Dove finiscono i nostri smartphone e pc?
A Guiyu, Cina, capitale mondiale dei rifiuti elettronici. Reportage dal posto più inquinato del pianeta
Piramidi di smartphone, tastiere
di computer e tablet occupano le strade e nascondono le case. Un branco di
bufali d’acqua rumina in stagni neri da cui affiorano schermi di pc.
Televisioni, cuffie e stampanti sono ammassate nelle risaie. L’aria è
fetida, la nebbia spessa e arancione. Dopo pochi minuti occhi e narici
bruciano. La discarica di immondizia elettronica più grande del mondo
assomiglia in modo sorprendente all’idea dell’inferno che può agitare un
uomo contemporaneo. Una massa con il volto coperto da luride mascherine
guida risciò a motore, carichi di sacchi bianchi da cui pendono cavi,
batterie, schede di frigoriferi e dischetti.
Canali per l’irrigazione e scoli
straripano di liquami densi e oleosi che incollano le suole alla terra.
Il fragore di clacson e ferraglia compressa martella il cervello:
scoppi e fumi di roghi plastici escono da distese di capannoni
pericolanti. Guiyu è la capitale globale dei rifiuti hi-tech e il
disastro che devasta abitanti e natura rivela la faccia nascosta e
inconfessabile del business del secolo. Smaltire apparecchi
elettronici ed elettrodomestici rende oggi poco meno che produrli: il
prezzo da pagare è la vita di essere umani e ambiente. Non è un
caso se il mondo ha scelto questo vecchio villaggio del Guangdong, a
quattrocento chilometri da Guangzhou, per nascondere il cimitero della
rivoluzione digitale. Guiyu, cronicamente sommersa dalle piene, non era
l’ideale per l’agricoltura industriale. Trent’anni fa i contadini hanno
cominciato a riciclare bottiglie. Poi sono passati alle lattine. Dai
primi anni Duemila hanno conquistato il mercato tossico dell’e-waste.
«Un’evoluzione naturale - dice lo smantellatore di computer Lai Yun -:
è lungo la costa sud della Cina che si concentrano le più importanti
multinazionali dell’elettronica. Sono loro le nostre prime clienti. I
gadget hi-tech tornano a morire dove sono nati». Recuperare ciò che
l’umanità butta via è un’impresa da eroi. La tragedia è che, nel
nome del profitto, a Guiyu si sfruttano sistemi incompatibili con la
dignità delle persone e con la salvaguardia della natura. Un
paradosso: il massimo della tecnologia e del design viene oggi distrutto
con il massimo degli espedienti anacronistici, dentro officine
orribili. Quello che l’Onu definisce “il luogo più inquinato del
pianeta” è oggi una città con duecentomila abitanti. Otto su dieci
lavorano nell’e-riciclaggio, monocoltura collettiva: le imprese sono
seimila, tutte famigliari. «Quest’anno - dice il segretario del partito,
Zhang Chu- feng - lavoreremo quasi 2 milioni tonnellate di immondizie
elettroniche, per un giro d’affari di ottocento milioni di dollari». Gli
affari vanno a gonfie vele. Fino a cinque anni fa i rifiuti arrivavano
in nave da Usa, Europa, Giappone e Corea del Sud. Oggi la stessa Cina è
un colosso delle scorie sintetiche. Il mondo nel 2014 produrrà 52
milioni di tonnellate di residui ad alta tecnologia: 8,3 negli Stati
Uniti, 6,9 in Cina.
Il resto si divide tra Occidente,
con il 73 per cento, e Paesi in via di sviluppo, fermi all’11. Lo
scenario è però destinato a mutare rapidamente. «La Cina - spiega Li
Yangpeng, dell’Accademia delle scienze - sfiora i 650 milioni di
cellulari, entro il 2016 sorpasseremo gli Usa anche nella produzione
di rifiuti elettronici. Il mercato americano cresce del 13 per cento
all’anno, quello cinese del 50 per cento. Entro il 2020 oltre la metà
dei rifiuti hi-tech del pianeta sarà prodotta in Cina».
Il business che Guiyu credeva di
dominare sta sfuggendo a ogni controllo. Distruggere un miliardo di
telefonini all’anno, ottocento milioni di pc e quasi due miliardi di
televisioni al plasma, è una bomba a orologeria che può distruggere
l’intera regione. Oltre centotrentamila uomini, donne e adolescenti ogni
mattina si arrampicano su montagne di macerie elettroniche. Fino alla
notte separano, smontano, spaccano con martelli e trapani, sciolgono con
gli acidi, bruciano, seppelliscono nei campi e disperdono nel fiume
le polveri tossiche. Lavorano a mani nude e senza protezioni. Le
case-discariche non sono dotate di filtri né di depuratori. Il clima è
di terrore e intimidazione. Qualcuno grida «via chi vuole toglierci il
lavoro», altri assicurano che «un po’ di sporco non fa male a nessuno».
Nemmeno l’Università di medicina di Shantou, controllata dal governo,
osa però negare l’impressionante evidenza. Nel suolo il piombo supera di
212 volte la soglia di rischio. I pozzi sono contaminati fino a tre
chilometri di profondità. L’acqua contiene gli stessi residui rilevati a
Chernobyl dopo l’esplosione e scoperti nel lago Karachay, dove l’Urss
avviò l’arricchimento del plutonio. Tra gli abitanti la
percentuale di tumori supera del 64 per cento la media nazionale. Uno
studio su 165 bambini da uno a sei anni ha rivelato nel sangue livelli
di piombo “pericolosi”, l’80 per cento degli scolari è affetto da
disturbi respiratori e al sistema nervoso centrale. «Nonostante
tutto questo - Ma Jun, direttore dell’ong Institute of Public and
Environmental Affairs - Guiyu è oggi il luogo di lavoro più ambito della
Cina».
I nuovi schiavi dell’era digitale sperano di non essere anche
dei condannati a morte. Il loro obbiettivo è fare più soldi possibile
nel minor tempo possibile e poi fuggire lontano per sempre. Smantellare
cellulari e pc frutta tra i 650 e gli 820 dollari al mese: il quadruplo
di quanto potrebbero guadagnare nei villaggi poveri dell’interno, o in
una miniera di carbone. Così i riciclatori cinesi dell’e-waste
globale sono quasi sempre giovani migranti dalle zone depresse, spesso
analfabeti che accettano la sfida a tempo sognando di cambiare vita.
Molti, prigionieri dei soldi, si fermano un giorno di troppo. Quattro
cimiteri, anche loro assediati da cumuli di carcasse elettroniche,
suggeriscono che se in questa città c’è qualcosa di semplice, è morire
in fretta. «Il problema - dice l’esperto Leo Chen - non è vivere tra
vecchie tv al plasma e smartphone fulminati. È voler fare in modo che
l’immondizia si trasformi in oro». Letteralmente. Sono acidi e solventi
che consentono di diventare ricchi. Una tonnellata di scorie hi-tech
contiene 300 grammi di oro, 10 di platino, 50 di palladio, 2 chili
d’argento, 25 di stagno e 130 di rame. Chi non risparmia sulla chimica
ricava anche cadmio, berillio, terre rare, acciaio, plastica, vetro. Lo
scorso anno il 5 per cento dell’oro cinese, pari a 15 tonnellate, è
stato estratto dai rifiuti elettronici, concentrato tra quaranta e
ottocento volte di più rispetto ai giacimenti naturali. Il boom sommerso
è tale che un piccolo smantellatore di Guiyu può guadagnare oltre
quindicimila euro al mese, sei volte più di un alto dirigente pubblico.
Nel Guangdong questa devastante
industria sotterranea, impegnata a rivendere i componenti pregiati agli
stessi produttori di gadget ad alta tecnologia, è oggi la prima
responsabile della dispersione di metalli pesanti, gas nocivi e liquidi
corrosivi. E il disastro non deriva dal riciclaggio, indispensabile proprio per salvare il pianeta, ma dalla sete inesauribile di profitto.
«Esistono acidi, solventi e sostanze chimiche - ci dice un operaio che
si presenta come Fan - che accelerano lo scioglimento di circuiti e microchip, separando quantità maggiori di elementi costosi. Usarli,
consente di ingrandire l’azienda e conquistare clienti tra i grandi marchi mondiali, nessuno escluso. Il resto del reddito si fa bruciando,
seppellendo e gettando in mare ciò che non rende». Guiyu è l’eldorado di
questa corsa clandestina e ufficialmente illegale. Attorno a Shenzhen,
dove opera anche il più grande stabilimento del colosso taiwanese
Foxconn, ruota però una galassia di e-villaggi/discarica, camuffati da
aziende agricole e magazzini. Centinaia di container vengono scaricati
ogni giorno dalle navi attraccate al largo, nel Mar cinese meridionale.
Ciò che nemmeno i 130mila schiavi e sfruttatori della “capitale”
riescono a smaltire, sparisce in un universo criminale ancora più
nascosto. Per il governo le imprese della zona autorizzate a trattare
rifiuti speciali sono novantuno. «La loro capacità - dice Ma Tianjie,
portavoce di Greenpeace - ormai non arriva al 43 per cento e in realtà
incide sul 21 per cento dell’immondizia hi-tech. Quattro telefonini e
tablet su cinque spariscono nel mercato nero del riciclaggio, dove regna
solo la legge del massimo guadagno. È un cataclisma, ma l'affare è tale
che la corruzione arriva ai massimi livelli del partito». Guiyu resta
così vittima di se stessa. Gli indumenti lavati, stesi ad asciugare tra
frigo sventrati e fuochi senza fine, risultano ingialliti, o marrone
scuro. Le dita delle donne, usate per aprire gli incastri dei pc,
appaiono scarnificate. Ventenni deportati dal Gaungxi, allettati dagli
straordinari guadagni, esibiscono il volto malato di un vecchio. Un
operaio ci mostra il relitto del penultimo modello di uno smartphone. La
vita media di un cellulare è ormai scesa sotto i due anni. La
tecnologia è sempre più sofisticata, la concorrenza sempre più spietata,
ci dice. Guiyu è il prezzo che il mondo accetta di pagare.
È notte, ma l’e-discarica lavora a
ciclo continuo. In periferia resistono alcune fattorie, nascoste dietro
colonne di Tir che riportano nelle fabbriche del Guangdong parti e
sostanze riutilizzabili. Gli ultimi contadini rimasti qui coltivano riso
che nessuno osa mangiare. «È un concentrato di cadmio - ci dice un uomo
di nome Hiu - sulle scatole viene scritto che è stato coltivato nel
Sichuan. Noi lo chiamiamo “il riso elettronico”. Finisce lontano. Dove,
esattamente, nessuno lo sa».
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