della First Republic Bank è l’ultimo capitolo della crisi bancaria in atto negli Stati Uniti. Si tratta del secondo più grande crollo bancario nella storia finanziaria degli Stati Uniti. E dimostra ancora una volta la necessità di una proprietà pubblica del sistema bancario.

La First Republic è la terza banca a fallire dopo Silicon Valley Bank (SVB) e Signature. In totale, 47 miliardi di dollari di attività bancarie sono andati in fumo e le perdite sono state in parte sostenute dagli azionisti e dai detentori di obbligazioni delle stesse banche.

Ma c’è stato anche un costo per i fondi pubblici. La Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) è un ente pubblico finanziato dai contributi di tutte le banche. Il costo dell’organizzazione e del finanziamento dei fallimenti e delle acquisizioni è stimato in 20 miliardi di dollari (per SVB), 13 miliardi di dollari (per First Republic) e 2,5 miliardi di dollari (Signature).

Quindi circa tre quarti delle perdite totali sono a carico della FDIC. La FDIC chiederà nuovi prelievi alle banche, per cui alla fine l’onere sarà ripartito, ma a costo di ridurre i prestiti bancari per le famiglie e le imprese e di aumentare gli interessi sui prestiti.

Una banca che non perderà è JP Morgan (JPM). L’acquisizione di First Republic sembra un ottimo affare per JPM, che pagherà alla FDIC 10,6 miliardi di dollari ottenendo in cambio 185 miliardi di dollari in prestiti e titoli fruttiferi.

A sua volta, JPM si fa carico dei depositi di First Republic e dei prestiti in essere di First Republic presso la Fed. Ma la FDIC fornisce a JPM una linea di credito di 50 miliardi di dollari in cinque anni, in modo da coprire qualsiasi ulteriore calo dei depositi o inadempienze sui prestiti della First Republic.

In altre parole, JPM non dovrà ottenere un prestito costoso dalla Fed, poiché dispone di un prestito speciale della FDIC a condizioni agevolate. Le piccole banche potrebbero chiedersi perché la più grande banca degli Stati Uniti ottenga uno speciale prestito a basso costo.

La JPM possiederà le attività della First Republic con 10,6 miliardi di dollari. Il capo della JPM, Dimon, afferma che la banca guadagnerà circa 500 milioni di dollari all’anno da queste attività, che le spettano per essersi assunta il rischio dei debiti della First Republic.

Ma questa è chiaramente una sottostima: è più probabile che si tratti di un profitto di 1 miliardo di dollari all’anno agli attuali tassi di prestito alle imprese e soprattutto al basso tasso che la FDIC ha disposto per JPM. È quanto ha guadagnato First Republic nell’ultimo trimestre. Questo aggiungerà un 2% ai profitti annuali di JPM.

Inoltre, la FDIC ha accettato di accollarsi l’80% delle perdite derivanti dalle insolvenze dei prestiti!

Il prezzo delle azioni di JPM è salito di 11 miliardi di dollari in un solo giorno alla notizia. Quindi anche il pagamento di JPM alla FDIC è stato immediatamente coperto.

Questi crolli bancari offrono un altro potente argomento a favore della proprietà pubblica del settore bancario. Se le tre banche fossero state nazionalizzate, i 35 miliardi di dollari spesi dalla FDIC per cedere le attività di queste banche a banche più grandi avrebbero potuto essere utilizzati per ristrutturarle in banche pubbliche che avrebbero prodotto nel tempo entrate sufficienti a generare profitti per il governo (FDIC), non per banche come JPM.

L’altra lezione di questa crisi è il fallimento della regolamentazione come alternativa alla proprietà pubblica.

In un rapporto speciale commissionato dalla Fed sulla debacle della SVB, la colpa è stata attribuita alla riduzione della regolamentazione delle banche più piccole sotto l’amministrazione Trump.

L’amministrazione democratica apprezza questa conclusione, ma il rapporto non ha fornito alcuna prova che i cambiamenti di Trump abbiano fatto la differenza nell’evitare il collasso di una di queste banche. La storia della regolamentazione, sia applicata alle banche grandi che a quelle piccole, si è rivelata un totale fallimento.

Abbiamo quindi avuto tre fallimenti bancari che hanno lasciato JPM in una posizione ancora più dominante nel settore bancario, con il 12% di tutti i depositi dei clienti negli Stati Uniti.

Durante il crollo finanziario del 2008, si gridò che c’erano molte grandi banche “troppo grandi per fallire”. Quindici anni dopo, le grandi banche sono ancora più grandi, ma non troppo grandi per fallire, come ha dimostrato il crollo e l’acquisizione della banca svizzera Credit Suisse il mese scorso.

È infatti ridicolo che l’ormai enorme banca svizzera UBS rimanga di proprietà privata, sovvenzionata dallo Stato, invece di essere di proprietà pubblica.

E finché la Federal Reserve e le altre banche centrali continueranno ad alzare i loro tassi di interesse “politici”, facendo salire il costo dei prestiti e restringendo il credito, rimane il pericolo crescente di ulteriori crolli bancari.

Gli argomenti a favore della proprietà pubblica sono schiaccianti, non solo per le banche di medie dimensioni come First Republic che si trovano in difficoltà, ma anche per le grandi banche come JP Morgan, che stanno diventando sempre più potenti monopoli.

La proprietà pubblica, gestita democraticamente, porrebbe fine all’attività bancaria come macchina per fare soldi, corrotta e instabile, che paga stipendi grotteschi, bonus e plusvalenze a una piccola cricca di super-ricchi che speculano con i nostri depositi e la trasformerebbe invece in un servizio pubblico per i clienti, le famiglie e le imprese, con gli eventuali profitti che andrebbero al paese nel suo complesso.

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02/05/2023

First Republic Bank, come nel 2008...

A piccoli passi verso il nuovo crack. L’impressione, nel seguire i fallimenti e le crisi bancarie negli Stati Uniti – con conseguenze “sistemiche”, come dimostra il fallimento di Credit Suisse – è che si stia replicando la crisi del 2007-2008, che ebbe il suo momento clou nel fallimento di Lehman Brothers (la quarta banda d’affari più grande degli Usa e del mondo).

Vediamo perché.

First Republic era solo la quattordicesima banca degli Stati Uniti all’inizio del 2023, ma negli ultimi mesi le sue azioni avevano perso quasi per intero il loro valore dopo una serie di problemi finanziari legati alla crisi degli istituti bancari americani di queste settimane.

Innescati, com’è noto, dal brusco e violento aumento dei tassi di interesse – da parte della Federal Reserve – deciso per bloccare l’inflazione, ingigantita dalla guerra in Ucraina ma esplosa già qualche mese prima.

Il fallimento di First Republic Bank è il secondo per dimensioni nella storia statunitense, dopo quello del Washington Mutual, istituto che fallì durante la crisi finanziaria del 2008, travolgendo il settore immobiliare e quindi quello bancario.

First Republic è stata rilevata nella notte tra domenica e lunedì dal Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC), l’ente pubblico di assicurazione dei depositi bancari, che ha “trovato” l’acquirente in JP Morgan Chase, che ora diventa di fatto la prima banca statunitense.

Il meccanismo di “salvataggio” è naturalmente molto complesso, perché prevede uno sforzo privato (JP Morgan compra, anche se a prezzi di saldo) e robuste garanzie pubbliche (la stessa FDIC), altrimenti non se ne sarebbe fatto nulla.

JP Morgan assumerà infatti tutti i 103,9 miliardi di dollari di depositi di First Republic e acquisterà la maggior parte dei suoi 229,1 miliardi di dollari di attività. Ma il prezzo pagato non sarà questo, visto che il titolo ha perso oltre il 90% in pochi giorni, passando da 115 dollari a soli 3,51 ad azione (venerdì sera, alla chiusura di Wall Street).

In pratica, ieri mattina valeva solo 650 milioni di dollari.

Quindi JP Morgan “si assumerà tutti i depositi, compresi quelli non assicurati, e sostanzialmente tutti i beni di First Republic Bank”. Ma la FDIC, come curatore fallimentare della banca, assicurerà “i depositi a livello federale e soggetti ai limiti applicabili”. Garanzia parziale, dunque, per ogni evenienza, anche per quelli superiori a 250.000 e dunque ascrivibili ai “paperoni” d’America.

Gli 84 uffici di First Republic Bank, in otto stati (la sede centrale è a San Francisco, California), hanno riaperto come filiali di JP Morgan Chase Bank già da ieri. E tutti i clienti di First Republic Bank diventeranno automaticamente clienti di JPMorgan Chase Bank e avranno pieno accesso a tutti i loro depositi.

Il “grande movimento” di capitale avviene tutto nel retrobottega, mentre i clienti non dovrebbero accorgersi quasi di nulla.

In questo senso è un classico esempio di “socialismo per ricchi”, con i depositi bancari garantiti dallo Stato (o qualche suo ente).

Nonostante questo si insiste a volerla presentare come “un’operazione di mercato”, anche se l’intervento della FDIC ratificava di fatto il fallimento di First Republic e la “cessione” a JP Morgan tutto è meno che una “normale compravendita”.

Una dimostrazione empirica, insomma, di come il sistema bancario – non solo statunitense, ma euro-atlantico – non stia più camminando con le proprie gambe, ma abbia bisogno di continui interventi “regolatori” o di “finanziamenti straordinari”. Non a caso le borse, che pure si trovano a fare i conti con la stretta improvvisa sui tassi di interesse, si comportano come se scommettessero su un movimento altrettanto rapido e drastico in senso opposto (riduzione dei tassi nel giro di un anno e mezzo).

Come scrivevamo qualche settimana fa, “In pratica ‘togli la cera’ con la mano destra mentre ‘metti la cera’ con la sinistra”. Difficile credere che dopo Silicon Valley Bank e Signature Bank, il fallimento di First Republic possa essere l’ultimo...

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27/04/2023

USA - Le banche vanno a rotoli

Zitto zitto – si fa per dire – il sistema bancario statunitense perde pezzi. Che valgono centinaia di miliardi, non spiccioli.

Ieri è toccato di nuovo a First Repubblic, istituto di medie dimensioni, travolto dalla fuga dei depositi. Tradotto: correntisti che ritirano i propri soldi per investirli o “difenderli” altrove.

In pochi giorni se ne sono andati 104 miliardi, pari al 40% circa di tutti i depositi. Inevitabile il rovescio anche in borsa, dove il titolo ha perso – non per caso – un altro 40% in un solo giorno, portando le perdite da inizio anno al -93%.

Oggi First Republic capitalizza – “vale” – meno di un miliardo di dollari. Praticamente niente.

Ad aggravare il tracollo hanno contribuito la stessa Federale Reserve, e l’amministrazione Biden, che hanno fatto sapere più volte che non avrebbero messo in cantiere operazioni di salvataggio.

Il quasi-fallimento di First Republic segue quelli già avvenuti di Silicon Valley Bank e Signature Bank. E se tre punti fanno un cerchio questa è la dimostrazione della fragilità complessiva del sistema bancario Usa alla prova dell’aumento dei tassi di interesse, deciso dalla banca centrale per contrastare l’inflazione.

Ma il problema, come si dice, è decisamente più complesso. Anni di quantitative easing da parte della Fed – e della Bce in Europa – avevano fatto gonfiare non solo le quotazioni azionarie ma anche i depositi bancari, seppure in tempi diversi ma in brevissima successione.

L’esplodere della pandemia aveva infatti stimolato la fuga da Wall Street e quindi gonfiato la bolla dei depositi (alla ricerca di “sicurezza”), anche sotto la spinta dell’aumento improvviso della spesa pubblica Usa per far fronte all’emergenza.

Ma appena un anno e mezzo dopo – sotto la spinta opposta dell’aumento dei tassi di interesse – è iniziata la fuga verso altri lidi. Ma stavolta non verso la borsa, ritenuta a ragione “sovra-prezzata” e a forte rischio di improvvisi crolli.

A fare concorrenza alle banche, infatti, si moltiplicano le iniziative delle big dell’informatica, che stanno a loro volta “diversificando” il proprio business proponendosi come mediatori finanziari.

Apple, proprio in questi giorni, sta offrendo il 4,15% di interesse sui conti deposito aperti presso la sua banca (Apple Bank). Un livello che, con l’inflazione in calo e la recessione alle viste, risulta abbastanza appetibile rispetto ai micragnosi interessi offerti dalle banche classiche.

Un quadro, come si vede, tutt’altro che lineare, assai diverso da quello previsto dai manuali del neoliberismo monetarista che regolano le mosse dei banchieri centrali (“sale l’inflazione, aumento i tassi di interesse”).

Un quadro che diventa ancora più interessante – dal punto di vista dei critici del capitalismo finanziario – perché qui in Europa la Bce sta seguendo la stessa strada, con qualche mese di ritardo rispetto alle mosse della Fed.

E dunque diventa prevedibile che gli stessi problemi, che stanno covando sotto il sistema bancario europeo, non tarderanno a manifestarsi in tutta la loro forza. Credit Suisse non è certamente l’unico caso. E gli occhi di tutti sono sempre rivolti al gigantesco zombie che si aggira per l’Europa: Deutsche Bank...

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17/03/2023

USA - Le banche private corrono ai ripari sui crac

Prima che la loro banca collassasse, i dirigenti della First Republic Bank hanno venduto milioni di dollari in azioni nei mesi che hanno preceduto il crac dell'istituto, poi avvenuto questa settimana. A scriverlo è il Wall Street Journal, secondo cui negli ultimi mesi i vertici della banca si sono liberati di partecipazioni azionarie del valore di 11,8 milioni di dollari. Il presidente esecutivo della banca, James Herbert II, avrebbe venduto azioni della sua banca per 4,5 milioni di dollari all’inizio di quest’anno.

Le vendite sono passate sottotraccia, dal momento che la First Republic Bank è l’unica azienda dell’indice S&P 500 a segnalare tali vendite alla Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) anziché all’ente regolatore del settore, la Securities and Exchange Commission (SEC). Anche la Signature Bank, collassata domenica, era a sua volta esentata dalle segnalazioni alla SEC.

Per evitare un effetto domino di fallimenti bancari negli Usa, è intervenuto un gruppo di undici banche private statunitensi che hanno annunciato depositi complessivi per 30 miliardi di dollari nei confronti di First Republic Bank. Un intervento teso a evitare il collasso della banca a causa del recente fallimento di Silicon Valley Bank.

In una nota congiunta, le undici banche hanno precisato che Bank of America, Citigroup, Jp Morgan e Wells Fargo hanno accettato di fornire cinque miliardi di dollari ciascuna. Goldman Sachs e Morgan Stanley contribuiranno con 2,5 miliardi ciascuna, mentre Bny Mellon, Pnc Bank, State Street, Trust e Us Bank con un miliardo a testa.

“A dimostrazione che non tutte le preoccupazioni siano però svanite, le azioni della First Republic Bank, che avevano chiuso in rialzo del 10% dopo una giornata volatile che ha visto il trading interrotto 17 volte, sono crollate del 17% nel trading after-market” commenta Milano Finanza. “Inoltre, i dati hanno mostrato durante la notte che le banche hanno cercato quantità record di liquidità di emergenza dalla Federal Reserve negli ultimi giorni, sottolineando l’entità dello stress nel sistema finanziario”.

La notizia dell’intervento delle undici banche, è stata accolta positivamente dalla segretaria al Tesoro, Janet Yellen; dal governatore della Federal Reserve, Jerome Powell; e dal presidente della Federal Deposit Insurance Corporation (l’ente federale preposto all’assicurazione sui depositi bancari), Martin Gruenberg. “Si tratta di una misura che dimostra ancora una volta la resilienza del sistema bancario statunitense”, si legge in un comunicato congiunto.

Tutti gli occhi sono ora puntati sulla riunione della Federal Reserve della prossima settimana. Gli operatori finanziari si interrogano se la banca centrale Usa seguirà l’esempio della Bce, la quale – e nonostante molte richieste in senso contrario – ieri ha tirato dritto alzando i tassi dello 0,5% come annunciato nonostante lo scossone globale sulle banche. I mercati Usa prevedono che la Fed – diversamente dalla Bce – avvierà presto una svolta e inizierà a tagliare i tassi quest’anno. Staremo a vedere.

Piccolo giallo su Credit Suisse

In Europa invece la Credit Suisse potrà ricorrere a una linea speciale di credito fino a 50 miliardi di franchi messa a disposizione dalla Banca nazionale svizzera. Il colosso bancario elvetico, da tempo in difficoltà, era stato messo in ginocchio dalla decisione del suo maggiore azionista, la Saudi National Bank, di non iniettare ulteriore capitale. Sul crac di Credit Suisse – innescato dagli investitori sauditi – è emerso però un giallo. La quota della Saudi National Bank, pagata 1,5 miliardi di dollari nell’autunno scorso, oggi in borsa vale appena 824 milioni, con una minusvalenza teorica di quasi 700 milioni. Ma il bilancio si è fatto molto magro anche per gli altri soci mediorientali entrati con l’ultimo aumento di capitale della banca svizzera, cioè la Qatar Holding salita recentemente al 7% e l’asset manager saudita Olayan Group, che ha aderito pro quota alla ricapitalizzazione per il 4,9%. Curiosamente si è invece salvato in tempo il fondo di investimento statunitense Harris Associates, il quale a inizio marzo ha completamente azzerato dopo 20 anni la propria posizione, pari al 5% del capitale. Tempismo perfetto? si domnda Milano Finanza.

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