L’obitorio dell’Ospedale Nazionale di Niamey si trova davanti al nuovo Centro di Conferenze Mahatma Gandhi. Simbolo del dinamismo della cooperazione con l’India, è stato inaugurato quest’anno. La nuova costruzione ha sottratto ai cittadini l’ampio parcheggio, funzionale a coloro che formano i cortei di macchine che accompagnano i defunti ai cimiteri.
Ora i parcheggi sono anarchici lungo la strada, dove davanti all’uscita dell’Ospedale, c’è chi vende tè e caffè ai clienti in attesa o di passaggio. All’interno del cortile adiacente all’obitorio si trova un’ampia tettoia e panchine per amici e parenti dei defunti. Le donne, secondo un’assodata tradizione popolare islamica, sono escluse da questo spazio solo maschile.
I cadaveri, avviluppati in stuoie fatte a mano, arrivano su un carrello spinto dai parenti e sono poi deposti direttamente sul retro del mezzo di trasporto e accompagnati per l’ultimo viaggio al cimitero. Stuoie più piccole, portate in braccio, indicano i corpi dei bambini, partiti presto e prima di aver vissuto. Loro sono deposti sul sedile posteriore dell’auto e condotti allo stesso luogo di sepoltura.
Il corpo di Memé si trovava custodito nella cella frigorifera numero due dell’obitorio. Altri corpi, rivestiti di stoffa, giacevano al suolo, in attesa di essere portati via o messi in una cella frigorifera lasciata libera dalla partenza di un altro corpo.
Memé, di origine camerunese, rifugiata a Niamey dopo essere stata in Algeria e Libia, ha terminato nel cimitero cristiano della capitale la sua migrazione. I suoi tre figli si trovano al Paese e quando il più grande di loro chiede della mamma, le sue amiche rimaste qui, nascondono la verità.
Una breve preghiera ed un altrettanto veloce benedizione del corpo prima di essere deposto in una semplice cassa di legno compensato e rivestito di finto zinco. Scortato da un gruppo di compatrioti, uomini e donne, il feretro è giunto al cimitero cristiano della città dove la tomba, scavata e costruita in cemento, era pronta per accoglierlo.
Une semplice preghiera tra una croce, un cero e fiori finti ha preparato la sepoltura nella tomba che si è trasformata in silenziosa dimora per Memé, partita dal suo Paese anni or sono per cercare una vita migliore di quella che pensava di avere nel suo Paese natale, il Camerun.
Con guanti bianchi e mascherine colorate sul volto i suoi conterranei erano presenti attorno alla tomba per il commiato. Dopo il rituale formale di benedizione hanno preso brevemente la parola alcune sue amiche e amici.
Il dottore che l’ha seguita durante la malattia ricordava, con delicatezza, il libro dal quale Memé non si era mai separata un solo istante. Si trattava di una bibbia che lei leggeva con assiduità, come per dare un senso al transito che si operava in lei, ammalata in un Paese straniero. Alcune signore, senza riuscire a trattenere le lacrime, tessevano le sue lodi e rimpiangevano la sua fedeltà e intraprendente fortezza.
Una di loro, con un paio di stampelle, ricordava il paradosso che si stava vivendo in quel momento. Memé, abbandonata dal suo paese, detenuta e violentata altrove, giaceva in quel grembo di terra che non avrebbe mai potuto fare giustizia della sua migrazione spezzata.
Le ultime parole dell’amica sono diventate un pianto e poi un grido che il vento caldo di questa stagione ha cercato invano di far tacere. C’è chi riprendeva al cellulare le immagini del momento per inviarle poi al Paese come testimonianza perenne.
C’è chi ha buttato sul feretro una manciata di sabbia e chi, invece, ha versato il resto dell’acqua benedetta. Ma già era l’ora di tornare all’altra città, quella dei viventi, che dal cimitero non è lontana. Tra qualche giorno, in piena gestione delle restrizioni dovute alla pandemia, inizierà il mese di digiuno per i musulmani, maggioritari nel Paese, chiamato Ramadan.
Tra confinamenti mentali e copri-fuoco prolungato per altre due settimane, sembra difficile poterlo celebrare con la consueta conviviale intensità. Anch’esso, come per la recente celebrazione della Pasqua per le piccole comunità cristiane in città, rischia di perdere molto dell’abituale senso di festa che caratterizza questi momenti di aggregazione popolare.
D’altra parte anche il ‘Corona’, come viene chiamato familiarmente dalla gente che poco crede alla sua reale pericolosità, non è che sabbia che il vento caldo del Sahel porta lontano.
Niamey, 19 aprile 2020
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/04/2020
16/04/2020
Coronizzazione del mondo e resistenze africane
C’è corona e Corona. Quella di spine è di attualità, in questi giorni di settimana, tra chiese, cattedrali, moschee e piazze desertate. Anche la maschera che copre e protegge simbolicamente dall’epidemia è, a suo modo, una corona di pezza o di materiale adatto all’uso.
Poi c’è la corona di notizie che procede senza interruzione e in tempo reale, al propagarsi o al regredire del virus. Anche in questo caso c’è un centro e una periferia che dicono di essere sulla stessa barca. Si tratta, naturalmente, di una finzione, perché, ad esempio, le barche e le navi di profughi, rifugiati e migranti che fuggono dalla Libia o altri paesi, non hanno diritto di approdare sulle italiche sponde.
C’è barca e barca perché c’è mondo e mondo e dunque c’è corona e Corona. Quella regale va d’ufficio a coloro che hanno dato la vita perché altri l’abbiano avuta in cambio. L’unica corona che poi conti perché dorata di eternità, nome impreciso affidato a coloro che hanno vissuto in pienezza la vita.
C’è la corona della morte che avvolge come non mai, società che di lei, la morte, avevano decretato una tacita cancellazione culturale. I cimiteri trasformati in giardini ecologici da visitare ad ore, con l’accortezza di bandire ogni possibile segno di conforto o di allusione ad un altrove che si smarchi dalla censura operata sul limite dell’umana esistenza.
La stoltezza di una croce o la semplice allusione alla caducità della vita che, dimentica della sua fragilità, si è immaginata immortale nei consumi.
La nostra Africa tiene, come sempre per caso, per virtù o per noncuranza. Si erano preconizzati nel Continente, a causa della pandemia, milioni di morti. Una corona infinita di decessi viste le carenti strutture sanitarie già in tempi normali.
Era un non fare i conti con altri fattori che interagiscono col mistero e l’imprevedibilità del cammino del virus in questione. Una certa resistenza dovuta alla giovinezza della popolazione, l’assunzione pregressa di alcuni farmaci anti malarici e anti tubercolotici, un minore inquinamento atmosferico e, più in generale, l’abitudine ad epidemie ricorrenti e pertinaci.
La morte e la vita da queste parti camminano assieme perché tra i due mondi, quello visibile e quello invisibile degli antenati, c’è giusto una corona di separazione, come un ponte o una passerella che mai è stata chiusa.
Le nostre corone sono i figli, numerosi come stelle, che continuano a circolare, giocare e un certo numero di loro a mendicare, sulle strade impolverate della capitale Niamey. Alcuni di loro, negli incroci e con la complicità di semafori compiacenti, impongono ai conducenti la pulizia dei vetri, propongono inutili fazzoletti di carta, mostrano improbabili guinzagli per cani e vendono mascherine, ormai obbligatorie, verdi per tutti e nere per le signore.
Da noi, qui, in questi giorni la corona è fatta di polvere che, ovviamente, non rispetta le distanze sociali e avvolge e seduce come sa fare, cose, persone, progetti e coprifuoco cittadino dalle 19 alle 6 di mattina.
Col caldo, secondo un’assodata tradizione locale, si sono intensificati i tagli alla corrente elettrica in città. In campagna il problema non si pone neppure visto che la Luna, con la sua corona di luce, assicura la manutenzione delle vie di erogazione.
Per chi ha l’acqua in casa, una minoranza finora, risuona l’invito a lavarsi spesso le mani, specie tornando dal mercato o da altre operazioni pubbliche. Nei taxi e sulle motociclette si è drasticamente ridotto il numero di passeggeri per salvaguardare le distanze.
Alcune ONG, una vera e propria corona umanitaria, si fanno fotografare mentre affiggono manifesti alle rotonde, che ricordano ai cittadini l’applicazione delle ‘barriere di sicurezza’.
La corona di gloria è in fase di finitura presso i cittadini che resistono alla ‘coronizzazione’ del tempo, dello spazio e del futuro. A loro, inventori di inediti paesaggi umani, appartiene di diritto la corona che, come un migrante, continua ad attraversare frontiere e affida al vento il proprio cammino.
Sono coloro che intravvedono le sponde di un’utopia che da isola si è trasformata in una corona di sabbia.
Hanno imparato ad abitare l’incertezza e fanno tesoro della fragile vulnerabilità delle parole non dette.
L’ultima loro corona è quella di luce, che si indossa di mattina, il primo giorno dopo il sabato.
Niamey, Pasqua 2020
Fonte
Poi c’è la corona di notizie che procede senza interruzione e in tempo reale, al propagarsi o al regredire del virus. Anche in questo caso c’è un centro e una periferia che dicono di essere sulla stessa barca. Si tratta, naturalmente, di una finzione, perché, ad esempio, le barche e le navi di profughi, rifugiati e migranti che fuggono dalla Libia o altri paesi, non hanno diritto di approdare sulle italiche sponde.
C’è barca e barca perché c’è mondo e mondo e dunque c’è corona e Corona. Quella regale va d’ufficio a coloro che hanno dato la vita perché altri l’abbiano avuta in cambio. L’unica corona che poi conti perché dorata di eternità, nome impreciso affidato a coloro che hanno vissuto in pienezza la vita.
C’è la corona della morte che avvolge come non mai, società che di lei, la morte, avevano decretato una tacita cancellazione culturale. I cimiteri trasformati in giardini ecologici da visitare ad ore, con l’accortezza di bandire ogni possibile segno di conforto o di allusione ad un altrove che si smarchi dalla censura operata sul limite dell’umana esistenza.
La stoltezza di una croce o la semplice allusione alla caducità della vita che, dimentica della sua fragilità, si è immaginata immortale nei consumi.
La nostra Africa tiene, come sempre per caso, per virtù o per noncuranza. Si erano preconizzati nel Continente, a causa della pandemia, milioni di morti. Una corona infinita di decessi viste le carenti strutture sanitarie già in tempi normali.
Era un non fare i conti con altri fattori che interagiscono col mistero e l’imprevedibilità del cammino del virus in questione. Una certa resistenza dovuta alla giovinezza della popolazione, l’assunzione pregressa di alcuni farmaci anti malarici e anti tubercolotici, un minore inquinamento atmosferico e, più in generale, l’abitudine ad epidemie ricorrenti e pertinaci.
La morte e la vita da queste parti camminano assieme perché tra i due mondi, quello visibile e quello invisibile degli antenati, c’è giusto una corona di separazione, come un ponte o una passerella che mai è stata chiusa.
Le nostre corone sono i figli, numerosi come stelle, che continuano a circolare, giocare e un certo numero di loro a mendicare, sulle strade impolverate della capitale Niamey. Alcuni di loro, negli incroci e con la complicità di semafori compiacenti, impongono ai conducenti la pulizia dei vetri, propongono inutili fazzoletti di carta, mostrano improbabili guinzagli per cani e vendono mascherine, ormai obbligatorie, verdi per tutti e nere per le signore.
Da noi, qui, in questi giorni la corona è fatta di polvere che, ovviamente, non rispetta le distanze sociali e avvolge e seduce come sa fare, cose, persone, progetti e coprifuoco cittadino dalle 19 alle 6 di mattina.
Col caldo, secondo un’assodata tradizione locale, si sono intensificati i tagli alla corrente elettrica in città. In campagna il problema non si pone neppure visto che la Luna, con la sua corona di luce, assicura la manutenzione delle vie di erogazione.
Per chi ha l’acqua in casa, una minoranza finora, risuona l’invito a lavarsi spesso le mani, specie tornando dal mercato o da altre operazioni pubbliche. Nei taxi e sulle motociclette si è drasticamente ridotto il numero di passeggeri per salvaguardare le distanze.
Alcune ONG, una vera e propria corona umanitaria, si fanno fotografare mentre affiggono manifesti alle rotonde, che ricordano ai cittadini l’applicazione delle ‘barriere di sicurezza’.
La corona di gloria è in fase di finitura presso i cittadini che resistono alla ‘coronizzazione’ del tempo, dello spazio e del futuro. A loro, inventori di inediti paesaggi umani, appartiene di diritto la corona che, come un migrante, continua ad attraversare frontiere e affida al vento il proprio cammino.
Sono coloro che intravvedono le sponde di un’utopia che da isola si è trasformata in una corona di sabbia.
Hanno imparato ad abitare l’incertezza e fanno tesoro della fragile vulnerabilità delle parole non dette.
L’ultima loro corona è quella di luce, che si indossa di mattina, il primo giorno dopo il sabato.
Niamey, Pasqua 2020
Fonte
07/09/2017
Il treno e la festa della Tabaski nel Sahel: sacrifici migranti
Come sempre i prezzi degli animali sono aumentati. La festa della Tabaski quest’anno è celebrata di sabato. Il sacrificio annunciato e poi sventato di Ismaele ad opera di Abramo si ripete ogni anno con le medesime modalità. Solo i prezzi variano a seconda degli anni, delle congiunture e delle mancate ordinanze municipali. Tutto è pronto per il gran giorno di festa. La legna per il fuoco, i pali sottili piantati lungo le strade o nei cortili per appendervi l’animale e i coltelli aguzzati per la circostanza. Poi la calma del fumo della vittima si mescola con quello della legna. Salgono assieme alla polvere fino a tessere una coltre di colore arrostito che per alcuni giorni rende surreale la città.
Niamey diventa mattatoio, forno a cielo aperto e tavola imbandita per gli invitati alla festa. Il sacrificio degli animali si offre, a loro probabile insaputa, come una domanda di perdono e di preghiera. Lo scambio di porzioni arrostite contribuirà a rinsaldare l’identità famigliare, sociale e religiosa del popolo. Invece del figlio Ismaele, dice il Corano, Abramo sacrificò un ariete.
Capri, montoni, agnelli, pecore, mucche, dromedari e altri animali ancora, purché in buon stato e frutto di onesti acquisti. Sono raccolti, accompagnati, nutriti, legati fino al momento della vendita. Si negoziano i prezzi e ognuno pensa di aver concluso un buon affare. Ne va della dignità della famiglia. Un buon padre e marito non potrà perdere l’occasione di mostrare ai figli di essere all’altezza della stima che si merita. Dal sacrificio sono ovviament esclusi i non credenti e coloro che non compiono le prescrizioni richieste. Ci si può unire fino a sette per l’acquisto dell’animale, ma non per quelli di piccole dimensioni. Dopo il sacrificio effettuato alla moschea principale ognuno potrà effettuare il proprio. L’animale sgozzato sarà poi posto sugli appositi sostegni di legno e fatto cuocere il tempo necessario. Alcune parti saranno offerte secondo le consuetudini a parenti e amici. Poi inizia la festa di tre giorni che è seconda solo a quella della fine del Ramadan.
Niamey, Settembre 017
Fonte
Niamey diventa mattatoio, forno a cielo aperto e tavola imbandita per gli invitati alla festa. Il sacrificio degli animali si offre, a loro probabile insaputa, come una domanda di perdono e di preghiera. Lo scambio di porzioni arrostite contribuirà a rinsaldare l’identità famigliare, sociale e religiosa del popolo. Invece del figlio Ismaele, dice il Corano, Abramo sacrificò un ariete.
Ennesima tragedia della disperazione tra Italia e Francia. Un migrante di 25 anni è stato trovato folgorato e arso vivo in una cabina elettrica di un treno partito da Ventimiglia e diretto a Marsiglia. Il corpo carbonizzato dell’uomo è stato trovato alle 17,25 quando il convoglio regionale delle ferrovie francesi (Sncf) si è fermato alla stazione di Cannes-La Bocca. Nell’angusto spazio della cabina elettrica sul treno la polizia ha trovato altri due migranti nascosti accanto al cadavere della vittima. A maggio altri due migranti morirono nelle medesime circostanze sempre sullo stesso convoglio.Il treno è, dall’altra parte del mondo, uno dei luoghi nel quale si immolano e sacrificano gli umani. Non sostituiti da nessuno. Sacrificati alla sicurezza e alle frontiere di stato. Ventimiglia verso Marsiglia, porto nello stesso mare che lui aveva attraversato. Basta un treno, una cabina elettrica e un migrante di 25 anni. Due erano con lui, bruciato dalle politiche di controllo e di eliminazione.
Capri, montoni, agnelli, pecore, mucche, dromedari e altri animali ancora, purché in buon stato e frutto di onesti acquisti. Sono raccolti, accompagnati, nutriti, legati fino al momento della vendita. Si negoziano i prezzi e ognuno pensa di aver concluso un buon affare. Ne va della dignità della famiglia. Un buon padre e marito non potrà perdere l’occasione di mostrare ai figli di essere all’altezza della stima che si merita. Dal sacrificio sono ovviament esclusi i non credenti e coloro che non compiono le prescrizioni richieste. Ci si può unire fino a sette per l’acquisto dell’animale, ma non per quelli di piccole dimensioni. Dopo il sacrificio effettuato alla moschea principale ognuno potrà effettuare il proprio. L’animale sgozzato sarà poi posto sugli appositi sostegni di legno e fatto cuocere il tempo necessario. Alcune parti saranno offerte secondo le consuetudini a parenti e amici. Poi inizia la festa di tre giorni che è seconda solo a quella della fine del Ramadan.
Un trentenne del Mali, presumibilmente partito dalla stazione di Ventimiglia su un treno «Ter» francese, è stato trovato morto, ieri sera, in un piccolo locale adibito a quadro elettrico del convoglio, nella stazione di Cannes la Bocca. Secondo quanto riferito dal quotidiano francese Nice Matin, il macabro rinvenimento è avvenuto da parte del personale Sncf, durante le operazioni di pulizia delle carrozze. Si teme che l’uomo possa essere rimasto folgorato, ma verrà comunque effettuata un’autopsia. Più di una volta, in passato, alla stazione di Ventimiglia, sono stati individuati migranti stipati in minuscoli locali adibiti a quadro elettrico, che sono stati salvati in tempo.A Cannes si presentano i nuovi film nel festival più importante del mondo. Attori ed attrici che rappresentano la vita che se ne va in un treno. Un altro migrante sacrificato, lungo la strada, tra i pali della luce e il fumo che si allontana. In altri tempi i treni portavano uomini, donne e bambini per essere buttati nel vento. Da Niamey il fumo del sacrificio della Tabaski parte lontano, col treno.
Niamey, Settembre 017
Fonte
03/05/2017
L’oro di Niamey e il primo maggio
Ora lo si cerca dappertutto. A Dosso, borgo a 150 kilometri da Niamey e in capitale. L’oro che non c’è si scava senza trovarlo, come il lavoro nel Niger della settima Repubblica del Rinascimento. Ci sono le tre N. I Nigerini che (si) Nutrono dei Nigerini, la nuova centrale termica che accentua i tagli di luce e le magliette stampate per la sfilata del primo maggio. Non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Centrali sindacali, organizzazioni patronali, agenzie, industrie in perdita e imprese a partecipazione statale. Tutti o in parte pagati e invitati a sfilare sulle strade per il bene della causa perduta in partenza. L’oro di Niamey e il primo maggio sfilano insieme con le mani nude. Cercano improbabili pepite di futuro nel metallo preziono dell’indipendenza tradita da troppi anni. La democrazia è come cercare l’oro senza trovarlo, a Niamey.
Mancano i contadini, i veri protagonisti dell’economia, gli allevatori, i cercatori d’oro, i medici ancora in sciopero, gli insegnanti precari e alcuni di loro coi diplomi falsificati. Manca da tempo la politica per trasformare il mondo. I migranti come tali non sono rappresentati e neppure le agenzie che su di loro speculano, ad Agadez come altrove. Piccoli affaristi che riflettono in tutto e per tutto la politica europea di contenimento della mobilità. Mancano i Talibé, bambini della mendicanza che, ogni giorno e in particolare il venerdì, sfidano le strade con la ciotola di latta per raccogliere l’elemosina. Grazie a loro si salvano parecchi che poi vanno alla moschea per la preghiera. Senza i poveri non c’è salvezza, qualcuno l’ha detto e scritto tanto tempo fa. Non ci fossero sarebbe da inventare, proprio come il primo maggio di Niamey.
Pulman, camion senza targa, taxi popolari, moto, ambulanze e auto private. Tutto congiura per fare del primo maggio una sfilata rituale da primo piano. Gli striscioni, le divise, le magliette e le eleganti signore che non perdono l’occasione per mostrarsi. Sfilano cantando filastrocche e slogan d’altri tempi. Ci sono le televisioni di stato, le foto, le riviste militanti distribuite gratuitamente per l’occasione. Riviste annuali, a prova dell’impegno e la buona volontà di rispettare i finanziamenti. Come altrove anche qui i sindacati sono in crisi di identità. Guai però non ci fossero perché la disfatta sarebbe incalcolabile. Il rituale prevede la presentazione al Potere di una lista di rivendicazioni che un giorno, forse, saranno accolte e soddisfatte. L’oro di Niamey si esporta dappertutto. L’illusione si scava con le mani nude e si confonde con la sabbia.
Sulle strade si superano i 40 gradi di temperatura in consonanza con la stagione. Si finisce in fretta e poi si celebra la festa negli uffici delle centrali sindacali e in ristoranti adibiti per la circostanza. I membri occasionali o lo zoccolo ‘duro’ del sindacato hanno pagato una tassa per il pranzo e le bevande. Per qualche ora il mondo sembrerà possibile e il cambiamento a portata di mano. Come l’oro che ora si trova dappertutto nel Niger, senza mai trovarlo. Si rimane in attesa delle tempeste del Sahel che sono tra le più esplosive del pianeta. Il cambiamento climatico vive di estremi, come la vita che nel Niger è fatta di sogni e di vento. A Niamey il corteo si scioglie tra i colori e il calore, fino al primo maggio dell’anno che verrà. Nel frattempo la corsa all’oro continua perfino sulle strade di Niamey dove la polvere non manca.
Niamey, Maggio 017
Fonte
Mancano i contadini, i veri protagonisti dell’economia, gli allevatori, i cercatori d’oro, i medici ancora in sciopero, gli insegnanti precari e alcuni di loro coi diplomi falsificati. Manca da tempo la politica per trasformare il mondo. I migranti come tali non sono rappresentati e neppure le agenzie che su di loro speculano, ad Agadez come altrove. Piccoli affaristi che riflettono in tutto e per tutto la politica europea di contenimento della mobilità. Mancano i Talibé, bambini della mendicanza che, ogni giorno e in particolare il venerdì, sfidano le strade con la ciotola di latta per raccogliere l’elemosina. Grazie a loro si salvano parecchi che poi vanno alla moschea per la preghiera. Senza i poveri non c’è salvezza, qualcuno l’ha detto e scritto tanto tempo fa. Non ci fossero sarebbe da inventare, proprio come il primo maggio di Niamey.
Pulman, camion senza targa, taxi popolari, moto, ambulanze e auto private. Tutto congiura per fare del primo maggio una sfilata rituale da primo piano. Gli striscioni, le divise, le magliette e le eleganti signore che non perdono l’occasione per mostrarsi. Sfilano cantando filastrocche e slogan d’altri tempi. Ci sono le televisioni di stato, le foto, le riviste militanti distribuite gratuitamente per l’occasione. Riviste annuali, a prova dell’impegno e la buona volontà di rispettare i finanziamenti. Come altrove anche qui i sindacati sono in crisi di identità. Guai però non ci fossero perché la disfatta sarebbe incalcolabile. Il rituale prevede la presentazione al Potere di una lista di rivendicazioni che un giorno, forse, saranno accolte e soddisfatte. L’oro di Niamey si esporta dappertutto. L’illusione si scava con le mani nude e si confonde con la sabbia.
Sulle strade si superano i 40 gradi di temperatura in consonanza con la stagione. Si finisce in fretta e poi si celebra la festa negli uffici delle centrali sindacali e in ristoranti adibiti per la circostanza. I membri occasionali o lo zoccolo ‘duro’ del sindacato hanno pagato una tassa per il pranzo e le bevande. Per qualche ora il mondo sembrerà possibile e il cambiamento a portata di mano. Come l’oro che ora si trova dappertutto nel Niger, senza mai trovarlo. Si rimane in attesa delle tempeste del Sahel che sono tra le più esplosive del pianeta. Il cambiamento climatico vive di estremi, come la vita che nel Niger è fatta di sogni e di vento. A Niamey il corteo si scioglie tra i colori e il calore, fino al primo maggio dell’anno che verrà. Nel frattempo la corsa all’oro continua perfino sulle strade di Niamey dove la polvere non manca.
Niamey, Maggio 017
Fonte
24/03/2015
La tempesta di Niamey
E' precipitata senza annunciarsi ieri notte verso le 22. Col vento impetuoso di chi non è avvezzo a ostacoli di sorta. Arriva dal deserto del Sahara che si estende e guadagna sempre più terreno. La tempesta di sabbia ha sorpreso tutti come un'eclissi di cielo. Le scarne lampade funzionanti lungo le strade sono state inghiottite dalla polvere. Una sabbia raffinata dal vento che penetra i vestiti e le mani. Si infiltra ovunque e a nulla serve chiudere porte e finestre. Come un filtro che tutto deforma e avvicinando allontana. La polvere tiene in ostaggio gli occhi. Si sentono recintati e vedono nemici ovunque. Le guerre cominciano da occhi impolverati e incrostati di sabbia. Il comunicato del ministro della difesa nigerino non lascia alcun dubbio. La campagna MAI DOUNAMA sta portando i frutti sperati. Le basi del nemico sono distrutte e il settore è stato 'ripulito'. Sono 228 i nemici morti contro uno al quale vanno le condoglianze. MAI era un famoso imperatore di molti secoli fa.
E' una polvere migrante che dal deserto del Sahara si spinge fino all'oceano. Neppure il Mediterraneo riesce a fermarla. La tempesta impresta la sabbia alle strade di Niamey. Dopo un paio di giorni vengono arruolati giovani e donne con l'uniforme. Ripuliscono le strade con un semplice spostamento geografico. La sabbia migra da una corsia all'altra e tutto torna come prima il mattino seguente. E’ stata senza dubbio la polvere che ha spinto la moglie a uccidere il marito a Wadata. Lì c'è un mercato popolare e una rotonda impossibile da imboccare. I giovani che hanno incendiato le chiese di Niamey da lì sono partiti con la benzina. La signora ha profittato del sonno del marito per vendicarsi della rivale. C'era già un divorzio in corso, rimangono i tre figli e lei in carcere. Tutta questione di polvere che si insedia nel cuore almeno fino alla prima pioggia. I commenti scritti sul net invitano Dio a prendersi cura di loro. Che dia il paradiso al defunto. E che protegga i mariti.
Dev'essere stata la polvere quella che è scesa sull'Assemblea Nazionale del Paese. La fiera delle vanità non ha limiti né confini. Per un paese circondato da stati in cerca d'autore non rimane altro che la guerra. L'unica che si dovrebbe combattere è quella contro la povertà. Si preferisce combattere quella contro i poveri con le armi e con la politica. Le armi vengono fabbricate in occidente e vendute perché ci siano guerre senza fine. Tutti dicono che la guerra sarà lunga, difficile e costosa. Ma anche la Cina fa ormai parte, assieme alla Russia, del plotone di testa guidato dagli Stati Uniti, dei produttori d'armi. Nuove guerre perché la fabbrica dei nemici non finisce mai. Ditelo ad Areva, che quasi fa finta di fallire per via dell'uranio. La corte d'appello di Parigi ha confermato l'accusa di corruzione delle autorità del Niger. Al momento di rivedere il contratto di sfruttamento dell'uranio si è fatto dono di un aereo al Presidente. 23 miliardi di franchi in cambio del contratto.
Questo venerdì alle 17 a Niamey c'era vento carico di polvere con temperature in aumento. La stagione calda dura da marzo a maggio e la temperatura supera i quaranta. Questo periodo è accompagnato, talvolta, da tempeste di sabbia. Segue una stagione delle piogge, tra giugno e settembre, umida e pesante. Nel Sahel la stagione fresca inizia a novembre e arriva fino a febbraio. Le temperature si aggirano sui trenta gradi. Questa è l'epoca migliore per chi vuole visitare il Paese.
Fonte
15/03/2015
Mendicanti e sovversivi del Sahel
Passano presto di mattina. Uno spago al collo che regge la ciotola metallica per domandare e raccogliere le elemosine. Sono i Talibé di Niamey. Figli di povere famiglie di campagna che li affidano alla cura dei maestri coranici. In cambio del Corano e dell'alloggio c'è la mendicanza quotidiana del cibo. Poveri e figli di poveri sulle strade di Niamey. Anche in Senegal si sviluppa lo stesso fenomeno riproduttivo di povertà. Di un'età che varia tra i 6 e i 15 anni pattugliano le strade e si accampano tra i semafori che non funzionano. I Talibé sono un'istituzione affermata, riconosciuta, osteggiata e perpetuata. Da una povertà all'altra. Da quella conviviale dei villaggi a quella escludente della città. Mendicanti si nasce e soprattutto si diventa perfezionando i sistemi di comunicazione. Imparano il corano della vita. La sottomissione è un sistema di controllo sociale. Devono dare conto del raccolto. Tornano dal maestro con 500 franchi che è meno di un euro.
La mendicanza si esporta. C'è l'aereo presidenziale alla 'Charlie' e poi i mendicanti che migrano. Soprattutto in Algeria dove almeno 2500 nigerini sono stati identificati ed espulsi. Tornano in patria per poi ritornare in Algeria per vie clandestine. Donne e bambini che dormono sulle strade di Algeri o altrove nel paese. La storia di Issa si sviluppa tra espulsione e ritorno al mittente per mancanza di altre prospettive. Passare attraverso il deserto costa meno del viaggio regolare che implica la spoliazione dei passanti ad opera della polizia. Il deserto si pattuglia per intercettare i migranti che cercano di evadere la povertà che i politici impongono. Le pattuglie possono essere miste o nazionali ma questo non cambia il prodotto finale della rapina legalizzata dall’uso. Da quando la Libia è il caos organizzato è l’Algeria a diventare l’Eldorado dei nigerini. Poi tutto tace e le politiche di sviluppo sono strutturate per non cambiare i timonieri della nave.
I ciechi, gli storpi e i portatori di handicap fanno la loro parte. Lo smantellamento delle politiche sociali imposte negli anni dal Fondo Monetario hanno portato frutti. Nessuno si interessa di loro e allora essi cercano la visibilità per non scomparire nella polvere del Sahel. Gli incroci, i semafori, le adiacenze delle moschee, le stazioni dei bus, i mercati e financo le chiese bruciate due mesi fa sono i luoghi favorevoli alla pratica mendicante. Le ONG fanno i rapporti e le agenzie dell’Onu organizzano convegni. Il governo si limita a deplorare e i praticanti musulmani sanno a chi dare l’elemosina pilastro dell’Islam. Sporadiche voci si levano a difesa o contro i mendicanti. La realtà è ostinata. In questo ambito nulla si crea e nulla si distrugge, solo si perpetua. Le donne portano in braccio i più piccoli e le bambine tendono le mani agli autisti di taxi inch’allah.
Il lavoro si rischia di trovarlo. L’informale è la moneta corrente delle società sub-sahariane e non solo. Si vende ciò che si ha nelle braccia. Gli ultimi proletari sono nel Niger della settima repubblica che di popolare ha solo la mendicanza. Il problema è farsi pagare dopo. Gli amministrativi sono i garantiti. I precari della scuola ricevono salari occasionali da dopolavoro ferroviario. Tutti gli altri mendicano la remunerazione. Il padrone non c’è. E’ uscito e tornerà domani. Ha lasciato una commissione per lei. La ditta ha fatto fallimento come l’uranio di Areva che licenza centinaia di lavoratori con un piano sociale di eliminazione. Muratori, imbianchini, meccanici, saloni di bellezza perduta, sarti ambulanti, saldatori senza maschera e spacciatori di salute. Nessuno paga in tempo e la somma pattuita. Si mendica ciò che è di diritto, questa è la politica che va per la maggiore nel Sahel. Anche i deputati mendicano i voti alle elezioni.
I mendicanti sono dei sovversivi. Non producono e non consumano. Non si allineano con il mercato. Rivelano ai comuni mortali la loro identità nascosta e abbandonata. La mano vuota che si porge all’altro è l’arma più temibile. Capolavoro di indigenza e dunque profondamente umana. Senza veli, trucco o manie di grandezza. Il dio qualunque di Niamey non ne fa un dramma. Si vede in giro e prende nota dei nomi. Risponde ai saluti e torna il giorno dopo alla stessa ora.
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26/01/2015
Charlie e le apocalissi di Niamey
Non ne sapevano nulla. Di Charlie e delle penne stilografiche che ancora si usano per i bozzetti. Non erano al corrente della manifestazione di Parigi. Sapevano poco o niente di Hollande. Neppure ricordavano bene dove volevano andare. Mamadou, della Guinea dove Ebola diminuisce, mostra la cicatrice ben visibile nel cranio rasato da poco. L'hanno picchiato mentre tentava di dare l'assalto alla rete metallica di Melilla nel Marocco. La città è difesa da una serie di ostacoli per ferire i passaggi dei migranti in territorio spagnolo. Tre reticolati di 6 metri corredati con lame reintrodotte dalle autorità spagnole. Ferite alle mani, al costato, alla testa e soprattutto agli occhi per sempre. Mamadou ha capito che le parole sono lame e le lame parole taglienti. Ha deciso di tornare a casa e di riprendere a fare il commerciante di cose inutili e senza prezzo. La ferita alla testa gli ricorda che i poveri non passano impunemente le frontiere. Oggi inizia la Coppa d’Africa delle Nazioni.
Era già accaduto un’altra volta. Hanno bruciato ancora la chiesa di Zinder. Prima capitale del Niger che dista un migliaio di kilometri da Niamey. All’uscita della cattedrale di Niamey c’è la camionetta dei militari armati di paura. Proteggono quanto rimane della convivenza tra i cittadini dello stesso paese e del mondo. La bandiera è quella nera del lutto che i morti neanche possono fare. Rimangono sulla strada e poi sepolti in fretta per non lasciare traccia. Dopo la preghiera del venerdì sono i simboli della Francia a bruciare. Bruciano anche quelli degli interessi di chi la Francia ha sempre rappresentato. Anche ad Agadez c’è stato un tentativo di saccheggio poi frustrato dalle forze dell’ordine ormai tradito. Alcuni morti e poi quelli che verranno in seguito. Parole come armi e armi come parole che feriscono la testa di Mamadou che parte domattina. Con lui parte l’amico con cui sono stati traditi in Algeria. Lui faceva di mestiere il manovale e dimenticavano di pagarlo.
Potranno perdonargli di rubare. Di giocare al dittatore piccolo. Di essere amico della Francia e di trescare con gli Stati Uniti. Di arricchirsi con la Cina. Di eliminare gli avversari politici. Di comprarsi un aereo quasi nuovo con un sofisticato annesso comunicativo. Di viaggiare quasi sempre. Di aver anticipato impunemente l’inaugurazione della ferrovia. Di blindare la città quando esce la mattina e non torna la sera. Di tutto sarà perdonato. Ma non di essere stato al fianco di Hollande per la manifestazione ‘mondiale’ di Parigi sulle libertà. Non gli sarà mai perdonato di aver portato con sè il vescovo cattolico e il rappresentante delle associazioni musulmane. Di aver camminato assieme per difendere la libertà di disegnarla con le matite a forma di lama. Di non aver spiegato prima che una cosa è uccidere e l’altra disegnare la morte. Di non aver capito che i simboli sono come i reticolati di Melilla e le foreste di Nador. Di non aver calcolato la dignità del popolo.
Neanche loro sapevano nulla di Charlie. In fondo di queste cose non gli interessa nulla. Sono questioni da benpensanti che fabbricano e vendono milioni di copie. Nessuno può permettersi di comprare quel giornale se non si ha di che nutrirsi l’indomani. Sono battaglie da retrovia oppure da salotto. Sanno che è più importante liberare la parola dei poveri. Dei giornali sanno poco o niente. Al massimo vorrebbero arrivare in Europa evitando le prigioni di chi li arresta per i soldi. Devono chiamare a casa per farseli mandare e poi continuare il viaggio. I giornali satirici non sanno niente di questo e raccontano inutili conferme per i potenti del momento. Ismael era partito l’anno scorso con la qualifica di sarto. Sapeva cucire gli abiti finché Ebola gli ha chiesto di indossare la morte. Prima di provare la taglia è scappato per fare il manovale nei cantieri di Algeri. Con i suoi 23 anni rammenda il passato e cuce modelli di futuro.
Ibrahima pensa a sbarcare il lunario. Dalla Guinea è finito in Costa d’Avorio, poi ha attraversato il Burkina Faso. Scavalca il Niger e si trova nella solita Algeria che nega l’esistenza agli africani di pelle nera. Schiavi o niente. Mendicanti quanto basta o al massimo concubine per gli harem col petrolio dal prezzo in ribasso. Torna dalla disperazione e tiene stretti tra le mani i suoi 22 anni col profilo di sabbia. Sono insieme a Souleymane che a 25 anni fa la figura del patriarca. Voleva andare in Marocco e per distrarsi ha cominciato a fare disegni sulla sabbia.
Mauro Armanino, Niamey, gennaio 2015
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