Cuba è ufficialmente il primo paese ad avere eliminato la trasmissione di AIDS e sifilide da madre a figlio. La certificazione di questo risultato è giunta ieri 30 giugno dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS-WHO) che per bocca del suo direttore generale saluta l’evento come «uno dei più grandi risultati possibili per la salute pubblica» e ancora che è «una grande vittoria nella nostra lunga lotta contro l’HIV e le infezioni sessualmente trasmissibili, e un importante passa verso una generazione libera dall’AIDS».
Per il direttore esecutivo dell’UNAIDS «questa è una vittoria per Cuba e per i bambini e le famiglie di ogni paese. Mostra che la fine dell’epidemia di AIDS è possibile, e ci aspettiamo che Cuba sia il primo di molti paesi che saranno accertati di avere messo fine all’epidemia tra i bambini».
Il report dell’OMS che i servizi di assistenza prenatale, test per le donne incinte e i loro partner, il trattamento delle donne sieropositive e dei loro figli, parti cesarei e sostituzioni dell’allattamento al seno si fanno parte in sistema sanitario universale equo e accessibile, in cui i programmi per la salute materna e infantile sono integrati con programmi per l’HIV e le altre malattie sessualmente trasmissibili.
«Il successo di Cuba dimostra che l’accesso universale e la copertura sanitaria universale sono fattibili e effettivamente la chiave del successo, addirittura contro sfide tanto difficili quanto l’HIV».
In breve, guarda cosa può fare un servizio sanitario nazionale che lavora per ottenere risultati sanitari e non insegue il profitto.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/07/2015
20/06/2015
Quelli che hanno perso. Ombre migranti del Sahel
Seduto nell'ufficio Keita mostra le mani, la pianta dei piedi e le ginocchia. Proprio lì lo picchiavano coi bastoni i poliziotti di Ghadames, in Libia. Bastoni qualunque che come dappertutto fanno male se accompagnati da insulti. Sono entrati di notte nella casa dove Keita si trovava con altri amici senza documenti. Sapevano che era stati pagati il giorno prima. Erano i soldi del viaggio a Tripoli e oltre per il Mare Nostro. Mesi di lavoro andati in polvere in pochi minuti. Dopo una mezza giornata in prigione li hanno abbandonati nel deserto alla frontiera dell'Algeria. Keita sa che in Italia ci sono tanti senegalesi come lui che si trovano bene. A Genova, in Via Pré, c'è il negozio Touba, santuario meta di pellegrinaggi per i Muridi. In poco spazio si vendono trecce finte, profumi, generi di inutile necessità e soprattutto informazioni. Si organizzano viaggi commerciali fino a Dubai e ritorno. Paese che vai senegalese che incontri. Keita è stanco del viaggio. Il deserto non è mai alle spalle.
Keita era partito dal Senegal con 450 mila franchi circa, e fanno 680 euro. La somma era stata inghiottita dal viaggio e dalla libera circolazione di beni, persone e ladri. Dall'Algeria era passato in Libia col proposito di guadagnare abbastanza per pagarsi il viaggio di mare. Torna ferito alle mani, ai piedi e alle ginocchia. Ora che è cominciato il Ramadan non riesce a fare la preghiera come si deve. Lo aspetta la moglie che era d'accordo col viaggio, questo almeno afferma sottovoce. La prima delle figlie si chiama Fanta e ha 12 anni. Il secondo si chiama Moussa e il terzo, di poco più di due anni, si chiama Khedim che vuol dire servitore. A Keita dispiace con vergogna di non portare neppure un regalo ai suoi figli se non la sua vita. Sulla strada di ritorno gli hanno portato via quanto rimaneva per il viaggio e solo un viandate come lui lo ha salvato. Ha il rammarico di non poterlo rimborsare. Rialza i pantaloni e mostra le ginocchia ancora segnate.
Di fortunato lei ha solo il nome. L'hanno chiamata Lucky, in quei giorni in Liberia. Tutto sembrava funzionare bene. I comandanti e i comandati del battello in buona maggioranza schiavi o loro discendenti. Poi la guerra spazza le gerarchie. A 14 anni per salvarsi deve scappare nella vicina Guinea. Rimane anni e impara a fare trecce. Diventa un'esperta parrucchiera e decide il viaggio in Kenia. Suo padre era stato ucciso nel memorabile 6 di aprile nella Monrovia che tutti ancora ricordano. Sparavano a tutto e i gruppi armati passavano da un quartiere all'altro per eliminarsi a vicenda. Lucky non ha mai cominciato la pace, da allora. Dal Kenia, con James, amico incontrato all'aeroporto, passano nel Sudan. Aveva raccolto informazioni sbagliate. Sono messi fuori del paese. Senza documenti, soldi e futuro. Le guerre si portano dentro per sempre come un bagaglio impossibile da spedire. Lucky ha lasciato due figli a casa. Il terzo è morto in seguito alla guerra.
E' partita stamane al Centro di Depistaggio Anonimo e Volontario. Sono gli ammalati di AIDS che passano veloci negli uffici del servizio. Lucky è tornata con la risposta positiva dall'esame del sangue. Lucky ha 35 anni e da qualche settimana non riesce a mangiare. E' passata ieri e voleva tornare al paese di fretta. Sapeva il perché e allora ha accettato il depistaggio. La data di oggi col numero anonimo 1197. Il risultato arriva come una conferma di sorpresa che anche lei sapeva. Le suore di Madre Teresa hanno un reparto di accoglienza per questi malati e Lucky ha accettato di abbandonarsi nelle loro mani. A Monrovia abitava nella centralissima Ashmun Street. La casa dove ancora vive suo padre è poco lontana dalla Cattedrale del Sacro Cuore di Gesù. Forse per questo insisteva per tornare lì, come un'ombra migrante.
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Keita era partito dal Senegal con 450 mila franchi circa, e fanno 680 euro. La somma era stata inghiottita dal viaggio e dalla libera circolazione di beni, persone e ladri. Dall'Algeria era passato in Libia col proposito di guadagnare abbastanza per pagarsi il viaggio di mare. Torna ferito alle mani, ai piedi e alle ginocchia. Ora che è cominciato il Ramadan non riesce a fare la preghiera come si deve. Lo aspetta la moglie che era d'accordo col viaggio, questo almeno afferma sottovoce. La prima delle figlie si chiama Fanta e ha 12 anni. Il secondo si chiama Moussa e il terzo, di poco più di due anni, si chiama Khedim che vuol dire servitore. A Keita dispiace con vergogna di non portare neppure un regalo ai suoi figli se non la sua vita. Sulla strada di ritorno gli hanno portato via quanto rimaneva per il viaggio e solo un viandate come lui lo ha salvato. Ha il rammarico di non poterlo rimborsare. Rialza i pantaloni e mostra le ginocchia ancora segnate.
Di fortunato lei ha solo il nome. L'hanno chiamata Lucky, in quei giorni in Liberia. Tutto sembrava funzionare bene. I comandanti e i comandati del battello in buona maggioranza schiavi o loro discendenti. Poi la guerra spazza le gerarchie. A 14 anni per salvarsi deve scappare nella vicina Guinea. Rimane anni e impara a fare trecce. Diventa un'esperta parrucchiera e decide il viaggio in Kenia. Suo padre era stato ucciso nel memorabile 6 di aprile nella Monrovia che tutti ancora ricordano. Sparavano a tutto e i gruppi armati passavano da un quartiere all'altro per eliminarsi a vicenda. Lucky non ha mai cominciato la pace, da allora. Dal Kenia, con James, amico incontrato all'aeroporto, passano nel Sudan. Aveva raccolto informazioni sbagliate. Sono messi fuori del paese. Senza documenti, soldi e futuro. Le guerre si portano dentro per sempre come un bagaglio impossibile da spedire. Lucky ha lasciato due figli a casa. Il terzo è morto in seguito alla guerra.
E' partita stamane al Centro di Depistaggio Anonimo e Volontario. Sono gli ammalati di AIDS che passano veloci negli uffici del servizio. Lucky è tornata con la risposta positiva dall'esame del sangue. Lucky ha 35 anni e da qualche settimana non riesce a mangiare. E' passata ieri e voleva tornare al paese di fretta. Sapeva il perché e allora ha accettato il depistaggio. La data di oggi col numero anonimo 1197. Il risultato arriva come una conferma di sorpresa che anche lei sapeva. Le suore di Madre Teresa hanno un reparto di accoglienza per questi malati e Lucky ha accettato di abbandonarsi nelle loro mani. A Monrovia abitava nella centralissima Ashmun Street. La casa dove ancora vive suo padre è poco lontana dalla Cattedrale del Sacro Cuore di Gesù. Forse per questo insisteva per tornare lì, come un'ombra migrante.
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03/12/2014
Cresce l’AIDS in Medio Oriente e Nord Africa
di Federica Iezzi
L’epidemia di AIDS è in allarmante aumento in Medio Oriente, a livelli che in proporzione alla popolazione residente sono i più alti del mondo. Nel 2013, in Medio Oriente e Nord Africa 15.000 persone, contagiate dall’HIV, hanno perso la vita. Un aumento del 66% rispetto ai dati del 2005. Questi dati sono stati riferiti da UNAIDS, in occasione della giornata internazionale della lotta all’Aids.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, oggi 35 milioni di persone convivono con l’AIDS. Dal 2011, ridotte le nuove infezioni da HIV del 38%. Più di un milione di neonati, sono rimasti sieropositivi, senza sviluppare l’AIDS, per la costante fornitura di farmaci antiretrovirali essenziali.
Durante la giornata mondiale contro l’AIDS, è stato annunciato che 13 milioni di persone sono in grado di accedere ai farmaci antiretrovirali, preziosa arma per combattere la battaglia contro il virus da immunodeficienza acquisita.
Ma ancora troppe persone non hanno accesso a servizi completi di trattamento e prevenzione. “Close the gap” è la campagna lanciata quest’anno dall’UNAIDS, con l’obiettivo audace di arginare l’infezione da HIV entro il 2030.
L’obbedienza all’Islam è stata per anni vista come migliore protezione all’epidemia in Medio Oriente. Epidemia concentrata su alcune categorie di uomini, dalla condotta e dalle pratiche socialmente e religiosamente intollerabili. Per cui se da un lato, in questi Paesi, il Ministero della Salute tenta di impegnarsi a non lasciare in ombra questa fetta di popolazione, dall’altro tutti cercano l’anonimato perchè, per le regole del Ministero degli Interni, si rischia la prigione.
Per Siria, Libano e Iraq, non si ha alcuna stima né dei tassi di incidenza e prevalenza della malattia, né dei nuovi contagi, né del numero effettivo di persone che ricevono un trattamento. La nuova inclinazione vede il virus dell’AIDS migrare assieme al flussi di profughi, tra Paesi limitrofi.
La terapia antiretrovirale nei Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa è disponibile solo per il 20% della popolazione.
Tunisia, Marocco, Libano e Algeria hanno iniziato dure e concrete campagne di sensibilizzazione e difesa dei diritti dei pazienti.
In Medio Oriente, solo l’11% dei bambini con l’AIDS ha accesso alle cure. Eccezione di Gibuti e Marocco, che forniscono assistenza al 20-40% di bambini malati.
Il vero flagello è proprio questo. Bambini malati di AIDS rimasti orfani. Si stima che 17,8 milioni di bambini sono orfani a causa dell’AIDS. Di questi, circa 15 milioni vive tra Africa e Medio Oriente.
Nel corso dell’ultimo decennio, la percentuale di bambini orfani a causa dell’AIDS è passata dal 3,5% al 32%. E i numeri sono destinati a crescere. Senza supporto familiare e programmi di cura e protezione, la vita di strada è la soluzione per molti orfani. Crollano i tassi di istruzione a causa dell’emarginazione. E spesso il futuro è quello degli abusi, dello sfruttamento e dei traumi psicologici.
Fonte
L’epidemia di AIDS è in allarmante aumento in Medio Oriente, a livelli che in proporzione alla popolazione residente sono i più alti del mondo. Nel 2013, in Medio Oriente e Nord Africa 15.000 persone, contagiate dall’HIV, hanno perso la vita. Un aumento del 66% rispetto ai dati del 2005. Questi dati sono stati riferiti da UNAIDS, in occasione della giornata internazionale della lotta all’Aids.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, oggi 35 milioni di persone convivono con l’AIDS. Dal 2011, ridotte le nuove infezioni da HIV del 38%. Più di un milione di neonati, sono rimasti sieropositivi, senza sviluppare l’AIDS, per la costante fornitura di farmaci antiretrovirali essenziali.
Durante la giornata mondiale contro l’AIDS, è stato annunciato che 13 milioni di persone sono in grado di accedere ai farmaci antiretrovirali, preziosa arma per combattere la battaglia contro il virus da immunodeficienza acquisita.
Ma ancora troppe persone non hanno accesso a servizi completi di trattamento e prevenzione. “Close the gap” è la campagna lanciata quest’anno dall’UNAIDS, con l’obiettivo audace di arginare l’infezione da HIV entro il 2030.
L’obbedienza all’Islam è stata per anni vista come migliore protezione all’epidemia in Medio Oriente. Epidemia concentrata su alcune categorie di uomini, dalla condotta e dalle pratiche socialmente e religiosamente intollerabili. Per cui se da un lato, in questi Paesi, il Ministero della Salute tenta di impegnarsi a non lasciare in ombra questa fetta di popolazione, dall’altro tutti cercano l’anonimato perchè, per le regole del Ministero degli Interni, si rischia la prigione.
Per Siria, Libano e Iraq, non si ha alcuna stima né dei tassi di incidenza e prevalenza della malattia, né dei nuovi contagi, né del numero effettivo di persone che ricevono un trattamento. La nuova inclinazione vede il virus dell’AIDS migrare assieme al flussi di profughi, tra Paesi limitrofi.
La terapia antiretrovirale nei Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa è disponibile solo per il 20% della popolazione.
Tunisia, Marocco, Libano e Algeria hanno iniziato dure e concrete campagne di sensibilizzazione e difesa dei diritti dei pazienti.
In Medio Oriente, solo l’11% dei bambini con l’AIDS ha accesso alle cure. Eccezione di Gibuti e Marocco, che forniscono assistenza al 20-40% di bambini malati.
Il vero flagello è proprio questo. Bambini malati di AIDS rimasti orfani. Si stima che 17,8 milioni di bambini sono orfani a causa dell’AIDS. Di questi, circa 15 milioni vive tra Africa e Medio Oriente.
Nel corso dell’ultimo decennio, la percentuale di bambini orfani a causa dell’AIDS è passata dal 3,5% al 32%. E i numeri sono destinati a crescere. Senza supporto familiare e programmi di cura e protezione, la vita di strada è la soluzione per molti orfani. Crollano i tassi di istruzione a causa dell’emarginazione. E spesso il futuro è quello degli abusi, dello sfruttamento e dei traumi psicologici.
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15/02/2012
AIDS, la grande balla dell'HIV
Chi non ha proprio vent'anni ricorderà le martellanti, ossessive pubblicità di uomini e donne con l'alone viola intorno. Era l'alba di una nuova e devastante malattia che avrebbe terrorizzato il mondo per molti anni a venire, arrivando secondo molti esperti a decimare la razza umana: l'AIDS. Oggi siamo nel 2012. E le cose sembra che non stessero esattamente così. Isabel Otaduy Sömme e Patrizia Monzani hanno girato un documentario che vi invito a guardare con attenzione. Sotto, alcuni fatti che se ne possono desumere.
L'AIDS E' UNA MALATTIA CONTAGIOSA?
Negli USA ci sono un milione di sieropositivi. Ovvero positivi al test del virus HIV. in 25 anni non c'è stato un solo caso documentato di contagio tra un medico o un infermiere e un paziente. Questo nonostante le punture accidentali con gli aghi delle siringhe, gli schizzi di sangue e tutti gli altri incidenti analoghi. Uno studio californiano protrattosi tra il 1987 e il 1997 ha monitorato 442 coppie eterosessuali sierodiscordanti, ovvero ciascuna con un solo partner sieropositivo. Hanno fatto l'amore per dieci anni senza preservativo. Non un solo caso di contagio. Semplicemente, l'HIV non è contagioso.Del resto, chi ha una certa età ricorda le previsioni nefaste che inondavano le televisioni: entro pochi anni, l'umanità sarebbe stata distrutta da un c
contagio inarrestabile. A meno che non avessimo smesso tutti di accoppiarci o non avessimo perlomeno indossato in via permanente un copertone della Pirelli sul pistolino. Per anni abbiamo avuto persino paura di baciarci. Oggi nessuno può davvero credere che la gente abbia smesso di godersi le gioie del sesso, ma soprattutto nessuno può ragionevomente supporre che sul serio una buona percentuale delle copule quotidiane a livello globale siano avvenute sotto una campana di vetro, in un ambiente rigorosamente protetto (usando il preservativo). Ma allora... com'è che non siamo morti tutti? E com'è che non muoiono neppure i sieropositivi, sempre che non li si ammazzi a suon di farmaci? La realtà è che se parlate con un virologo come si deve, rigorosamente in privato, vi dirà che non si sa come si diffonde l'Hiv, non si sa in quanto tempo infetta i suoi ospiti e non si sa neppure se esiste davvero. Ci sono premi Nobel per la medicina a sostenerlo, non agopuntori alla Scilipoti.
UN TEST PER L'HIV
Secondo i dati ufficiali, attualmente ci sarebbero 35 milioni di persone che hanno l'HIV. 25 milioni nella sola Africa subsahariana. In certi posti, si parlerebbe quindi addirittura del 20% della popolazione. Ma l'OMS usa test a campione, effettuati su ragazze incinte in degenza nelle cliniche subsahariane. Test che danno falsi positivi proprio per lo stato di gravidanza, o a causa della malaria, o della tubercolosi. I risultati di questi test poi sono estrapolati per l'intera popolazione. E poi c'è il fenomeno delle falsificazioni. In India stilano falsi rapporti sui casi di Aids, che in realtà sono casi di semplici tubercolosi. Lo fanno per ricevere milioni di dollari di finanziamenti. Con i quali comprare, tra l'altro, i farmaci. Se parlassero di tubercolosi, nessuno gli darebbe una lira. Lo stesso dicasi per l'Africa. E' solo questione di soldi: non si fanno 50 miliardi di dollari con le piaghe, con le epidemie di malaria, con la tubercolosi, con la dissenteria, con la fame o con le guerre civili. Se però chiami tutto questo AIDS, allora puoi vendere preservativi e farmaci. E se sei del posto puoi sperare di avere un centro per curare la tua gente.
CURE CHE UCCIDONO
Il primo farmaco ufficiale fu l'ATZ/Retrovir (acidotimidina), un composto retrovirale molto tossico sintetizzato nel 1965 negli USA come chemioterapico per distruggere le cellule cancerogene. La FDA (Amministrazione federale per alimenti e medicinali) lo vietò, ma successivamente venne usato per curare l'AIDS, sul presupposto che la sindrome fosse dovuta al retrovirus HIV. Non lasciò sopravvissuti dietro di sè. E' un veleno talmente tossico che manda in malora il sistema immunitario, i globuli rossi, la mucosa intestinale. Tutti coloro che vennero trattati con l'AZT tra l'85 e il '96 morirono. Fu lo sterminio farmacologico più grave di tutta la storia della medicina. Dal 1984 al 1986 negli Stati Uniti morirvano 7 mila persone all'anno di AIDS. Nel 1987, dopo l'introduzione dell'AZT, ne morivano 70 mila. Dieci volte di più.Nel 1996 iniziarono ad utilizzare nuovi farmaci inibitori della proteasi: un cocktail di tre farmaci differenti per ogni persona. Ci fu un miglioramento sensibile: rispetto all'AZT, si moriva dopo. Tra gli effetti collaterali pesanti, oltre agli influssi nefasti sulla digestione, sul sonno fno alle turbe emozionali, c'era la lipodistrofia: Il grasso sottocutaneo veniva eroso e i pazienti divenivano presto creature deformi, emaciate, con le vene sottopelle. Colpa dell'Aids? No: colpa dei farmaci antiretrovirali. Che spappolavano il fegato, prima causa di morte tra i pazienti, per così dire, "curati". Ma i linfociti T4 aumentavano e, poiché quello veniva considerato un parametro vitale del sistema immunitario, per i dottori andava tutto bene. Morivi, ma con un sacco di T4 in corpo. Eppure, si era dimostrato già da un pezzo che quei linfociti calano al solo annuncio della sieropositività: li distrugge lo stress, come dimostrato dalle ricerche di Anthony Fauci [foto sotto] negli anni '70.
Anthony Fauci
Nell'agosto 2006 la rivista scientifica Lancet pubblicò un rapporto in cui affermava che 22 mila persone che prendevano i cocktail antiretrovirali (calibrati su misurazioni della carica virale sfruttando una tecnica che il suo stesso autore negava servisse a quello scopo) non solo non mostravano alcun beneficio clinico, ma al contrario mostravano una mortalità superiore. L'insufficienza epatica, l'insufficienza renale, le sequele neurologiche, i danni mitocondriali sono tutti effetti degli inibitori della proteasi e sono la prima causa di morte dei malati di AIDS oggi in america.
Il Tenofovir era prodotto da Gilead Sciences, la stessa che ha brevettato il Tamiflu (approfondisci qui: "L'influenza dei porci"). Il suo presidente era Donald Rumsfeld, segretario alla difesa dell'amministrazione Bush, il quale nel 2005 tira fuori 7 miliardi di fondi per l'emergenza dell'aviaria, il 14% dei quali vanno proprio alla Gilead Sciences per le scorte di Tamiflu. I governi negli USA si instaurano scientificamente con il finanziamento delle case farmaceutiche, il cui business consiste nell'aprire costantemente mercati che sfruttano la cronicizzazione delle malattie. Se non ci sono abbastanza malattie, allora si inventano. Per realizzare i suoi prodotti, però, servono i test. La GlaxoSmithKlein ammette di avere realizzato studi clinici su bambini sieropositivi nell'Incarnation Children Centre (ICC), 2004. Un luogo nato come orfanotrofio nella parte povera di New York e diventato presto un serbatoio di giovani e miserabili cavie umane anche di soli tre mesi di età. I bambini morivano a causa dei farmaci. Le cartelle cliniche sono introvabili. Succede ovunque, non solo negli Usa. Specialmente nei paesi in via di sviluppo, dove è più facile lavorare indisturbati.
MA ALLORA, QUESTO HIV COSA C'ENTRA?
Robert Gallo, direttore del laboratorio di virologia all'Istituto Nazionale del Cancro degli Stati Uniti, quando nel 1984 l'AIDS era un enigma, e sotto la pressione dell'opinione pubblica, essendo lui un virologo disse che era un virus. Disse che l'aveva trovato e che era tutto a posto. In realtà rubò un'informazione che gli avevano mandato i suoi amici dell'Istituto Pasteur, in Francia, e sulla base di quella informazione fece una conferenza stampa a Washington, il 23 aprila 1984, alle due del pomeriggio.Su Science , il 4 maggio 1984, uscì il primo documento ufficiale sull'AIDS, sotto l'amministrazione Regan. Era il documento fondamentale su cui si basa tutta la teoria dell'Aids. Sul manoscritto originale c'era scritto che l'agente che causava l'AIDS non era stato trovato. Non c'era nessun esperimento in tutto il documento attraverso il quale lo scienziato che ne era autore cercasse di dimostrare che un virus fosse la causa dell'AIDS. Si concludeva che, dopo essere riusciti a clonare una parte del virus francese, ora sarebbero stati da testare i suoi effetti. Nelle foto al microscopio dei retrovirus mostrate su Science, ad opera del team francese, si mostravano chiaramente dei retrovirus attaccati alla superficie di alcune cellule, ma alle culture retrovirali erano state aggiunte cellule provenienti dalla placenta umana, notoriamente carica di retrovirus endogeni. Un errore scientifico gravissimo.
COS'E' L'AIDS?
L'Aids non è una malattia infettiva, né è contagiosa, né tantomeno è causata da un virus. L'Aids è uno stato di deterioramento estremo delle ghiandole endocrine, dei reni, del fegato, del sistema digestivo, dei polmoni, del cuore, dovuto a un'esposizione volontaria o involontaria ad agenti tossici, fonte di stress per il sistema immunitario. A Chernobyl si registrò un alto tasso di AIDS, perchè la contaminazione radioattiva produce immunodeficienza. I soldati che tornavano dal Vietnam e gli stessi vietnamiti, esposti all'Agente Arancio (un erbicida usato dagli americani durante la guerra), soffrivano di Aids. I drogati pesanti, gli eroinomani ma anche i cocainomani, hanno sempre sofferto di sindrome da immunodeficienza. In Africa, il problema è legato alla denutrizione che indebolisce il sistema immunitario. Se non si consumano abbastanza proteine si soffre di infezioni continue che, unite all'assenza di acqua pulita, causano una sindrome da immunodeficienza.Ma la stessa conclamata epidemia nel continente nero è basata su una nuova definizione di una patologia pre-esistente e molto diffusa che hanno iniziato a chiamare AIDS. Non essendo disponibili test per tutti, in Africa per essere definiti "ammalati di AIDS" bastava avere due elementi su tre scelti tra la febbre, o la diarrea, o la perdita del 10% di peso in 4 settimane, magari in abbinamento a un po' di tosse. Ecco quindi l'alone viola comparire intorno alla sagoma del povero reietto. Ma questi sintomi possono essere rintracciati in milioni di persone, nel mondo. Se fosse sufficiente questo, avremmo milioni di casi di Aids nel mondo.
Nonostante l'assurdità di questa diagnosi, l'OMS ha avallato questa definizione con la propria autorità. Nel 1984, a Ginevra, ammetteva che non c'era nessuna epidemia. Pochi mesi dopo, avevamo già una pandemia. Cos'era successo in così poco tempo? Cambiarono i responsabili e furono sostituiti con agenti del Centro per il Controllo delle Malattie di Atlanta, gente come McCormick che apparteneva anche al Servizio Segreto Epidemiologico e che subito organizzò una riunione nella Repubblica Centrafricana, a Bangui, per convincere gli africani ad accettare un tipo di diagnosi diversificata, fatta apposta per loro. Si chiama ancora oggi "Definizione Bangui" ed è valida in tutti i paesi in via di sviluppo e nel terzo mondo.
Il Centro per il Controllo delle Malattie di Atlanta era specializzato nel trasformare i problemi di salute in grandi malattie infettive all'origine di pandemie. Come accadde per l'influenza suina nel 1976: dissero che una tremenda epidemia minacciava la popolazione e vaccinarono 50 milioni di americani. Non ci fu nessuna influenza, naturalmente, ma la gente soffrì di complicazioni legate al vaccino. Il direttore del Centro fu costretto alle dimissioni e il Governo dovette indennizzare le vittime. Qualcosa di molto simile rispetto alla pandemia dichiarata recentemente nel caso dell'influenza aviaria. E vogliamo parlare della suina, che questo blog ha smontato molti mesi prima che lo facessero i giornali e le istituzioni (intervistando direttamente qualche infettivolo di chiara fama)? Dietro, probabilmente, c'è sempre la stessa gente. Due anni prima della scoperta del virus dell'Aids i dirigenti del Centro di Atlanta, il Ministero e i paesi dell'Onu organizzarono una riunione per spiegare le regole per prevenire la trasmissione dell'AIDS. Avevano già deciso che si trattava di una malattia infettiva a trasmissione sessuale causata dall'HIV.
CUI PRODEST?
Quando l'America si ritirò dal Vietnam, negli anni '70, la politica puntò tutto sulla sconfitta del cancro. Venne imbastita una fitta rete di laboratori e di scienziati diretti da esperti virologi con lo scopo di dimostrare che la causa del cancro era un virus,
e di sconfiggerlo per recuperare credibilità politica. Il nulla di
fatto prodotto dalle ricerche lasciò in eredità un'apparato avido di
fondi e prospero di carriere e centri di ricerca da foraggiare. L'Hiv fu
solo un modo di salvare tutti quei laboratori specializzati sui
retrovirus, di scucire finanziamenti a pioggia e vendere tonnellate di
prodotti farmacologici. Ma anche di esternalizzare le colpe. Non era più
necessario analizzare i propri stili di vita o mettere in discussione
la sicurezza sul lavoro o la qualità dell'ambiente: finalmente c'erano
colpevoli con cui prendersela. La colpa era degli immigrati, dei negri,
dei drogati, dei fornicatori, degli omosessuali. C'era un ottimo
nemico, insomma. E questo molto, molto tempo prima che arrivasse l'Islam
a metterne a disposizione uno nuovo di zecca. Infatti, da quel momento
in poi, di Aids si sentì parlare molto poco.Ma intanto, quante persone con l'unica colpa di avere un particolare tipo di virus in corpo, sebbene completamente innocuo, sono morte a causa dell'assunzione di farmaci tossici? Quante persone affette da sindrome di immuno-deficienza acquisita avrebbero potuto essere salvate semplicemente restituendole ad una vita più sana e meno stressante? Quanti bambini hanno fatto da cavia? Quanti fondi sono stati drenati dalle casse degli Stati? E quanti di noi hanno vissuto in un autentico terrore dei rapporti umani?
E infine: perché il sesso, dalla Chiesa alle lobby dei produttori di morte, deve sempre essere scelto come il perfetto alleato per la demonizzazione dell'altro e per il controllo delle masse?
Fonte.
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