L’Eurogruppo ha certificato che non esiste alcuna “unità solidale” tra i Paesi aderenti all’Unione Europea. Sedici ore di discussione – prima tra gli sherpa, che dovevano “cucinare” le proposte in modo che i ministri economici potessero confrontarsi su una base chiara – non hanno portato ad alcun risultato. La discussione riprende domani, giovedì 9, sempre per via telematica.
Ma neanche questa condizione abnorme – alcuni degli uomini più potenti d’Europa costretti a parlarsi come i normali cittadini (come facciamo tutti noi su piattaforme simil-Skype, anche se in alta definizione e altissima protezione) – ha smosso di un millimetro posizioni di rendita cui nessuno vuole rinunciare. Meno che mai i Paesi del “grande Nord austero”, giustamente soprannominati di recente l’”osso tedesco” (il matrimonio di fatto tra Germania, Austria e Olanda).
Neanche la pandemia è uguale per tutti, sul terreno economico. E qualcuno che è entrato in questo tunnel in condizioni migliori di altri pensa di poterne sfruttare le “opportunità” per una razzia corsara al termine della notte, contando sul fatto che loro saranno molto indeboliti, ma gli altri – l’Italia e i Paesi mediterranei in genere – nella bara. O credete che sia un caso che il governo italico più “europeista” – quello attuale – abbia scoperto la necessità di imporre la golden share per le aziende in una lunga serie di “comparti strategici”?
Persino il consueto aplomb dei giornali economici “europeisti” è venuto meno, costringendo per esempio IlSole24Ore a titolare polemicamente “L’Olanda ferma l’Eurogruppo sul Mes”, a un passo da “anche le formiche nel loro piccolo...”.
La ricostruzione è ovviamente ipotetica per tutti, visto che nessuno – tranne i ministri e i relativi staff (gli sherpa, appunto) – ha potuto assistere alla riunione infinita e tantomeno leggere un testo che non c’è, causa il mancato accordo.
Quel che sembra comunque pacificamente ammesso è la conferma dell’atteggiamento dei dieci Paesi, tra cui l’Italia, che avevano inviato una lettera in cui chiedono l’istituzione di “coronabond”, ossia titoli di debito europei garantiti da tutti i Paesi dell’Unione.
In realtà questa proposta è già sbiadita – per iniziativa di Macron, che punta chiaramente ad assumere un ruolo di “cerniera”, senza rompere lo storico legame con la Germania – in un più generico “fondo per la ripresa”, condiviso una tantum.
Dal lato opposto della barricata, i tedeschi hanno come al solito lasciato all’Olanda il compito di fare il “poliziotto cattivo”, mostrandosi più disponibili e quasi dispiaciuti per la mancata condivisione di una proposta di compromesso. Ma sembra davvero poco credibile che l’Olanda da sola possa bloccare un Continente di 500 milioni di abitanti e con un Pil (ante-covid) al livello degli Usa.
Al tavolo, oltre questa proposta che “non passerà mai” (come aveva del resto anticipato Paolo Gentiloni, ora Commissario europeo agli affari economici), ce n’erano altre tre. Quella preferita dall’”osso tedesco” resta naturalmente il Meccanismo Europeo di Stabilità, con le sue condizioni-capestro di cui ha fatto esperienza, fin qui, soltanto la Grecia (di cui non si ha più notizia da tempo, quasi passata a miglior vita...).
Al massimo della “generosità”, gli olandesi si sarebbero detti disposti ad attenuarne la durezza solo per quanto riguarda la spesa sanitaria eccezionale da affrontare nell’immediato. Il ministro delle Finanze olandese Wopke Hoekstra lo ha ammesso pubblicamente via Twitter: «A causa dell’attuale crisi, dobbiamo fare un’eccezione e il Mes può essere utilizzato senza condizioni per coprire i costi medici. Quanto al sostegno economico a lungo termine, riteniamo ragionevole associare l’uso del Mes con determinate condizioni economiche».
Condizioni-capestro a parte, il Mes è assolutamente inadeguato – per dimensione dei fondi – rispetto alla crisi attuale. Dispone infatti di appena 410 miliardi per tutti i Paesi aderenti, e questi possono attingere a prestiti solo per l’equivalente del 2% del Pil. Per l’Italia, insomma, appena 35 miliardi – a fronte di una manovra da 400, teorici – e in cambio della consegna delle chiavi del bilancio statale per i prossimi anni.
“No, grazie” è a quel punto venuto in mente anche a Giuseppe Conte e al ministro dell’economia Gualtieri, peraltro ex funzionario di alto livello della stessa Ue.
Le altre due “gambe” sono forse meno scalcianti del Mes, ma altrettanto rachitiche. Il cosiddetto fondo Sure, proposto dal presidente della Commissione, la tedesca, Ursula von der Leyen per coprire i sussidi di disoccupazione o la cassa integrazione dei lavoratori che stanno perdendo o perderanno il posto, è “venduto” mediaticamente come un fondo “da 100 miliardi”.
Ma andando a guardarlo da vicino si scopre che in realtà i miliardi sono solo 10 l’anno. E per tutta l’Europa...
Per avere un’idea, bastano appena per un mese, considerando una platea di beneficiari – molto ottimistica – di 10 milioni di lavoratori a spasso.
Resta la Bei, ossia la Banca Europea degli Investimenti, che promette di far arrivare – volendo – 200 miliardi alle piccole e medie imprese, ovviamente a tassi molto agevolati (zero interessi, come quelli della Bce per le banche). Ma anche qui la cifra dovrebbe bastare per tutta l’Europa, il che fa sinceramente ridere (solo l’Italia ha appena “programmato” un cifra del genere, per cominciare...).
Insomma, spremendosi le meningi, i ministri economici dell’Eurogruppo avrebbero messo in campo ipotesi per 500 miliardi, scaglionati su più anni, mentre le prime stime fatte dagli economisti andavano dai 1.500 in su. E soprattutto – che è la questione politicamente più rilevante – senza alcuna condivisione comunitaria. Ognun per sé, e se ti servono più soldi accetti le mie condizioni e ti ipoteco il futuro.
Domani proveranno ad evitare la spaccatura ufficiale dell’Unione Europea, questo è certo. Ma la strada per arrivare a quel risultato – nulla è impossibile, quando bisogna “cucinare le parole” per stendere un documento – passa per lo svuotamento degli strumenti operativi. In altri termini, il “compromesso” che sarà raggiunto dovrà comportare un costo minimo per chi non vuole impegnarsi neanche un po’.
Poi c’è il problema di “farlo capire al coronavirus” e al tracollo economico del Vecchio Continente... Perché non è praticamente possibile che una soluzione condivisa tra interessi materiali diversi possa essere anche una soluzione efficace.
La Ue non si dividerà in tre domani, forse, ma le crepe saranno più visibili di quanto non fossero fino a un mese fa. E questa crisi è ancora solo agli inizi...
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/04/2020
04/04/2020
Non ci resta che spendere
Con
oltre 100.000 contagiati rilevati, quasi 30.000 ricoverati con sintomi,
oltre 4.000 persone sottoposte a terapia intensiva ed un tributo di
vite umane che sfiora le 15.000 unità, l’Italia è tra i Paesi più
duramente colpiti dalla pandemia di Covid-19. La situazione è resa ancor più drammatica dallo smantellamento del servizio sanitario nazionale prodotto da decenni di politiche di austerità imposte dall’Unione Europea. L’emergenza sanitaria ha assunto dimensioni tali da mettere in crisi l’economia, un tracollo mai sperimentato in tempo di pace che potrebbe compromettere le possibilità di ripresa della produzione e dell’occupazione nel prossimo futuro.
Davanti a questo terremoto, tutti, ma proprio tutti, concordano circa la necessità di mettere in campo il più rapidamente possibile un significativo intervento pubblico a sostegno del settore sanitario e dell’economia tutta, facendo ricorso al debito pubblico. Il problema è che, a fronte di questa apparente consapevolezza comune, il Governo italiano e le istituzioni europee sono incartati in faticose e barocche trattative. A quasi sei settimane dall’inizio dell’emergenza, nel mondo alla rovescia costruito dall’architettura europea, ci si arrovella ancora sul come, il quando e il perché muoversi. Il momento dei provvedimenti decisivi è sempre un po’ più in là. Nel pieno della tempesta, le classi dominanti aspettano serenamente l’Eurogruppo del 7 aprile, dimostrando ancora una volta che la crisi non è democratica e non morde tutti alla stessa maniera.
In questo frangente della storia, l’interrogativo cruciale è sempre lo stesso: che fare? Che cosa fare concretamente adesso, non tra un mese, non tra un anno. La risposta dipende in maniera univoca da quali sono le priorità che ci si dà. Oggi come ieri – e anche in tutto il tempo buttato finora – la priorità è una: spendere, senza limiti arbitrari e di natura esclusivamente politica, tutto quello che è necessario per affrontare l’emergenza sanitaria ed evitare di sprofondare in una potenzialmente ancora più grave emergenza economica. Centinaia di persone che muoiono ogni giorno, ospedali al collasso, un numero crescente di donne e uomini che hanno difficoltà a fare la spesa, con la prospettiva che i tempi davvero bui siano davanti e non dietro a noi, sono l’unica cosa che conta adesso. Solamente l’attore pubblico si può far carico di tutto questo, non sussistono più dubbi. La questione allora diventa: come farlo? Come finanziare le spese necessarie, fino all’ultimo centesimo?
Qui si aprono due vie, la prima delle quali prevede il continuare a fare come fino a oggi. Questa prima via si declina in due sfumature: continuare a inseguire i fantasmi, incarnati oggi dai Covidbond, di un’Unione Europea solidale che ti aiuta senza chiedere nulla in cambio, ignorando il fatto fondamentale che i fantasmi non esistono, o ottenere oggi l’ossigeno per sopravvivere al prezzo di un lento soffocamento domani, stretti nella morsa dell’austerità permanente del MES. È evidente che questa prima via non risponde alle esigenze e alle priorità individuate.
Rimane solamente la seconda via, quindi: finanziare il massiccio intervento pubblico di cui abbiamo bisogno tramite l’ordinario collocamento di tutto il debito pubblico italiano necessario sui mercati finanziari. Non chiedere soldi alle istituzioni europee, dunque, ma prenderli in prestito dalle banche, come si fa di solito, in condizioni normali. Questa modalità di finanziamento ha il vantaggio di essere libera da qualsiasi condizionamento politico diretto: nessun Memorandum, nessun impegno ad applicare l’austerità negli anni a venire. Le banche che prestano denaro agli Stati chiedono in cambio solo vil denaro, al tasso di interesse prevalente su quel particolare mercato.
È evidente che si tratta di una via stretta e impervia, molto lontana dall’essere una soluzione ideale. Ci sono ovvi problemi insiti in essa, anch’essi collegati alla perversa natura dell’architettura istituzionale europea. Sappiamo che la BCE detiene sostanzialmente il controllo del tasso di interesse sui titoli di Stato dei diversi Paesi membri dell’Unione. Dunque, è vero che il ricorso al mercato esclude la possibilità di subire condizionamenti politici diretti, ma il controllo sul mercato esercitato dalla banca centrale apre la strada ad un condizionamento indiretto e, potenzialmente, altrettanto pervasivo.
Se l’Italia decidesse davvero di “fare da sola”, andando sui mercati a raccogliere rapidamente le risorse per comprare respiratori e rilanciare la crescita, come reagirebbe la BCE? Continuerebbe, con i suoi acquisti di titoli di Stato italiani, a contenere il costo di questo nuovo e maggiore debito pubblico contratto fuori da qualsiasi condizionalità politica? In questo caso riusciremmo a raccogliere rapidamente le risorse che ci servono per salvare vite e rilanciare produzione e occupazione, senza per questo ipotecare il nostro futuro con i programmi di austerità.
Oppure userebbe tutta la sua autorità per riaffermare la condizionalità, abbandonando l’Italia alla speculazione finanziaria in modo tale da costringerla, col ricatto dell’instabilità finanziaria, a tornare sui binari del MES, e dunque a riprendere obtorto collo la via dell’austerità? Le basterebbe rallentare il ritmo degli acquisti di titoli di Stato italiani nell’ambito del QE per scatenare i fondi speculativi e far aumentare istantaneamente lo spread. Farebbe, insomma, quello che la BCE ha sempre fatto, persino davanti a tragedie umanitarie come l’aumento della mortalità infantile registrata in Grecia negli anni della crisi. In ogni caso, la BCE sarebbe costretta a scoprire le carte.
Potremmo nel primo caso arginare l’emergenza sanitaria e porre le basi per ricostruire condizioni di vita migliori nel nostro Paese. Viceversa, se la BCE decidesse di chiudere i cordoni della borsa facendo impennare lo spread, ci troveremmo di fronte ad una realtà in cui i respiratori non si possono acquistare perché l’Unione Europea ce lo impedisce. La partita si farebbe in questo caso terribilmente seria.
Non possiamo saperlo con certezza. Di certo ci sono comunque, almeno, due cose: le alternative ad oggi in ballo – cioè MES e Covidbond – non rappresentano una soluzione, ma solo due modi diversi di non affrontare il problema, con tutto il potenziale di aggravare la situazione. L’altra cosa certa è che, in questo caso e sempre, la questione di fondo è meramente politica e la sua risoluzione passa attraverso la politica. La via indicata è l’unica che offre una prospettiva in tal senso, una strada da percorrere, una prospettiva realista e attuabile ora, senza certezze sull’esito finale, ma con almeno in sé un elemento di possibilità.
Nel corso delle trattative, il Presidente del Consiglio Conte ha lanciato un ultimatum alle istituzioni europee, che possiamo riassumere come segue: vi diamo 10 giorni per trovare una soluzione comune, dopo faremo da soli. La minaccia ha talmente spaventato gli interlocutori da indurli a fissare un periodo di 14 giorni per individuare una soluzione europea. Lunedì, scaduto l’ultimatum, avremo la conferma che Conte e il suo Governo stanno dalla parte dell’austerità, della condizionalità, della troika. Il governo va sfidato apertamente su questo punto. Una strada per fronteggiare la crisi economica e sanitaria c’è, oggi e ora: prendere i soldi direttamente sui mercati, mettere alle strette la BCE e forzare una soluzione all’altezza dell’emergenza. Il tempo è un lusso che non possiamo più permetterci.
Fonte
Davanti a questo terremoto, tutti, ma proprio tutti, concordano circa la necessità di mettere in campo il più rapidamente possibile un significativo intervento pubblico a sostegno del settore sanitario e dell’economia tutta, facendo ricorso al debito pubblico. Il problema è che, a fronte di questa apparente consapevolezza comune, il Governo italiano e le istituzioni europee sono incartati in faticose e barocche trattative. A quasi sei settimane dall’inizio dell’emergenza, nel mondo alla rovescia costruito dall’architettura europea, ci si arrovella ancora sul come, il quando e il perché muoversi. Il momento dei provvedimenti decisivi è sempre un po’ più in là. Nel pieno della tempesta, le classi dominanti aspettano serenamente l’Eurogruppo del 7 aprile, dimostrando ancora una volta che la crisi non è democratica e non morde tutti alla stessa maniera.
In questo frangente della storia, l’interrogativo cruciale è sempre lo stesso: che fare? Che cosa fare concretamente adesso, non tra un mese, non tra un anno. La risposta dipende in maniera univoca da quali sono le priorità che ci si dà. Oggi come ieri – e anche in tutto il tempo buttato finora – la priorità è una: spendere, senza limiti arbitrari e di natura esclusivamente politica, tutto quello che è necessario per affrontare l’emergenza sanitaria ed evitare di sprofondare in una potenzialmente ancora più grave emergenza economica. Centinaia di persone che muoiono ogni giorno, ospedali al collasso, un numero crescente di donne e uomini che hanno difficoltà a fare la spesa, con la prospettiva che i tempi davvero bui siano davanti e non dietro a noi, sono l’unica cosa che conta adesso. Solamente l’attore pubblico si può far carico di tutto questo, non sussistono più dubbi. La questione allora diventa: come farlo? Come finanziare le spese necessarie, fino all’ultimo centesimo?
Qui si aprono due vie, la prima delle quali prevede il continuare a fare come fino a oggi. Questa prima via si declina in due sfumature: continuare a inseguire i fantasmi, incarnati oggi dai Covidbond, di un’Unione Europea solidale che ti aiuta senza chiedere nulla in cambio, ignorando il fatto fondamentale che i fantasmi non esistono, o ottenere oggi l’ossigeno per sopravvivere al prezzo di un lento soffocamento domani, stretti nella morsa dell’austerità permanente del MES. È evidente che questa prima via non risponde alle esigenze e alle priorità individuate.
Rimane solamente la seconda via, quindi: finanziare il massiccio intervento pubblico di cui abbiamo bisogno tramite l’ordinario collocamento di tutto il debito pubblico italiano necessario sui mercati finanziari. Non chiedere soldi alle istituzioni europee, dunque, ma prenderli in prestito dalle banche, come si fa di solito, in condizioni normali. Questa modalità di finanziamento ha il vantaggio di essere libera da qualsiasi condizionamento politico diretto: nessun Memorandum, nessun impegno ad applicare l’austerità negli anni a venire. Le banche che prestano denaro agli Stati chiedono in cambio solo vil denaro, al tasso di interesse prevalente su quel particolare mercato.
È evidente che si tratta di una via stretta e impervia, molto lontana dall’essere una soluzione ideale. Ci sono ovvi problemi insiti in essa, anch’essi collegati alla perversa natura dell’architettura istituzionale europea. Sappiamo che la BCE detiene sostanzialmente il controllo del tasso di interesse sui titoli di Stato dei diversi Paesi membri dell’Unione. Dunque, è vero che il ricorso al mercato esclude la possibilità di subire condizionamenti politici diretti, ma il controllo sul mercato esercitato dalla banca centrale apre la strada ad un condizionamento indiretto e, potenzialmente, altrettanto pervasivo.
Se l’Italia decidesse davvero di “fare da sola”, andando sui mercati a raccogliere rapidamente le risorse per comprare respiratori e rilanciare la crescita, come reagirebbe la BCE? Continuerebbe, con i suoi acquisti di titoli di Stato italiani, a contenere il costo di questo nuovo e maggiore debito pubblico contratto fuori da qualsiasi condizionalità politica? In questo caso riusciremmo a raccogliere rapidamente le risorse che ci servono per salvare vite e rilanciare produzione e occupazione, senza per questo ipotecare il nostro futuro con i programmi di austerità.
Oppure userebbe tutta la sua autorità per riaffermare la condizionalità, abbandonando l’Italia alla speculazione finanziaria in modo tale da costringerla, col ricatto dell’instabilità finanziaria, a tornare sui binari del MES, e dunque a riprendere obtorto collo la via dell’austerità? Le basterebbe rallentare il ritmo degli acquisti di titoli di Stato italiani nell’ambito del QE per scatenare i fondi speculativi e far aumentare istantaneamente lo spread. Farebbe, insomma, quello che la BCE ha sempre fatto, persino davanti a tragedie umanitarie come l’aumento della mortalità infantile registrata in Grecia negli anni della crisi. In ogni caso, la BCE sarebbe costretta a scoprire le carte.
Potremmo nel primo caso arginare l’emergenza sanitaria e porre le basi per ricostruire condizioni di vita migliori nel nostro Paese. Viceversa, se la BCE decidesse di chiudere i cordoni della borsa facendo impennare lo spread, ci troveremmo di fronte ad una realtà in cui i respiratori non si possono acquistare perché l’Unione Europea ce lo impedisce. La partita si farebbe in questo caso terribilmente seria.
Non possiamo saperlo con certezza. Di certo ci sono comunque, almeno, due cose: le alternative ad oggi in ballo – cioè MES e Covidbond – non rappresentano una soluzione, ma solo due modi diversi di non affrontare il problema, con tutto il potenziale di aggravare la situazione. L’altra cosa certa è che, in questo caso e sempre, la questione di fondo è meramente politica e la sua risoluzione passa attraverso la politica. La via indicata è l’unica che offre una prospettiva in tal senso, una strada da percorrere, una prospettiva realista e attuabile ora, senza certezze sull’esito finale, ma con almeno in sé un elemento di possibilità.
Nel corso delle trattative, il Presidente del Consiglio Conte ha lanciato un ultimatum alle istituzioni europee, che possiamo riassumere come segue: vi diamo 10 giorni per trovare una soluzione comune, dopo faremo da soli. La minaccia ha talmente spaventato gli interlocutori da indurli a fissare un periodo di 14 giorni per individuare una soluzione europea. Lunedì, scaduto l’ultimatum, avremo la conferma che Conte e il suo Governo stanno dalla parte dell’austerità, della condizionalità, della troika. Il governo va sfidato apertamente su questo punto. Una strada per fronteggiare la crisi economica e sanitaria c’è, oggi e ora: prendere i soldi direttamente sui mercati, mettere alle strette la BCE e forzare una soluzione all’altezza dell’emergenza. Il tempo è un lusso che non possiamo più permetterci.
Fonte
“Coronabond” e commissariamento: il prezzo da pagare?
di Giovanni Carnazza
In un’Europa flagellata dal Covid-19 è in atto un braccio di ferro sugli strumenti finanziari da adottare per sostenere gli Stati membri, e in particolare sulla possibilità di emettere titoli garantiti da tutta l’Eurozona. L’Italia è al centro della contesa. La posta in gioco è la sopravvivenza dell’Unione.
All’emergenza sanitaria legata alla diffusione della pandemia di Covid-19 fa seguito quella economica, un’emergenza che di fatto stiamo già vivendo e che affonda le radici non in un tessuto finanziario malato o negli umori instabili degli operatori circa la tenuta dei conti pubblici, ma nel terreno fertile e precario dell’economia reale. E, come spesso si tende a scordare nell’eterna contrapposizione fra teorie economiche ortodosse ed eterodosse, tale emergenza interessa entrambi i lati del mercato: c’è bisogno di sostenere la domanda, è vero, ma è altresì importante alimentare un tessuto produttivo che rischia inevitabilmente la rottura[1].
È in relazione alle preoccupazioni sulla tenuta di quest’ultimo lato del mercato che si inserisce (e colpisce) l’intervento di Mario Draghi sulle colonne del Financial Times, il quale individua nel debito pubblico il principale strumento su cui ogni Governo deve fare leva per impedire il collasso del proprio sistema economico[2]. In particolare, il principale meccanismo di salvataggio, secondo l’ex Presidente della Banca Centrale Europea, deve passare attraverso la rapida concessione di credito a costo zero alle imprese da parte del settore bancario; una volta finita l’emergenza, sarà lo Stato a farsi carico di questa operazione, cancellando il debito contratto dal bilancio delle aziende.
Non sembra sia un caso che l’intervento di Draghi sia arrivato insieme a una svolta storica da parte della Bce di Christine Lagarde: all’interno del nuovo programma straordinario di 750 miliardi di euro (Pepp – Pandemic emergency purchase programme), la Bce potrà acquistare senza limiti titoli di Stato, compresi (finalmente) quelli della Grecia, e bond emessi da enti internazionali e sovranazionali. Cade, dunque, uno dei pilastri su cui si fondava il Quantitative Easing (Qe), ossia il limite del 33% per l’acquisto di titoli di Stato e del 50% per i titoli sovranazionali. Non solo: questi acquisti straordinari, che dureranno almeno fino alla fine dell’anno, potranno spaziare su titoli e attività con durata da 70 giorni a 30 anni, così da tenere sotto controllo l’intera curva dei rendimenti.
La rimozione di questi vincoli ha più che altro un significato simbolico, data la probabile ingente futura emissione di titoli di debito a cui molti paesi dell’Eurozona dovranno ricorrere per far fronte all’emergenza (in altre parole, se in passato questi limiti sono stati sfiorati per alcuni paesi con il conseguente rischio di depotenziamento del Qe, il prevedibile aumento delle emissioni avrebbe potuto rendere nell’immediato meno pressante la loro rimozione): Christine Lagarde, che finalmente sembra aver raccolto il pesante testimone lasciato da Draghi, non vede ora limiti al suo impegno per la tenuta dell’euro. In questo quadro, quello che sembra un cavillo contabile, in realtà, rappresenta un segnale politico significativo: non dover rispettare un limite prestabilito significa che, teoricamente, nel caso di un’emissione di eurobond (Coronabond o Covidbond, come vengono ora definiti da più parti), la Bce potrà sottoscriverne l’intero importo.
Il dibattito sulla possibilità di emettere titoli garantiti da tutta l’Eurozona e finalizzati a sostenere l’emergenza economica che sta interessando tutti è partito da un intervento del Presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, sempre sulle colonne del Financial Times in cui esortava i paesi membri a utilizzare i restanti 410 miliardi (la dotazione iniziale era di 500 miliardi) a disposizione del cosiddetto Fondo Salva-Stati (Esm-European stability mechanism), evitando però di sottoscrivere le rigide misure di condizionalità richieste dall’attuale Trattato[3]. Intorno a tale intervento si è presto creato uno schieramento compatto di altri paesi (Francia, Spagna, Belgio, Lussemburgo, Irlanda, Grecia, Portogallo e Slovenia) che chiedono a gran voce l’emissione da parte di un’istituzione europea (la Banca europea per gli investimenti rappresenta un’altra possibilità) di uno strumento di debito comune per far fronte al drammatico impatto del coronavirus sull’economia.
All’interno di questo ragionamento, avendo la crisi origini sanitarie e non finanziarie e/o economiche, nessun paese dovrebbe sottostare a particolari condizioni economiche. D’altro canto, come hanno di recente sottolineato – finalmente – economisti storicamente ortodossi come Alberto Alesina e Francesco Giavazzi in relazione all’opportunità di un intervento diretto da parte del Fondo Salva-Stati, la Bce può sì spegnere gli incendi ma non può da sola dare una risposta completa ed equa a un enorme shock che colpisce tutta l’Eurozona (e non solo).
Sembra essersi, dunque, fatto strada anche nei corridoi mainstream il riconoscimento dell’opportunità di una manovra fiscale coraggiosa a livello europeo, lontana dall’annuale valzer in cui paesi come l’Italia sono costretti a contrattare limitati (per non dire insufficienti) spazi di bilancio. D’altro canto, come già metteva in luce Mundell nel 1961, un’area valutaria per poter essere ottimale deve rispettare alcune condizioni: non soltanto vi è la necessità di redistribuire il reddito tra i paesi membri nel caso in cui questi vadano incontro a fasi del ciclo economico diverse ma, nel caso di uno shock esogeno comune, si dovrebbe anche implementare una risposta fiscale coordinata e comune con un’equa ripartizione dei costi[4].
In ogni caso, l’eventuale emissione di Coronabond non è priva di rischi: per quei paesi che già scontano significative pressioni al rialzo dei tassi di interesse nelle fasi più tumultuose (si pensi all’Italia e alla sua enorme mole di debito pubblico), questi nuovi strumenti finanziari sarebbero a rimborso privilegiato rispetto ai titoli di stato nazionali, il che renderebbe questi ultimi inevitabilmente più rischiosi e, di conseguenza, costosi per il paese emittente. L’idea di una loro potenzialità irredimibilità, ossia emissione senza obbligo di rimborso ma soltanto subordinata al pagamento di un interesse annuo, è stata da più parti avanzata; e il riferimento al ruolo della Bce che potrebbe assorbire interamente le relative emissioni appare scontato.
In quest’ottica, la successiva immissione di liquidità non è vista foriera di spinte inflazionistiche data la grave recessione alle porte. D’altro canto, va detto che la maggior parte delle manovre di bilancio pensate e varate ultimamente, così come gli eventuali Coronabond, non è inflazionistica per il semplice motivo che gli Stati non creano domanda aggiuntiva ma impiegano tali risorse per tamponare l’emergenza.
Sembra ormai chiara l’esigenza di una svolta politica ed economica a livello europeo. L’attivazione della clausola di sospensione del Patto di Stabilità e Crescita introdotta come parte del Six-Pack nel 2011 rappresenta una misura necessaria, insieme alla sospensione della rigida disciplina sugli aiuti di Stato, ma purtroppo insufficiente. La clausola prevede, infatti, che, in periodi di severa recessione per l’Unione Europea e la zona euro, gli Stati possano temporaneamente allontanarsi dall’aggiustamento del saldo di bilancio verso l’obiettivo di medio termine, posto, tuttavia, che ciò non metta a rischio la sostenibilità del bilancio nel medio termine.
Si introduce, dunque, la possibilità di sforamenti di bilancio rispetto a quanto concordato, senza però prevedere coraggiosi piani di sostegno al progressivo collasso del sistema produttivo a cui stiamo assistendo. I Paesi del Nord Europa, che hanno in passato insistito per avere diritto di veto all’interno del Fondo Salva-Stati, ritengono gli spazi di azione consentiti dall’alleggerimento dei vincoli di bilancio sufficienti a contrastare la crisi in atto. Ai loro occhi, in primis a quelli dell’Olanda, capofila della resistenza a un’eventuale emissione di debito comune, dell’Austria e della Finlandia (la posizione della Germania appare lievemente più flessibile), i Coronabond rappresentano un primo passo attraverso il quale i Paesi del Sud vogliono mutualizzare parte del loro debito invece di ridurre la spesa pubblica e aumentare il prelievo.
La sensazione è che i Paesi del Nord non cederanno di un millimetro rispetto alle loro forti resistenze: sottostare alla condizionalità degli eventuali interventi di sostegno appare oggi la condizione necessaria per l’accesso ai fondi del Fondo Salva-Stati o, in ogni caso, per l’implementazione di politiche di bilancio comuni in modo da salvaguardare la sostenibilità dei debiti pubblici nazionali. In altre parole, si invoca la firma di un Memorandum of understanding che rievoca lo scenario tragico della Grecia durante la Crisi dei Debiti Sovrani. Se così fosse, ben farebbe l’Italia ad andare avanti per la sua strada, varando le manovre che ritiene opportune per sostenere il proprio sistema economico. La speranza è che l’Europa non ceda ai propri fantasmi e faccia un passo in avanti nella costruzione di un’Europa federale piuttosto che un passo indietro che rischia di mettere in discussione la sua stessa esistenza.
Note
[1] Giovanni Carnazza ed Emilio Carnevali, “Dobbiamo prepararci a un’economia di guerra?”, Sbilanciamoci.info, 20 marzo 2020.
[2] Mario Draghi, Financial Times, 25 marzo 2020.
[3] Giuseppe Conte, Financial Times, 19 marzo 2020.
[4] Robert A. Mundell, “A Theory of Optimal Currency Area”, The American Economic Review, 1961.
Fonte
In un’Europa flagellata dal Covid-19 è in atto un braccio di ferro sugli strumenti finanziari da adottare per sostenere gli Stati membri, e in particolare sulla possibilità di emettere titoli garantiti da tutta l’Eurozona. L’Italia è al centro della contesa. La posta in gioco è la sopravvivenza dell’Unione.
All’emergenza sanitaria legata alla diffusione della pandemia di Covid-19 fa seguito quella economica, un’emergenza che di fatto stiamo già vivendo e che affonda le radici non in un tessuto finanziario malato o negli umori instabili degli operatori circa la tenuta dei conti pubblici, ma nel terreno fertile e precario dell’economia reale. E, come spesso si tende a scordare nell’eterna contrapposizione fra teorie economiche ortodosse ed eterodosse, tale emergenza interessa entrambi i lati del mercato: c’è bisogno di sostenere la domanda, è vero, ma è altresì importante alimentare un tessuto produttivo che rischia inevitabilmente la rottura[1].
È in relazione alle preoccupazioni sulla tenuta di quest’ultimo lato del mercato che si inserisce (e colpisce) l’intervento di Mario Draghi sulle colonne del Financial Times, il quale individua nel debito pubblico il principale strumento su cui ogni Governo deve fare leva per impedire il collasso del proprio sistema economico[2]. In particolare, il principale meccanismo di salvataggio, secondo l’ex Presidente della Banca Centrale Europea, deve passare attraverso la rapida concessione di credito a costo zero alle imprese da parte del settore bancario; una volta finita l’emergenza, sarà lo Stato a farsi carico di questa operazione, cancellando il debito contratto dal bilancio delle aziende.
Non sembra sia un caso che l’intervento di Draghi sia arrivato insieme a una svolta storica da parte della Bce di Christine Lagarde: all’interno del nuovo programma straordinario di 750 miliardi di euro (Pepp – Pandemic emergency purchase programme), la Bce potrà acquistare senza limiti titoli di Stato, compresi (finalmente) quelli della Grecia, e bond emessi da enti internazionali e sovranazionali. Cade, dunque, uno dei pilastri su cui si fondava il Quantitative Easing (Qe), ossia il limite del 33% per l’acquisto di titoli di Stato e del 50% per i titoli sovranazionali. Non solo: questi acquisti straordinari, che dureranno almeno fino alla fine dell’anno, potranno spaziare su titoli e attività con durata da 70 giorni a 30 anni, così da tenere sotto controllo l’intera curva dei rendimenti.
La rimozione di questi vincoli ha più che altro un significato simbolico, data la probabile ingente futura emissione di titoli di debito a cui molti paesi dell’Eurozona dovranno ricorrere per far fronte all’emergenza (in altre parole, se in passato questi limiti sono stati sfiorati per alcuni paesi con il conseguente rischio di depotenziamento del Qe, il prevedibile aumento delle emissioni avrebbe potuto rendere nell’immediato meno pressante la loro rimozione): Christine Lagarde, che finalmente sembra aver raccolto il pesante testimone lasciato da Draghi, non vede ora limiti al suo impegno per la tenuta dell’euro. In questo quadro, quello che sembra un cavillo contabile, in realtà, rappresenta un segnale politico significativo: non dover rispettare un limite prestabilito significa che, teoricamente, nel caso di un’emissione di eurobond (Coronabond o Covidbond, come vengono ora definiti da più parti), la Bce potrà sottoscriverne l’intero importo.
Il dibattito sulla possibilità di emettere titoli garantiti da tutta l’Eurozona e finalizzati a sostenere l’emergenza economica che sta interessando tutti è partito da un intervento del Presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, sempre sulle colonne del Financial Times in cui esortava i paesi membri a utilizzare i restanti 410 miliardi (la dotazione iniziale era di 500 miliardi) a disposizione del cosiddetto Fondo Salva-Stati (Esm-European stability mechanism), evitando però di sottoscrivere le rigide misure di condizionalità richieste dall’attuale Trattato[3]. Intorno a tale intervento si è presto creato uno schieramento compatto di altri paesi (Francia, Spagna, Belgio, Lussemburgo, Irlanda, Grecia, Portogallo e Slovenia) che chiedono a gran voce l’emissione da parte di un’istituzione europea (la Banca europea per gli investimenti rappresenta un’altra possibilità) di uno strumento di debito comune per far fronte al drammatico impatto del coronavirus sull’economia.
All’interno di questo ragionamento, avendo la crisi origini sanitarie e non finanziarie e/o economiche, nessun paese dovrebbe sottostare a particolari condizioni economiche. D’altro canto, come hanno di recente sottolineato – finalmente – economisti storicamente ortodossi come Alberto Alesina e Francesco Giavazzi in relazione all’opportunità di un intervento diretto da parte del Fondo Salva-Stati, la Bce può sì spegnere gli incendi ma non può da sola dare una risposta completa ed equa a un enorme shock che colpisce tutta l’Eurozona (e non solo).
Sembra essersi, dunque, fatto strada anche nei corridoi mainstream il riconoscimento dell’opportunità di una manovra fiscale coraggiosa a livello europeo, lontana dall’annuale valzer in cui paesi come l’Italia sono costretti a contrattare limitati (per non dire insufficienti) spazi di bilancio. D’altro canto, come già metteva in luce Mundell nel 1961, un’area valutaria per poter essere ottimale deve rispettare alcune condizioni: non soltanto vi è la necessità di redistribuire il reddito tra i paesi membri nel caso in cui questi vadano incontro a fasi del ciclo economico diverse ma, nel caso di uno shock esogeno comune, si dovrebbe anche implementare una risposta fiscale coordinata e comune con un’equa ripartizione dei costi[4].
In ogni caso, l’eventuale emissione di Coronabond non è priva di rischi: per quei paesi che già scontano significative pressioni al rialzo dei tassi di interesse nelle fasi più tumultuose (si pensi all’Italia e alla sua enorme mole di debito pubblico), questi nuovi strumenti finanziari sarebbero a rimborso privilegiato rispetto ai titoli di stato nazionali, il che renderebbe questi ultimi inevitabilmente più rischiosi e, di conseguenza, costosi per il paese emittente. L’idea di una loro potenzialità irredimibilità, ossia emissione senza obbligo di rimborso ma soltanto subordinata al pagamento di un interesse annuo, è stata da più parti avanzata; e il riferimento al ruolo della Bce che potrebbe assorbire interamente le relative emissioni appare scontato.
In quest’ottica, la successiva immissione di liquidità non è vista foriera di spinte inflazionistiche data la grave recessione alle porte. D’altro canto, va detto che la maggior parte delle manovre di bilancio pensate e varate ultimamente, così come gli eventuali Coronabond, non è inflazionistica per il semplice motivo che gli Stati non creano domanda aggiuntiva ma impiegano tali risorse per tamponare l’emergenza.
Sembra ormai chiara l’esigenza di una svolta politica ed economica a livello europeo. L’attivazione della clausola di sospensione del Patto di Stabilità e Crescita introdotta come parte del Six-Pack nel 2011 rappresenta una misura necessaria, insieme alla sospensione della rigida disciplina sugli aiuti di Stato, ma purtroppo insufficiente. La clausola prevede, infatti, che, in periodi di severa recessione per l’Unione Europea e la zona euro, gli Stati possano temporaneamente allontanarsi dall’aggiustamento del saldo di bilancio verso l’obiettivo di medio termine, posto, tuttavia, che ciò non metta a rischio la sostenibilità del bilancio nel medio termine.
Si introduce, dunque, la possibilità di sforamenti di bilancio rispetto a quanto concordato, senza però prevedere coraggiosi piani di sostegno al progressivo collasso del sistema produttivo a cui stiamo assistendo. I Paesi del Nord Europa, che hanno in passato insistito per avere diritto di veto all’interno del Fondo Salva-Stati, ritengono gli spazi di azione consentiti dall’alleggerimento dei vincoli di bilancio sufficienti a contrastare la crisi in atto. Ai loro occhi, in primis a quelli dell’Olanda, capofila della resistenza a un’eventuale emissione di debito comune, dell’Austria e della Finlandia (la posizione della Germania appare lievemente più flessibile), i Coronabond rappresentano un primo passo attraverso il quale i Paesi del Sud vogliono mutualizzare parte del loro debito invece di ridurre la spesa pubblica e aumentare il prelievo.
La sensazione è che i Paesi del Nord non cederanno di un millimetro rispetto alle loro forti resistenze: sottostare alla condizionalità degli eventuali interventi di sostegno appare oggi la condizione necessaria per l’accesso ai fondi del Fondo Salva-Stati o, in ogni caso, per l’implementazione di politiche di bilancio comuni in modo da salvaguardare la sostenibilità dei debiti pubblici nazionali. In altre parole, si invoca la firma di un Memorandum of understanding che rievoca lo scenario tragico della Grecia durante la Crisi dei Debiti Sovrani. Se così fosse, ben farebbe l’Italia ad andare avanti per la sua strada, varando le manovre che ritiene opportune per sostenere il proprio sistema economico. La speranza è che l’Europa non ceda ai propri fantasmi e faccia un passo in avanti nella costruzione di un’Europa federale piuttosto che un passo indietro che rischia di mettere in discussione la sua stessa esistenza.
Note
[1] Giovanni Carnazza ed Emilio Carnevali, “Dobbiamo prepararci a un’economia di guerra?”, Sbilanciamoci.info, 20 marzo 2020.
[2] Mario Draghi, Financial Times, 25 marzo 2020.
[3] Giuseppe Conte, Financial Times, 19 marzo 2020.
[4] Robert A. Mundell, “A Theory of Optimal Currency Area”, The American Economic Review, 1961.
Fonte
30/03/2020
Quello che i Draghi non dicono
“Siamo in guerra e dobbiamo comportarci
di conseguenza”. Sono queste le parole con cui Mario Draghi, l’ex
presidente della Banca Centrale Europea (BCE), si è recentemente
pronunciato sul Financial Times in merito a come affrontare l’attuale emergenza economica e sanitaria conseguente alla diffusione del Coronavirus. Draghi ci dice che, in tempi di guerra o pandemia, quando si rischia il collasso dell’intero sistema produttivo, occorre fare ricorso ad un massiccio intervento pubblico per salvare il salvabile sia in termini di vite che di occupazione: “È già chiaro che la risposta dovrà comprendere un significativo incremento del debito pubblico”, con alti livelli di debito pubblico che diventeranno “una caratteristica permanente delle nostre economie”.
Sembrerebbero pensieri e parole in controtendenza rispetto a quelli solitamente espressi dallo stesso Draghi da Governatore della Banca d’Italia prima e della BCE poi. Ricordiamo infatti diversi episodi nei quali ha sostenuto il ricatto del debito per condizionare i Paesi della periferia: dalla lettera cofirmata al Governo Berlusconi alla crisi degli spread, con l’emblematica gestione del caso greco o, più in generale, la sistematica ingerenza nella vita politica ed economica dei Paesi dell’Eurozona. In tempo di guerra, però, l’intervento statale non è così malvisto nemmeno da Draghi. Lo Stato, quindi, dovrebbe spendere tutto il necessario per fronteggiare la crisi sanitaria ed economica scatenata dal dilagare della Covid-19. Il tema, continua l’ex governatore della BCE, non è quindi “se spendere o no”, bensì “come spendere”. I provvedimenti dello Stato per lavoratori e imprese saranno costosi: occorrerà sia potenziare gli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione, sia rimborsare alle banche parte dei crediti che hanno verso le imprese non capaci di onorarli. Insomma, occorrono soldi, tanti soldi, se si vuole davvero “proteggere sia i posti di lavoro che la capacità produttiva”.
Tuttavia, una domanda sorge spontanea a questo punto: dove le prendiamo queste risorse per fronteggiare la crisi? Nell’attuale assetto istituzionale dell’Eurozona esistono essenzialmente due vie percorribili.
La prima è il ricorso al mercato: per finanziare la spesa aggiuntiva necessaria a fronteggiare l’emergenza, i governi potrebbero farsi prestare soldi dai mercati (banche, fondi di investimento, risparmiatori), emettendo titoli del debito pubblico. Sappiamo tuttavia che in questo scenario il ricatto dello spread sarebbe dietro l’angolo per i Paesi periferici, mentre i Paesi centrali potrebbero indebitarsi a tassi nulli o addirittura negativi non incorrendo in nessun rischio di instabilità finanziaria.
La seconda è il ricorso ad un prestito di carattere istituzionale erogato da una istituzione dell’Unione Europea. Occorre qui compiere un’ulteriore differenziazione.
– In un caso, un ente dell’UE come ad esempio la Banca Europea per gli Investimenti potrebbe emettere dei titoli di debito chiamati Covidbond, i quali sarebbero collocati sui mercati e, verosimilmente, sottoscritti almeno in parte dalla BCE. Le risorse così reperite sarebbero poi prestate ai singoli Stati. Si tratterebbe, almeno nell’idea dei Paesi periferici, di un aiuto apparentemente incondizionato. Non è detto però che questa sia la forma che assumerebbero, e non sembra nemmeno che questo sia lo scenario più plausibile (tutt’altro, almeno stando alle recenti dichiarazioni dei Paesi del nord, e alle comprensibili reazioni di alcuni Paesi periferici).
– Nell’altro caso, le risorse sarebbero ottenute dai singoli Stati facendo ricorso ad un prestito diretto dal MES, fondo che attualmente conta circa 700 miliardi di euro. Il prestito sarebbe erogato a condizione di un impegno (messo nero su bianco fin da subito tramite la sottoscrizione di un Memorandum o di una lettera di intenti) ad adottare ferree misure di austerità negli anni a venire.
In entrambi i casi, i singoli Paesi registrerebbero un aumento delle passività verso le istituzioni europee; nel secondo caso dovremmo fronteggiare con certezza la scure della condizionalità con le annesse pretese di tagli alla spesa pubblica e riforme del mercato del lavoro.
Torniamo ora a Draghi. Sul punto specifico di come reperire le risorse necessarie le sue parole diventano molto più sibilline: Draghi non menziona nessuna soluzione al problema di come finanziare il debito che lui stesso, con tanta veemenza, ci incoraggia a fare. Neppure prende in considerazione l’idea che l’Italia ‘vada per conto suo’ (a reperire le risorse sui mercati), dato che “sotto certi aspetti, l’Europa è ben attrezzata a fronteggiare questo straordinario shock”. Draghi sta senz’altro caldeggiando l’ipotesi di un prestito delle istituzioni europee lasciando però abilmente aperta la porta ad entrambe le interpretazioni: se le istituzioni europee saranno ‘morbide’, concederanno il prestito incondizionato, altrimenti sarà scelta la strada ‘dura’ del MES. Ciò che però sappiamo per certo è che mentre i Covidbond andrebbero ingegnerizzati (al momento sono solo uno slogan) e calati negli attuali assetti istituzionali, il MES è uno strumento già esistente e a disposizione delle economie europee.
Alla luce di quanto visto possiamo quindi dire due cose. Primo, in questo momento, premere per l’indebitamento significa sostanzialmente premere per il ricorso al MES. Secondo, Covidbond o MES, in entrambi i casi un Paese che ricorresse a questo tipo di prestiti cadrebbe nella morsa dell’austerità: più edulcorata, e con qualche margine di negoziazione, nel caso dei Covidbond, messa atrocemente nero su bianco fin da subito nel caso dell’appello al MES. In entrambi i casi l’obiettivo ultimo delle istituzioni europee sarebbe l’utilizzo dell’attuale crisi come un’occasione imperdibile per imporre con ancora più forza il loro controllo sulle economie nazionali.
Nel frattempo, l’Italia si dice pronta a varare una ulteriore manovra per fronteggiare l’emergenza, e quindi si troverà nella posizione di dover reperire le risorse per finanziare il deficit aggiuntivo. Stando alle dichiarazioni, occorrerà trovare circa 45 miliardi per finanziare la manovra di marzo e quella che arriverà ad aprile. E non basteranno se davvero si vorrà evitare il tracollo economico paventato. Tuttavia, nel contesto appena discusso la recente uscita del Premier Conte (“faremo da soli, spenderemo quanto serve”) rischia di essere una minaccia vuota qualora, come ribadito recentemente dalla neo-Governatrice Lagarde e salvo sorprese, la BCE non farà nulla per contenere la speculazione, con conseguente aumento del differenziale di rendimento rispetto ai Paesi centrali. In tal senso, nell’improbabile caso in cui Conte forzasse la mano, si aprirebbe uno scenario nel quale molti nodi verrebbero al pettine: sarebbe l’episodio più tangibile del costante strangolamento al quale la gabbia europea ci sottopone.
Al momento sappiamo solo che l’Eurogruppo si è riunito e ha rilasciato un comunicato in cui dice che stanno lavorando sul MES e sull’ECCL. Il Consiglio Europeo, da par suo, è in stallo e ha rinviato la palla all’Eurogruppo, lasciandogli 14 giorni per decidere. Con i Covidbond già bocciati da Olanda e Germania, e sotto il ricatto dello spread, l’Italia sarà quasi certamente costretta a ricorrere al MES. A quel punto, le condizioni del prestito saranno oggetto di negoziazione: uno scenario non improbabile è quello di un prestito condizionato non alle ferree regole previste per l’accesso alla Linea di Credito a Condizioni Rafforzate (ECCL), per le quali occorre la firma di un memorandum, bensì alla meno rigorosa ma comunque coercitiva lettera di intenti prevista per l’accesso alla Linea di Credito Precauzionale Condizionate (PCCL). Intenti che attesterebbero, ad ogni modo, l’impegno dell’Italia a mantenersi, nei prossimi anni, nel doloroso tracciato dell’austerità che solchiamo da ormai tre decenni.
Ribaltando il discorso di Draghi, la guerra in cui siamo non va solo intesa come la sacrosanta battaglia contro il Coronavirus ed i suoi effetti sull’economia, bensì anche come quella da combattere contro quei subdoli meccanismi di disciplina che, anche ai tempi della Covid-19, sono all’opera per imporre miseria, disoccupazione e precarietà ai Paesi periferici e più in generale alle classi subalterne. Meccanismi che, come visto, al momento vedono il ricorso al MES come l’unica soluzione strutturata sul tavolo.
Qualora l’attuale esecutivo decida di non accettare il prestito dal MES, rimarrebbe in auge l’ipotesi, molto discussa in questi giorni, di Draghi premier. La guida del governo da parte dell’ex presidente della BCE sarebbe nient’altro che la continuazione del MES con altri mezzi, la condizionalità fatta persona, incarnata da una figura perfetta per garantire il rispetto di quell’impegno a restare sul tracciato dell’austerità, resa più politicamente digeribile dall’evitare l’umiliazione del Memorandum. Sempre di lacrime e sangue si tratterebbe, ma in doppiopetto e corredate di un curriculum impeccabile.
Fonte
Sembrerebbero pensieri e parole in controtendenza rispetto a quelli solitamente espressi dallo stesso Draghi da Governatore della Banca d’Italia prima e della BCE poi. Ricordiamo infatti diversi episodi nei quali ha sostenuto il ricatto del debito per condizionare i Paesi della periferia: dalla lettera cofirmata al Governo Berlusconi alla crisi degli spread, con l’emblematica gestione del caso greco o, più in generale, la sistematica ingerenza nella vita politica ed economica dei Paesi dell’Eurozona. In tempo di guerra, però, l’intervento statale non è così malvisto nemmeno da Draghi. Lo Stato, quindi, dovrebbe spendere tutto il necessario per fronteggiare la crisi sanitaria ed economica scatenata dal dilagare della Covid-19. Il tema, continua l’ex governatore della BCE, non è quindi “se spendere o no”, bensì “come spendere”. I provvedimenti dello Stato per lavoratori e imprese saranno costosi: occorrerà sia potenziare gli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione, sia rimborsare alle banche parte dei crediti che hanno verso le imprese non capaci di onorarli. Insomma, occorrono soldi, tanti soldi, se si vuole davvero “proteggere sia i posti di lavoro che la capacità produttiva”.
Tuttavia, una domanda sorge spontanea a questo punto: dove le prendiamo queste risorse per fronteggiare la crisi? Nell’attuale assetto istituzionale dell’Eurozona esistono essenzialmente due vie percorribili.
La prima è il ricorso al mercato: per finanziare la spesa aggiuntiva necessaria a fronteggiare l’emergenza, i governi potrebbero farsi prestare soldi dai mercati (banche, fondi di investimento, risparmiatori), emettendo titoli del debito pubblico. Sappiamo tuttavia che in questo scenario il ricatto dello spread sarebbe dietro l’angolo per i Paesi periferici, mentre i Paesi centrali potrebbero indebitarsi a tassi nulli o addirittura negativi non incorrendo in nessun rischio di instabilità finanziaria.
La seconda è il ricorso ad un prestito di carattere istituzionale erogato da una istituzione dell’Unione Europea. Occorre qui compiere un’ulteriore differenziazione.
– In un caso, un ente dell’UE come ad esempio la Banca Europea per gli Investimenti potrebbe emettere dei titoli di debito chiamati Covidbond, i quali sarebbero collocati sui mercati e, verosimilmente, sottoscritti almeno in parte dalla BCE. Le risorse così reperite sarebbero poi prestate ai singoli Stati. Si tratterebbe, almeno nell’idea dei Paesi periferici, di un aiuto apparentemente incondizionato. Non è detto però che questa sia la forma che assumerebbero, e non sembra nemmeno che questo sia lo scenario più plausibile (tutt’altro, almeno stando alle recenti dichiarazioni dei Paesi del nord, e alle comprensibili reazioni di alcuni Paesi periferici).
– Nell’altro caso, le risorse sarebbero ottenute dai singoli Stati facendo ricorso ad un prestito diretto dal MES, fondo che attualmente conta circa 700 miliardi di euro. Il prestito sarebbe erogato a condizione di un impegno (messo nero su bianco fin da subito tramite la sottoscrizione di un Memorandum o di una lettera di intenti) ad adottare ferree misure di austerità negli anni a venire.
In entrambi i casi, i singoli Paesi registrerebbero un aumento delle passività verso le istituzioni europee; nel secondo caso dovremmo fronteggiare con certezza la scure della condizionalità con le annesse pretese di tagli alla spesa pubblica e riforme del mercato del lavoro.
Torniamo ora a Draghi. Sul punto specifico di come reperire le risorse necessarie le sue parole diventano molto più sibilline: Draghi non menziona nessuna soluzione al problema di come finanziare il debito che lui stesso, con tanta veemenza, ci incoraggia a fare. Neppure prende in considerazione l’idea che l’Italia ‘vada per conto suo’ (a reperire le risorse sui mercati), dato che “sotto certi aspetti, l’Europa è ben attrezzata a fronteggiare questo straordinario shock”. Draghi sta senz’altro caldeggiando l’ipotesi di un prestito delle istituzioni europee lasciando però abilmente aperta la porta ad entrambe le interpretazioni: se le istituzioni europee saranno ‘morbide’, concederanno il prestito incondizionato, altrimenti sarà scelta la strada ‘dura’ del MES. Ciò che però sappiamo per certo è che mentre i Covidbond andrebbero ingegnerizzati (al momento sono solo uno slogan) e calati negli attuali assetti istituzionali, il MES è uno strumento già esistente e a disposizione delle economie europee.
Alla luce di quanto visto possiamo quindi dire due cose. Primo, in questo momento, premere per l’indebitamento significa sostanzialmente premere per il ricorso al MES. Secondo, Covidbond o MES, in entrambi i casi un Paese che ricorresse a questo tipo di prestiti cadrebbe nella morsa dell’austerità: più edulcorata, e con qualche margine di negoziazione, nel caso dei Covidbond, messa atrocemente nero su bianco fin da subito nel caso dell’appello al MES. In entrambi i casi l’obiettivo ultimo delle istituzioni europee sarebbe l’utilizzo dell’attuale crisi come un’occasione imperdibile per imporre con ancora più forza il loro controllo sulle economie nazionali.
Nel frattempo, l’Italia si dice pronta a varare una ulteriore manovra per fronteggiare l’emergenza, e quindi si troverà nella posizione di dover reperire le risorse per finanziare il deficit aggiuntivo. Stando alle dichiarazioni, occorrerà trovare circa 45 miliardi per finanziare la manovra di marzo e quella che arriverà ad aprile. E non basteranno se davvero si vorrà evitare il tracollo economico paventato. Tuttavia, nel contesto appena discusso la recente uscita del Premier Conte (“faremo da soli, spenderemo quanto serve”) rischia di essere una minaccia vuota qualora, come ribadito recentemente dalla neo-Governatrice Lagarde e salvo sorprese, la BCE non farà nulla per contenere la speculazione, con conseguente aumento del differenziale di rendimento rispetto ai Paesi centrali. In tal senso, nell’improbabile caso in cui Conte forzasse la mano, si aprirebbe uno scenario nel quale molti nodi verrebbero al pettine: sarebbe l’episodio più tangibile del costante strangolamento al quale la gabbia europea ci sottopone.
Al momento sappiamo solo che l’Eurogruppo si è riunito e ha rilasciato un comunicato in cui dice che stanno lavorando sul MES e sull’ECCL. Il Consiglio Europeo, da par suo, è in stallo e ha rinviato la palla all’Eurogruppo, lasciandogli 14 giorni per decidere. Con i Covidbond già bocciati da Olanda e Germania, e sotto il ricatto dello spread, l’Italia sarà quasi certamente costretta a ricorrere al MES. A quel punto, le condizioni del prestito saranno oggetto di negoziazione: uno scenario non improbabile è quello di un prestito condizionato non alle ferree regole previste per l’accesso alla Linea di Credito a Condizioni Rafforzate (ECCL), per le quali occorre la firma di un memorandum, bensì alla meno rigorosa ma comunque coercitiva lettera di intenti prevista per l’accesso alla Linea di Credito Precauzionale Condizionate (PCCL). Intenti che attesterebbero, ad ogni modo, l’impegno dell’Italia a mantenersi, nei prossimi anni, nel doloroso tracciato dell’austerità che solchiamo da ormai tre decenni.
Ribaltando il discorso di Draghi, la guerra in cui siamo non va solo intesa come la sacrosanta battaglia contro il Coronavirus ed i suoi effetti sull’economia, bensì anche come quella da combattere contro quei subdoli meccanismi di disciplina che, anche ai tempi della Covid-19, sono all’opera per imporre miseria, disoccupazione e precarietà ai Paesi periferici e più in generale alle classi subalterne. Meccanismi che, come visto, al momento vedono il ricorso al MES come l’unica soluzione strutturata sul tavolo.
Qualora l’attuale esecutivo decida di non accettare il prestito dal MES, rimarrebbe in auge l’ipotesi, molto discussa in questi giorni, di Draghi premier. La guida del governo da parte dell’ex presidente della BCE sarebbe nient’altro che la continuazione del MES con altri mezzi, la condizionalità fatta persona, incarnata da una figura perfetta per garantire il rispetto di quell’impegno a restare sul tracciato dell’austerità, resa più politicamente digeribile dall’evitare l’umiliazione del Memorandum. Sempre di lacrime e sangue si tratterebbe, ma in doppiopetto e corredate di un curriculum impeccabile.
Fonte
27/03/2020
La voragine sotto i piedi dell’Unione Europea
L’Unione Europea non esiste. Deve solo decidere se ammetterlo pubblicamente, sciogliendo molti vincoli, oppure fingere che si possa riempire velocemente una voragine mai come stavolta evidente.
È ovvio che la soluzione finale sarà la seconda, se non altro per evitare un nuovo terremoto sui mercati. Ma trovare soluzioni efficaci – che è cosa molto diversa da condivise, anzi praticamente l’opposto – non sarà per niente semplice. Pandemia e crisi sistemica se ne fregano se siamo tutti d’accordo o meno...
Ieri il vertice dei capi di stati e primi ministri ha riproposto la divisione già manifestatasi nell’Eurogruppo, con nove paesi tremebondamente fermi nel chiedere strumenti “eccezionali” per far fronte a una situazione mia neanche immaginata. Dall’altra il solito “fronte del Nord”, guidato da Olanda e Germania, immobile nelle preistoriche convinzioni ordoliberiste, quelle per cui non si spende nulla se non ci sono prima i soldi.
Il che soprattutto significa: nessuna condivisione di spesa e rischio a livello continentale (tra i Paesi membri dell’Eurozona).
Il tema dei “covid-bond”, ossia titoli di Stato emessi e garantiti da tutta la comunità era solo la cartina tornasole di una volontà “solidale” oppure no. Ma nella discussione – condotta per via telematica, e già questo avrebbe dovuto far “toccare con mano” la straordinarietà della situazione – non c’è stato spazio neanche per una versione ridotta di questa condivisione. Ossia l’emissione di questo tipo di titoli una tantum, giusto il tempo (e il costo) di superare la pandemia.
Dopo ore discussione, persino l’avvocato più mediatore del mondo – “Giuseppi” Conte – ha dovuto battere la scarpa sul tavolo (a là Kruscev) e bocciare la bozza di sintesi proposta del presidente, il belga Charles Michel, che non raccoglieva nessuna delle richieste italiane (e spagnole, francesi, irlandesi, slovene, greche, belghe, e persino lussemburghesi, con più cautela).
Angela Merkel – nemmeno in video, ma solo via audio dietro una sua foto di qualche anno fa – ha recitato la parte di Fabio Massimo, senza dire praticamente nulla. Mentre lasciava a Olanda e Finlandia la parte dei “falchi” dell’ortodossia ordoliberista.
Mai si era sentito un premier italiano costretto a dire, suo malgrado (Conte, con Gualtieri e prima con Moavero Milanesi, era una delle garanzie “europeiste” del governo) «I meccanismi di protezione personalizzati elaborati in passato ve li potete tenere, perché l’Italia non ne ha bisogno».
L’allusione va decriptata: “non accetteremo l’impiego del Meccanismo Europeo di Stabilità con le condizioni attualmente previste e che porterebbero l’Italia a sottostare alle forche caudine imposte a suo tempo alla Grecia”.
Anche perché – ma possibile che nessuno dei partner europei più “tosti” non se ne sia ancora accorto? – da questa pandemia nessuno uscirà indenne; e comunque l’economia continentale sta già ora subendo uno choc di dimensioni belliche, se non ancora “bibliche” come quelle previste ormai anche da Mario Draghi.
Alla fine la “mediazione” ulteriore è stata trovata azzerando di fatto le sei ore di discussione tra i “cancellieri”, rinviando la patata bollente ai ministri dell’economia, ossia all’Eurogruppo, incaricato di trovare entro 10 giorni una proposta concreta accettabile da tutti.
La domanda immediata è scontata: ma come potranno i “numeri 2” trovare una quadra che sia al tempo stesso “condivisa” ed “efficace” nel contrastare, più che la pandemia, il pandemonio economico che si sta già sollevando nel Vecchio Continente? Cosa può accadere di tanto grave da modificare concrezioni cerebrali (interessi materiali) che appaiono indifferenti a quanto accade?
L’unica ipotesi credibile è che i prossimi giorni possano far salire oltre i livelli di guardia l’allarme per la tenuta sociale e sanitaria anche in quei Paesi che fin qui hanno trattenuto il fiato sperando che il peggio non toccasse anche a loro. E soprattutto che si rompa il “mistero tedesco” sui costi umani reali del coronavirus, che solo in Germania appare inspiegabile nei suoi effetti.
Al momento, dunque, l’Eurozona è priva di un “governo politico”, mentre la Bce comincia ad inondare di liquidità il sistema finanziario, comprando ogni tipo di titoli (di Stato, principalmente). Oltretutto rompendo la “regola del 33%”, ovvero il divieto di comprare più di quella quota già in sede d’asta.
Non è un dettaglio, perché in questo modo viene di fatto superata la storica “separazione tra banca centrale e Tesoro”, imposta per esempio in Italia addirittura nel 1981, da Nino Andreatta (uno della “banda Prodi”, per capirsi). Con un effetto pratico immediato: i titoli di Stato (dei singoli Stati) diventano meno esposti alla speculazione dei “mercati”, perché c’è per il momento un “compratore di ultima istanza” dalle disponibilità “illimitate”.
Ma anche questo comportamento finalmente “virtuoso” della Bce incrocia due problemi sistemici di enorme rilievo. Uno, politico, rappresentato dalla contrarietà della Bundesbank e degli altri membri “austeri” nella Bce. Un secondo istituzionale, perché se esiste una banca centrale per tutta l’Eurozona, non esiste invece un “ministero del Tesoro” dell’Unione.
Dunque la politica monetaria va per proprio conto, in maniera forzatamente unitaria (c’è una moneta unica), mentre le politiche fiscali e di debito pubblico sono “nazionali”. Quindi con diciannove modalità differenti e spesso concorrenziali le une verso le altre (per esempio in materia di fisco per le imprese...).
Due settimane sono poche, in genere. Ma viviamo in tempi eccezionali. E questa volta potrebbero essere davvero decisive per sapere – e capire – se la gabbia dei trattati ordoliberisti si “smaglia”, per la prima volta sotto l’immane pressione del virus.
Oppure se il governo Conte e i suoi pavidi alleati in cattive acque, chineranno la testa a là Tsipras e svenderanno i loro paesi ai mercanti nel tempio.
Fonte
È ovvio che la soluzione finale sarà la seconda, se non altro per evitare un nuovo terremoto sui mercati. Ma trovare soluzioni efficaci – che è cosa molto diversa da condivise, anzi praticamente l’opposto – non sarà per niente semplice. Pandemia e crisi sistemica se ne fregano se siamo tutti d’accordo o meno...
Ieri il vertice dei capi di stati e primi ministri ha riproposto la divisione già manifestatasi nell’Eurogruppo, con nove paesi tremebondamente fermi nel chiedere strumenti “eccezionali” per far fronte a una situazione mia neanche immaginata. Dall’altra il solito “fronte del Nord”, guidato da Olanda e Germania, immobile nelle preistoriche convinzioni ordoliberiste, quelle per cui non si spende nulla se non ci sono prima i soldi.
Il che soprattutto significa: nessuna condivisione di spesa e rischio a livello continentale (tra i Paesi membri dell’Eurozona).
Il tema dei “covid-bond”, ossia titoli di Stato emessi e garantiti da tutta la comunità era solo la cartina tornasole di una volontà “solidale” oppure no. Ma nella discussione – condotta per via telematica, e già questo avrebbe dovuto far “toccare con mano” la straordinarietà della situazione – non c’è stato spazio neanche per una versione ridotta di questa condivisione. Ossia l’emissione di questo tipo di titoli una tantum, giusto il tempo (e il costo) di superare la pandemia.
Dopo ore discussione, persino l’avvocato più mediatore del mondo – “Giuseppi” Conte – ha dovuto battere la scarpa sul tavolo (a là Kruscev) e bocciare la bozza di sintesi proposta del presidente, il belga Charles Michel, che non raccoglieva nessuna delle richieste italiane (e spagnole, francesi, irlandesi, slovene, greche, belghe, e persino lussemburghesi, con più cautela).
Angela Merkel – nemmeno in video, ma solo via audio dietro una sua foto di qualche anno fa – ha recitato la parte di Fabio Massimo, senza dire praticamente nulla. Mentre lasciava a Olanda e Finlandia la parte dei “falchi” dell’ortodossia ordoliberista.
Mai si era sentito un premier italiano costretto a dire, suo malgrado (Conte, con Gualtieri e prima con Moavero Milanesi, era una delle garanzie “europeiste” del governo) «I meccanismi di protezione personalizzati elaborati in passato ve li potete tenere, perché l’Italia non ne ha bisogno».
L’allusione va decriptata: “non accetteremo l’impiego del Meccanismo Europeo di Stabilità con le condizioni attualmente previste e che porterebbero l’Italia a sottostare alle forche caudine imposte a suo tempo alla Grecia”.
Anche perché – ma possibile che nessuno dei partner europei più “tosti” non se ne sia ancora accorto? – da questa pandemia nessuno uscirà indenne; e comunque l’economia continentale sta già ora subendo uno choc di dimensioni belliche, se non ancora “bibliche” come quelle previste ormai anche da Mario Draghi.
Alla fine la “mediazione” ulteriore è stata trovata azzerando di fatto le sei ore di discussione tra i “cancellieri”, rinviando la patata bollente ai ministri dell’economia, ossia all’Eurogruppo, incaricato di trovare entro 10 giorni una proposta concreta accettabile da tutti.
La domanda immediata è scontata: ma come potranno i “numeri 2” trovare una quadra che sia al tempo stesso “condivisa” ed “efficace” nel contrastare, più che la pandemia, il pandemonio economico che si sta già sollevando nel Vecchio Continente? Cosa può accadere di tanto grave da modificare concrezioni cerebrali (interessi materiali) che appaiono indifferenti a quanto accade?
L’unica ipotesi credibile è che i prossimi giorni possano far salire oltre i livelli di guardia l’allarme per la tenuta sociale e sanitaria anche in quei Paesi che fin qui hanno trattenuto il fiato sperando che il peggio non toccasse anche a loro. E soprattutto che si rompa il “mistero tedesco” sui costi umani reali del coronavirus, che solo in Germania appare inspiegabile nei suoi effetti.
Al momento, dunque, l’Eurozona è priva di un “governo politico”, mentre la Bce comincia ad inondare di liquidità il sistema finanziario, comprando ogni tipo di titoli (di Stato, principalmente). Oltretutto rompendo la “regola del 33%”, ovvero il divieto di comprare più di quella quota già in sede d’asta.
Non è un dettaglio, perché in questo modo viene di fatto superata la storica “separazione tra banca centrale e Tesoro”, imposta per esempio in Italia addirittura nel 1981, da Nino Andreatta (uno della “banda Prodi”, per capirsi). Con un effetto pratico immediato: i titoli di Stato (dei singoli Stati) diventano meno esposti alla speculazione dei “mercati”, perché c’è per il momento un “compratore di ultima istanza” dalle disponibilità “illimitate”.
Ma anche questo comportamento finalmente “virtuoso” della Bce incrocia due problemi sistemici di enorme rilievo. Uno, politico, rappresentato dalla contrarietà della Bundesbank e degli altri membri “austeri” nella Bce. Un secondo istituzionale, perché se esiste una banca centrale per tutta l’Eurozona, non esiste invece un “ministero del Tesoro” dell’Unione.
Dunque la politica monetaria va per proprio conto, in maniera forzatamente unitaria (c’è una moneta unica), mentre le politiche fiscali e di debito pubblico sono “nazionali”. Quindi con diciannove modalità differenti e spesso concorrenziali le une verso le altre (per esempio in materia di fisco per le imprese...).
Due settimane sono poche, in genere. Ma viviamo in tempi eccezionali. E questa volta potrebbero essere davvero decisive per sapere – e capire – se la gabbia dei trattati ordoliberisti si “smaglia”, per la prima volta sotto l’immane pressione del virus.
Oppure se il governo Conte e i suoi pavidi alleati in cattive acque, chineranno la testa a là Tsipras e svenderanno i loro paesi ai mercanti nel tempio.
Fonte
24/03/2020
Covidbond: il feticcio dell’Europa solidale
Si sente spesso parlare, in questi giorni
di forte preoccupazione per la pandemia e per gli effetti economici che
quest’ultima genererà, dei cosiddetti Covidbond quali
strumenti per combattere l’imminente recessione. La proposta nasce in
Italia, epicentro europeo della pandemia di Covid-19, ed è in questi
giorni discussa a tutti i livelli, dalla stampa nazionale ai tavoli
tecnici delle istituzioni europee, assumendo varie declinazioni e
denominazioni. Ma di cosa stiamo parlando?
Al di là delle sfumature, per Covidbond si intende un prestito concesso dalle istituzioni europee ai Paesi membri colpiti dalla pandemia, finalizzato a finanziare le spese sanitarie necessarie a fronteggiare la diffusione del virus, nonché a rilanciare l’economia dopo lo shock. Le caratteristiche fondamentali di questo strumento, secondo i proponenti, sono due. Da un lato, dovrebbe essere destinato a tutti i Paesi membri: la pandemia ha colpito tutti, dunque esiste un problema comune che imporrebbe una risposta europea. Dall’altro, e proprio perché il prestito è immaginato per tutti i Paesi, dovrebbe derogare alla principale regola europea sulla concessione di aiuti finanziari, cioè alla condizionalità: se fino a ieri l’Unione Europea ha prestato denaro a Paesi in crisi solo subordinatamente all’impegno nell’attuazione dell’austerità, oggi, con i Covidbond, dovrebbe concedere un prestito sostanzialmente incondizionato per far fronte ad un’emergenza sanitaria comune. Le uniche condizioni del prestito sarebbero legate all’esigenza di dimostrare che i fondi ricevuti da ciascun Paese siano stati effettivamente impiegati per combattere la pandemia. La proposta dei Covidbond dovrebbe costituire la plastica rappresentazione dell’idea di un’Unione Europea solidale, che nell’emergenza ritrova la coesione perduta. Tale rappresentazione, però, è ingannevole. Il Covidbond non rappresenta altro che un feticcio, che fornisce l’immagine ribaltata della realtà, alimentando l’illusione di una “Europa dei popoli”, unita e solidale, proprio mentre il dispositivo disciplinante dell’austerità si accinge ad imporre ai popoli piegati dalla pandemia il ricatto del debito.
Il feticcio può essere decostruito a partire dalle sue premesse, che ad uno sguardo attento si rivelano infondate. È senz’altro vero che i Paesi europei hanno, in questi giorni drammatici, un problema comune, un’emergenza sanitaria che colpisce italiani e tedeschi, olandesi e greci. L’inganno si annida nel passaggio logico immediatamente successivo: non è affatto vero, cioè, che a questo comune problema sanitario corrisponda il comune bisogno di un prestito europeo. La proposta dei Covidbond poggia sulla falsa premessa, un mantra per chi sogna l’Europa dei popoli, che siamo tutti sulla stessa barca: se è vero che tutti i Paesi europei soffrono la pandemia, non è vero che tutti soffrono la scarsità di fondi. Dal punto di vista finanziario, insomma, non siamo affatto sulla stessa barca. Per capirlo basta guardare alla Germania, un Paese che sta discutendo una manovra finanziaria di emergenza da almeno 150 miliardi di euro, contro i 25 faticosamente messi in campo dall’Italia, epicentro della pandemia. Il feticcio serve a proiettare l’immagine capovolta dell’Unione Europea: dietro allo spirito di solidarietà incarnato dalla proposta di Covidbond si nasconde un’Europa divisa tra Paesi centrali, che governano le leve della politica economica, e Paesi periferici, sottoposti al ricatto del debito per aggiogare le proprie economie al dominio dei grandi capitali transeuropei. Dietro all’illusione della coesione europea si annida il dato di realtà dello spread, un “divario”, per l’appunto, la differenza nel costo del debito pubblico che è imposta alla periferia europea non solo tramite l’architettura istituzionale dell’Unione Europea, ma anche attraverso le scelte dell’autorità monetaria.
Proprio l’evoluzione dello spread negli ultimi giorni ci aiuta a capire quali siano le spiegazioni di queste scelte e ci mostra limpidamente l’infondatezza della proposta di Covidbond. Davanti alla crisi sanitaria, l’Italia ha dovuto aumentare il ricorso al debito pubblico per circa 20 miliardi di euro. Quando si è affacciata sui mercati finanziari, per contrarre quel debito, ha ricevuto l’accoglienza che chiunque di noi riceverebbe a casa dell’usuraio: maggiore è il bisogno del denaro, maggiore la drammaticità della situazione, e maggiore sarà il costo del prestito, il tasso di interesse che il creditore pretende. L’Italia ha visto crescere lo spread: era pari a circa 100 punti prima della pandemia, è schizzato a oltre 300 all’esplodere dell’emergenza (complice l’ormai tristemente nota dichiarazione della governatrice della BCE, Christine Lagarde) e poi si è attestato comunque a 200 punti, anche dopo che la BCE ha messo in campo tutta la sua forza, una forza che evidentemente usa, discrezionalmente, per gestire gli spread, mai per contrastarli. L’Italia, dunque, non può procedere in autonomia, finanziando gli interventi necessari a contrastare l’epidemia sui mercati, perché si esporrebbe agli attacchi speculativi che l’autorità monetaria ha solo rallentato, ma non sembra disposta a contrastare realmente. L’Italia, in altri termini, avrebbe un gran bisogno di quel prestito europeo incondizionato, dei Covidbond. Ma lo spread al 2% ci dice di più, ci dice che la Germania non ha affatto bisogno di quel prestito. Perché se i nostri titoli di Stato decennali ci costano circa l’1,7% di interessi, quello spread indica chiaramente che i corrispondenti titoli di Stato tedeschi registrano tassi di interesse negativi. La Germania, insomma, può indebitarsi oggi per i 150 miliardi di euro che le servono a fronteggiare la crisi, e dovrà restituire tra dieci anni meno di 150 miliardi di euro: tassi di interesse negativi significano infatti che il creditore è addirittura disposto a pagare il debitore, pur di garantire al proprio denaro un impiego sicuro e privo di rischi.
Lo spread, in conclusione, è la dura realtà che fa svanire le illusioni europeiste. La Germania si accinge a raccogliere sui mercati tutto il denaro di cui ha bisogno per fronteggiare la pandemia; può farlo perché l’architettura istituzionale dell’Unione Europea garantisce ai Paesi centrali, e solo ai Paesi centrali, lo scudo contro ogni speculazione. Essi possono indebitarsi a costi calmierati, oggi addirittura negativi, e dunque non hanno alcun bisogno di un prestito da parte delle istituzioni europee: se la cavano benissimo da soli. Pertanto, l’esigenza di un prestito esterno, di risorse finanziarie messe a disposizione a costi non proibitivi, insomma il bisogno dei Covidbond è un’esigenza tutt’altro che comune, e riguarda solamente i Paesi periferici. Per questo i Covidbond sono solo un feticcio, utile ad alimentare l’illusione che l’Unione Europea possa in qualche maniera esserci d’aiuto. Sono solo un feticcio perché la Germania, e con lei il blocco dei Paesi centrali, ha già intrapreso un’altra strada per rispondere all’epidemia. Cade la premessa dei Covidbond, pensati per supportare tutti, e con essa viene meno l’idea che l’Unione Europea possa concedere prestiti incondizionati. Detto in altri termini, i Covidbond, così come li abbiamo descritti (concessi senza condizioni), molto probabilmente non si faranno mai, se non per importi risibili. Si profila, invece, uno scenario a noi già noto, in cui i Paesi periferici, solo i Paesi periferici, dovranno chiedere aiuto alle istituzioni europee, ma in cambio di cosa? La risposta, purtroppo, è sempre la stessa. In cambio degli aiuti, le istituzioni europee pretendono più tagli alla spesa pubblica, più austerità. E l’obiettivo ultimo è, anch’esso, sempre uguale: la disoccupazione come strumento di disciplina, per garantire bassi salari e profitti il più possibile elevati. Come ogni virus che si rispetti, insomma, anche l’austerità muta, ma soltanto per espandersi più velocemente.
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Al di là delle sfumature, per Covidbond si intende un prestito concesso dalle istituzioni europee ai Paesi membri colpiti dalla pandemia, finalizzato a finanziare le spese sanitarie necessarie a fronteggiare la diffusione del virus, nonché a rilanciare l’economia dopo lo shock. Le caratteristiche fondamentali di questo strumento, secondo i proponenti, sono due. Da un lato, dovrebbe essere destinato a tutti i Paesi membri: la pandemia ha colpito tutti, dunque esiste un problema comune che imporrebbe una risposta europea. Dall’altro, e proprio perché il prestito è immaginato per tutti i Paesi, dovrebbe derogare alla principale regola europea sulla concessione di aiuti finanziari, cioè alla condizionalità: se fino a ieri l’Unione Europea ha prestato denaro a Paesi in crisi solo subordinatamente all’impegno nell’attuazione dell’austerità, oggi, con i Covidbond, dovrebbe concedere un prestito sostanzialmente incondizionato per far fronte ad un’emergenza sanitaria comune. Le uniche condizioni del prestito sarebbero legate all’esigenza di dimostrare che i fondi ricevuti da ciascun Paese siano stati effettivamente impiegati per combattere la pandemia. La proposta dei Covidbond dovrebbe costituire la plastica rappresentazione dell’idea di un’Unione Europea solidale, che nell’emergenza ritrova la coesione perduta. Tale rappresentazione, però, è ingannevole. Il Covidbond non rappresenta altro che un feticcio, che fornisce l’immagine ribaltata della realtà, alimentando l’illusione di una “Europa dei popoli”, unita e solidale, proprio mentre il dispositivo disciplinante dell’austerità si accinge ad imporre ai popoli piegati dalla pandemia il ricatto del debito.
Il feticcio può essere decostruito a partire dalle sue premesse, che ad uno sguardo attento si rivelano infondate. È senz’altro vero che i Paesi europei hanno, in questi giorni drammatici, un problema comune, un’emergenza sanitaria che colpisce italiani e tedeschi, olandesi e greci. L’inganno si annida nel passaggio logico immediatamente successivo: non è affatto vero, cioè, che a questo comune problema sanitario corrisponda il comune bisogno di un prestito europeo. La proposta dei Covidbond poggia sulla falsa premessa, un mantra per chi sogna l’Europa dei popoli, che siamo tutti sulla stessa barca: se è vero che tutti i Paesi europei soffrono la pandemia, non è vero che tutti soffrono la scarsità di fondi. Dal punto di vista finanziario, insomma, non siamo affatto sulla stessa barca. Per capirlo basta guardare alla Germania, un Paese che sta discutendo una manovra finanziaria di emergenza da almeno 150 miliardi di euro, contro i 25 faticosamente messi in campo dall’Italia, epicentro della pandemia. Il feticcio serve a proiettare l’immagine capovolta dell’Unione Europea: dietro allo spirito di solidarietà incarnato dalla proposta di Covidbond si nasconde un’Europa divisa tra Paesi centrali, che governano le leve della politica economica, e Paesi periferici, sottoposti al ricatto del debito per aggiogare le proprie economie al dominio dei grandi capitali transeuropei. Dietro all’illusione della coesione europea si annida il dato di realtà dello spread, un “divario”, per l’appunto, la differenza nel costo del debito pubblico che è imposta alla periferia europea non solo tramite l’architettura istituzionale dell’Unione Europea, ma anche attraverso le scelte dell’autorità monetaria.
Proprio l’evoluzione dello spread negli ultimi giorni ci aiuta a capire quali siano le spiegazioni di queste scelte e ci mostra limpidamente l’infondatezza della proposta di Covidbond. Davanti alla crisi sanitaria, l’Italia ha dovuto aumentare il ricorso al debito pubblico per circa 20 miliardi di euro. Quando si è affacciata sui mercati finanziari, per contrarre quel debito, ha ricevuto l’accoglienza che chiunque di noi riceverebbe a casa dell’usuraio: maggiore è il bisogno del denaro, maggiore la drammaticità della situazione, e maggiore sarà il costo del prestito, il tasso di interesse che il creditore pretende. L’Italia ha visto crescere lo spread: era pari a circa 100 punti prima della pandemia, è schizzato a oltre 300 all’esplodere dell’emergenza (complice l’ormai tristemente nota dichiarazione della governatrice della BCE, Christine Lagarde) e poi si è attestato comunque a 200 punti, anche dopo che la BCE ha messo in campo tutta la sua forza, una forza che evidentemente usa, discrezionalmente, per gestire gli spread, mai per contrastarli. L’Italia, dunque, non può procedere in autonomia, finanziando gli interventi necessari a contrastare l’epidemia sui mercati, perché si esporrebbe agli attacchi speculativi che l’autorità monetaria ha solo rallentato, ma non sembra disposta a contrastare realmente. L’Italia, in altri termini, avrebbe un gran bisogno di quel prestito europeo incondizionato, dei Covidbond. Ma lo spread al 2% ci dice di più, ci dice che la Germania non ha affatto bisogno di quel prestito. Perché se i nostri titoli di Stato decennali ci costano circa l’1,7% di interessi, quello spread indica chiaramente che i corrispondenti titoli di Stato tedeschi registrano tassi di interesse negativi. La Germania, insomma, può indebitarsi oggi per i 150 miliardi di euro che le servono a fronteggiare la crisi, e dovrà restituire tra dieci anni meno di 150 miliardi di euro: tassi di interesse negativi significano infatti che il creditore è addirittura disposto a pagare il debitore, pur di garantire al proprio denaro un impiego sicuro e privo di rischi.
Lo spread, in conclusione, è la dura realtà che fa svanire le illusioni europeiste. La Germania si accinge a raccogliere sui mercati tutto il denaro di cui ha bisogno per fronteggiare la pandemia; può farlo perché l’architettura istituzionale dell’Unione Europea garantisce ai Paesi centrali, e solo ai Paesi centrali, lo scudo contro ogni speculazione. Essi possono indebitarsi a costi calmierati, oggi addirittura negativi, e dunque non hanno alcun bisogno di un prestito da parte delle istituzioni europee: se la cavano benissimo da soli. Pertanto, l’esigenza di un prestito esterno, di risorse finanziarie messe a disposizione a costi non proibitivi, insomma il bisogno dei Covidbond è un’esigenza tutt’altro che comune, e riguarda solamente i Paesi periferici. Per questo i Covidbond sono solo un feticcio, utile ad alimentare l’illusione che l’Unione Europea possa in qualche maniera esserci d’aiuto. Sono solo un feticcio perché la Germania, e con lei il blocco dei Paesi centrali, ha già intrapreso un’altra strada per rispondere all’epidemia. Cade la premessa dei Covidbond, pensati per supportare tutti, e con essa viene meno l’idea che l’Unione Europea possa concedere prestiti incondizionati. Detto in altri termini, i Covidbond, così come li abbiamo descritti (concessi senza condizioni), molto probabilmente non si faranno mai, se non per importi risibili. Si profila, invece, uno scenario a noi già noto, in cui i Paesi periferici, solo i Paesi periferici, dovranno chiedere aiuto alle istituzioni europee, ma in cambio di cosa? La risposta, purtroppo, è sempre la stessa. In cambio degli aiuti, le istituzioni europee pretendono più tagli alla spesa pubblica, più austerità. E l’obiettivo ultimo è, anch’esso, sempre uguale: la disoccupazione come strumento di disciplina, per garantire bassi salari e profitti il più possibile elevati. Come ogni virus che si rispetti, insomma, anche l’austerità muta, ma soltanto per espandersi più velocemente.
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