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21/06/2018

Razzismo, xenofobia e/o aporofobia...

Al buio tutti i gatti sono grigi, recita più o meno così un noto proverbio inglese, ma nella notte senza fine in cui brancola da anni la sinistra italiana corriamo seriamente il rischio che tutti gli italiani ci sembrino razzisti, almeno a giudicare da quanto leggiamo e ascoltiamo in questi giorni. Ma è davvero così? Siamo davvero precipitati nella Berlino degli anni '30, oppure nella Pretoria degli anni '80 o in qualche contea dell’Alabama senza nemmeno rendercene conto? Se dovessimo applicare l’equazione “1 elettore populista = 1 razzista” e prendere per buone le rilevazioni sulle intenzioni di voto pubblicate in questi giorni (che danno sia la Lega che i Cinque Stelle intorno al 30%), nei prossimi anni avremmo a che fare con almeno 20 milioni di elettori razzisti. Un dato in costante crescita e che, per di più, non tiene conto di chi da sempre vota i partiti dichiaratamente di destra.

Eppure la situazione, per quanto critica, è ben lontana dallo scenario apocalittico che in molti dipingono. Il termine razzista, in senso stretto, ha un significato ben preciso e rimanda all’idea che esistano razze umane biologicamente superiori ad altre. Ovviamente chi ha masticato anche solo un po’ di genetica durante il ciclo scolastico sa bene (o dovrebbe sapere) che suddividere la specie umana per razze, non ha alcuna base scientifica, ma tant’è. Ci chiediamo: in Italia abbiamo a che fare principalmente con un problema di suprematismo bianco? Una componente di questo tipo sicuramente esiste e sarebbe pericoloso negarlo (Firenze, Macerata e le tante aggressioni razziste che spesso neanche finiscono sui giornali sono ferite che non si rimarginano). Ma è questa la matrice del fenomeno con cui abbiamo a che fare e che gonfia i sondaggi sull’indice di gradimento del ministro dell’interno?

Altra cosa è la xenofobia, ovvero la “paura dello straniero”, un sentimento sicuramente molto più diffuso del razzismo biologico, e che ha radici culturali, sociali e demografiche profonde collegate alle paure di un paese che sta inesorabilmente invecchiando, che ha conosciuto relativamente tardi i fenomeni migratori e che, in molte aree, sembra non avere neppure gli strumenti minimi per assecondare e aiutare l’incontro con altre culture.

Ancora differente è, invece, l’aporofobia. Un termine di cui, lo confessiamo, ignoravamo l’esistenza fino a qualche giorno fa e che si traduce con la “paura del più povero”. Esiste una connessione intima tra questi tre aspetti, ma è quest’ultima la paura su cui fa leva la propaganda salviniana. Luca Ricolfi, nel suo libro “Sinistra e popolo”, per il resto pessimo, coglie un elemento di realtà su cui, almeno fra i compagni, si è poco ragionato e che, invece, ha molto a che vedere proprio con la “poverofobia” a cui accennavamo. Quella attuale, scrive il sociologo, è nella storia recente la prima generazione con aspettative decrescenti: pur potendo contare su un livello di ricchezza mediamente superiore a quelle precedenti essa avverte chiaramente che di qui in poi le cose non potranno che peggiorare. Lavoreremo con contratti precari e scarsa sicurezza. Guadagneremo di meno. Avremo meno diritti. Andremo in pensione più tardi e saremo costretti a competere per aggiudicarci le briciole di un welfare in progressiva compressione. Un cambio di paradigma rispetto ai decenni precedenti che rende plausibile, agli occhi di chi sente togliersi tutto, quell’idea della preminenza nazionale su cui fa gioco il leader leghista col suo slogan “prima gli italiani” (ricetta materialmente ed economicamente impossibile da realizzare, oltre che indigesta per il padronato italiano).

La distinzione tra razzismo, xenofobia ed aporofobia non è quindi solo un esercizio semantico, ma rimanda a strategie e pratiche politiche diverse. Con i razzisti, con chi crede che altri esseri umani gli siano inferiori per via del colore della pelle, non ci può essere alcuna dialettica, ma scontro militante. Non sono “avversari”, sono nemici, e come tali vanno trattati. E’ ovviamente di altra natura l’approccio politico e soprattutto culturale necessario nei confronti di chi percepisce la diversità come una fonte d’ansia. Un’altra cosa ancora è l’intervento politico e sociale nei confronti di quei ceti subalterni che, a torto o a ragione, si sentono messi in competizione con gli “ultimi arrivati” tanto per il lavoro quanto che per il welfare. Ed è proprio questo il nodo che dovremmo provare a sciogliere se non vogliamo regalare a Salvini pezzi consistenti della classe, dando avvio ad un processo di relazione, di organizzazione, e di unità tra gli sfruttati. E ciò potrà avvenire solamente con la lotta di classe, facendo i conti, però, con una fase storica ed economica non più “espansiva”.

Non abbiamo una ricetta pronta in tasca, ma una cosa è certa: un picchetto contro uno sfratto in periferia, uno sciopero in un magazzino della logistica o in una fabbrica, una lotta in un campo di pomodori contro le “gabbie salariali razziali” e per chiedere gli stessi diritti per tutti, valgono più di mille sermoni di Mentana o Saviano.

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