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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/04/2026

Anche il Consiglio Superiore della Magistratura boccia il decreto sicurezza

Il Consiglio superiore della magistratura ha espresso un giudizio pesantemente critico sull’ultimo decreto sicurezza del governo Meloni. Nel parere approvato a maggioranza dal plenum – 15 voti favorevoli, 7 contrari e 5 astenuti – il Csm segnala che il provvedimento si colloca su un terreno “costituzionalmente molto sensibile” e presenta profili problematici anche rispetto all’articolo 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, quello che tutela libertà personale e sicurezza.

Tradotto: una parte rilevante della magistratura ritiene che il decreto, così com’è scritto, esponga seri dubbi di compatibilità con i principi fondamentali dell’ordinamento.

Il passaggio più netto riguarda il nuovo fermo preventivo introdotto dal governo. La norma consente di accompagnare in questura e trattenere fino a 12 ore persone presenti in occasione di manifestazioni pubbliche sulla base di un semplice “stato di fatto”, cioè di un sospetto di possibile pericolosità.

Per il Csm questa misura incide sul “nucleo essenziale di alcune libertà fondamentali del singolo” e attribuisce alla polizia margini eccessivamente discrezionali. Non solo: il testo non prevede neppure un obbligo chiaro di verbalizzazione del fermo, con il rischio concreto di provvedimenti immotivati e difficilmente contestabili.

È il cuore del problema politico e giuridico del decreto: la libertà personale può essere compressa non per un fatto commesso, ma per una valutazione preventiva dell’autorità di pubblica sicurezza.

Sicurezza come amministrazione del sospetto

Il parere del Csm mette in luce un processo più ampio. Negli ultimi anni la sicurezza è stata progressivamente spostata dal terreno del diritto penale a quello del controllo amministrativo.

Daspo urbani, fogli di via, zone rosse, divieti di accesso, obblighi di firma, sanzioni pecuniarie elevate: strumenti formalmente meno gravi di una condanna penale, ma spesso più rapidi, più discrezionali e con minori garanzie difensive.

È quella che molti giuristi definiscono amministrativizzazione della sicurezza: si limitano diritti fondamentali attraverso atti prefettizi, questorili o di polizia, senza il filtro pieno di un giudice. Il decreto sicurezza si inserisce perfettamente in questa linea e la rafforza.

Il diritto di manifestare sotto pressione

Uno dei bersagli principali del provvedimento resta il diritto di manifestare. Le nuove norme prevedono sanzioni molto pesanti per i promotori di cortei o iniziative non preavvisate, oppure per semplici deviazioni di percorso rispetto agli itinerari autorizzati. In alcuni casi si arriva fino a 10 mila euro di multa. Il risultato concreto è evidente: rendere la protesta economicamente rischiosa e scoraggiare l’organizzazione spontanea di mobilitazioni.

Si aggiungono poi divieti di accesso a determinate aree urbane e restrizioni individuali fondate anche su semplici denunce pregresse. In questo modo la partecipazione a manifestazioni può diventare essa stessa indice di “pericolosità sociale”. Il passaggio è delicato: non si puniscono solo comportamenti specifici, ma si colpisce la presenza nello spazio pubblico e la partecipazione al conflitto sociale.

Anche la forma è contestata

Oltre al merito, restano forti dubbi anche sul metodo scelto dal governo: ancora una volta il ricorso al decreto-legge in assenza di reali presupposti di necessità e urgenza.

Il provvedimento era stato annunciato settimane prima dell’adozione formale e contiene una molteplicità di norme eterogenee. Un uso della decretazione d’urgenza sempre più ordinario, che comprime il dibattito parlamentare e accentua la verticalizzazione del potere esecutivo. Anche su questo il segnale istituzionale è chiaro: la forzatura non riguarda solo i contenuti, ma il modo stesso in cui vengono imposte nuove restrizioni.

Un decreto contro i diritti

Il punto è chiaro: questo decreto non serve a combattere emergenze reali, serve a rafforzare il potere dell’esecutivo e restringere gli spazi di libertà.

Introduce fermi basati sul sospetto, amplia la discrezionalità della polizia, moltiplica sanzioni economiche contro chi manifesta, consegna a prefetti e questori strumenti sempre più invasivi. Si colpisce il dissenso senza passare da un processo, si limita la libertà personale senza reato, si scoraggia la protesta rendendola costosa e rischiosa. Il parere del Csm lo dice con prudenza istituzionale. Ma il dato politico è netto: si sta costruendo un modello in cui i diritti restano scritti sulla carta e vengono svuotati nella pratica. Non è sicurezza. È repressione legalizzata.

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10/06/2020

Roma. La Questura non vuole alcun “disturbo” agli Stati Generali dell’economia

Gli Stati Generali dell’Economia producono il distanziamento politico: la Questura di Roma vieta le manifestazioni a Villa Pamphili.

Un vasto arco di forze politiche, sociali e sindacali ha indetto una mobilitazione per la mattina di sabato 13 giugno nei pressi di Villa Pamphili, dove è previsto l’incontro promosso dal governo Conte denominato Stati Generali dell’Economia.

La Questura di Roma ha deciso però di spostare la manifestazione a chilometri di distanza, nel cuore del quartiere Monteverde, vietando di fatto la possibilità di manifestare nei pressi del vertice. Una scelta inaccettabile che conferma e inasprisce una linea di gestione dell’ordine pubblico tutta italiana. Siamo infatti l’unico paese al mondo dove è impedito di manifestare nei pressi dei palazzi del potere.

Da anni a Roma è prassi della Questura autorizzare solo manifestazioni che quantifichino i partecipanti: in quella piazza si può manifestare in 100, in quell’altra in 50 e via dicendo, imponendo il rispetto dei numeri comunicati.

E tutto questo da molto prima che il Covid-19 arrivasse a fornire un comodo alibi a una modalità tanto illegittima quanto priva di senso, poiché è molto difficile per chi organizza una manifestazione stabilire in anticipo il numero di quanti aderiranno.

Adesso però si opera un salto di qualità, non è più una questione di numeri o di distanziamento sociale: gli Stati generali non vanno disturbati, stop.

Del resto il programma dell’assise è già tutto scritto nelle 121 slide preparate dal gruppo di tecnici guidati da Colao: un progetto redatto su misura per Confindustria e le grandi imprese e che si inscrive perfettamente nelle linee guida stabilite dalla Banca d’Italia e dai commissari dell’Unione Europea.

Il resto è solo contorno e deve servire a mettere in bella mostra un progetto di spartizione dei 173 miliardi, dando la sensazione che si stia progettando il rilancio del paese piuttosto che un enorme esproprio ai danni della cittadinanza.

Contro tutto questo era organizzata la mobilitazione di sabato mattina, sulla quale è calato il veto della Questura.

Ci chiediamo e chiediamo, in primis al ministro dell’Interno e alla sua amministrazione, alle forze politiche, sociali e civili, se nella Costituzione Italiana sia stato introdotto l’obbligo del distanziamento politico.

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Ultim’ora.

FASSINA: APPELLO A LAMORGESE PER DIRITTO A MANIFESTARE Roma, 10 giu. –

“In contemporanea all’avvio degli Stati Generali indetti dal Governo Conte, come è fisiologico in una democrazia sana, sono state organizzate mobilitazioni assolutamente pacifiche di dissenso e di sostegno a proposte alternative. Va garantita, ovviamente nel rispetto delle normative di sicurezza, la piena possibilità di manifestare, tanto più dopo lunghi mesi di necessaria sospensione di diritti fondamentali. A tal fine, faccio appello alla Ministra Lamorgese affinchè possa essere autorizzato il presidio, promosso da decine di associazioni, movimenti e organizzazioni sindacali, di fronte all’ingresso principale di Villa Panfili, come richiesto dai promotori. Condizionare l’autorizzazione della Questura di Roma allo spostamento del presidio in una piazza distante e sostanzialmente invisibile dal luogo degli incontri implica, di fatto, rendere impraticabile un diritto costituzionale. Lo dichiara Stefano FASSINA deputato LeU.

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