Il bilancio degli scontri tra forze governative siriane e combattenti
kurdi, cominciati sabato nella città nord-orientale di Hasakeh, è di
almeno 18 morti. Tra le vittime, una donna, otto miliziani delle Ypg, le
Unità di Difesa Popolare kurde, e nove soldati di Damasco.
A monte, secondo quanto riportato dai media, l’arresto da
parte dei combattenti kurdi di dieci fedelissimi del regime, accusati di
aver assunto il controllo di una zona demilitarizzata. Secondo un
accordo siglato l’anno scorso, infatti, la città di Hasakeh – 200mila
abitanti – è stata divisa in due: il 30% circa sotto il
controllo delle forze armate kurde, il restante (per lo più quartieri
arabi) sotto il controllo del governo. Una terza parte è stata
demilitarizzata.
Un confronto senza precedenti: dal 2012, con il ritiro delle
truppe di Assad dalle città kurde a nord, lungo il confine con la
Turchia (seppur ci siano stati episodi di attacchi da parte delle forze
governative a checkpoint kurdi) non si erano registrate significative
violenze tra le due parti, con l’obiettivo comune di frenare
l’avanzata dello Stato Islamico e dei gruppi islamisti di opposizione a
Damasco. Tre anni fa l’esercito di Assad, assediato dalle opposizioni
moderate e islamiste, aveva preferito concentrare gli sforzi militari
nell’area di Aleppo, parzialmente occupata dall’Esercito Libero Siriano.
La comunità kurda ne aveva approfittato per dare vita ad un
esperimento democratico nuovo, sul modello del sistema politico
teorizzato dal Pkk: governi autonomi locali in tre cantoni,
fondati sul collettivismo, la parità di genere e etnia, la co-presidente
uomo-donna di ogni ente pubblico, l’ecologia, la democrazia diretta.
Sono state create le Unità di Protezione Popolare – Ypg e Ypj – che in
poco tempo hanno assunto il controllo delle città di Kobane, Efrin,
Derika Hemko, Qamishli. Dietro, un accordo informale con Damasco
– che ha sollevato le proteste della vicina Turchia che teme il
rafforzamento del Pkk – che assegnava ai kurdi la gestione e la
sicurezza dell’area.
L’accordo tra Damasco e kurdi e il ritiro delle forze militari
siriane aveva permesso di garantire la sicurezza della città di Hasakeh,
la più grande della regione di Rojava, almeno fino allo scorso
settembre quando l’avanzata dell’Isis ha provocato la fuga di 60mila
residenti. L’aviazione siriana ha bombardato alcuni
quartieri della città, per stanare – disse all’epoca Damasco – un gruppo
di miliziani dell’Isis infiltrati nella comunità.
Ma nonostante la lotta comune al nemico al-Baghdadi, i rapporti tra governo centrale e comunità kurda restano complessi.
Quella kurda è la minoranza etnica più numerosa nel paese: tra i 2 e i 2
milioni e mezzo di abitanti, che rappresentano il 10-15% dell’intera
popolazione siriana. Hafez Assad e poi Bashar, suo figlio, hanno messo in piedi una vasta campagna di arabizzazione delle zone kurde della Siria,
che ha condotto a scontri violenti con la popolazione (da ricordare la
sollevazione kurda del 2004, soffocata nel sangue dall’esercito di
Damasco).
Damasco non ha certo aiutato a placare il forte sentimento
anti-governativo kurdo, lavorando per arabizzare le comunità: la lingua e
la cultura kurda sono stati banditi, l’insegnamento del kurdo è stato
vietato nelle scuole, e a circa 150mila kurdi siriani non è stata
riconosciuta la nazionalità fino al 2011.
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