Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Liberia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Liberia. Mostra tutti i post

30/12/2017

Weah presidente della Liberia. Un’occasione per parlare d’Africa? No, di Calcio

Dicono che Georges Weah, 51 anni, forse il miglior calciatore che abbia avuto l’Africa, e neo Presidente della Liberia sia molto sensibile ai problemi sociali della sua terra in particolare a quelli dei bambini e alla loro scolarizzazione.

Però sul Presidente neo eletto alla guida di uno dei Paesi più tormentati del continente africano avremmo piacere di conoscere qualcosa di più.

In che cosa consiste quel CDC, il partito per il cambiamento, per il quale ha concorso e vinto, oltre ad essere un gruppo che si occupa di questioni umanitarie? Certo siamo certi che non finanzia la tratta dei bambini soldato, un tragico mercato che proprio tra Liberia e Sierra Leone ha avuto modo di svilupparsi in non lontani tempi di guerra, ma quali sono i lineamenti del suo programma politico?

Certo se ne sa di più del partito che ha sconfitto, al secondo tentativo, e di chi lo ha guidato nei tempi passati, il Partito dell’Unità.

Si sa che era guidato da una donna, da Ellen Johnson-Sirleaf, ex impiegata della World Bank, un’economista di stampo liberista nominata nel 2011 Premio Nobel per la pace per avere guidato il paese in anni relativamente tranquilli. Si sa che ha azzerato il debito estero del paese a caro prezzo per la popolazione più povera. Si sa che il suo vice, Joseph Boakai (vicepresidente della Liberia dal 2005), da un po’ di tempo non andava d’accordo con lei, e questa frattura ha indubbiamente giovato a Weah per ribaltare il risultato di una precedente consultazione.

Sì, ma al di là di questo? Ci piacerebbe conoscere come la pensa il neoeletto in materia di politica estera. Una variabile che ha inciso sul paese fin dalle sue origini se è vero che venne di fatto costruito da schiavi liberati negli Stati Uniti, non tanto graditi dagli indigeni doc, ma fortemente legati al paese che li aveva prima messi in catene e poi liberati dalle medesime.

Un paese, politicamente parlando “born in the Usa”, i cui Presidenti però non sempre si erano allineati a Washington. Senza tener conto che, quando si erano verificate beghe tra i liberiani e i vicini della Sierra Leone l’esercito francese gravitava non molto lontano.

E ancora, quali sono i residui di una delle epidemie più devastanti degli ultimi anni (l’Ebola) che le sue tracce più mortifere le ha lasciate proprio in Liberia, Sierra Leone e Guinea?

Basta a tranquillizzarci una percentuale di votanti sufficientemente elevata e l’assenza di guerre civili, nonché elezioni pluripartitiche da una dozzina d’anni? Sono sufficienti per garantirci che Weah avrà vita facile e che ci possiamo comunque fidare di lui sulla parola?

A nostro avviso, da parte dei media, si poteva cominciare meglio. Parlare, analizzando la sua vittoria, dei problemi in cui si sta dibattendo l’Africa, magari limitandoci a quelli della sua zona. Non mi pare che lo si stia facendo molto.

In compenso sappiamo tutto e tutti del suo Pallone d’oro.

E che ha giocato, Milan ovviamente a parte, nel Chelsea, nel Manchester City, nell’Olympique di Marsiglia e nel Paris St. Germain. Oltre a ciò fatichiamo appena a sapere che è musulmano.

Comunque sia, auguri Presidente, a lei, al suo popolo e all’Africa tutta.

Fonte

25/09/2016

Il prezzo della pace alla fiera della vanità

Fabbrichiamo i tuoi sogni. E’ la promessa di una delle pubblicità offerte negli spazi appositi, protetti e trasparenti, lungo le strade di Genova in questi giorni. Si tratta,come spiega l’immagine sotto di stimolare le consumatrici a truccarsi per apparire fatali come solo i sogni sanno fare. Anche per la pace e dintorni il rischio è quello di fabbricare sogni e di affidarsi a un trucco. Il ‘making-up’, il ‘maquillage’, che non fa che confermare la tendenza attuale che tutto traduce in apparenze, sogni compresi. Tra questi quello della pace è, come sappiamo, di particolare rilevanza e attualità. Chi ha visto la guerra in Liberia, come chi scrive, sa bene che la pace non ha prezzo. Col tempo, però, anche quest’ultima, adeguandosi alla narrazione dominante, un prezzo ce l’ha. Un buon esempio il recente incontro interreligioso di Assisi, di francescana memoria, presentato come momento profetico. Per di più capitato in un contesto di scelta e desiderata ‘guerra permanente e globale’ contro il terrorismo, motivato a volte da ideologie ‘religiose’.

In effetti il 16 e 17 gennaio dell’anno scorso a Niamey le nostre chiese e quelle dei fratelli protestanti sono andate distrutte dal fuoco. Sono stati accertati una decina di morti, danni ingenti e soprattutto la perdita forse irrimediabile della fiducia sociale, che è alla base di ogni umana convivenza. Quindi nulla di più necessario che dare continuità a incontri di preghiera e scambio, con dichiarazione finale di capi religiosi che anelano alla pace. Difficile ma non impossibile stimare il prezzo di questo sogno fabbricato che somiglia, senza volerlo, ad un ‘maquillage’ poco rilevante. I membri del Comitato Preparatorio hanno per tempo e con perizia prenotato alberghi, cene, pranzi di gala per i capi religiosi e le loro ‘suite’. Rabbi, imam, vescovi, cardinali e dignitari di altre religioni. Buon ultimo della lista il papa che non solo nel nome parla di pace. Tutti sono stati oggetto di onerose attenzioni. I prezzi degli hotel in questione, Giotto, Fontebella o Cenacolo di Santa Maria degli Angeli, sono noti. Dai 188 euro in su e con suite si arriva agli 800 euro al dì.

E’ un testimone oculare ad Assisi in quei giorni che lo ricorda. Le Cene a prezzo politico sono di 45 euro circa. I rabbi con mercedes, i musulmani con cocktail e una cena in cui sono stati spesi 800 euro in bevande. Disponibili 20 euro a testa per le bevande. E poi gli invitati, prescelti e spesso raccomandati (nulla è lasciato al caso), tra 7 e 7.500, con prezzi di favore dai 58 ai 68 euro a persona. Almeno 400, invece, i commensali per tre giorni con cene e pranzi. Il tutto comporta una somma difficile ma non impossibile da valutare. La pace un prezzo ce l’ha, magari poco visibile e trasparente, ma ce l’ha. La fabbricazione di sogni, specialità diffusa in vari ambiti anche religiosi, si avvicina al trucco o ‘making-up’ prima rilevato. Mediaticamente utile, vergognosamente opaca e soprattutto funzionale al sistema dominante che da questi eventi esce rafforzato. Resta da domandarsi in che modo e in virtù di quale aura questi ‘capi religiosi’ dicono le sofferenze e i drammi dei nostri poveri. E chi mai ha dato loro il mandato di rappresentarne i volti.

Per noi, che torniamo tra breve al ‘Sud di Lampedusa’, in un paese islamico, di tutto ciò non resterà traccia alcuna. Si riparte con l’impressione di avere assistito, da spettatori, ad un sogno fabbricato senza futuro. E intanto Francesco d’Assisi è seduto tra gli altri in una barca, tra i migranti.

Fonte

20/06/2015

Quelli che hanno perso. Ombre migranti del Sahel

Seduto nell'ufficio Keita mostra le mani, la pianta dei piedi e le ginocchia. Proprio lì lo picchiavano coi bastoni i poliziotti di Ghadames, in Libia. Bastoni qualunque che come dappertutto fanno male se accompagnati da insulti. Sono entrati di notte nella casa dove Keita si trovava con altri amici senza documenti. Sapevano che era stati pagati il giorno prima. Erano i soldi del viaggio a Tripoli e oltre per il Mare Nostro. Mesi di lavoro andati in polvere in pochi minuti. Dopo una mezza giornata in prigione li hanno abbandonati nel deserto alla frontiera dell'Algeria. Keita sa che in Italia ci sono tanti senegalesi come lui che si trovano bene. A Genova, in Via Pré, c'è il negozio Touba, santuario meta di pellegrinaggi per i Muridi. In poco spazio si vendono trecce finte, profumi, generi di inutile necessità e soprattutto informazioni. Si organizzano viaggi commerciali fino a Dubai e ritorno. Paese che vai senegalese che incontri. Keita è stanco del viaggio. Il deserto non è mai alle spalle.

Keita era partito dal Senegal con 450 mila franchi circa, e fanno 680 euro. La somma era stata inghiottita dal viaggio e dalla libera circolazione di beni, persone e ladri. Dall'Algeria era passato in Libia col proposito di guadagnare abbastanza per pagarsi il viaggio di mare. Torna ferito alle mani, ai piedi e alle ginocchia. Ora che è cominciato il Ramadan non riesce a fare la preghiera come si deve. Lo aspetta la moglie che era d'accordo col viaggio, questo almeno afferma sottovoce. La prima delle figlie si chiama Fanta e ha 12 anni. Il secondo si chiama Moussa e il terzo, di poco più di due anni, si chiama Khedim che vuol dire servitore. A Keita dispiace con vergogna di non portare neppure un regalo ai suoi figli se non la sua vita. Sulla strada di ritorno gli hanno portato via quanto rimaneva per il viaggio e solo un viandate come lui lo ha salvato. Ha il rammarico di non poterlo rimborsare. Rialza i pantaloni e mostra le ginocchia ancora segnate.

Di fortunato lei ha solo il nome. L'hanno chiamata Lucky, in quei giorni in Liberia. Tutto sembrava funzionare bene. I comandanti e i comandati del battello in buona maggioranza schiavi o loro discendenti. Poi la guerra spazza le gerarchie. A 14 anni per salvarsi deve scappare nella vicina Guinea. Rimane anni e impara a fare trecce. Diventa un'esperta parrucchiera e decide il viaggio in Kenia. Suo padre era stato ucciso nel memorabile 6 di aprile nella Monrovia che tutti ancora ricordano. Sparavano a tutto e i gruppi armati passavano da un quartiere all'altro per eliminarsi a vicenda. Lucky non ha mai cominciato la pace, da allora. Dal Kenia, con James, amico incontrato all'aeroporto, passano nel Sudan. Aveva raccolto informazioni sbagliate. Sono messi fuori del paese. Senza documenti, soldi e futuro. Le guerre si portano dentro per sempre come un bagaglio impossibile da spedire. Lucky ha lasciato due figli a casa. Il terzo è morto in seguito alla guerra.

E' partita stamane al Centro di Depistaggio Anonimo e Volontario. Sono gli ammalati di AIDS che passano veloci negli uffici del servizio. Lucky è tornata con la risposta positiva dall'esame del sangue. Lucky ha 35 anni e da qualche settimana non riesce a mangiare. E' passata ieri e voleva tornare al paese di fretta. Sapeva il perché e allora ha accettato il depistaggio. La data di oggi col numero anonimo 1197. Il risultato arriva come una conferma di sorpresa che anche lei sapeva. Le suore di Madre Teresa hanno un reparto di accoglienza per questi malati e Lucky ha accettato di abbandonarsi nelle loro mani. A Monrovia abitava nella centralissima Ashmun Street. La casa dove ancora vive suo padre è poco lontana dalla Cattedrale del Sacro Cuore di Gesù. Forse per questo insisteva per tornare lì, come un'ombra migrante.

Fonte

05/12/2014

Ebola. In Africa occidentale 5 milioni di bambini senza scuola


Chiuse, insieme ad altri edifici pubblici, per scongiurare il diffondersi ulteriore del virus o usate come centri di detenzione per i malati di Ebola. È questo il destino delle scuole in Guinea, Liberia e Sierra Leone: con effetti devastanti soprattutto per le ragazze, le più esposte a situazioni di alto rischio come matrimoni e gravidanze precoci. A rivelarlo è il rapporto ‘Ebola Emergency: Restoring Education, Creating Safe Schools and Preventing Long-term Crisis’ della Global Business Coalition for Education in collaborazione con A World at School, che propone – in attesa della riapertura delle scuole – l’insegnamento attraverso radio, televisione, telefoni cellulari e internet.

Nei tre Paesi sarebbero 5 milioni i bambini costretti a non andare a scuola a causa dell’epidemia di Ebola.

“Con i bambini senza scuola a tempo indeterminato, Ebola minaccia di invertire anni di progresso educativo in Africa occidentale dove i tassi di alfabetizzazione sono già bassi e i sistemi scolastici si stanno solo ora riprendendo da anni di guerra civile” sostiene nel rapporto l’inviato speciale delle Nazioni Unite per l’educazione globale, Gordon Brown.

Il 54% dei bambini rischia di non tornare più in aula se non va a scuola per un anno e “Il rischio di lavoro minorile aumenta rapidamente dato che il contributo all’economia domestica diventa fondamentale per le famiglie”. A essere maggiormente colpiti per le generazioni a venire sarebbero i “più emarginati”, se “scuole sicure” non vengono riaperte.

Ma le scuole prima di essere riaperte – si legge nel rapporto – devono essere pulite e disinfettate, dotate di acqua e servizi igienici migliori. Mentre, una volta riaperte, gli insegnanti andrebbero preparati a riconoscere i sintomi di Ebola in modo da saper individuare eventuali casi. Le scuole in questo modo oltre a garantire un’istruzione fornirebbero anche una “prima linea di difesa nel tracciare e monitorare i potenziali casi di Ebola”.

A introdurre nel mese scorso l’insegnamento via radio è stato il governo della Sierra Leone: “I programmi radiofonici (e televisivi) sono stati ben accolti da genitori e alunni. Il fatto che si stiano impegnando è già un segno di riuscita” ha sostenuto il ministro dell’Informazione, Alpha Kanu. Un altro Paese ad aver introdotto misure analoghe è la Liberia, secondo quanto riportato da Unicef.

Intanto, secondo i dati diffusi mercoledì dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), il bilancio delle vittime di ebola è salito a 6.070 su 17.145 casi al 30 novembre scorso. In Sierra Leone “La trasmissione rimane intensa e persistente in tutto il paese, con l’eccezione del Sud”. Mentre “nelle zone occidentali, come Freetown e Port Loko, il trattamento e la capacità di isolamento continuano ad essere resi carenti da un grande volume di nuovi pazienti”.

La Sierra Leone ha registrato 1.455 su 2.039 nuovi casi nei tre paesi negli ultimi 21 giorni.

Fonte

01/07/2014

Ebola. Epidemia fuori controllo in Guinea, Sierra Leone e Liberia

Il numero di probabili infezioni e il numero di quelle confermate cambia continuamente e rapidamente. Dallo scorso marzo più di 600 casi di ebola e oltre 390 morti sono stati documentati, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità tra Guinea, Liberia e Sierra Leone. Oggi i Paesi dell’Africa Occidentale maggiormente colpiti dal virus.

In Guinea riportati 396 casi di infezione convalidati in laboratorio, con 280 morti. Gli ultimi tre casi nei distretti meridionali di Gueckedou e Telimele.

In Liberia sono 63 i casi confermati e 41 i decessi. Solo nelle ultime settimane 10 nuovi casi e 8 decessi.

In Sierra Leone, il virus ebola con i suoi primi 16 casi è comparso per la prima volta lo scorso maggio. Oggi il numero di morti è arrivato a 46, tra i 176 casi confermati. Il maggior numero dei quali a Kailahun, nella zona est del Paese, al confine con la Liberia.

Il virus ha iniziato a diffondersi in Guinea Conakry all’inizio del 2014. Nei primi tre mesi dell’anno i casi confermati raggiunsero il numero di 112. 70 i morti. Sembrava che il numero di contagi fosse contenuto, invece il virus dalle zone rurali, ha lentamente fatto il suo ingresso nelle aree urbane. Alla fine dello scorso marzo, ebola ha attraversato i confini della Liberia, raggiungendo Monrovia. E la propagazione ha perso il controllo, per la difficoltà di tracciare i movimenti delle persone potenzialmente contagiate.

Pazienti infetti dal virus sono stati identificati in più di 60 località dei tre Paesi coinvolti e questo rende il lavoro di limitare l’epidemia estremamente dispendioso. A fronteggiare la seconda ondata di infezioni, il lavoro instancabile e continuo di Medici senza Frontiere, a supporto delle autorità sanitarie nei tre Paesi africani. MSF ha curato finora 470 pazienti, di cui 215 casi confermati.

La febbre emorragica è la più temibile conseguenza dell’infezione, che nel 90% dei casi è fatale. La diffusione poco localizzata del virus rende più complesse le operazioni di intervento, sia per trattare i pazienti, sia per limitare e circoscrivere l’epidemia.

Essenziali diventano educare il personale sanitario locale e informare la popolazione sui metodi per non diffondere la malattia. Necessario l’isolamento di persone infette. Secondo il parere degli infettivologi l’epidemia andrà ancora avanti per alcuni mesi.

Di questo tratterà l’incontro organizzato dall’OMS ad Accra in Ghana, nei prossimi 2-3 luglio, in cui parteciperanno i ministri della Sanità di undici Paesi africani e altri rappresentanti.

L’obiettivo della conferenza è lo sviluppo di un piano globale per fermare l’implacabile avanzata del virus.