E’ caos a Sanaa, la capitale dello Yemen, sconvolta da questa mattina
dagli scontri tra l’esercito e i ribelli Houthi, i più sanguinosi da
quando lo scorso settembre il gruppo sciita ha preso il controllo della
città. Per ora ci sarebbero due vittime e decine di feriti. Come
riportato dalle agenzie stampa, la battaglia e’ esplosa accanto al
palazzo presidenziale, quando i ribelli hanno attaccato l’auto su cui
viaggiava il premier Khalid Bahah al ritorno da un incontro con il
presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, e si e’ estesa rapidamente a tutto il
centro della città. Colonne di fumo si alzano da molti quartieri e i
residenti stanno fuggendo dalle zone più calde.
Fonti dell’esercito yemenita hanno dichiarato che gli scontri sono
cominciati a causa dell’installazione di un check point degli Houthi
vicino al palazzo presidenziale: quando i militari hanno intimato ai
ribelli di smantellarlo, questi avrebbero risposto aprendo il fuoco. La
versione degli Houthi, invece, rivela che e’ stato l’esercito ad aprire
il fuoco sul posto di blocco istituito dai ribelli. Il ministro dell’Informazione yemenita Nadia Sakkaf ha raccontato ad al-Jazeera
che parte dell’esercito non risponderebbe più ai superiori, presagendo
che potrebbe esserci “un nuovo Yemen” prima della fine della giornata.
La tensione tra il governo e gli Houthi e’ salita ulteriormente sabato scorso, quando un
gruppo di ribelli ha sequestrato il capo di gabinetto del presidente
Hadi – nonché segretario generale del dialogo nazionale – Ahmad Awad bin
Mubarak a un posto di blocco istituito nel distretto meridionale di
Hada. In un comunicato, gli Houthi hanno rivendicato il sequestro
spiegando che si tratta di una misura preventiva per evitare che
l’accordo tra il gruppo e il governo firmato lo scorso settembre – e mai
veramente implementato – venga rotto. Il giorno prima,
infatti, Salah al-Sammad, uno dei due consiglieri houthi nominati dal
presidente secondo l’accordo si era dimesso perche’ le sue proposte
venivano costantemente ignorate.
“Ho provato a offrire i miei consigli al presidente e al governo –
ha scritto Sammad sulla sua pagina Facebook – sulla necessità di
rassicurare i ribelli adottando misure per costruire la fiducia sul
fatto che vi sia un serio tentativo di costruire uno Stato, combattere
la corruzione, e porre fine al monopolio politico... ma i miei consigli
sono caduti nel vuoto”. Secondo l’accordo, siglato sotto l’egida delle
Nazioni Unite dopo mesi di scontri e di conquiste territoriali da parte
degli Houthi, il presidente avrebbe dovuto nominare un nuovo governo
entro un mese dalla firma, un governo in cui gli Houthi avrebbero avuto
un certo numero di posizioni di gabinetto per poter avanzare le loro
richieste e porre fine alla loro storica esclusione dalle istituzioni.
Il rapimento di Mubarak, quindi, si iscriverebbe nell’ottica del
fallimento del dialogo nazionale.
Contrari, come proposto dalla conferenza del Dialogo nazionale, a una confederazione di stati, gli
Houthi hanno minacciato il governo di assumere il controllo della
provincia di Marib, ricca di petrolio, se il dialogo nazionale non
sortisse una soluzione condivisa da tutte le fazioni: “Se le
autorità ufficiali non si assumeranno le proprie responsabilità – ha
dichiarato il leader del gruppo Abd al-Malik al-Houthi – agiremo a
favore dell’onorevole popolo di Marib”. Forti del controllo esercitato
su aree strategiche – dalla capitale al porto di Hodeidah, sul mar
Rosso, conquistato alcuni mesi fa – e del sostegno di cui godono tra la
popolazione, potrebbero assicurarsi con la forza di essere ascoltati da
Sanaa.
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