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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/02/2023

Aiuti (di Stato) ma per pochi: la coscienza sporca della UE

“Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”, recita un vecchio adagio, ed effettivamente è quanto sembra stia accadendo in questi mesi, a cerchi concentrici, fra diversi alleati storici, prima di tutto fra le due sponde dell’Atlantico (USA ed Unione Europea) e poi dentro la stessa Unione.

È una storia che inizia ad agosto dello scorso anno, quando gli USA approvano il cosiddetto “Inflation Reduction Act” (IRA). Il nome trae parzialmente in inganno: si tratta infatti di una legge che sembrerebbe finalizzata principalmente a contrastare l’inflazione, ed in effetti toglie risorse dall’economia, con una riduzione prevista del deficit – nell’arco di 10 anni – di circa 240 miliardi di dollari. La legge in realtà prevede anche numerosi interventi sia sul lato delle entrate (la misura più rilevante è una nuova imposta minima effettiva del 15% sui profitti delle corporation più grandi) sia, soprattutto, dal lato delle uscite. Qui l’aspetto più rilevante per la nostra storia è la previsione di un maxi piano di sovvenzioni governative, per un importo pari a oltre 390 miliardi di dollari sempre nell’arco di 10 anni, a sostegno degli investimenti nella transizione energetica, clima, etc. Un ritorno in grande stile dell’intervento pubblico in economia, di dimensioni davvero fuori dal comune rispetto a quanto sperimentato dalle economie occidentali negli ultimi decenni, ma di cui beneficeranno solo alcuni; l’IRA, infatti, fissa alcuni paletti per le imprese che potranno accedere a questi finanziamenti, il più importante dei quali consiste nel fatto che questi aiuti sono riservati alle imprese residenti negli USA.

E qui veniamo ai primi amici che si sono sentiti traditi: i vertici europei (Commissione in primis, ma soprattutto Germania e Francia) hanno lamentato il carattere protezionistico della misura, temendo che questa possa creare un formidabile incentivo a localizzare negli Stati Uniti, a discapito del nostro continente, nuovi investimenti industriali.

Dopo aver tentato invano di convincere gli USA a desistere dal carattere selettivo della misura (con inclusa una minaccia di ricorrere al WTO per violazione degli accordi internazionali sul commercio), si è aperta la discussione sul tipo di risposta economica da assicurare, valutando in particolare se (e in che misura) affidarsi a un’iniziativa comune europea, oppure lasciare gli Stati membri intervenire in ordine sparso.

Il nodo è stato sciolto in questi giorni dalla Presidente della Commissione von der Leyen, che ha presentato con grande enfasi il Green Deal Industrial Plan – appunto la risposta europea alla mossa statunitense – che, da un punto di vista operativo, consiste essenzialmente in una rimodulazione della disciplina europea sugli aiuti di Stato, cioè la normativa che regola modalità e limiti con cui uno Stato dell’Unione Europea può erogare incentivi a determinati settori economici. Tradizionalmente tali limiti sono molto stringenti, in ossequio al principio ultraliberista alla base del mercato unico. Uno Stato deve effettuare una notifica alla Commissione ogni volta che decide di fare un intervento a sostegno di determinati settori (fanno eccezione solamente gli aiuti de minimis, che per definizione sono di piccolissimi importi). La Commissione valuta la misura dello Stato, in particolare per i suoi presunti caratteri discriminatori e di distorsione alla concorrenza (cioè un maggior favore alle imprese nazionali), e se giudica la misura contraria alla normativa sugli aiuti di Stato non solo questa deve essere rimossa, ma gli aiuti già erogati devono essere restituiti. Abbiamo insomma la realizzazione concreta di quell’impianto neoliberista in base al quale il mercato sarebbe certo capace di assicurare il migliore dei mondi possibili, se solo fosse lasciato libero di funzionare e non intervenisse lo Stato a perturbarlo.

Si tratta, lo ripetiamo, non di una norma qualunque, ma di uno dei principi cardine dell’architettura economica dell’Unione Europea, al pari dei vincoli alle politiche fiscali espansive e alla politica monetaria finalizzata unicamente a garantire la stabilità dei prezzi, con un ruolo chiave nel controllo assegnato alla Commissione chiamata a fare da guardiano dei Trattati.

Ebbene, per tornare al Green Deal Industrial Plan, in cosa consisterà la risposta europea? Sostanzialmente in un alleggerimento dei vincoli alla normativa sugli aiuti di Stato, in particolare (pare) con un significativo innalzamento della soglia per gli aiuti sottoposti al meccanismo di notifica e successivo controllo da parte della Commissione, che sostanzialmente dice agli Stati membri “beh, visto che gli USA stanno mettendo in campo importanti incentivi economici, riservati alle loro industrie nazionali, se volete (e ve lo potete permettere) voi fate lo stesso”.

Il tranello sta proprio in quel “se ve lo potete permettere”, perché al rilassamento sul fronte degli aiuti di Stato non corrisponde alcun cambiamento sul fronte della possibilità lasciata agli Stati di intervenire a sostegno dell’economia, che, anzi, fra riforma delle regole di bilancio e politica monetaria restrittiva da parte della BCE, viene sempre più ostacolata.

Sostanzialmente, quindi, la scelta della Commissione di procedere in ordine sparso e attraverso il meccanismo degli aiuti di Stato apre spazi di manovra solamente ai Paesi con “i conti in regola”, che si traducono in “spazio fiscale” per poter fare spesa pubblica senza incorrere nella mannaia dei parametri di disciplina fiscale che la costruzione europea impone. Non a caso questa opzione è sostenuta principalmente da Germania e Francia (ovviamente anche il peso politico, oltre alla disciplina di bilancio, conta). Il corollario è, però, ovvio. I Paesi come l’Italia, che non hanno i conti in regola, avranno la possibilità di spendere solamente briciole, nella migliore delle ipotesi, a difesa della produzione nazionale e dell’occupazione. Veniamo quindi al secondo “tradimento degli amici”, fra cui ci siamo soprattutto noi, che a quanto pare dovremo accontentarci di non vedere gli investimenti in Italia traslocare verso gli States, ma “solo” verso altri paesi europei... bella soddisfazione!

Si tratta, come si può immaginare, di temi e ragionamenti apparentemente assai lontani dalla nostra vita concreta, ma che invece ci devono interessare (e preoccupare) per almeno tre ordini di motivi:

1. Dinamiche come quelle sopra descritte sono uno dei “motivi profondi” che stanno dietro i processi di delocalizzazione e impoverimento industriale che ben conosciamo; se fino ad ora questo avveniva soprattutto a causa di una corsa al ribasso in termini di tutele del lavoro e ambientali, nei prossimi anni torneremo probabilmente a vedere un ruolo più centrale da parte degli Stati, che sceglieranno in maniera più efficace di promuovere e difendere alcuni settori. Se staremo a guardare, privandoci degli strumenti per poter intervenire, difficilmente potremo contrastare il deserto industriale che si prepara.

2. La vicenda ci conferma l’ipocrisia del sistema di governo dell’Unione Europea, che da un giorno all’altro piccona “dall’interno” uno dei suoi capisaldi apparentemente intoccabili, e cioè la normativa sugli aiuti di Stato, ma allo stesso tempo riafferma – anzi rafforza – altri suoi dogmi (austerità, ritiro degli Stati dalle funzioni fondamentali, etc.), che in questo modo si rivelano per quello che sono: non leggi tecniche necessarie, ma scelte politiche contro cui si può e si deve lottare.

3. Ancora, la vicenda mette a nudo la pochezza del governo Meloni: proprio colei che doveva dimostrare all’Europa che la pacchia era finita, ora piagnucola che l’Europa faccia l’Europa, denunciando la scorrettezza dei Paesi che pensano di fare da soli “rischiando di indebolire il mercato unico” e invocando nientedimeno che il “level playing field”, cioè proprio il peggio della retorica liberista su cui l’Unione Europea è costruita.

Ancora una volta, questa vicenda ci mostra come l’intervento dello Stato nell’economia sia necessario per evitare deindustrializzazione e impoverimento di un Paese. È una verità talmente ovvia che anche l’Unione Europea lo ammette nei fatti, di fronte alla tempesta causata dagli sconvolgimenti degli ultimi anni e all’interventismo economico degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, però, emergono due aspetti odiosi: in primo luogo, il contrasto a deindustrializzazione e impoverimento è, per le istituzioni europee, un interesse al più secondario, da subordinare all’adesione cieca al dogma dell’austerità; in secondo luogo, la promozione di un certo interventismo statale ha la chiara funzione di favorire gli interessi economici dei paesi più forti a danno della periferia europea.

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05/12/2022

L’UE accusa gli Stati Uniti di trarre profitto dalla guerra

Qualche prima frattura comincia a manifestarsi nel muro dell’alleanza eur-atlantica.Per averne notizia, però, bisogna andare a leggere le testate internazionali più importanti, perché nel pollaio di servi cui è ridotto il sistema informativo italiano è difficile trovarne anche l’eco.

Abbiamo qui tradotto un articolo apparso su Politico, che certamente non può essere spacciato per “putiniano”.

Buona lettura.


*****

Nove mesi dopo aver invaso l’Ucraina, Vladimir Putin sta iniziando a spaccare l’Occidente.

Alti funzionari europei sono furiosi con l’amministrazione di Joe Biden e ora accusano gli americani di aver guadagnato una fortuna dalla guerra, mentre i Paesi dell’UE soffrono.

“Il fatto è che, se si guarda con sobrietà, il Paese che sta traendo maggior profitto da questa guerra sono gli Stati Uniti, perché vendono più gas e a prezzi più alti, e perché vendono più armi“, ha dichiarato un alto funzionario a Politico.

I commenti esplosivi – sostenuti in pubblico e in privato da funzionari, diplomatici e ministri di altri Paesi – seguono la crescente rabbia in Europa per i sussidi americani, che minacciano di distruggere l’industria europea. È probabile che il Cremlino accolga con favore l’avvelenamento dell’atmosfera tra gli alleati occidentali.

“Siamo davvero in una congiuntura storica“, ha detto un alto funzionario dell’UE, sostenendo che il doppio colpo dello stop al commercio dovuto ai sussidi americani e agli alti prezzi dell’energia rischia di mettere l’opinione pubblica contro lo sforzo bellico e l’alleanza transatlantica. “L’America deve rendersi conto che l’opinione pubblica sta cambiando in molti Paesi dell’UE“.

Un altro alto funzionario, il capo diplomatico dell’UE Josep Borrell, ha invitato Washington a rispondere alle preoccupazioni europee. “Gli americani – i nostri amici – prendono decisioni che hanno un impatto economico su di noi“, ha dichiarato in un’intervista a Politico.

Gli Stati Uniti hanno respinto le lamentele dell’Europa. “L’aumento dei prezzi del gas in Europa è causato dall’invasione dell’Ucraina e dalla guerra energetica di Putin contro l’Europa, punto e basta“, ha dichiarato un portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale di Biden.

Le esportazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti all’Europa “sono aumentate drasticamente e hanno permesso all’Europa di diversificarsi dalla Russia“, ha dichiarato il portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale.

Il principale punto di tensione nelle ultime settimane è stato quello dei sussidi e delle ‘tasse verdi’ di Biden, che secondo Bruxelles allontanano ingiustamente il commercio dall’UE e minacciano di distruggere le industrie europee. Nonostante le obiezioni formali dell’Europa, Washington non ha finora mostrato alcun segno di cedimento.

Allo stesso tempo, le perturbazioni causate dall’invasione dell’Ucraina da parte di Putin stanno facendo precipitare le economie europee in recessione, con un’inflazione alle stelle e una stretta devastante sulle forniture energetiche, che minaccia blackout e razionamenti per quest’inverno.

Nel tentativo di ridurre la loro dipendenza dall’energia russa, i Paesi dell’UE si stanno rivolgendo al gas proveniente dagli Stati Uniti, ma il prezzo che gli europei pagano è quasi quattro volte superiore allo stesso costo del carburante in America. E poi c’è la probabile impennata degli ordini di materiale militare di fabbricazione americana, quando gli eserciti europei saranno a corto di armi dopo averle inviate all’Ucraina (la Francia sembra già a questo punto).

Tutto questo è diventato troppo per gli alti funzionari di Bruxelles e delle altre capitali dell’UE. Il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che i prezzi elevati del gas negli Stati Uniti non sono “amichevoli” e il ministro dell’Economia tedesco ha chiesto a Washington di mostrare maggiore “solidarietà” e di contribuire a ridurre i costi dell’energia.

Ministri e diplomatici di altri Paesi dell'UE hanno espresso la loro frustrazione per il modo in cui il governo di Biden ignora l’impatto delle sue politiche economiche interne sugli alleati europei.

Secondo l’alto funzionario citato, quando i leader dell’UE hanno affrontato Biden in merito ai prezzi elevati del gas negli Stati Uniti durante la riunione del G20 a Bali la scorsa settimana, il presidente americano sembrava semplicemente ignaro della questione. Altri funzionari e diplomatici dell’UE concordano sul fatto che l’ignoranza americana sulle conseguenze per l’Europa sia un problema importante.

“Gli europei sono chiaramente frustrati per la mancanza di informazioni e consultazioni preliminari“, ha dichiarato David Kleimann del think tank Bruegel.

I funzionari di entrambe le sponde dell’Atlantico riconoscono i rischi che l’atmosfera sempre più tossica comporta per l’alleanza occidentale. I diplomatici dell’UE e degli Stati Uniti concordano sul fatto che i contrasti sono esattamente ciò che Putin vorrebbe vedere.

La crescente disputa sull’Inflation Reduction Act (IRA) di Biden – un enorme pacchetto di misure fiscali, climatiche e sanitarie – ha riportato in cima all’agenda politica i timori di una guerra commerciale transatlantica.

I ministri del commercio dell’UE discuteranno la loro risposta venerdì (il 2 dicembre, ndr), mentre i funzionari di Bruxelles elaborano piani per un fondo di emergenza con sussidi per salvare le industrie europee dal collasso.

“La legge sulla riduzione dell’inflazione è molto preoccupante“, ha dichiarato il ministro del Commercio olandese Liesje Schreinemacher. “L’impatto potenziale sull’economia europea è molto forte“.

“Gli Stati Uniti stanno seguendo un’agenda interna, che purtroppo è protezionistica e discrimina gli alleati degli Stati Uniti“, ha dichiarato Tonino Picula, responsabile del Parlamento europeo per le relazioni transatlantiche.

Un funzionario americano ha sottolineato che la fissazione dei prezzi per gli acquirenti europei di gas riflette le decisioni del mercato privato e non è il risultato di alcuna politica o azione del governo statunitense. “Le aziende statunitensi sono state fornitori trasparenti e affidabili di gas naturale in Europa“, ha dichiarato il funzionario.

La capacità di esportazione sarebbe stata però limitata anche da un “incidente” che a giugno ha costretto a chiudere un impianto chiave.

Nella maggior parte dei casi, ha aggiunto il funzionario, la differenza tra i prezzi di esportazione e di importazione non va agli esportatori statunitensi di GNL, ma alle società che rivendono il gas all’interno dell’UE. Il maggior detentore europeo di contratti a lungo termine per il gas statunitense è, ad esempio, la francese TotalEnergies.

Il portavoce dell’NSC sopra citato ha aggiunto: “L’aumento delle forniture globali di GNL, guidato dagli Stati Uniti, ha aiutato gli alleati e i partner europei a portare i livelli di stoccaggio a un punto incoraggiante prima di questo inverno, e continueremo a lavorare con l’UE, i suoi membri e altri Paesi europei per garantire la disponibilità di forniture sufficienti per l’inverno e oltre“.

Non è un argomento nuovo da parte americana, ma non sembra convincere gli europei. “Gli Stati Uniti ci vendono il loro gas con un effetto moltiplicatore di quattro quando attraversano l’Atlantico“, ha detto mercoledì alla TV francese il commissario europeo per il mercato interno Thierry Breton. “Naturalmente gli americani sono nostri alleati... ma quando qualcosa va storto è necessario dirlo anche tra alleati“.

L’energia più economica è diventata rapidamente un enorme vantaggio competitivo anche per le aziende americane. Le imprese stanno pianificando nuovi investimenti negli Stati Uniti o addirittura stanno trasferendo le loro attività esistenti dall’Europa alle fabbriche americane.

Proprio questa settimana, la multinazionale chimica Solvay ha annunciato di aver preferito gli Stati Uniti all’Europa per nuovi investimenti, ultimo di una serie di annunci simili da parte di importanti colossi industriali dell’UE.

Alleati o no?

Nonostante i disaccordi in materia di energia, è stato solo quando Washington ha annunciato un piano di sovvenzioni industriali da 369 miliardi di dollari per sostenere le industrie verdi nell’ambito dell’Inflation Reduction Act che Bruxelles è entrata in piena modalità panico.

“L’Inflation Reduction Act ha cambiato tutto“, ha detto un diplomatico dell’UE. “Washington è ancora nostra alleata o no?“.

Per Biden, la legge è un risultato storico per il clima. “Pur comprendendo che alcuni partner commerciali sono preoccupati per il modo in cui le disposizioni sul credito d’imposta [per i veicoli elettrici] contenute nell’IRA funzioneranno in pratica nei confronti dei loro produttori, ci impegniamo a continuare a lavorare con loro per comprendere meglio e fare il possibile per rispondere alle loro preoccupazioni“, ha dichiarato il portavoce dell’NSC.

“Non si tratta di un gioco a somma zero. L’IRA farà crescere la torta degli investimenti in energia pulita, non la dividerà“.

Ma l’UE la vede diversamente. Un funzionario del Ministero degli Affari Esteri francese ha detto che la diagnosi è chiara: si tratta di “sussidi discriminatori che distorceranno la concorrenza“.

Questa settimana il ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire ha persino accusato gli Stati Uniti di aver imboccato la strada dell’isolazionismo economico, “come quella della Cina”, esortando Bruxelles a replicare tale approccio. “L’Europa non deve essere l’ultima dei Mohicani“, ha dichiarato.

L’UE sta preparando le sue risposte, come ad esempio una grande spinta ai sussidi per evitare che l’industria europea venga spazzata via dai rivali americani. “Stiamo vivendo una crisi di fiducia strisciante sulle questioni commerciali in questa relazione“, ha dichiarato il deputato tedesco Reinhard Bütikofer.

“A un certo punto, bisogna farsi valere“, ha affermato l’europarlamentare francese Marie-Pierre Vedrenne. “Siamo in un mondo di lotte di potere. Quando si fa un braccio di ferro, se non si è muscolosi, se non si è preparati fisicamente e mentalmente, si perde“.

Dietro le quinte, cresce anche l’irritazione per il denaro che affluisce nel settore della difesa americano.

Gli Stati Uniti sono stati di gran lunga il maggior fornitore di aiuti militari all’Ucraina, fornendo più di 15,2 miliardi di dollari in armi ed equipaggiamenti dall’inizio della guerra. Secondo Borrell, l’UE ha finora fornito all’Ucraina circa 8 miliardi di euro in attrezzature militari.

Secondo un alto funzionario di una capitale europea, il rifornimento di alcune armi sofisticate potrebbe richiedere “anni” a causa di problemi nella catena di approvvigionamento e nella produzione di chip. Ciò ha alimentato il timore che l’industria della difesa statunitense possa trarre ancora più profitto dalla guerra.

Il Pentagono sta già sviluppando una tabella di marcia per accelerare la vendita di armi, mentre cresce la pressione degli alleati per rispondere alle maggiori richieste ucraine di armi ed equipaggiamenti.

Un altro diplomatico dell’UE ha sostenuto che “i soldi che stanno facendo sulle armi” potrebbero aiutare gli americani a capire che fare “tutti questi soldi sul gas” potrebbe essere “un po’ troppo“.

Il diplomatico ha sostenuto che uno sconto sui prezzi del gas potrebbe aiutarci a “tenere unite le nostre opinioni pubbliche” e a negoziare con i Paesi terzi sulle forniture di gas. “Non è bene, in termini di ottica, dare l’impressione che il tuo migliore alleato stia in realtà traendo enormi profitti dai tuoi problemi“, ha detto il diplomatico.

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01/12/2022

Macron invita gli USA a “non danneggiare” la Ue nella competizione globale in corso

Il presidente francese Macron è in visita di stato negli Usa e non ha perso l’occasione per sottolineare le divergenze di interessi tra Europa e Stati Uniti. In un discorso alla comunità francese tenutosi all’ambasciata a Washington, Macron ha esortato a “cercare insieme di essere all’altezza di ciò che la storia ha suggellato tra noi, un’alleanza più forte di qualsiasi cosa”.

Ma il presidente francese ha anche messo in guardia dal “rischio” che “l’Europa e la Francia diventino una sorta di variabile di aggiustamento” nella rivalità tra Stati Uniti e Cina, le due principali potenze mondiali. Il rischio, ha detto, “è che, di fronte alle sfide del tempo, gli Stati Uniti guardino prima agli Usa, il che è normale, e poi guardino alla rivalità con la Cina e, in un certo senso, che l’Europa e la Francia diventino una sorta di variabile“.

Macron ha inteso denunciare come il programma di investimenti e sussidi degli Stati Uniti per aiutare le proprie aziende, rischia di “frammentare l’Occidente” e ha affermato di aver “detto con grande franchezza, con amicizia che quello che è successo negli ultimi mesi è una sfida per noi: le scelte fatte, di cui condivido gli obiettivi, in particolare l’Ira (Inflation Reduction Act, un programma di riforme e investimenti ambientali e sociali per le aziende americane) sono scelte che frammenteranno l’Occidente“.

Riferendosi agli incentivi varati dalla Casa Bianca a beneficio dei soli costruttori di auto Usa e di altre politiche di stimolo all’industria statunitense, giustificate con l’esigenza di contrastare il cambiamento climatico, Macron ha parlato di “misure super aggressive per i nostri imprenditori”.

Il presidente francese ha sottolineato come gli incentivi alla manifattura e alla tecnologia Usa sono avvertiti come un problema anche da altri Paesi dell’Unione europea: i sussidi alle aziende Statunitensi “potranno forse risolvere i vostri problemi, ma aggravano i miei”, ha affermato il capo dello Stato francese, paventando la perdita di posti di lavoro in Europa.

Colpisce il fatto che la medesima franchezza Macron avrebbe dovuto esprimerla anche sui danni all’economia europea – e ai vantaggi su quella statunitense – che derivano dalle sanzioni imposte alla Russia. Ma questa dovuta sottolineatura non è stata rilevata.

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29/07/2021

Più Stato per il mercato, ce lo chiede l’UE

Con un comunicato del 23 luglio, la Commissione europea ha annunciato l’estensione a nuove categorie del General Block Exemption Regulation (GBER), un regolamento che norma l’approvazione degli aiuti di Stato permessi da Bruxelles, consentendo ai paesi membri di fornire sostegno finanziario senza lo scrutinio preliminare da parte della Commissione.

Questa “grande semplificazione”, come si legge nel comunicato, snellisce le procedure tramite cui gli Stati potranno finanziare progetti che rientrano in determinati programmi stabiliti a livello centrale dall’Unione europea nel nuovo quadro finanziario pluriennale (Multiannual Financial Framework, MFF), soprattutto a sostegno della transizione verde e digitale. In particolare, oggetto della semplificazione sono:

– il Fondo InvestEU, la riunione di 13 strumenti di finanziamento che ammontano a 15,2 miliardi di euro creato per il settennato 2021-2027 appositamente per le PMI e per garantire la transizione verde e digitale, così come la ripresa economica dalla crisi generata dal Covid-19;

– i progetti di ricerca, sviluppo e innovazione (RD&I, nell’acronimo in inglese) che hanno ricevuto un “marchio di eccellenza” nell’ambito del programma Horizon 2020, strumento di finanziamento alla ricerca scientifica e all’innovazione che nel settennato 2014-2020 aveva un budget di ben 80 miliardi;

– i progetti di cooperazione tra le regioni dell’Ue (European Territorial Cooperation, ETC), noti anche come Interreg, che si occupano di trovare soluzioni condivise in settori quali salute, ambiente, ricerca, istruzione, trasporti, energia sostenibile.

Secondo Margrethe Vestager, Commissario europeo per la concorrenza, tale estensione offre “maggiori possibilità di fornire aiuti di Stato per sostenere la duplice transizione verde e digitale (…), evitando nel contempo indebite distorsioni della concorrenza nel mercato unico. Grazie alle nuove norme, sarà più semplice per gli Stati membri fornire rapidamente i finanziamenti necessari per sostenere una ripresa sostenibile e resiliente dagli effetti economici della pandemia di coronavirus”.

Aiuti per progetti di efficienza energetica nel comparto dell’edilizia, per le infrastrutture di ricarica e rifornimento dei veicoli a basse emissioni, per la banda larga, reti mobili 4G e 5G, sono le categorie reputate “priorità assoluta” per la “duplice transizione”, considerata strategica nella crescente competizione interimperialista.

Nel nostro paese, soprattutto negli ultimi mesi, abbiamo imparato come con semplificazione si intenda in realtà un processo di deregolamentazione volto a rilanciare il ciclo di accumulazione e sfruttamento di lavoratori e lavoratrici da parte del capitale, come fatto per esempio con il codice degli appalti dal governo Draghi.

Nella fattispecie, l’Ue si avvale di un ulteriore strumento che, nelle intenzioni, dovrebbe poter spingere il “polo europeo” ad avvalersi delle armi necessarie a competere con i colossi in primis statunitensi e cinesi per governare la decarbonizzazione delle fonti energetiche utilizzate nel sistema produttivo.

Il finanziamento pubblico di soggetti privati su programmi di rilevanza strategica rientra nella più generale “transizione del modello-Stato” su cui il capitale multinazionale sta spingendo, attraverso i propri rappresentanti che occupano i vari parlamenti dell’Occidente, per gestire il rapporto con il mercato.

Una concezione ben lontana dallo “Stato minimo” teorizzato dai liberisti più ortodossi, inadeguato a mettere una pezza non solo sui fallimenti, ma sulle insufficienze dell’operatore impresa nel guidare la perpetua – rivelatesi storicamente impossibile – e sostenibile crescita quantitativa dell’economia.

Una virata che, se inserita nel quadro della sempre più possibile stagflazione – aumento dei prezzi di beni e servizi associato a un ristagno dei salari – rischia in questo paese di scaricare (in termini di prelievo fiscale, indebitamento, condizioni di accesso al credito ecc.) tutto il peso della transizione sui portafogli già magri dei lavoratori.

Dal 2014 il GBER ha permesso agli Stati membri di attuare un’ampia gamma di misure di aiuto di Stato senza l’approvazione preventiva della Commissione, portando già nel 2015 al 96% la quota di nuove misure per le quali la spesa non ha richiesto la notifica a Bruxelles.

Il tutto, afferma la Commissione in ossequio all’ideologia ordoliberista (in pillole, il compito dello Stato è costruire un ordine di mercato dove sia garantita la concorrenza tra gli operatori), senza che ne siano distorti i meccanismi di concorrenza.

Questo “principio ideologico” tuttavia è anche quello che impedirebbe all’Ue di far emergere quei campioni indispensabili, da un punto di vista capitalistico, alla feroce competizione con multinazionali la cui potenza di fuoco supera quella a disposizione di gran parte degli Stati del pianeta, su cui tuttavia le risoluzioni dei casi Fincantieri-Stx, Peugeot-Fiat o Mediaset-Vivendi manifestano una contraddizione che continua a macinare nel cuore produttivo europeo.

Che l’Ue riesca a superare questa barriera autoimposta comunque è tutto da verificare. Ne va, crediamo, della sua possibilità di continuare la costruzione di un polo imperialista a tutto tondo.

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06/04/2021

Aiuti di Stato. Quattro miliardi ad Air France ma qui facciamo morire Alitalia

La Commissione europea ha approvato gli aiuti di Stato sino a 4 miliardi di euro per la ricapitalizzazione di Air France, la compagnia aerea di bandiera francese.

Il provvedimento è stata approvato utilizzando la sospensione temporanea del divieto per gli aiuti di Stato da parte dell’Unione Europea.

Nella relazione che ha portato all’approvazione del provvedimento, la vicepresidente esecutiva della Commissione Ue, Margrethe Vestager, responsabile della concorrenza, ha dichiarato: “La Francia contribuirà fino a 4 miliardi di euro per rafforzare il capitale di Air France e aiuterà la compagnia aerea ad affrontare le difficoltà finanziarie.

Allo stesso tempo, il sostegno pubblico verrà fornito attraverso dei vincoli, in particolare per garantire che lo Stato francese sia remunerato, e ulteriori misure per limitare le distorsioni della concorrenza.

In particolare, Air France si è impegnata a rendere disponibili fasce orarie presso il congestionato aeroporto di Parigi Orly, dove Air France detiene un significativo potere di mercato.

Ciò offre ai vettori concorrenti la possibilità di espandere le proprie attività in questo aeroporto, i prezzi equi e una maggiore scelta per i consumatori europei”
, ha detto Vestager.

In sostanza, Air France riceverà gli aiuti di Stato francese e olandese di 4 miliardi di euro, ma in cambio dovrà cedere 18 slot orari all’aeroporto di Orly.

Per il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, soddisfatto per l’intesa raggiunta “Questo prestito lo trasformeremo in partecipazione dello Stato, in fondi puliti nell’impresa. Diventeranno un aiuto definitivo”.

In realtà i finanziamenti in termini di prestiti pubblici per Air France-KLM sono stati di 10,4 miliardi: 7 stanziati dal governo francese e 3,4 da quello olandese. I nuovi 4 miliardi autorizzati dalla Commissione europea per Air France si riferiscono invece alla quota di prestiti che verranno convertiti in capitale (3 dalla Francia e 1 dall’Olanda), cioè in veri e propri aiuti. I restanti rimarranno come prestiti.

Dalla Francia arriva dunque la conferma di come le polemiche in Italia sui soldi pubblici investiti su Alitalia sono strumentali e idiote. Strumentali perché in ben 47 anni si tratta solo di 13 miliardi. Idiote perchè nell’ultimo periodo prima dell’amministrazione controllata, lo Stato ha regalato le poche risorse messe a disposizione ad un gruppo di “prenditori privati” che hanno speculato su Alitalia, si tratta solo di 3 miliardi, uno in meno di quelli messi a disposizione dallo Stato francese.

Secondo i dati contenuti in un report di Mediobanca, dal 1974 al 2014, anno in cui la società fu comprata da Etihad, il conto di Alitalia per lo Stato italiano era di circa 7,4 miliardi.

In questi 40 anni lo Stato ha speso 5,397 miliardi di euro (a valori del 2014) tra aumenti di capitale (4,949 miliardi), contributi (245 milioni), garanzie prestate (8 milioni) e altri contributi pubblici (195 milioni). Nello stesso periodo Alitalia, tra collocamenti e negoziazioni, imposte e dividendi ha generato introiti per lo Stato pari a 2,075 miliardi di euro. Il saldo finale quindi è negativo per 3,322 miliardi.

Altro capitolo è quello che va dalla fine del periodo ‘Ethiad’ (2014) a oggi. Nel 2017 i lavoratori bocciarono con un referendum il preaccordo per il salvataggio e la ricapitalizzazione da 2 miliardi della società (piano che prevedeva circa 1.000 esuberi). Etihad uscì di scena e il 2 maggio 2017 Alitalia entrò in amministrazione straordinaria, decisa dal governo allora guidato da Paolo Gentiloni.

L’esecutivo decise anche una ricapitalizzazione da 900 milioni di euro. La scadenza del prestito fu prorogata diverse volte e infine eliminata definitivamente dal primo governo Conte. Con i 7,4 miliardi accumulati nei 40 anni precedenti, ciò ha fatto salire la somma spesa dallo Stato per la compagnia aerea a quasi 10 miliardi di euro. Poi, con l’emergenza Covid sono stati stanziati (ma non erogati) 3 miliardi del decreto Rilancio.

Quindi il saldo finale salirebbe a 13 miliardi, anche grazie ai 350 milioni di “indennizzi Covid-19” stanziati dal governo Conte. Di questi ristori la compagnia ha ricevuto finora 273 milioni. Restano 77 milioni, ma, da quanto trapela dall’Ue, Bruxelles non sarebbe intenzionata ad autorizzare il versamento dell’intera somma.

Il problema fondamentale rimane però quello della mancanza di un progetto industriale valido e i provvedimenti presi dai recenti governi e da quello attuale evidenziano da una parte una incompetenza spaventosa e dall’altra una sempre più preoccupante dipendenza da quel che emerge a livello di Unione europea, pronta a difendere gli equilibri che nel settore del trasporto aereo hanno da decenni favorito le compagnie aeree di Francia e Germania.

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