Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/06/2018

E’ morto Domenico Losurdo, filosofo e marxista

Pubblichiamo qui il ricordo della Rete dei Comunisti e di Stefano G. Azzarà, che con Losurdo ha studiato e lavorato.

La morte dello studioso, del compagno Domenico Losurdo è una perdita che pesa. Particolarmente in una fase storica, come quella che viviamo, in cui le ragioni dell’alternativa, del riscatto sociale e della liberazione dal lavoro salariato sembrano offuscate e smarrite sotto il peso e la evidente pervasività dell’offensiva borghese.

Losurdo è stato un intellettuale comunista a tutto tondo. Losurdo è stato uno scienziato della teoria il quale – da materialista e, quindi, da marxista autentico – non si è mai tolto il cappello a fronte delle ideologie dominanti e delle loro mastodontiche forme di esercizio e di comando. Mai banale, mai dogmatico, mai impressionistico nei confronti della materia sociale che ha studiato, interpretato e, quando necessario, sapientemente demistificato. In questo contesto Domenico Losurdo ha dato un notevole contributo al generale processo di critica del liberalismo in tutte le sue diversificate rappresentazioni e del capitalismo. Sul versante filosofico e storico lo studio e la rigorosa ricerca di Losurdo ha contribuito allo smantellamento di alcune (forti) narrazioni capitalistiche su temi e snodi di fondamentale importanza non solo per disarticolare il sistema ideologico di pensiero dominante ma anche per mantenere aperta – su tutto l’arco delle contraddizioni – la strada del cambiamento societario, dell’alternativa di sistema e del socialismo.

Nei suoi scritti la spinta al mutamento e alla necessità della rottura rivoluzionaria è sempre presente senza mai dimenticare la storia, l’epopea ma anche la necessità di un bilancio del movimento comunista internazionale e di alcuni suoi grandi interpreti che hanno segnato, in ogni caso, la nostra contemporaneità.

Enormi sono i suoi lavori editoriali e lo studio accumulato nei decenni, sia in Italia sia all'estero. Non a caso Domenico Losurdo è stato apprezzato anche da chi, pur da posizioni teoriche distanti dal marxismo, riconosceva la qualità e serietà del suo contributo ideale ed intellettuale.

Ora è il momento del lutto e del cordoglio ma ritorneremo, in maniera più sistematica, sul contributo elaborato da Losurdo con l’auspicio di mantenere viva la “battaglia delle idee” e la lotta a fondo ad ogni tentativo di voler affermare il modo di produzione capitalistico come “fine della storia”.

Rete dei Comunisti

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Dall’intervista che chiude il mio libro “L”humanité commune: Dialectique hégélienne, critique du libéralisme et reconstruction du matérialisme historique chez Domenico Losurdo” (Delga, Paris 2012).

Grazie di tutto.

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Azzarà. Come incide questa debolezza teorica sullo stato della sinistra attuale? L'Europa si confronta oggi con trasformazioni imponenti che stanno mutando il volto del mondo. Sono trasformazioni che riguardano i rapporti di forza internazionali sul piano politico e su quello economico, ma anche l'equilibrio tra Stato e mercato, la natura della democrazia, le grandi migrazioni. La sinistra non sembra avere oggi né idee, né prospettive politiche.

Losurdo. Con la crisi prima e col crollo poi del «socialismo reale», in Occidente e in Italia in modo particolare la sinistra ha smarrito ogni reale autonomia. Sul piano storico ha sostanzialmente desunto dai vincitori il bilancio storico del Novecento. Due sono i punti centrali di tale bilancio: per larghissima parte della sua storia, la Russia sovietica è il paese dell’orrore e persino della follia criminale. Per quanto riguarda la Cina, il prodigioso sviluppo economico che si verifica a partire dalla fine degli anni '70 non ha nulla a che fare col socialismo ma si spiega soltanto con la conversione del grande paese asiatico al capitalismo. A partire da questi due capisaldi ogni tentativo di costruire una società post-capitalistica è oggetto di totale liquidazione e persino di criminalizzazione, e l’unica possibile salvezza risiede nella difesa o nel ristabilimento del capitalismo. E paradossale, ma sia pure con sfumature e giudizi di valore talvolta diversi, questo bilancio viene spesso sottoscritto dalla sinistra, compresa quella «radicale».

Ancora più grave è la subalternità di cui la sinistra dà prova sul piano più propriamente teorico. Nell'analizzare la grande crisi storica che si sviluppa nel Novecento, l’ideologia dominante evita accuratamente di parlare di capitalismo, socialismo, colonialismo, imperialismo, militarismo. Queste categorie sono considerate troppo volgari. I terribili conflitti e le tragedie del Novecento sono invece spiegate con l’avvento delle «religioni politiche» (Voegelin), delle «ideologie» e degli «stili di pensiero totalitari» (Bracher), dell«assolutismo filosofico» ovvero del «totalitarismo epistemologico» (Kelsen), della pretesa di «visione totale» e di «sapere totale» che già in Marx produce il «fanatismo della certezza» (Jaspers), della «pretesa di validità totale» avanzata dalle ideologie novecentesche (Arendt).

Se questa è l’origine della malattia novecentesca, il rimedio è a portata di mano: è sufficiente un’iniezione di «pensiero debole», di «relativismo» e di «nichilismo» (penso al Vattimo degli anni Ottanta). In tal modo non solo la sinistra fornisce il suo bravo contributo alla cancellazione di capitoli fondamentali di storia: i massacri e i genocidi coloniali sono stati tranquillamente teorizzati e messi in pratica in un periodo di tempo in cui il liberalismo si coniugava spesso con l’empirismo e il problematicismo; prima ancora dell’avvento del pensiero forte novecentesco, la prima guerra mondiale ha imposto col terrore a tutta la popolazione maschile adulta la disponibilità e la prontezza ad uccidere e ad essere uccisi.

Per di più, come medico per eccellenza della malattia novecentesca viene spesso celebrato Nietzsche, che pure si attribuisce il merito di essersi opposto «ad una falsità che dura da millenni» e che aggiunge: «Io per primo ho scoperto la verità, proprio perché per primo ho sentito la menzogna come menzogna, la ho fiutata» (Ecce homo, Perché io sono un destino, 1). Così enfatica è l’idea di verità, che coloro i quali sono riluttanti ad accoglierla sono da considerare folli: sì, si tratta di farla finita con le «malattie mentali» e con il «manicomio di interi millenni» (L’Anticristo, § 38). D’altro canto, il presunto campione del «pensiero debole» e del «relativismo» non esita a lanciare parole d’ordine ultimative: difesa della schiavitù quale fondamento ineludibile della civiltà; «annientamento di milioni di malriusciti»; «annientamento delle razze decadenti»! La piattaforma teorico-politica suggerita a suo tempo da Vattimo – ma che Vattimo stesso pare oggi mettere in discussione – mi sembra insostenibile da ogni punto di vista.

Altre correnti del pensiero dominante indicano il rimedio alle tragedie del Novecento non già nel relativismo, ma, al contrario, nel recupero della saldezza delle norme morali, sacrificate da comunisti e nazisti sull’altare del machiavellismo e della Realpolitik (Aron e Bobbio) ovvero della filosofia della storia e della presunta necessità storica (Berlin e Arendt).

Nella sinistra e nella stessa sinistra radicale (si pensi a «Empire» di Hardt e Negri) è divenuta un punto di riferimento soprattutto Arendt. Rimossa o sottoscritta è la liquidazione a cui lei procede di Marx e della rivoluzione francese con la connessa celebrazione della rivoluzione americana (e il conseguente indiretto omaggio al mito genealogico che trasfigura gli Usa quale «impero per la libertà», secondo la definizione cara a Jefferson, che pure era proprietario di schiavi). In questo caso ancora più assordante è il silenzio sulla tradizione colonialista e imperialista alle spalle delle tragedie del Novecento. Arendt condanna l’idea di necessità storica nella rivoluzione francese, e soprattutto in Marx e nel movimento comunista; dimentica però che il movimento comunista si è formato nel corso della lotta contro la tesi del carattere ineluttabile e provvidenziale dell’assoggettamento e talvolta dell’annientamento delle «razze inferiori» ad opera dell’Occidente, si è formato nel corso della lotta contro il «partito del destino», secondo le definizione cara a Hobson, il critico inglese dell’imperialismo, letto e apprezzato da Lenin.

Arendt contrappone negativamente la rivoluzione francese, sviluppatasi all’insegna dell’idea di necessità storica, alla rivoluzione americana, che trionfa all’insegna dell’idea di libertà. In realtà l’idea di necessità storica agisce con modalità diverse in entrambe le rivoluzioni: se in Francia viene considerata ineludibile anche l’emancipazione degli schiavi, che è in effetti sancita dalla Convenzione giacobina, negli Usa il motivo del Manifest Destiny consacra la conquista dell’Ovest, inarrestabile nonostante la riluttanza e la resistenza dei pellerossa, già agli occhi di Franklin destinati dalla «Provvidenza» ad essere spazzati via.

Arendt muore nel 1975, non ancora settantenne. In questa morte precoce c’è un elemento paradossale di fortuna sul piano filosofico. Solo successivamente intervengono gli sviluppi storici che falsificano totalmente la piattaforma teorica della filosofa scomparsa: a partire dalla presidenza Reagan sono proprio gli Stati Uniti a impugnare la bandiera della filosofia della storia contro l’Urss e i paesi che si richiamano al comunismo, destinati a finire nella «spazzatura della storia» e comunque collocati ai giorni nostri lo proclamano Obama e Hillary Clinton «dalla parte sbagliata della storia». Più longevi ma meno fortunati sul piano filosofico sono i devoti di Arendt, che continuano a ripetere la vecchia filastrocca, senza accorgersi del radicale rovesciamento di posizioni che nel frattempo si è verificato sul piano mondiale.

Subalterna sul piano del bilancio storico così come delle categorie filosofiche, la sinistra (compresa quella radicale) è chiaramente incapace di procedere a un«analisi concreta della situazione concreta». Tanto più, se teniamo presente che alla catastrofe teorico-politica ha contribuito ulteriormente una mossa sciagurata, quella che contrappone negativamente il «marxismo orientale» al «marxismo occidentale». Alle spalle di questa mossa agisce una lunga e infausta tradizione.

In Italia, subito dopo la rivoluzione d’ottobre, Filippo Turati, che continua a fare professione di marxismo, non riesce a vedere nei Soviet null’altro che l’espressione politica di un’«orda» barbarica (estranea e ostile all’Occidente). A partire dagli anni '70 del secolo scorso, la divaricazione tra marxisti orientali e marxisti occidentali ha visto contrapporsi da un lato marxisti che esercitano il potere e dall’altro marxisti che sono all’opposizione e che si concentrano sempre più sulla «teoria critica», sulla «decostruzione», anzi sulla denuncia del potere e dei rapporti di potere in quanto tali, e che progressivamente nella loro lontananza dal potere e dalla lotta per il potere ritengono di individuare la condizione privilegiata per la riscoperta del marxismo «autentico».

E’ una tendenza che ai giorni nostri raggiunge il suo apice nella tesi formulata da Holloway, in base alla quale il problema reale è «cambiare il mondo senza prendere il potere»! A partire da tali presupposti, cosa si può capire di un partito come il Partito comunista cinese che, gestendo il potere in un paese-continente, lo libera dalla dipendenza economica (oltre che politica), dal sottosviluppo e dalla miseria di massa, chiude il lungo ciclo storico caratterizzato dall’assoggettamento e annientamento delle civiltà extra-europee ad opera dell’Occidente colonialista e imperialista, dichiarando al tempo stesso che tutto ciò è solo la prima tappa di un lungo processo all’insegna della costruzione di una società post-capitalistica?

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13/06/2017

Per un polo informativo nazionale professionale e credibile

Nel suo solito stile urticante – ma proprio per questo utile e chiarificatore – Stefano G. Azzarà mette i piedi nel piatto della conclamata pochezza dell’informazione “alternativa” o “antagonista” che dir si voglia. Un microuniverso popolato di centinaia di blog, quasi-giornali, organi di propaganda di se stessi e poco altro, il cui ambito di influenza va poco al di là degli autori.

Come sempre accade, la limitatezza delle ambizioni abbassa fino al pavimento il punto di osservazione del mondo, soffocando sul nascere ogni potenzialità informativa dei contenuti comunque prodotti.

Una condizione che, per quanto riguarda questo giornale, viviamo con una certa sofferenza, perché vediamo quante potenzialità esisterebbero per arrivare ad una cooperazione “virtuosa”, efficace, almeno semi-professionale, in grado di contrastare l’informazione mainstream, peraltro in caduta verticale di credibilità.

Pubblicando questo intervento-sfogo, speriamo di iniziare a ragionare collettivamente sul superamento della fase artigianal-individualista.

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Necessità di un portale informativo e culturale nazionale serio. Necessità di chiudere contestualmente tutti i blog e i siti autoprodotti


E’ incredibile: gli Stati Uniti controllano e ricattano mezzo mondo, il Montenegro viene cooptato nella NATO, però è la Russia che minaccia la guerra e il Mondo Libero.

E’ solo uno dei tanti esempi possibili di fake news quotidiane e di quella manipolazione capillare che istante per istante viene prodotta dall’industria della comunicazione integrata nella catena di comando delle classi dominanti. Un altro esempio è la sconcertante idiozia su “Marx Saviano del XIX secolo” che ho citato più sotto.

In entrambi i casi, si tratta della costruzione di una realtà funzionale agli interessi prevalenti e in entrambi i casi non abbiamo nessuno strumento per contrastare queste sciocchezze che chiamare bufale è fargli un onore.

Proprio per questo, assai più che le elezioni, le alleanze, le coalizioni, le frasi roboanti, c’è una cosa fondamentale della quale abbiamo bisogno al più presto: un portale informativo nazionale professionale e credibile.

L’attuale proliferare di blog e piccoli siti autoprodotti, che potrebbe sembrare un segno di fermento culturale – il pluralismo, la contaminazione, i Cento Fiori e bla bla vari... – è in realtà una catastrofe (e questo a cominciare dal mio).

Conseguenza della rivoluzione tecnologica (che ingranando con un percorso di resistenza ha avviato una fase neo-artigianale di spontaneismo postmoderno nella quale tutti siamo potenzialmente piccoli produttori “indipendenti”), ha assecondato lo sviluppo di forme di coscienza solipsistiche, narcisistiche, “desideranti”, anarchicheggianti e ultra-individualistiche. Che di tanto in tanto vengono persino messe a valore dall’industria giornalistica o televisiva, a partire dalla loro sostanziale innocuità “anticonformistica” e dalla loro ben più reale sintonia con lo spirito dei tempi.

Abbiamo avuto perciò pochissime cose interessanti, e una pletora di esperienze dilettantistiche, confusionarie e controproducenti, che hanno spacciato complottismo a-storico e narcisismo.

Faremo un passo avanti quando tutte queste esperienze, che pure hanno avuto significato in una certa fase, verranno chiuse. E quando sarà possibile ricostruire un progetto politico e culturale condiviso, a partire da pochissimi punti fondamentali (difesa del lavoro dipendente, contrasto all’imperialismo, autonomia politica assoluta, modernismo culturale), che ci metta in condizioni di contrastare le idee dominanti e la dominante e condivisa percezione del mondo, dal Giornale a Repubblica al Manifesto.

Gli orgogliosi e permalosi gestori di questa frantumazione – a partire da me – dovrebbero riflettere. Ma è soprattutto responsabilità di chi ha un ruolo politico di direzione agire da catalizzatore. Si mettano a disposizione di questa esigenza e facciano un soldo di bene, almeno una volta nella loro vita.

Un ricco furbastro solo apparentemente bizzarro come Grillo è riuscito a acchiappare miriadi di allocchi con un’operazione scopertamente priva di credibilità e persino assai proficua sul piano economico. Non ci sono persone serie e competenti tra di noi? Non ci sono persone capaci di raccogliere le energie e soprattutto le risorse intellettuali e economiche necessarie?

Personalmente, vista anzitutto la vana fatica quotidiana, io il mio blog lo chiuderei anche ieri, dedicandomi solo alla rivista. E se il progetto è verosimile, è probabile che molte persone – disgustate dall’informazione che la sinistra riesce a non dare – ci metterebbero anche un po’ di soldi. Certamente, chi si intesta questo progetto deve essere credibile altrimenti meglio non cominciare nemmeno.

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04/08/2016

Nomine Rai. Il baluardo Berlinguerre?

Le nuove nomine ai vertici dei servizi giornalistici della Rai chiariscoono oltre ogni ragionevole dubbio che il blocco di potere che dirige Renzi non vuole correre il rischio di perdere il referendum sulla riforma costituzionale e stabilire così un regime “erdoganiano senza sangue” (almeno per il momento). Né lasciare alcuno spazio all’informazione sia pur lievemente difforme da quella decisa a Palazzo Chigi e dintorni.

Detto questo, la sfilza di prese di posizione in difesa di Bianca Berlinguer ci è parsa subito eccessiva negli apprezzamenti per la sua “opera” alla guida del Tg3. Che ricordiamo particolarmente faziosa e decisamente contraria a qualsiasi opzione diversa dal Pd. Non conosciamo lo spessore dei patti di fedeltà tra giornalisti Rai e partiti politici (o quel che ne resta), ma sembra evidente che la sua figura venga ritenuta non abbastanza allineata ai diktat renziani.

Ci sembra perciò pertinente e sufficiente l’epigramma che Stafano Azzarà ha dedicato alla questione:
Quando la sinistra intera insorge in difesa della figlia di Berlinguer, esaltandola come baluardo di libertà e progressismo, un altro piccolo slittamento a destra del quadro politico complessivo è stato inavvertitamente introiettato, e pure con buona coscienza.

Così ci risvegliamo ogni giorno un pochino più in là, come se nulla fosse. 
Tra 10 anni manifesteremo in favore del cottimo, al fine di prevenire il ripristino delle corvée feudali, e ci sembrerà una grande battaglia di civiltà e democrazia.
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29/06/2015

Sinistra, destra e bisogno di autonomia politica

Tra le responsabilità politiche più gravi del Pci-Pds-DS-PD - colpe alle quale vanno associate quelle delle sue appendici strutturali passate (Prc, PdCI, SEL e compagnia cantante) e quelle delle sue appendici strutturali future (costituenti e coalizioni possibili) - c'è quella di aver quasi costretto molte persone in buona fede a ritenere superata sul piano storico o persino su quello politologico la distinzione tra destra e sinistra. Precludendo loro in tal modo la possibilità di concepire le condizioni di una ridefinizione della sinistra stessa in un contesto di ritirata strategica che durerà decenni.

Poiché la sinistra è il PD e il PD e i suoi alleati fanno cose di destra - viene detto -, in realtà destra e sinistra non esistono più e forse non sono mai esistite ma comunque si sono confuse in un'unica, indistinta casta paramafiosa (per i delusi più propensi al lavoro manuale e al ragionamento pratico), oppure in un unico funzionariato politico fiancheggiatore del Grande Capitale Transnazionale e/o Statunitense (per gli intellettuali dotati di più letture).

La convergenza con l'iper-ideologia neoliberale che da decenni ci parla della fine delle ideologie dovrebbe destare più di qualche sospetto nei sostenitori di queste tesi. Tuttavia, è comprensibile questa disillusione, soprattutto se mancano gli strumenti per una comprensione storica di ciò che è accaduto negli ultimi decenni e per una comparazione con i secoli precedenti.

Ciò che non è gradevole è invece che a questa disillusione segua di solito l'assunzione orgogliosa di atteggiamenti e categorie proprie della destra, quasi a voler segnare con un presunto gesto anticonformista la rottura polemica di quei tabù che caratterizzavano l'antica appartenenza, manifestando in maniera simbolica una presa di distanze.

Questo gesto di distinzione al contrario, che nasconde un più profondo bisogno di rassicurazione e serve a elaborare il lutto per il tradimento ideologico subito, non avviene per caso. Discende invece quasi di necessità da quanto sopra, ed è la conseguenza di un'ulteriore sconfitta che sta avvenendo sul terreno del confronto egemonico. Perché in realtà la stessa tesi del superamento di destra e sinistra - tesi che risale alla fine del XIX secolo e che, teorizzata in maniera esplicita nella Rivoluzione conservatrice tedesca a Weimar, si è presentata più volte nel corso del Novecento tornando ogni volta come se fosse chissà quale epocale novità - fa parte del processo di apprendimento che le destre continentali hanno dovuto intraprendere, ormai molto tempo fa, per confrontarsi con quella società di massa che dapprima avevano cercato di ostacolare. Un confronto che alla sinistra ha dovuto e deve contendere simboli, nomi, concetti.

Su questo terreno queste destre stanno oggi vincendo. Vincono grazie a un'abile divisione del lavoro tra le elites e la messinscena della contestazione delle elites, ma vincono soprattutto per colpa nostra. Si tratta infatti di un fenomeno che è presente anche in altri paesi ma in misura decisamente minore, dato che altrove la sinistra è riuscita ben più che da noi a conservare una propria autonomia rispetto a quei processi storico-politici di fondo che hanno invece stravolto la sinistra italiana.

Anche rispetto a questo problema, è alla storia del nostro paese che dobbiamo guardare. E anche in questo caso, proprio la forza politica che la sinistra aveva accumulato in passato durante la Seconda guerra mondiale e nella ricostruzione, quella forza che ci ha consentito di sopravvivere sino ad oggi, rende inevitabilmente tutto più difficile per quanto riguarda il futuro [SGA].

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05/04/2014

L'esito finale: "Il manifesto, giornale anticomunista"


Ogni rinnovamento vero è un parto difficile, alla fine di un percorso comunque doloroso. Aufhebung, dicono i tedeschi,  il "superarsi conservando il dna", generazione dopo generazione. A prescindere dal campo specifico, è un processo che riguarda tutti e tutte le discipline: scienza, politica, filosofia, storia, musica... Si può continuare all'infinito.

E ogni "superare" è anche un po' "abbandonare" quanto non era un elemento "di lunga durata", ma solo un prodotto tipico di una certa fase.

Altra cosa è l'"oltrepassare" (überwindung), il lasciar perdere, l'assumere un punto di vista totalmente altro, altri presupposti e valori. Logica vuole che "oltrepassando" si cambi anche nome, identità, definizione di sé.

Quanto accade a "il manifesto" appartiene alla seconda specie, questo è evidente e anche rivendicato in ogni articolo. Logica vorrebbe che cambiasse nome, a cominciare da quell'ostinata testatina - "quotidiano comunista" - che in effetti non trova conferma in nessuno dei testi pubblicati per scelta della redazione (qualche comunista ci scrive ancora, ma si tratta sempre di "esterni", ci sembra). Viene il sospetto che si tratti di una scelta commerciale, per conservare il possibile dell'antico "zoccolo duro"; oppure di ragioni legali connesse all'integrità del marchio.

Comunque sia, c'è anche modo e modo di "oltrepassare". Quello segnalato da Stefano Azzarà, sul blog "Materialismo storico", è forse uno dei peggiori immaginabili. La "dietrologia fantastorica" su uno dei nomi più importanti della letteratura del '900, passato dal campo comunista a quello democratico in seguito all'invasione sovietica dell'Ungheria. Un evento che colpì duramente una generazione di comunisti appena usciti vincitori dalla seconda guerra mondiale, che segnò separazioni, condanne, rotture per anni irrecuperabili. Anche qui in Italia, naturalmente.

Una materia incendiaria e dolorosa che "il manifesto" di Rossanda, Parlato, Pintor aveva trattato spesso, con spirito critico serissimo e nessuna concessione alla dietrologia (che non è una specialità storiografica o giornalistica particolarmente nuova). Questa recensione di un libro che probabilmente sarebbe passato inosservato se non avesse buttato lì l'ipotesi che Camus - insieme all'editore Gallimard - sarebbe stato ucciso dal Kgb, fa esattamente l'opposto. Accetta la tesi senza nemmeno provare a critìcarne le palesi incongruenze, a partire dal fatto che un'intera generazione di intelletuali comunisti che fece nel '56 la stessa scelta di Albert Camus ha continuato tranquillamente a produrre, vivere, scrivere e pubblicare. Magari con anche qualche soddisfazione economica in più di prima.

Di fantastorie, in questi ultimi 30 anni, ne abbiamo sentite molte (a partire naturalmente dalle "rivelazioni" continue sulla presunta eterodirezione della lotta armata di sinistra, negli anni '70). Ma proprio Rossanda, ricordiamo, le aveva sempre stroncate senza nulla concedere ai "potrebbe anche essere"; sempre indagando in prima persona, smuovendo coscienze, ricordi, tabù, pregiudizi.

Ecco. Il nuovo "manifesto" non ha alcuna parentela con quello.

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L'ossessione anticomunista del Manifesto e la Fantastoria alla Paolo Mieli

Giovanni Catelli: Camus deve morire, Nutrimenti

Risvolto

È il gennaio del 1960 quando l'auto su cui è a bordo Albert Camus, in viaggio verso Parigi, sbanda in pieno rettilineo e si schianta contro un albero a un centinaio di chilometri dalla capitale. Insieme a Camus, muore anche il suo editore e amico Michel Gallimard, che era alla guida.

Dopo più di quarant'anni, dai diari del traduttore e poeta ceco Jan Zábrana emerge un appunto che getta nuova luce su quello che all'epoca venne archiviato come un incidente. Sulla morte di Camus si allunga l'ombra del Kgb, che avrebbe fatto manomettere l'auto su ordine dell'allora ministro degli esteri sovietico Šepilov. Camus, infatti, si era battuto contro l'intervento dell'Urss in Ungheria nel 1956, e in numerosi articoli e discorsi pubblici aveva attaccato personalmente il potente uomo politico russo. Senza contare il suo sostegno alla candidatura al Nobel per Boris Pasternak, scrittore osteggiato e inviso in patria.

A cento anni dalla nascita di Albert Camus, questo volume riapre il mistero della morte dello scrittore francese, muovendosi tra sospetti e testimonianze a caccia di una possibile risposta. Allo stesso tempo, restituisce il clima di un intero periodo storico, grazie a dettagli e aneddoti spesso inediti su figure come Zábrana e Pasternak, che vissero, pagando di persona, l'atmosfera opprimente della guerra fredda.

L’epopea di un dissidente
Saggi. «Camus deve morire» di Giovanni Catelli
di Sara Borriello il manifesto 3.4.14

Il nome di Albert Camus è asso­ciato a opere come lo «Stra­niero» o «La Peste», agli studi sul mito di Sisifo. Opere let­te­ra­rie, cer­ta­mente, ma Albert Camus era tanto altro. Gio­vanni Catelli ricorda e sot­to­li­nea pro­prio que­sto aspetto «plu­rale» nel libro Camus deve morire (Nutri­menti, pp. 159, euro 13). Un intel­let­tuale che voleva la giu­sti­zia sociale, che rin­ne­gava ogni forma di sopruso: ecco il ritratto che fuo­rie­sce da que­ste pagine. Lo scopo di Catelli è sve­lare il mistero che da anni grava sulla morte di que­sto scrit­tore, scom­parso a soli qua­ran­ta­sei anni in un inci­dente stra­dale. Una morte piut­to­sto banale, anche a detta dello stesso Camus poco tempo prima del fatto. Per alcuni fu solo una fata­lità, per altri la cosa fu orche­strata a dovere per togliere di mezzo un uomo sco­modo, che par­lava troppo senza curarsi di chi stava al potere. Catelli sostiene con molta con­vin­zione que­sta seconda ipotesi.
Camus era uno scrit­tore «ribelle». Aderì in un primo momento al par­tito comuni­sta, per poi diven­tare, secondo l’autore, un anar­chico. L’evento che più di tutti gli altri potrebbe aver cau­sato la sua morte è l’opposizione che, attraverso i suoi scritti, portò avanti con­tro le poli­ti­che del governo sovie­tico. La que­stione calda che viene ana­liz­zata è quella dell’invasione sovie­tica dell’Ungheria nel 1956. Camus, così come altri intel­let­tuali del suo spes­sore, rispose all’appello degli scrit­tori unghe­resi, che chie­sero soli­da­rietà agli intellet­tuali «euro­pei». La let­tera che lo scrit­tore pub­blicò in rispo­sta fu una denun­cia rivolta con­tro la Rus­sia e, in par­ti­co­lare, con­tro il mini­stro degli esteri Dmi­trij She­pi­lov. Que­sto fu, secondo Catelli, una atto di sfida con­tro l’Unione Sovie­tica. Attorno a un tale evento ruota la tesi secondo cui la morte di Camus sarebbe stata pro­get­tata dal Kgb, con lo stesso mini­stro She­pi­lov come mandatario.
Ma que­sta tesi è da leg­gere come un pre­te­sto per un obiet­tivo, a suo modo, più ambi­zioso: la rivi­si­ta­zione della figura sto­rica di Camus in quanto intellettuale dis­si­dente. Tutto ciò spesso viene tra­la­sciato, dando rilievo solo al Camus scrit­tore vin­ci­tore di Pre­mio Nobel. I cri­tici ten­dono a per­dere di vista la voca­zione sociale e poli­tica, entrambi pre­senti nell’opera di Camus. Il merito di Catelli sta nell’avere ripor­tato alla luce una figura che rischiava di scom­pa­rire die­tro tomi di ana­lisi let­te­ra­ria, di averle ridato luce e colore, spes­sore, vita. Un altro aspetto rile­vante è la forma che Catelli sce­glie di dare a una mate­ria così tra­sver­sale come la rico­stru­zione di una per­so­na­lità storica.
Il libro è veloce, leg­gero, asso­lu­ta­mente acces­si­bile e chiaro, senza nes­suna con­ces­sione alle reto­ri­che dell’Accademia. Catelli è sin­te­tico, ma mai troppo gior­na­li­stico, nel senso che la sua scrit­tura somi­glia più a un romanzo, una sto­ria di fan­ta­sia più che a un dos­sier su un omi­ci­dio. Il lato posi­tivo è che ciò resti­tui­sce al let­tore la dimen­sione di suspense e imme­de­si­ma­zione che può donare un romanzo; il lato nega­tivo, invece, è che la tra­gi­cità di que­sta figura sto­rica ine­vi­ta­bil­mente si smussa e cade un po’ nel domi­nio dell’irreale.
Tut­ta­via un rischio del genere andava corso per rag­giun­gere il risul­tato finale e per distin­guere quest’opera dalle solite bio­gra­fie, che hanno come unico scopo quello di for­nire una rico­stru­zione sto­rica. Catelli cerca di andare oltre e, per buone parte del libro, ci rie­sce, rega­lando al let­tore il tra­sporto letterario unito alla verità sto­rica di un grande personaggio.

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