L'Italia è un paese a pezzi, che ha perso il 12% di Prodotto interno lordo (Pil) in sette anni, che sta svendendo a passo di carica le sue aziende principali (in attesa di impegnarsi il Colosseo e la Torre di Pisa), che distrugge posti di lavoro, riduce i salari e le pensioni, offre sempre meno scuola pubblica e fa pagare sempre più cara (ticket) l'assistenza sanitaria universale. Un paese in declino, impoverito, senza qualità?
Non per tutti. La specialità della posizione strategica dei ricchi consiste nel poter fare grandi affari proprio quando la crisi morde di più. Un esempio? Prendiamo il patrimonio immobiliare. Milioni di lavoratori dipendenti sono stati obbligati a comprare casa, indebitandosi per la vita, grazie a una politica della casa che ha eliminato l'edilizia popolare e quindi favorito la crescita esponenziale del livello degli affitti, fino a farli valere quanto un mese di salario o poco meno.
Bene. Nella crisi, si perde il posto di lavoro, i soldi comunque non bastano, se hai una malattia hai bisogno di liquidità pronta cassa, ecc. Quindi sei costretto a vender casa proprio mentre i prezzi crollano; e anche rapidamente, perché c'è un sacco di offerta simile alla tua sul mercato. E quindi se vuoi del cash devi abbassare tu stesso il prezzo più dei "concorrenti" uguali a te.
Una pacchia per chi possiede liquidità in abbondanza (società finanziarie, immobiliari, fondi di investimento, ecc.) che può così fare incetta di immobili a prezzi di saldo. In attesa della risalita del mattone e delle inevitabili plusvalenze a culo incollato sulla poltrona.
Nel 2008 la ricchezza totale posseduta dal 30% più povero degli italiani (sono più di 18 milioni di persone) valeva il doppio delle dieci famiglie più ricche. Fermatevi un attimo a calcolare: in pratica, 9 milioni di persone appartenenti al terzo più povero della popolazione possedeva nel suo insieme quanto le 10 (dieci!) famiglie più ricche. Si può dirlo anche altrimenti: in media, ogni famiglia di questa pattuglia privilegiatissima possedeva quanto 900.000 persone della fascia bassa: 58 miliardi di euro, che a dividerli per dieci o per novecentomila dà numeri decisamente diversi (5,8 miliardi contro 63.000 euro; stiamo parlando di qualsiasi tipo di ricchezza: reddito, case, terreni, gioielli, risparmi, ecc).
Non male, per quei "fortunati". Ma la crisi ha dato loro una bella mano a fare ancora meglio, mentre quelli che avevano mantenuto un lavoro "da fascia bassa" venivano indicati come "privilegiati". Roba da far saltare la pazienza a un papa, diciamo...
Fubini, su Repubblica, ci dà anche qualche nome: Leonardo Del Vecchio, Ferrero, Berlusconi, Giorgio Armani, Francesco Gaetano Caltagirone...
La crisi, dicevamo, ha lavorato decisamente a loro favore: nel 2013 la situazione era radicalmente diversa. I dieci "campioni" della ricchezza nazionale ora totalizzano un patrimonio superiore a quello del 30% più povero. Per loro ci sono 98 miliardi di euro (in media 9,8 a testa, il 70% in più), mentre quei 18 milioni di scalognati hanno perso nel loro complesso il 20%.
Se poi si guarda al quintile più povero (invece che al 30%), il paragone diventa improponibile: quelle dieci famiglie con nome e cognome possiedo sei volte tanto quanto posseduto da 12 milioni di persone.
I dati sono stati pubblicati in uno di quei testi che nessuno legge - una relazione della Banca d'Italia - ma che andrebbero invece messi come letture obbligatorie nelle scuola di ogni ordine e grado.
Che dite? Che così si fomenterebbe l'odio di classe? Ma perché, quelle dieci famiglie (e le altre migliaia appena un po' meno ricche di loro) ci stanno forse dimostrando affetto?
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