Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
26/12/2025
Il Natale violento del capitale
Altro che storia natalizia sui buoni sentimenti. Protagonista assoluta è una guerra fra poveri, fra poveri e ricchi e fra ricchi e ricchi: i Duke vogliono annientare Whintorpe e Valentine, Winthorpe vuole eliminare Valentine e Valentine Winthorpe; infine, entrambi, insieme a una giovane prostituta e al maggiordomo di Winthorpe, si coalizzeranno contro i Duke con l’unico scopo di vendicarsi e di arricchirsi. Su tutta la vicenda narrata dal film campeggia quindi un’atroce guerra all’ultimo sangue: quella della finanza e della borsa; le scene clou si ambientano infatti alla borsa di futures e opzioni sulle materie prime di Chicago. Non è un caso che mentre camminano dirigendosi alla borsa, Whintorpe dica a Valentine: “Qui o uccidi o sei ucciso”. Evidentemente, al pubblico natalizio piace un film di guerra mascherato da fiaba natalizia. Un film sorretto da un’unica ideologia: è terribile e vergognoso essere poveri mentre è bellissimo e appagante essere ricchi. I buoni sentimenti equivalgono alla vendetta e la felicità equivale alla ricchezza. Più anni Ottanta di così si muore.
Ma cosa c’entra il Natale con tutto ciò? C’entra, eccome se c’entra. Il Natale, sotto le parvenze dei buoni sentimenti e della bontà, non è altro che il momento culminante e più feroce della società capitalistica. È il momento in cui si acuisce il divario tra chi ha possibilità economiche e chi non le ha: acquisti, regali, cenoni, feste più o meno sfarzose. È il momento in cui gli individui fanno a gara per accaparrarsi più merce a qualsiasi costo ed è quello in cui i poveri sono ancora più poveri. I buoni sentimenti e la generosità, nel mondo dominato dal capitale, sono soltanto messinscene per creduloni; sono materia da fiaba e da favoletta, né più né meno. Sotto la maschera della bontà e della generosità, il periodo natalizio rappresenta, ogni anno, la guerra mondiale imposta dal capitale. Una guerra che gli stessi paesi ricchi e occidentali dichiarano a quelli più poveri. Se nel ricco Occidente, milioni di individui paffuti e benestanti affollano le strade disposti a massacrarsi a vicenda per un parcheggio dove posteggiare il loro Suv o per accaparrarsi l’ultimo ritrovato tecnologico in vendita presso un superstore, nei paesi emarginati dell’est e del sud del mondo altri milioni di individui stanno morendo di fame o vengono massacrati dalle bombe di governi filo-occidentali, come nella Striscia di Gaza. Quello stesso capitale che produce il Natale, le feste e i regali produce anche le armi da esportare nelle guerre e utilizzate per massacrare popolazioni inermi. Nell’universo capitalistico non c’è nessuna differenza fra produrre un panettone, uno smartphone, una bottiglia di spumante per brindare alle festività e produrre bombe, missili e droni.
Non è un caso che il Natale sia stato sempre al centro dello sguardo della società capitalistica fin dai suoi primordi. Il Canto di Natale (A Christmas Carol) di Charles Dickens esce nel 1843 e racconta la conversione alla bontà di un ricco banchiere e capitalista, Ebenezer Scrooge. Sotto l’involucro dei buoni sentimenti si nasconde l’indicibile violenza della corsa alla ricchezza imposta dal capitale e le orribili condizioni in cui versano gli strati più poveri della società londinese dell’Ottocento. Banche e capitali sono alla base anche di un’altra storia natalizia edificante che rappresenta quasi una rilettura del racconto di Dickens: ci riferiamo al film La vita è meravigliosa (It’s a Wonderful Life, 1946) di Frank Capra, in cui la bontà e le buone azioni avvengono sullo sfondo di una furiosa guerra finanziaria (nel film compare anche la crisi di Wall Strett del 1929) fra ricchi e poveri emarginati. Sotto Natale, nel momento dell’euforia degli acquisti, sono ambientate anche alcune sequenze di un altro film, Rapporto confidenziale (Confidential Report, 1955) di Orson Welles: siamo a Monaco di Baviera e il mio omonimo Guy Van Stratten incontra Jakob Zouk, ormai ridotto in miseria, uno degli ultimi a conoscere il segreto del misterioso miliardario Gregory Arkadin (Orson Welles). Fra i fasti natalizi, mentre Van Stratten cerca invano del paté d’oca, cibo di lusso per soddisfare il desiderio dell’ex galeotto Zouk, il potente capitalista Arkadin elimina lo stesso Zouk, piantandogli un coltello nella schiena, in un fatiscente appartamento del centro. Dietro i canti natalizi, la neve e l’atmosfera della festa, il capitale celebra ancora una volta le sue vendette. Ma, in questo grande film, nell’atmosfera natalizia, il capitalista spaccone e prepotente viene inchiodato a una dimensione buffonesca e carnevalesca: Arkadin, pur di prendere l’ultimo aereo in partenza da Monaco ormai già completo, in aeroporto grida ai passeggeri che è disposto ad offrire qualsiasi cifra per un biglietto ma Van Stratten lo tratta come un pazzo esaltato dal Natale. Il tragico potere del capitale, che pretende di comprare qualsiasi individuo per soddisfare i propri capricci, viene in tal modo scoronato e ricondotto a una dimensione funereamente carnevalesca.
Piace così tanto Una poltrona per due sotto Natale, allora, forse perché inconsciamente rappresenta lo status di guerra cui sono sottoposti gli individui asserviti in tutto e per tutto alle dinamiche capitalistiche; uno status che, come abbiamo visto, raggiunge sotto le feste i suoi momenti culminanti. Non ci sono buoni sentimenti che tengono, non ci sono conversioni alla Scrooge che possano proteggere dalla guerra fintamente piacevole che il capitale impone ogni giorno. Perché nessuno proverà un qualsiasi dolore o fastidio se, per sbaglio, cambiando canale per pochi attimi dalla visione natalizia di Italia 1, si troverà di fronte immagini di guerra dalla Striscia di Gaza. Perché nell’irrealtà che ci circonda tutto diventa irreale, illusorio, mediaticamente finto. Tutto una grande favola mediatica e digitale, anche la guerra, la distruzione e la morte. Buona guerra e felice nuova distruzione.
Fonte
25/12/2023
"Una poltrona per due", anatomia di una fiaba natalizia anticapitalista
Una fiaba anticapital/natalizia ormai ammessa al rango di liturgia, seppur catodica, sia in Italia, dove da tempo è ospite fissa nei palinsesti delle reti tv (e da 12 anni onorata del prime time di Italia 1 alla Vigilia) che negli Usa, dove addirittura le hanno intitolato una legge. Ecco perché "Una poltrona per due", uscito al cinema 40 anni fa, ancora oggi fa discutere
Le più belle
favole di Natale hanno spesso un che di anticapitalista, o comunque
rappresentano (anche) una critica al sistema economico fondato
sull'accumulo di ricchezza. Come a dire che lo spirito natalizio poco si
sposa con i principi dell'economia di mercato, anzi diciamo pure che in
certi casi ne è l'esatto contrario. "A Christmas Carol" è l'esempio più
lampante, ma anche storie cinematografiche d'antan come "La vita è meravigliosa"
o "Miracolo nella 34ª strada" muovevano dalla disapprovazione perlomeno
degli effetti più nefasti di tale concezione socioeconomica. E se
vogliamo, anche il balletto "Lo schiaccianoci", altro must
delle Feste con la sua morale sul dono, categoria agli antipodi rispetto
a concetti tipo contrattazione, privato, profitto, crescita, non era
troppo differente. Certo di socialismo, a fine Ottocento, in Russia, non
si parlava ancora, o se ne parlava a bassa voce, ma il discorso etico
imbastito da Ciajkovskij era prossimo, per esempio, alle riflessioni
sulla gift economy, quelle sì critiche verso il capitalismo, il
dono come fatto sociale totale, che di lì a qualche anno avrebbe
operato l'antropologo francese Marcel Mauss.
In fin dei conti un
dono è uno scambio, e su uno scambio, ma di posizione, è basata un'altra
fiaba anticapital/natalizia solo recentemente ammessa al rango –
diciamo così - di liturgia, seppur catodica, sia in Italia dove da tempo
è ospite fissa nei palinsesti delle reti televisive (e da 12 anni
onorata del prime time di Italia 1 alla Vigilia) che negli
Stati Uniti, dove addirittura le hanno intitolato una legge. Sul film
"Una poltrona per due", uscito al cinema 40 anni fa, non c'è più molto
da dire. Straconosciuto da tutti, eviscerato in ogni salsa, commentato,
analizzato, recensito in ogni frame, con tanto di cattedratici
spiegoni di carattere finanziario, poiché il film si addentra anche in
tale, ostica materia. Eppure ancora oggi fa discutere. O meglio, da
qualche anno fa discutere, mentre una volta faceva ridere e basta
mettendo tutti d'accordo. Infatti, la polarizzazione delle opinioni al
suo riguardo è abbastanza recente.
Semplificando al massimo, da una
parte abbiamo i boomer, dall'altra la cosiddetta generazione Z (e suoi
tirapiedi). Per i primi, il film è un capolavoro intoccabile, una
commedia anarchica, irriverente, politicamente scorretta e proprio per
questo di molte spanne superiore al livello medio delle cose che si
vedono oggi; per i secondi, un retaggio del passato da seppellire
definitivamente perché per stare sul pezzo – sostengono costoro - basta
avere contezza di quanto rientra nella modernità. La sindrome dell'età
dell'oro, ossia l'idea persistente di essere nati nel tempo sbagliato
idealizzando quello che è venuto prima, contrapposta a quella del
bronzo, ovvero l'esatto contrario.
Una risata vi seppellirà, è il Landis pensiero. Seppellirà, mettendoli alla berlina, le convenzioni sociali e certo ipocrita perbenismo borghese. Ma seppellirà anche l'ideologia liberista, l'edonismo reaganiano, il thatcherismo, gli ultrà della finanza, i sostenitori del mantra per cui privato è bello, privato è giusto. "Abbiamo fondato noi il mercato, è nostro, appartiene a noi", urla nella scena finale un disperato Mortimer Duke (interpretato da Don Ameche) quando il termine della giornata di scambi alla New York Stock Exchange segna la rovina sua e del fratello Randolph (Ralph Bellamy). I due, infatti, finiscono sul lastrico (dove li ritroveremo anche nel simpatico cameo autocitazionista de "Il principe cerca moglie", sempre di Landis) mentre Billy Ray Valentine e Louis Winthorpe III se la vanno a godere ai Caraibi.
La storia la conosciamo, dirompente nella sua elementarità. Le vite di due tizi, un mendicante che vive di espedienti e un rampollo dell'alta borghesia finanziaria, vengono scambiate dai facoltosi zii (acquisiti) nonché datori di lavoro del secondo, per una scommessa dall'importo simbolico di un dollaro. Obiettivo dell'"esperimento sociale", dimostrare che chiunque, se messo nelle giuste condizioni, può ambire ad affermarsi e diventare ricco. Una figura retorica usata per schernire l'American dream in salsa monetaria per cui la felicità si riconduce al solo denaro, al possesso, che poi è un modo per vendere alle giovani generazioni di allora (purtroppo tanto simili a quelle di oggi) i dogmi del liberismo e degli altri tossici "-ismi" tipici dell'America targata 80's: rampantismo, arrivismo, carrierismo, opportunismo.
Landis, come sempre, mescola cultura alta e bassa, tra citazioni dotte e pop, e utilizza due tra le migliori maschere comiche del periodo. Inizialmente gli attori prescelti come protagonisti sono Gene Wilder e Richard Pryor, coppia già affiatata, ma Pryor s'infortuna alla vigilia delle riprese e al suo posto viene chiamato Eddie Murphy, famoso per le sue apparizioni al Saturday Night Live ma anche per il suo ruolo nel film poliziesco "48 ore" (1982) al fianco di Nick Nolte. Murphy però non vuole sembrare un rimpiazzo e allora chiede che anche Wilder venga rimosso dal cast, a beneficio di Dan Aykroid, altro "prodotto" del SNL.
Teatro della vicenda, la stessa Filadelfia di "Rocky", quella da una parte facoltosa e dall'altra povera e fredda, specialmente tra Natale e Capodanno, periodo in cui si svolge il film. Ma Filadelfia è soprattutto il luogo fondativo della costituzione americana, il cui messaggio di base è la ricerca individuale della felicità, tema in qualche modo sotteso a "Trading places". La scena finale, come detto, si svolge invece a Manhattan, New York, e qui chi non ha mai capito cosa siano esattamente aggiotaggio e insider trading troverà la risposta. Landis evidentemente conosce bene l'argomento al punto da poterci scherzare. E lo spiegherà così bene che – come accennato - parecchi anni dopo un pacchetto di norme riguardanti i mercati finanziari approvato dal Congresso Usa prenderà il nome "Eddie Murphy Rule". Tra l'altro, sempre con riferimento a fatti successivi all'uscita del film, la sequenza in cui i due protagonisti entrano nel cuore della city finanziaria passando per il World Trade Center contiene una battuta che dopo l'11 Settembre alcune emittenti opteranno per tagliare: "Qui uccidi o sei ucciso", dice Winthorpe a Valentine: non il massimo dopo l'attentato alle Torri gemelle.
Che poi già nel 1987 Wall Street, intesa non solo come sede della Borsa ma anche come modello economico e sistema di valori, crollerà, seppur solo in senso figurato e solo momentaneamente, come dirà la storia. Il Lunedì Nero, 19 ottobre, i mercati mondiali subiranno un'improvvisa discesa del valore dei titoli quotati, ma a farne le spese saranno – come sempre - gli anelli più deboli della catena, gli yuppies (che gli U2 proveranno a salvare con il loro concerto benefico reso celebre dal docufilm "Rattle And Hum"). Oliver Stone, con il suo monumentale "Wall Street", film uscito nell'autunno 1987, racconterà praticamente in tempo reale ciò che Landis preconizza con quattro anni di anticipo, un'era geologica quantomeno in economia.
Una menzione particolare la merita infine la colonna sonora della pellicola, composta – per quanto riguarda le musiche originali - da Elmer Bernstein il quale otterrà la nomination agli Oscar (lui che la statuetta l'aveva già aveva vinta nel 1968 con "Millie"). Tra le chicche della soundtrack, i titoli di testa accompagnati dall'ouverture de "Le Nozze di Figaro" di Mozart, scelta non casuale dal momento che nell'opera buffa del compositore austriaco, a essere derisa è proprio la classe sociale più abbiente, travolta da eventi - nella fattispecie passionali - che sconvolgono la vita di servi e padroni. Proprio come nel film oggetto di queste righe.
Insomma finezze a getto continuo, colpi a effetto, citazioni. Nel momento in cui scriviamo possiamo soltanto presumere che anche quest'anno "Una poltrona per due" andrà in onda in prima serata il 24 dicembre, e ci chiediamo se sarà l'ultima volta, magari per chiudere il cerchio con il quarantennale. Secondo le Sacre Scritture, 40 furono anche gli anni che il popolo di Israele, liberato dalla schiavitù in Egitto, impiegò per raggiungere la Terra promessa. Landis nasce da famiglia ebraica, ed è noto che nelle sue pellicole abbondano riferimenti all'Olocausto, dai nazisti dell'Illinois di "The Blues Brothers" alle SS aliene di "Un lupo mannaro americano a Londra", fino ai salti temporali a ritroso dell'episodio da lui diretto nella trasposizione cinematografica di "Ai confini della realtà". Ovviamente non ci aspettiamo che i curatori della programmazione tv nostrana siano così attenti alla numerologia biblica o che conoscano a fondo la filmografia del regista dell'Illinois. Magari un giorno qualcuno deciderà che è il momento di dire basta e si prenderà la responsabilità di mandare in pensione i nostri due eroi sostituendoli con un'altra favola natalizia. Di sicuro sarà qualcuno con un gran coraggio.