di Michele Giorgio
Una settimana fa la previsione più diffusa era che Teheran avrebbe dato priorità alla moderazione dopo aver subito l’attacco israeliano. Ora la rappresaglia iraniana al raid aereo ordinato da Benyamin Netanyahu è data per sicura – «nei prossimi giorni» prevedeva sabato il Washington Post – in una escalation di attacchi tra le due parti intenzionate ad affermare la rispettiva capacità di deterrenza. Le parole pronunciate sabato dalla Guida suprema iraniana Ali Khamenei non lasciano spazio alle interpretazioni. «I nemici, siano essi il regime sionista o gli Stati Uniti, riceveranno sicuramente una risposta devastante a ciò che stanno facendo all’Iran, alla nazione iraniana e al fronte della Resistenza», ha detto Khamenei, precisando che non è solo una questione di «vendetta». A Teheran spiegano che la Guida suprema, dopo aver inizialmente scelto toni moderati, ha compreso che senza una risposta, la deterrenza dell’Iran contro Israele sarebbe indebolita. Khamenei non ha precisato i tempi, la portata e se la rappresaglia avrà luogo solo dal territorio iraniano o anche da altri paesi. Un punto che ha assunto un particolare rilievo negli ultimi giorni.
Teheran intende rispondere, ma è consapevole che la reazione di Tel Aviv sarà inevitabile e concentrata, con ogni probabilità, contro gli impianti petroliferi e i siti nucleari iraniani, specie se dalle presidenziali Usa del 5 novembre uscirà vincitore Donald Trump, nemico implacabile dell’Iran. L’Amministrazione Biden, si è opposta all’attacco contro le centrali atomiche dell’Iran e Netanyahu sa che con l’amico Trump rieletto presidente, sebbene non ancora alla Casa Bianca, avrà le mani più libere. Da qui, pare, la presunta idea iraniana – riferita dal sito Axios e da altre fonti – di lanciare missili balistici e droni dal territorio iracheno per preservare siti nucleari e impianti petroliferi iraniani dalla ritorsione israeliana. Concreta o improbabile (come dicono alcuni) questa ipotesi se da un lato ha mobilitato la Resistenza islamica in Iraq (Iri) – la coalizione di gruppi armati sciiti sostenuti dall’Iran, responsabile di occasionali lanci di droni verso Israele (l’ultimo è di ieri) – dall’altro ha messo in allarme Baghdad che, come Damasco, ha cercato nell’ultimo anno di mantenere una linea di sostanziale basso profilo pur confermando l’appartenenza all’Asse della Resistenza e l’alleanza con l’Iran.
«La decisione tra guerra e pace spetta allo Stato», ha avvertito il premier iracheno Mohammed Shia Al Soudani, secondo quanto riportato dal quotidiano Asharq Al-Awsat. Elevato al potere nel 2022 dal Quadro di Coordinamento, l’alleanza di partiti filoiraniani che monopolizza lo sciismo politico in Iraq, Al Soudani mantiene stretti legami con Teheran, rivolge dure accuse a Tel Aviv e appoggia il popolo palestinese. Allo stesso tempo, tra la sorpresa di molti, dopo aver preso l’incarico di primo ministro non ha fissato alcun calendario per il ritiro completo dei militari statunitensi in Iraq – richiesto con forza dalla maggioranza degli iracheni – e cerca di tenere il suo paese a distanza dallo scontro frontale tra Israele e l’Iran.
Questa posizione cauta viene criticata dalle forze sciite più militanti, ma non dalla maggior parte dello schieramento politico al governo in Iraq. Hanno avuto un impatto i bombardamenti israeliani di una settimana fa contro le batterie antiaeree in Iraq (e in Siria), prima dell’attacco contro gli obiettivi di Iran. Così come le notizie diffuse dalla tv israeliana (di estrema destra) Canale 14, di piani per «eliminare» anche l’ayatollah iracheno Ali Sistani, figura paragonabile per importanza religiosa all’iraniano Khamenei. Al Soudani ha chiesto al gruppo Nujaba, tra i più rilevanti assieme a Kataeb Hezbollah nella Iri, di non trascinare il paese nello scontro diretto con Israele. La risposta è stata che la decisione di entrare nel conflitto è «nelle mani della Resistenza», per sottolineare che non appartiene allo Stato iracheno, sempre secondo Asharq Al-Awsat. Haidar al Lami, membro dell’ufficio politico di Nujaba, ha detto al quotidiano libanese Al-Akhbar, che la sua organizzazione si stava coordinando con l’Iran. Al-Nujaba, è «pienamente coordinato con l’Iran per organizzare i tempi e il luogo di questa risposta» a Israele, ha affermato.
Soudani sa che le sue pressioni sulla Iri non avranno grandi risultati e ora guarda agli Usa per impedire a Netanyahu di colpire anche l’Iraq. Più di tutto punta sull’atteggiamento prudente della sua maggioranza. I partiti della coalizione di governo, tutti favorevoli alla causa palestinese e che considerano Israele un nemico, hanno opinioni divergenti su quanto l’Iraq debba impegnarsi in scontro regionale mentre il paese è ancora impegnato a riprendersi dalle conseguenze della guerra dell’Occidente al presidente Saddam Hussein e dalla lunga occupazione Usa. Il percorso è lungo, tuttavia Baghdad, recuperata una parziale stabilità interna, oggi più di qualche anno fa sembra investire i proventi dell’esportazione del petrolio nella costruzione di infrastrutture vitali – reti elettrica e idrica in testa – e per assistere una popolazione in larga parte povera.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Ritorsioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ritorsioni. Mostra tutti i post
02/11/2024
Allarmismi e tensioni crescenti in Medio Oriente. Chi attaccherà chi?
Si rincorrono voci allarmanti mentre saltano tutte le ipotesi di cessate il fuoco sui fronti di guerra in Medio Oriente. Sulla base delle informazioni disponibili è difficile capire se Israele stia creando le condizioni per un “attacco preventivo” contro l’Iran – alimentando le voci sulla preparazione di un attacco iraniano – oppure se l’asse della Resistenza (Iran, Hezbollah, milizie irachene e yemenite) abbia rotto gli indugi su uno scontro frontale ritenuto inevitabile con il nemico israeliano. Infine, potrebbe anche essere che l’innalzamento complessivo dei toni punti a condizionare il clima politico per trovare infine una strada per un cessate il fuoco a livello regionale che stenta a imporsi sul terreno.
Gli Stati Uniti intanto hanno già annunciato il dispiegamento di nuove forze militari in Medio Oriente per affrontare la presunta minaccia dell’Iran a Israele. Lo ha comunicato il portavoce del Pentagono, il generale Pat Ryder. Tra questi ci sono i nuovi cacciatorpedinieri per la difesa contro i missili balistici, squadroni di caccia e aerei cisterna e diversi bombardieri a lungo raggio B-52. Queste forze inizieranno ad arrivare nei prossimi mesi, ha precisato il Dipartimento della Difesa USA. La Casa Bianca, intanto, ha riferito d'aver chiesto a Teheran di non rispondere alla rappresaglia israeliana.
A complicare la situazione c’è anche l’inconsistenza di ogni negoziato per un cessate il fuoco sia in Libano, sia a Gaza. Il mediatore Usa Amos Hochstein “è sparito nel nulla”, ha denunciato il presidente del Parlamento libanese Nabih Berri, sottolineando come l’iniziativa statunitense sul cessate il fuoco in Libano è fallita perché Israele ha rifiutato ogni road map proposta chiedendo comunque mano libera per i suoi attacchi militari sia in Libano che a Gaza.
L’intelligence israeliana da giorni sta diffondendo la notizia che l’Iran si stia preparando ad attaccare Israele dal territorio iracheno nei prossimi giorni, possibilmente prima delle elezioni presidenziali statunitensi in programma il 5 novembre. La pervicacia con cui i mass media filo-israeliani negli Usa come in Italia stanno ripetendo questa notizia, fa nascere il sospetto che possa trattarsi della preparazione del terreno per legittimare un eventuale “attacco preventivo” israeliano contro l’Iran.
A rafforzare questa tesi c’è anche la inusuale precisione e il bilancio di danni e feriti con cui vengono descritti gli obiettivi raggiunti dai razzi lanciati da Hezbollah in queste ore. Una precisione che non c’era mai stata nei mesi precedenti in cui sembrava che questi razzi venissero tutti intercettati o cadessero nel nulla. In questo modo invece si amplifica l’immagine di una Israele sotto attacco.
L’indiscrezione che l’Iran si appresterebbe ad attaccare Israele sarebbe stata riferita da due fonti israeliane al sito di informazione statunitense Axios, secondo le quali per l’intelligence israeliana l’attacco potrebbe essere condotto utilizzando un gran numero di droni e missili balistici lanciati però dal territorio iracheno e non dall’Iran.
“Quando Israele ha attaccato l’Iran ha violato lo spazio aereo iracheno e le norme internazionali, e gli Stati Uniti hanno collaborato con esso, nonostante i suoi accordi di sicurezza con l’Iraq”, ha detto Haider al-Lami, membro dell’ufficio politico della milizia irachena Hezbollah al-Nujaba, all’agenzia di stampa libanese Al-Akhbar. “L’Iran ha il diritto di attaccare Israele da qualsiasi punto dell’Iraq”, ha aggiunto il leader iracheno.
Se l’Iran dovesse affrontare una minaccia alla sua esistenza la dottrina nucleare di Teheran potrebbe cambiare, ha dichiarato all’emittente libanese Al Mayadeen Kamal Kharrazi, consigliere della guida suprema iraniana Ali Khamenei, aggiungendo che Teheran probabilmente aumenterà la gittata dei suoi missili balistici. Inoltre, Kharrazi ha spiegato che l’Iran risponderà all’attacco israeliano del 26 ottobre “al momento giusto, nel modo giusto”, il che vuole dire tutto e niente.
La notte del 26 ottobre scorso, Israele ha lanciato attacchi contro siti militari in Iran in risposta all’attacco missilistico di Teheran del primo ottobre, a sua volta una rappresaglia per l’uccisione dei leader di Hamas e Hezbollah, rispettivamente Ismail Haniyeh e Hassan Nasrallah, e del generale iraniano Abbas Nilforoushan.
Secondo indiscrezioni diffuse dal New York Times, la Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, nei giorni scorsi aveva ordinato al Supremo consiglio per la sicurezza nazionale del Paese di prepararsi ad attaccare Israele. “I nemici, che si tratti del regime sionista o degli Stati Uniti d’America, riceveranno sicuramente una risposta schiacciante a ciò che stanno facendo all’Iran, alla nazione iraniana e al fronte della resistenza”, ha dichiarato Khamenei in un video pubblicato dai media statali iraniani.
Khamenei, scrive il giornale statunitense, ha preso la decisione dopo aver esaminato un rapporto dettagliato di comandanti militari sull’entità dei danni provocati dal raid israeliano della scorsa settimana alla capacità di produzione missilistica del Paese, ai sistemi di difesa aerea intorno a Teheran, alle infrastrutture energetiche critiche e a un porto situato nel sud.
Il conto alla rovescia sulle elezioni statunitensi – previste per martedì prossimo – riduce la forbice temporale per azioni che mettano la nuova amministrazione presidenziale Usa di fronte al fatto compiuto. Difficile che in questo strettissimo arco di tempo si giochino partite decisive. In tal senso gli allarmismi diffusi a piene mani in queste ore appaiono piuttosto strumentali. Ma la strategia del “cane pazzo” adottata da Israele ci ha bruscamente insegnato che non ci sono più limiti che questo stato-canaglia non possa superare. Glielo hanno consentito per troppi anni e senza mai pagarne le conseguenze.
Fonte
Gli Stati Uniti intanto hanno già annunciato il dispiegamento di nuove forze militari in Medio Oriente per affrontare la presunta minaccia dell’Iran a Israele. Lo ha comunicato il portavoce del Pentagono, il generale Pat Ryder. Tra questi ci sono i nuovi cacciatorpedinieri per la difesa contro i missili balistici, squadroni di caccia e aerei cisterna e diversi bombardieri a lungo raggio B-52. Queste forze inizieranno ad arrivare nei prossimi mesi, ha precisato il Dipartimento della Difesa USA. La Casa Bianca, intanto, ha riferito d'aver chiesto a Teheran di non rispondere alla rappresaglia israeliana.
A complicare la situazione c’è anche l’inconsistenza di ogni negoziato per un cessate il fuoco sia in Libano, sia a Gaza. Il mediatore Usa Amos Hochstein “è sparito nel nulla”, ha denunciato il presidente del Parlamento libanese Nabih Berri, sottolineando come l’iniziativa statunitense sul cessate il fuoco in Libano è fallita perché Israele ha rifiutato ogni road map proposta chiedendo comunque mano libera per i suoi attacchi militari sia in Libano che a Gaza.
L’intelligence israeliana da giorni sta diffondendo la notizia che l’Iran si stia preparando ad attaccare Israele dal territorio iracheno nei prossimi giorni, possibilmente prima delle elezioni presidenziali statunitensi in programma il 5 novembre. La pervicacia con cui i mass media filo-israeliani negli Usa come in Italia stanno ripetendo questa notizia, fa nascere il sospetto che possa trattarsi della preparazione del terreno per legittimare un eventuale “attacco preventivo” israeliano contro l’Iran.
A rafforzare questa tesi c’è anche la inusuale precisione e il bilancio di danni e feriti con cui vengono descritti gli obiettivi raggiunti dai razzi lanciati da Hezbollah in queste ore. Una precisione che non c’era mai stata nei mesi precedenti in cui sembrava che questi razzi venissero tutti intercettati o cadessero nel nulla. In questo modo invece si amplifica l’immagine di una Israele sotto attacco.
L’indiscrezione che l’Iran si appresterebbe ad attaccare Israele sarebbe stata riferita da due fonti israeliane al sito di informazione statunitense Axios, secondo le quali per l’intelligence israeliana l’attacco potrebbe essere condotto utilizzando un gran numero di droni e missili balistici lanciati però dal territorio iracheno e non dall’Iran.
“Quando Israele ha attaccato l’Iran ha violato lo spazio aereo iracheno e le norme internazionali, e gli Stati Uniti hanno collaborato con esso, nonostante i suoi accordi di sicurezza con l’Iraq”, ha detto Haider al-Lami, membro dell’ufficio politico della milizia irachena Hezbollah al-Nujaba, all’agenzia di stampa libanese Al-Akhbar. “L’Iran ha il diritto di attaccare Israele da qualsiasi punto dell’Iraq”, ha aggiunto il leader iracheno.
Se l’Iran dovesse affrontare una minaccia alla sua esistenza la dottrina nucleare di Teheran potrebbe cambiare, ha dichiarato all’emittente libanese Al Mayadeen Kamal Kharrazi, consigliere della guida suprema iraniana Ali Khamenei, aggiungendo che Teheran probabilmente aumenterà la gittata dei suoi missili balistici. Inoltre, Kharrazi ha spiegato che l’Iran risponderà all’attacco israeliano del 26 ottobre “al momento giusto, nel modo giusto”, il che vuole dire tutto e niente.
La notte del 26 ottobre scorso, Israele ha lanciato attacchi contro siti militari in Iran in risposta all’attacco missilistico di Teheran del primo ottobre, a sua volta una rappresaglia per l’uccisione dei leader di Hamas e Hezbollah, rispettivamente Ismail Haniyeh e Hassan Nasrallah, e del generale iraniano Abbas Nilforoushan.
Secondo indiscrezioni diffuse dal New York Times, la Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, nei giorni scorsi aveva ordinato al Supremo consiglio per la sicurezza nazionale del Paese di prepararsi ad attaccare Israele. “I nemici, che si tratti del regime sionista o degli Stati Uniti d’America, riceveranno sicuramente una risposta schiacciante a ciò che stanno facendo all’Iran, alla nazione iraniana e al fronte della resistenza”, ha dichiarato Khamenei in un video pubblicato dai media statali iraniani.
Khamenei, scrive il giornale statunitense, ha preso la decisione dopo aver esaminato un rapporto dettagliato di comandanti militari sull’entità dei danni provocati dal raid israeliano della scorsa settimana alla capacità di produzione missilistica del Paese, ai sistemi di difesa aerea intorno a Teheran, alle infrastrutture energetiche critiche e a un porto situato nel sud.
Il conto alla rovescia sulle elezioni statunitensi – previste per martedì prossimo – riduce la forbice temporale per azioni che mettano la nuova amministrazione presidenziale Usa di fronte al fatto compiuto. Difficile che in questo strettissimo arco di tempo si giochino partite decisive. In tal senso gli allarmismi diffusi a piene mani in queste ore appaiono piuttosto strumentali. Ma la strategia del “cane pazzo” adottata da Israele ci ha bruscamente insegnato che non ci sono più limiti che questo stato-canaglia non possa superare. Glielo hanno consentito per troppi anni e senza mai pagarne le conseguenze.
Fonte
Anche se l’Iran procedesse con moderazione non c’è garanzia contro l’escalation israeliana
La risposta dell’Iran alla recente rappresaglia israeliana sarà “estremamente complessa”, anche per le pressioni dei governi che spingono perché si chiuda questa fase di attacchi e contrattacchi tra Teheran e Tel Aviv, ma in ogni caso sarà “ponderata e mai frutto della fretta“.
Ad affermarlo in un’intervista all’Adnkronos è Afifeh Abedi, ricercatrice di Politica estera presso il Center for Strategic Research (Csr) di Teheran, uno dei principali think tank della Repubblica islamica, secondo cui l’Iran sta valutando le “nuove condizioni” geopolitiche dato che molti Paesi sia mediorientali che occidentali “hanno condannato gli attacchi e chiesto uno sforzo internazionale per interrompere il ciclo” di rappresaglie.
Come dimostrato dalle operazioni ‘Vera Promessa’ e ‘Vera Promessa 2’, l’Iran ha chiarito che “risponderà proporzionalmente a qualsiasi attacco”, premette Abedi, lasciando intendere anche la possibilità che questa volta gli ayatollah accolgano gli appelli alla moderazione. Visto anche che “l’Iran ha risposto adeguatamente a questi attacchi” di sabato scorso e che gli abitanti della Repubblica islamica continuano a “vivere normalmente”.
Il governo di Teheran ritiene, tuttavia, che “se non rispondesse alle azioni aggressive di Israele che hanno violato la sua integrità territoriale e la sua sovranità, dovrà affrontare di nuovo l’impudenza del regime sionista”, sottolinea l’analista, che ricorda come dopo l’uccisione del leader politico di Hamas a Teheran, Ismail Haniyeh, l’Iran non abbia reagito per oltre due mesi, continuando a chiedere la fine della guerra a Gaza e la condanna per “le operazioni terroristiche di Israele a Teheran” tramite canali legali e diplomatici.
“Nonostante le promesse occidentali di un cessate il fuoco, la guerra si è estesa al Libano, provocando gli attacchi terroristici del regime contro Hezbollah, il martirio di Hassan Nasrallah e del generale iraniano Abbas Nilforoushan”, evidenzia l’analista, secondo cui “il problema principale” per Teheran è che gli Stati Uniti “preparano e forniscono armi e piani per gli attacchi del regime sionista, nonostante tutte le dichiarazioni sulla non interferenza nell’aggressione di Israele contro l’Iran e l’enfasi sugli sforzi diplomatici per porre fine al conflitto”.
“Dal punto di vista dell’Iran, anche se decidesse di esercitare moderazione su richiesta dei suoi vicini e dei partner regionali ed extra-regionali, non vi è alcuna garanzia che vengano impedite le azioni aggressive di Israele o che vengano punite le azioni terroristiche di questo regime”, conclude l’analista iraniana.
Fonte
Ad affermarlo in un’intervista all’Adnkronos è Afifeh Abedi, ricercatrice di Politica estera presso il Center for Strategic Research (Csr) di Teheran, uno dei principali think tank della Repubblica islamica, secondo cui l’Iran sta valutando le “nuove condizioni” geopolitiche dato che molti Paesi sia mediorientali che occidentali “hanno condannato gli attacchi e chiesto uno sforzo internazionale per interrompere il ciclo” di rappresaglie.
Come dimostrato dalle operazioni ‘Vera Promessa’ e ‘Vera Promessa 2’, l’Iran ha chiarito che “risponderà proporzionalmente a qualsiasi attacco”, premette Abedi, lasciando intendere anche la possibilità che questa volta gli ayatollah accolgano gli appelli alla moderazione. Visto anche che “l’Iran ha risposto adeguatamente a questi attacchi” di sabato scorso e che gli abitanti della Repubblica islamica continuano a “vivere normalmente”.
Il governo di Teheran ritiene, tuttavia, che “se non rispondesse alle azioni aggressive di Israele che hanno violato la sua integrità territoriale e la sua sovranità, dovrà affrontare di nuovo l’impudenza del regime sionista”, sottolinea l’analista, che ricorda come dopo l’uccisione del leader politico di Hamas a Teheran, Ismail Haniyeh, l’Iran non abbia reagito per oltre due mesi, continuando a chiedere la fine della guerra a Gaza e la condanna per “le operazioni terroristiche di Israele a Teheran” tramite canali legali e diplomatici.
“Nonostante le promesse occidentali di un cessate il fuoco, la guerra si è estesa al Libano, provocando gli attacchi terroristici del regime contro Hezbollah, il martirio di Hassan Nasrallah e del generale iraniano Abbas Nilforoushan”, evidenzia l’analista, secondo cui “il problema principale” per Teheran è che gli Stati Uniti “preparano e forniscono armi e piani per gli attacchi del regime sionista, nonostante tutte le dichiarazioni sulla non interferenza nell’aggressione di Israele contro l’Iran e l’enfasi sugli sforzi diplomatici per porre fine al conflitto”.
“Dal punto di vista dell’Iran, anche se decidesse di esercitare moderazione su richiesta dei suoi vicini e dei partner regionali ed extra-regionali, non vi è alcuna garanzia che vengano impedite le azioni aggressive di Israele o che vengano punite le azioni terroristiche di questo regime”, conclude l’analista iraniana.
Fonte
26/10/2024
Israele attacca l’Iran. Forse in modo “limitato”
A quasi un mese di distanza c’è stata l’attesa e temuta “contro-controrisposta” israeliana alla salva di missili iraniani lanciati il 1 ottobre su basi militari di Tel Aviv.
Tehran ha chiuso lo spazio aereo e afferma che l’attacco ha “provocato danni limitati.
Il lungo (per le abitudini israeliane) periodo intercorso tra le due azioni militari contrapposte, già di per sé, rivela i numerosi problemi di politica internazionale che hanno imposto a Tel Aviv di “rispondere” obbedendo stavolta alle indicazioni degli Stati Uniti: “niente impianti nucleari e infrastrutture energetiche”.
Troppo grande il rischio di provocare reazioni incontrollabili da parte iraniana e anche dei “mercati”, con riflessi pesanti sul prezzo del petrolio.
Non sembra un caso, insomma, che l’attacco sia partito di venerdì notte, a mercati chiusi e con davanti due giorni interi per “soppesare” con calma i possibili effetti e tutte le conseguenze economiche.
Il presidente Biden ha confermato di essere stato preventivamente informato, ma è un annuncio quasi pleonastico dopo la pubblicazione di parecchi file top secret che documentavano la lunga consultazione tra ministeri della difesa di Usa ed Israele sul tipo di obiettivi che l’attacco avrebbe dovuto privilegiare. Basi militari, appunto, e forse fabbriche di missili (come dichiarato stamattina dall’Idf). Ridicolo sul piano giuridico, ma illuminante su quello politico, l’invito Usa a Tehran perché “non risponda all’attacco”.
“L’esercito israeliano – si legge in un a nota dell’Idf – sta attualmente effettuando attacchi mirati su obiettivi militari in Iran in risposta a mesi di continui attacchi da parte del regime iraniano contro lo Stato di Israele”.
Il portavoce militare, il contrammiraglio Daniel Hagari, in una dichiarazione separata, ha invitato la popolazione a essere “vigile e attenta” in vista di una possibile risposta di Tehran.
Immancabile il completo appoggio – apparentemente solo politico, stavolta – da parte statunitense. Gli attacchi di Israele contro l’Iran sono “autodifesa”, ha detto la Casa Bianca in una nota e con le parole del portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americana, Sean Savett.
Sembra che le esplosioni a Teheran siano avvenute in alcune basi militari delle Guardie Rivoluzionarie, tra cui la base aerea di Ghaleh Hassankhan a ovest di Teheran, due basi a Bidkand, sempre a ovest della capitale, il forte di Hakimiyeh a est di Teheran e le basi Shahr-e Ray, Imam Ali e Abolfath di Teheran.
La TV di stato iraniana nega invece le segnalazioni di un attacco alla raffineria di Teheran, affermando che non ci sono state esplosioni nel luogo. Anche le persone nelle città di Qom, Tabriz, Mashhad, nel Kurdistan iraniano e in alcune altre nel Sud del Paese hanno sentito delle esplosioni.
Ma secondo parecchie testimonianze i boati potrebbero essere stati prodotti dall’azione del sistema di difesa aerea in quelle città. Anche il governo degli ayatollah ha confermato che almeno in parte l’attacco è stato “intercettato”.
L’esercito israeliano ha dichiarato stamane di aver completato il suo attacco aereo all’Iran, affermando di aver colpito le strutture di produzione di missili della repubblica islamica, le schiere di missili terra-aria e altre capacità aeree in diverse aree del paese.
“In base all’intelligence, gli aerei dell’IAF (aeronautica militare) hanno colpito le strutture di produzione di missili utilizzate per produrre i missili che l’Iran ha lanciato contro lo Stato di Israele nell’ultimo anno”, ha affermato l’esercito in una dichiarazione.
Le forze di difesa aerea iraniane hanno confermato che un attacco israeliano ha colpito diverse basi militari a Teheran e in altre città, causando “danni limitati”. “Questo falso regime (Israele) ha attaccato parti di centri militari nelle province di Teheran, Khuzestan e Ilam”, si legge in una dichiarazione, aggiungendo che l’attacco “ha causato danni limitati” pur essendo stato intercettato.
L’attacco ha inizialmente coinvolto batterie di difesa aerea e radar in Siria e Iraq.
Secondo Al Jazeera, Israele ha inviato un messaggio all’Iran venerdì prima dei suoi attacchi aerei di rappresaglia, avvertendo gli iraniani di non vendicarsi.
Il sito web Axios riporta che le fonti sentite hanno detto che il messaggio israeliano è stato trasmesso – dietro le quinte – agli iraniani attraverso diverse terze parti, e una delle fonti ha detto che “gli israeliani hanno chiarito agli iraniani in anticipo cosa attaccheranno in generale e cosa non attaccheranno”.
Altre due fonti hanno detto che Israele ha avvertito gli iraniani di non rispondere all’attacco, minacciando che avrebbe effettuato un altro attacco più significativo se l’Iran avesse risposto, soprattutto se i civili israeliani fossero stati uccisi o feriti.
Funzionari statunitensi hanno detto che si aspettano che l’Iran risponda all’attacco israeliano nei prossimi giorni, ma in un modo limitato che consenta a Israele di fermare il ciclo di attacchi e ritorsioni.
Il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale Sean Savit ha dichiarato: “Il nostro obiettivo è accelerare la diplomazia e allentare le tensioni in Medio Oriente. Esortiamo l’Iran a cessare i suoi attacchi contro Israele fino a quando questo ciclo di combattimenti non finirà senza un’ulteriore escalation”.
Vedremo presto se tutte queste dichiarazioni configurino un quadro di “guerra simulata e concertata”, rivolta più a tranquillizzare il “fronte interno” anziché produrre i maggiori danni possibili al nemico esterno.
È piuttosto evidente, infatti, che l’unico soggetto interessato ad un’escalation continua è il governo di Tel Aviv, che vede il cessate il fuoco su tutti i fronti come la propria fine politica.
Fonte
Tehran ha chiuso lo spazio aereo e afferma che l’attacco ha “provocato danni limitati.
Il lungo (per le abitudini israeliane) periodo intercorso tra le due azioni militari contrapposte, già di per sé, rivela i numerosi problemi di politica internazionale che hanno imposto a Tel Aviv di “rispondere” obbedendo stavolta alle indicazioni degli Stati Uniti: “niente impianti nucleari e infrastrutture energetiche”.
Troppo grande il rischio di provocare reazioni incontrollabili da parte iraniana e anche dei “mercati”, con riflessi pesanti sul prezzo del petrolio.
Non sembra un caso, insomma, che l’attacco sia partito di venerdì notte, a mercati chiusi e con davanti due giorni interi per “soppesare” con calma i possibili effetti e tutte le conseguenze economiche.
Il presidente Biden ha confermato di essere stato preventivamente informato, ma è un annuncio quasi pleonastico dopo la pubblicazione di parecchi file top secret che documentavano la lunga consultazione tra ministeri della difesa di Usa ed Israele sul tipo di obiettivi che l’attacco avrebbe dovuto privilegiare. Basi militari, appunto, e forse fabbriche di missili (come dichiarato stamattina dall’Idf). Ridicolo sul piano giuridico, ma illuminante su quello politico, l’invito Usa a Tehran perché “non risponda all’attacco”.
“L’esercito israeliano – si legge in un a nota dell’Idf – sta attualmente effettuando attacchi mirati su obiettivi militari in Iran in risposta a mesi di continui attacchi da parte del regime iraniano contro lo Stato di Israele”.
Il portavoce militare, il contrammiraglio Daniel Hagari, in una dichiarazione separata, ha invitato la popolazione a essere “vigile e attenta” in vista di una possibile risposta di Tehran.
Immancabile il completo appoggio – apparentemente solo politico, stavolta – da parte statunitense. Gli attacchi di Israele contro l’Iran sono “autodifesa”, ha detto la Casa Bianca in una nota e con le parole del portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale americana, Sean Savett.
Sembra che le esplosioni a Teheran siano avvenute in alcune basi militari delle Guardie Rivoluzionarie, tra cui la base aerea di Ghaleh Hassankhan a ovest di Teheran, due basi a Bidkand, sempre a ovest della capitale, il forte di Hakimiyeh a est di Teheran e le basi Shahr-e Ray, Imam Ali e Abolfath di Teheran.
La TV di stato iraniana nega invece le segnalazioni di un attacco alla raffineria di Teheran, affermando che non ci sono state esplosioni nel luogo. Anche le persone nelle città di Qom, Tabriz, Mashhad, nel Kurdistan iraniano e in alcune altre nel Sud del Paese hanno sentito delle esplosioni.
Ma secondo parecchie testimonianze i boati potrebbero essere stati prodotti dall’azione del sistema di difesa aerea in quelle città. Anche il governo degli ayatollah ha confermato che almeno in parte l’attacco è stato “intercettato”.
L’esercito israeliano ha dichiarato stamane di aver completato il suo attacco aereo all’Iran, affermando di aver colpito le strutture di produzione di missili della repubblica islamica, le schiere di missili terra-aria e altre capacità aeree in diverse aree del paese.
“In base all’intelligence, gli aerei dell’IAF (aeronautica militare) hanno colpito le strutture di produzione di missili utilizzate per produrre i missili che l’Iran ha lanciato contro lo Stato di Israele nell’ultimo anno”, ha affermato l’esercito in una dichiarazione.
Le forze di difesa aerea iraniane hanno confermato che un attacco israeliano ha colpito diverse basi militari a Teheran e in altre città, causando “danni limitati”. “Questo falso regime (Israele) ha attaccato parti di centri militari nelle province di Teheran, Khuzestan e Ilam”, si legge in una dichiarazione, aggiungendo che l’attacco “ha causato danni limitati” pur essendo stato intercettato.
L’attacco ha inizialmente coinvolto batterie di difesa aerea e radar in Siria e Iraq.
Secondo Al Jazeera, Israele ha inviato un messaggio all’Iran venerdì prima dei suoi attacchi aerei di rappresaglia, avvertendo gli iraniani di non vendicarsi.
Il sito web Axios riporta che le fonti sentite hanno detto che il messaggio israeliano è stato trasmesso – dietro le quinte – agli iraniani attraverso diverse terze parti, e una delle fonti ha detto che “gli israeliani hanno chiarito agli iraniani in anticipo cosa attaccheranno in generale e cosa non attaccheranno”.
Altre due fonti hanno detto che Israele ha avvertito gli iraniani di non rispondere all’attacco, minacciando che avrebbe effettuato un altro attacco più significativo se l’Iran avesse risposto, soprattutto se i civili israeliani fossero stati uccisi o feriti.
Funzionari statunitensi hanno detto che si aspettano che l’Iran risponda all’attacco israeliano nei prossimi giorni, ma in un modo limitato che consenta a Israele di fermare il ciclo di attacchi e ritorsioni.
Il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale Sean Savit ha dichiarato: “Il nostro obiettivo è accelerare la diplomazia e allentare le tensioni in Medio Oriente. Esortiamo l’Iran a cessare i suoi attacchi contro Israele fino a quando questo ciclo di combattimenti non finirà senza un’ulteriore escalation”.
Vedremo presto se tutte queste dichiarazioni configurino un quadro di “guerra simulata e concertata”, rivolta più a tranquillizzare il “fronte interno” anziché produrre i maggiori danni possibili al nemico esterno.
È piuttosto evidente, infatti, che l’unico soggetto interessato ad un’escalation continua è il governo di Tel Aviv, che vede il cessate il fuoco su tutti i fronti come la propria fine politica.
Fonte
05/10/2024
Israele nel tunnel del suprematismo “muscolare”
Passano i giorni, Usa e vertici di Tel Aviv collaborano in modo esplicito – rivendicato – nel definire il tipo di “controrisposta” che Israele può dare alla “risposta” iraniana del primo ottobre (200 missili che hanno colpito solo basi militari su tutto il territorio israeliano).
E più giorni passano, più diventano chiare alcune cose. I danni portati dai missili iraniani sono stati complessivamente limitati, ma non indifferenti. Lo “scudo antimissile” di Tel Aviv – dato per “imperforabile” anche ad attacco avvenuto, ma solo dai più pirla tra i conduttori tv – anche stavolta è stato superato abbastanza facilmente, come già in aprile. Ma in misura molto più evidente...
Detto in modo semplicistico: quello scudo è perfetto per fermare un missile o due, ma come ogni cosa umana ha un limite quantitativo. Oltre un certo numero di oggetti in arrivo (che siano economici droni autoprodotti o costosi missili balistici) va in “saturazione”.
E nessuno stato, tanto meno Israele – con territorio, economia e popolazione di piccole dimensioni – può schierare un numero illimitato di batterie antimissile i cui singoli “proiettili”, dovendo fare un lavoro di alta precisione ad alta velocità, costano molto di più del drone o missile in arrivo.
Ogni attacco mette chi lo riceve nella posizione classica del “e ora che faccio?”. Abbiamo ancora nelle orecchie le dichiarazioni più irresponsabili di dirigenti occidentali che, dopo le innumerevole provocazioni omicide di Israele contro l’“asse della Resistenza” (omicidio di Haniyeh a Tehran, strage dei cercapersone e poi dei walkie-talkie a Beirut, omicidio di Nasrallah e numerosi altri dirigenti di Hezbollah, bombardamento e invasione del Libano, ecc.), invitano a non preoccuparsi della reazione iraniana: non ci sarebbe stata, perché troppo timorosi della forza occidentale (nessuno dice ormai più solo “israeliana”, essendo diventato fin troppo chiaro che Tel Aviv si muove di concerto con Washington).
Ora le parti si sono rovesciate. Tocca a Netanyahu “muovere” contro Tehran. Il problema non è nel “se attaccare” (lo farà di sicuro), ma “come” e “cosa”. Con un occhio al “poi”, perché – ricordiamo ancora – lo “scudo stellare” (Iron Dome e altri sistemi) regge relativamente poco.
Insomma: si fa presto a dire “e ora escalation!” Un attimo dopo sei costretto a fermarti e chiederti cosa fare. Il rischio è quello che la controparte sia in grado di reggere e restituirti un danno ancora più grande (materiale e di “reputazione”, specie per chi ha provato a costruirsi la fama dell’“invulnerabile”).
Addirittura sui media internazionali rimbalzano da giorni le ipotesi. In testa quella dell’attacco aereo contro i siti nucleari iraniani. Sarebbe stata questa – spiegano i terminali giornalistici dei servizi segreti occidentali – la prima idea di Netanyahu e del branco di integralisti religiosi che bivaccano nel suo governo.
E sarebbe dovuto intervenire Biden (o la sua badante…) per dissuaderlo dall’aprire il vaso di Pandora, suggerendo – come alternativa meno devastante – attacchi al sistema petrolifero di Tehran (paese produttore, e dunque ricco di impianti di estrazione, raffinerie, ecc.).
È bastato che la parola “petrolio” uscisse dalle sue tremebonde labbra perché il prezzo del greggio salisse in un attimo del 10%. Sulla parola. Un attacco reale avrebbe conseguenze economiche anche più grandi, e – purtroppo per Israele e gli Usa – diffuse su tutto il (proprio) mondo, non solo per gli ayatollah.
Poi silenzio. Nelle segrete stanze continuano a interrogarsi, scrutando cartine, grafici di Wall Street, biografie e indirizzi di possibili bersagli per altri omicidi mirati (ormai l’omicidio è stato sdoganato come “normale prassi politica democratica”, giusto?).
È vero. Il peggior governo della già inguardabile storia moderna di Israele vede “l’occasione per ridisegnare il Medio Oriente”. È abituato ad usare come unico strumento la forza militare (l’intelligence ne è parte integrante) e proprio per questo è molto facile sbagliare misura. Un grado di escalation può risultare una risposta efficace, due o tre gradi possono scatenare reazioni incontrollabili. Perché qualsiasi Stato reagisce senza più limiti quando si convince di essere di fronte ad una “minaccia esistenziale”.
Insomma: il rischio è che il “ridisegno” vada fatto su una distesa di macerie di cui si è parte indistinguibile. Anche senza arrivare alla “fine di mondo”, comunque, appare chiaro che il sogno di Netanyahu rischia di somigliare a quello di George “Dabliu” Bush nel 2001, quando l’invasione dell’Iraq veniva presentata come audace piano di “costruzione della nazione” e di “riforma democratica per il Medio Oriente”.
“Il popolo iracheno può scrollarsi di dosso la prigionia. Un giorno potrà unirsi a un Afghanistan democratico e a una Palestina democratica, ispirando riforme in tutto il mondo musulmano”, prometteva. Non serve essere abbonati a Limes per sapere com’è andata...
Ma non c’è solo il rebus Iran. Anche l’attacco ad Hezbollah, che prosegue ora con l’invasione terrestre del Libano, mostra la stessa assenza di strategia realistica. Dal punto di vista operativo-militare, infatti, l’intreccio intelligence-esercito ha già raggiunto i massimi obiettivi possibili: ucciso il leader Nasrallah, forse anche il suo erede, uccisi quasi tutti i più importanti comandanti della milizia... Si può andare avanti con altra macelleria, ma non è cambi granché per una soluzione...
Ma non appena si passa il confine anche l’Idf deve aprire la contabilità dei propri morti. E non sono pochi.
Ma soprattutto resta incomprensibile – anche in Israele, pare – l’obiettivo dell’invasione. Ufficialmente “Bibi” dice “far rientrare nelle loro case gli israeliani abitanti nel nord”, evacuati da mesi sotto lo scambio di razzi e attacchi aerei con Hezbollah.
Ma contemporaneamente si sa – e si dice! – che non c’è alcuna dimensione fisica del presunto “cuscinetto” da creare in territorio libanese che possa impedire al “nemico” di colpire coi propri razzi e missili l’alta Galilea. Neanche se conquisti tutti il Libano (con buona pace del “sistema di regole” internazionale...).
Dunque, a che serve bombardare, combattere e subire perdite? A “spaventare” il nemico al punto da costringerlo all’obbedienza o alla fuga? Ma se non ci sei riuscito per quasi 80 anni, nonostante tutti sapessero che hai la bomba atomica e sei così “cane pazzo” da poterla anche usare, perché dovresti riuscirci adesso? Solo perché ti senti più crudele dei crudelissimi predecessori? Solo perché ora dici apertamente di sentirti “favorito da dio” (Gott mit Uns, già sentita e sconfitta...) e tutti gli altri sono solo untermenschen?
Sentirsi militarmente forti, e fare affidamento sulle sole armi, oltre che su una ferocia genocida, può condurre in un budello più inestricabile dei tunnel di Gaza. O libanesi.
Fonte
E più giorni passano, più diventano chiare alcune cose. I danni portati dai missili iraniani sono stati complessivamente limitati, ma non indifferenti. Lo “scudo antimissile” di Tel Aviv – dato per “imperforabile” anche ad attacco avvenuto, ma solo dai più pirla tra i conduttori tv – anche stavolta è stato superato abbastanza facilmente, come già in aprile. Ma in misura molto più evidente...
Detto in modo semplicistico: quello scudo è perfetto per fermare un missile o due, ma come ogni cosa umana ha un limite quantitativo. Oltre un certo numero di oggetti in arrivo (che siano economici droni autoprodotti o costosi missili balistici) va in “saturazione”.
E nessuno stato, tanto meno Israele – con territorio, economia e popolazione di piccole dimensioni – può schierare un numero illimitato di batterie antimissile i cui singoli “proiettili”, dovendo fare un lavoro di alta precisione ad alta velocità, costano molto di più del drone o missile in arrivo.
Ogni attacco mette chi lo riceve nella posizione classica del “e ora che faccio?”. Abbiamo ancora nelle orecchie le dichiarazioni più irresponsabili di dirigenti occidentali che, dopo le innumerevole provocazioni omicide di Israele contro l’“asse della Resistenza” (omicidio di Haniyeh a Tehran, strage dei cercapersone e poi dei walkie-talkie a Beirut, omicidio di Nasrallah e numerosi altri dirigenti di Hezbollah, bombardamento e invasione del Libano, ecc.), invitano a non preoccuparsi della reazione iraniana: non ci sarebbe stata, perché troppo timorosi della forza occidentale (nessuno dice ormai più solo “israeliana”, essendo diventato fin troppo chiaro che Tel Aviv si muove di concerto con Washington).
Ora le parti si sono rovesciate. Tocca a Netanyahu “muovere” contro Tehran. Il problema non è nel “se attaccare” (lo farà di sicuro), ma “come” e “cosa”. Con un occhio al “poi”, perché – ricordiamo ancora – lo “scudo stellare” (Iron Dome e altri sistemi) regge relativamente poco.
Insomma: si fa presto a dire “e ora escalation!” Un attimo dopo sei costretto a fermarti e chiederti cosa fare. Il rischio è quello che la controparte sia in grado di reggere e restituirti un danno ancora più grande (materiale e di “reputazione”, specie per chi ha provato a costruirsi la fama dell’“invulnerabile”).
Addirittura sui media internazionali rimbalzano da giorni le ipotesi. In testa quella dell’attacco aereo contro i siti nucleari iraniani. Sarebbe stata questa – spiegano i terminali giornalistici dei servizi segreti occidentali – la prima idea di Netanyahu e del branco di integralisti religiosi che bivaccano nel suo governo.
E sarebbe dovuto intervenire Biden (o la sua badante…) per dissuaderlo dall’aprire il vaso di Pandora, suggerendo – come alternativa meno devastante – attacchi al sistema petrolifero di Tehran (paese produttore, e dunque ricco di impianti di estrazione, raffinerie, ecc.).
È bastato che la parola “petrolio” uscisse dalle sue tremebonde labbra perché il prezzo del greggio salisse in un attimo del 10%. Sulla parola. Un attacco reale avrebbe conseguenze economiche anche più grandi, e – purtroppo per Israele e gli Usa – diffuse su tutto il (proprio) mondo, non solo per gli ayatollah.
Poi silenzio. Nelle segrete stanze continuano a interrogarsi, scrutando cartine, grafici di Wall Street, biografie e indirizzi di possibili bersagli per altri omicidi mirati (ormai l’omicidio è stato sdoganato come “normale prassi politica democratica”, giusto?).
È vero. Il peggior governo della già inguardabile storia moderna di Israele vede “l’occasione per ridisegnare il Medio Oriente”. È abituato ad usare come unico strumento la forza militare (l’intelligence ne è parte integrante) e proprio per questo è molto facile sbagliare misura. Un grado di escalation può risultare una risposta efficace, due o tre gradi possono scatenare reazioni incontrollabili. Perché qualsiasi Stato reagisce senza più limiti quando si convince di essere di fronte ad una “minaccia esistenziale”.
Insomma: il rischio è che il “ridisegno” vada fatto su una distesa di macerie di cui si è parte indistinguibile. Anche senza arrivare alla “fine di mondo”, comunque, appare chiaro che il sogno di Netanyahu rischia di somigliare a quello di George “Dabliu” Bush nel 2001, quando l’invasione dell’Iraq veniva presentata come audace piano di “costruzione della nazione” e di “riforma democratica per il Medio Oriente”.
“Il popolo iracheno può scrollarsi di dosso la prigionia. Un giorno potrà unirsi a un Afghanistan democratico e a una Palestina democratica, ispirando riforme in tutto il mondo musulmano”, prometteva. Non serve essere abbonati a Limes per sapere com’è andata...
Ma non c’è solo il rebus Iran. Anche l’attacco ad Hezbollah, che prosegue ora con l’invasione terrestre del Libano, mostra la stessa assenza di strategia realistica. Dal punto di vista operativo-militare, infatti, l’intreccio intelligence-esercito ha già raggiunto i massimi obiettivi possibili: ucciso il leader Nasrallah, forse anche il suo erede, uccisi quasi tutti i più importanti comandanti della milizia... Si può andare avanti con altra macelleria, ma non è cambi granché per una soluzione...
Ma non appena si passa il confine anche l’Idf deve aprire la contabilità dei propri morti. E non sono pochi.
Ma soprattutto resta incomprensibile – anche in Israele, pare – l’obiettivo dell’invasione. Ufficialmente “Bibi” dice “far rientrare nelle loro case gli israeliani abitanti nel nord”, evacuati da mesi sotto lo scambio di razzi e attacchi aerei con Hezbollah.
Ma contemporaneamente si sa – e si dice! – che non c’è alcuna dimensione fisica del presunto “cuscinetto” da creare in territorio libanese che possa impedire al “nemico” di colpire coi propri razzi e missili l’alta Galilea. Neanche se conquisti tutti il Libano (con buona pace del “sistema di regole” internazionale...).
Dunque, a che serve bombardare, combattere e subire perdite? A “spaventare” il nemico al punto da costringerlo all’obbedienza o alla fuga? Ma se non ci sei riuscito per quasi 80 anni, nonostante tutti sapessero che hai la bomba atomica e sei così “cane pazzo” da poterla anche usare, perché dovresti riuscirci adesso? Solo perché ti senti più crudele dei crudelissimi predecessori? Solo perché ora dici apertamente di sentirti “favorito da dio” (Gott mit Uns, già sentita e sconfitta...) e tutti gli altri sono solo untermenschen?
Sentirsi militarmente forti, e fare affidamento sulle sole armi, oltre che su una ferocia genocida, può condurre in un budello più inestricabile dei tunnel di Gaza. O libanesi.
Fonte
01/10/2024
L’Iran lancia decine di missili contro Israele. A Jaffa otto israeliani uccisi in un attentato
Notizie in aggiornamento:
Ore 19:25: Il Jerusalem Post riferisce che un missile ha colpito a un edificio a nord di Tel Aviv, in George Wise Street. Un altro ha colpito anche una casa a Tel Sheva, secondo il Maariv. Diverse altre esplosioni sono state registrate sempre a Tel Aviv, così come nelle città israeliane di Dimona, Nabatim, Hora, Hod Hasharon, Beer Sheva e Rishon Lezion.
Ore 19:35: Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha ordinato all’esercito statunitense di aiutare la difesa di Israele contro gli attacchi iraniani e di abbattere i missili che stanno prendendo di mira Israele, lo afferma una nota diffusa dalla Casa Bianca.
Ore 19:50: L’attacco missilistico iraniano, dopo due ondate successive, è stato interrotto. Le autorità israeliane e i mass media occidentali diffondono la consueta versione secondo cui tutti i missili iraniani sono stati intercettati, ma in rete – e da fonti diversificate – circolano numerosi video in cui si vedono non pochi missili abbattersi sul territorio di Israele.
Ore 19:25: Il Jerusalem Post riferisce che un missile ha colpito a un edificio a nord di Tel Aviv, in George Wise Street. Un altro ha colpito anche una casa a Tel Sheva, secondo il Maariv. Diverse altre esplosioni sono state registrate sempre a Tel Aviv, così come nelle città israeliane di Dimona, Nabatim, Hora, Hod Hasharon, Beer Sheva e Rishon Lezion.
Ore 19:35: Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha ordinato all’esercito statunitense di aiutare la difesa di Israele contro gli attacchi iraniani e di abbattere i missili che stanno prendendo di mira Israele, lo afferma una nota diffusa dalla Casa Bianca.
Ore 19:50: L’attacco missilistico iraniano, dopo due ondate successive, è stato interrotto. Le autorità israeliane e i mass media occidentali diffondono la consueta versione secondo cui tutti i missili iraniani sono stati intercettati, ma in rete – e da fonti diversificate – circolano numerosi video in cui si vedono non pochi missili abbattersi sul territorio di Israele.
*****
Intorno alle 18:40 la radio di stato israeliana ha annunciato che più di 200 missili sono stati lanciati dall’Iran nell’ultima mezz’ora su Israele.
Il ministero degli Esteri israeliano ha detto che le sirene stanno suonando in tutto Israele per spingere milioni di persone nei rifugi. Le sirene stanno suonando in tutto il centro e il sud di Israele.
La radio dell’esercito israeliano ha riferito di aver sentito un’esplosione nell’area metropolitana di Tel Aviv.
Allo stesso tempo, Hezbollah ha sparato razzi su vaste aree di Israele. Tutti i voli all’aeroporto Ben Gurion sono stati sospesi.
Una seconda ondata di missili è stata lanciata circa 15 minuti dopo la prima, che si pensa sia molto più grande.
Le Guardie Rivoluzionarie iraniane affermano di aver lanciato dozzine di missili verso Israele e hanno avvertito che se Israele avesse reagito, la risposta di Teheran sarebbe stata “più schiacciante e rovinosa”, riferisce la TV di Stato iraniana.
Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane ha detto che l’attacco è stato una rappresaglia per l’assassinio del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran a luglio e di Nasrallah in Libano alcuni giorni fa.
“L’attacco missilistico lanciato poco fa dall’Iran contro Israele è una “risposta legale, razionale e legittima agli atti terroristici” compiuti dallo Stato ebraico” si afferma in una dichiarazione pubblicata su X dalla missione diplomatica di Teheran presso le Nazioni Unite.
Sul fronte interno i media israeliani riferiscono che otto israeliani sono stati uccisi e sette feriti in un attacco compiuto da militanti palestinesi a Jaffa. Sparatorie sarebbero ancora in corso.
La Casa Bianca ha convocato una riunione con i consiglieri per la sicurezza nazionale per discutere di quello che fino a questa sera era ritenuto l’imminente attacco dell’Iran a Israele.
La Casa Bianca ad attacco iraniano in corso ha dichiarato che nella riunione “Hanno esaminato lo stato dei preparativi degli Stati Uniti per aiutare Israele a difendersi da questi attacchi e proteggere il personale statunitense nella regione”.
Fonte
12/08/2024
Gaza - Hamas vuole trattare la tregua. Israele teme la ritorsione dell’Iran
Il movimento palestinese Hamas ha fatto sapere ai mediatori di Stati Uniti, Qatar ed Egitto che intende condurre colloqui per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza ma sulla base della precedente proposta, ossia quella presentata dalla presidenza USA, e non su quella presentata da Israele.
Hamas ha chiesto ai mediatori di presentare una tabella di marcia per mettere in atto quanto precedentemente illustrato sulla base della proposta del presidente degli Stati Uniti Biden e di quanto deciso dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, piuttosto che avviare “nuovi” colloqui con proposte inedite.
La decisione dell’organizzazione palestinese è stata comunicata ieri su Telegram, dopo che Stati Uniti, Qatar ed Egitto avevano invitato il movimento e Israele a riprendere i negoziati per cessare le ostilità a Gaza e accordarsi sullo scambio di ostaggi e prigionieri in un prossimo incontro previsto giovedì 15 agosto.
La strage nella scuola di Gaza City provocata dai bombardamenti israeliani sabato scorso è sembrata poter interrompere la road map negoziale ma, contrariamente alle aspettative, Hamas ha invece riaffermato di voler proseguire il negoziato sulla tregua a Gaza.
Sullo sfondo pesa ancora la snervante attesa della ritorsione iraniana per l’omicidio di Hanyeh a Teheran da parte di Israele. Mentre gli USA diffondono ottimismo sul fatto che l’Iran sia disponibile a non ingaggiare una escalation della vendetta, in Israele alcuni rapporti indicano un capovolgimento della precedente ipotesi prevalente, secondo cui la Repubblica islamica – sotto forte pressione internazionale – avrebbe rinunciato alla sua intenzione iniziale di lanciare un imminente attacco su larga scala in risposta all’assassinio del leader politico di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran il 31 luglio,
Il sito di notizie Axios, citando due fonti anonime che hanno familiarità con i dettagli, ha riferito domenica che l’attuale valutazione di Israele è che l’Iran lancerà un attacco diretto contro il paese entro pochi giorni, forse prima che si tengano i colloqui per il cessate il fuoco e l’accordo sugli ostaggi. La televisione israeliana Channel 13 ha riferito, senza citare fonti, che potrebbe esserci un attacco combinato da parte dell’Iran e di Hezbollah, simultaneamente o successivamente. La rete ha detto che un fattore che ha ritardato la risposta promessa agli omicidi dei capi di Hamas ed Hezbollah è stata la pressione francese sull’Iran e su Hezbollah per non lanciare un grande attacco durante le Olimpiadi di Parigi, che si sono concluse domenica.
Decine di ufficiali della riserva israeliana hanno detto in una lettera di domenica che l’esercito israeliano rimane “lontano dalla vittoria” a Gaza nonostante la guerra genocida in corso contro la Striscia, hanno riferito i media israeliani.
La lettera, firmata da oltre 70 ufficiali, era indirizzata al capo di stato maggiore israeliano Herzi Halevi. Secondo quanto riferito, ha espresso sorpresa per le recenti affermazioni di alti ufficiali dell’esercito secondo cui la vittoria è vicina e che potrebbe essere il momento di passare a raid mirati.
“Il pubblico vede i bombardamenti e gli omicidi mirati e pensa che questo sia il modo in cui una guerra dovrebbe essere combattuta”, hanno detto gli ufficiali, aggiungendo: “Per noi è importante che l’opinione pubblica sappia che non è così che si vincono le guerre, ma che le guerre si vincono a piedi. Si conquista il territorio, lo si bonifica, lo si mantiene e si passa al bersaglio successivo”.
“Noi, che siamo venuti dal campo, sappiamo molto bene che la situazione è ancora lontana dalla vittoria”, hanno aggiunto gli ufficiali, sottolineando che i gruppi della Resistenza palestinese continuano ad avere capacità transfrontaliere, tra cui UAV, droni esplosivi e mortai. A febbraio, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva detto ad ABC News che “la vittoria è a portata di mano”.
Secondo i dati ufficiali forniti da Israele i militari uccisi a Gaza sono saliti a 332 (690 includendovi quelli uccisi il 7 ottobre) mentre quelli feriti sarebbero più di quattromila.
Fonte
Hamas ha chiesto ai mediatori di presentare una tabella di marcia per mettere in atto quanto precedentemente illustrato sulla base della proposta del presidente degli Stati Uniti Biden e di quanto deciso dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, piuttosto che avviare “nuovi” colloqui con proposte inedite.
La decisione dell’organizzazione palestinese è stata comunicata ieri su Telegram, dopo che Stati Uniti, Qatar ed Egitto avevano invitato il movimento e Israele a riprendere i negoziati per cessare le ostilità a Gaza e accordarsi sullo scambio di ostaggi e prigionieri in un prossimo incontro previsto giovedì 15 agosto.
La strage nella scuola di Gaza City provocata dai bombardamenti israeliani sabato scorso è sembrata poter interrompere la road map negoziale ma, contrariamente alle aspettative, Hamas ha invece riaffermato di voler proseguire il negoziato sulla tregua a Gaza.
Sullo sfondo pesa ancora la snervante attesa della ritorsione iraniana per l’omicidio di Hanyeh a Teheran da parte di Israele. Mentre gli USA diffondono ottimismo sul fatto che l’Iran sia disponibile a non ingaggiare una escalation della vendetta, in Israele alcuni rapporti indicano un capovolgimento della precedente ipotesi prevalente, secondo cui la Repubblica islamica – sotto forte pressione internazionale – avrebbe rinunciato alla sua intenzione iniziale di lanciare un imminente attacco su larga scala in risposta all’assassinio del leader politico di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran il 31 luglio,
Il sito di notizie Axios, citando due fonti anonime che hanno familiarità con i dettagli, ha riferito domenica che l’attuale valutazione di Israele è che l’Iran lancerà un attacco diretto contro il paese entro pochi giorni, forse prima che si tengano i colloqui per il cessate il fuoco e l’accordo sugli ostaggi. La televisione israeliana Channel 13 ha riferito, senza citare fonti, che potrebbe esserci un attacco combinato da parte dell’Iran e di Hezbollah, simultaneamente o successivamente. La rete ha detto che un fattore che ha ritardato la risposta promessa agli omicidi dei capi di Hamas ed Hezbollah è stata la pressione francese sull’Iran e su Hezbollah per non lanciare un grande attacco durante le Olimpiadi di Parigi, che si sono concluse domenica.
Decine di ufficiali della riserva israeliana hanno detto in una lettera di domenica che l’esercito israeliano rimane “lontano dalla vittoria” a Gaza nonostante la guerra genocida in corso contro la Striscia, hanno riferito i media israeliani.
La lettera, firmata da oltre 70 ufficiali, era indirizzata al capo di stato maggiore israeliano Herzi Halevi. Secondo quanto riferito, ha espresso sorpresa per le recenti affermazioni di alti ufficiali dell’esercito secondo cui la vittoria è vicina e che potrebbe essere il momento di passare a raid mirati.
“Il pubblico vede i bombardamenti e gli omicidi mirati e pensa che questo sia il modo in cui una guerra dovrebbe essere combattuta”, hanno detto gli ufficiali, aggiungendo: “Per noi è importante che l’opinione pubblica sappia che non è così che si vincono le guerre, ma che le guerre si vincono a piedi. Si conquista il territorio, lo si bonifica, lo si mantiene e si passa al bersaglio successivo”.
“Noi, che siamo venuti dal campo, sappiamo molto bene che la situazione è ancora lontana dalla vittoria”, hanno aggiunto gli ufficiali, sottolineando che i gruppi della Resistenza palestinese continuano ad avere capacità transfrontaliere, tra cui UAV, droni esplosivi e mortai. A febbraio, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva detto ad ABC News che “la vittoria è a portata di mano”.
Secondo i dati ufficiali forniti da Israele i militari uccisi a Gaza sono saliti a 332 (690 includendovi quelli uccisi il 7 ottobre) mentre quelli feriti sarebbero più di quattromila.
Fonte
08/08/2024
Medio Oriente. “L’attesa dell’attacco fa parte della battaglia contro Israele”
L’atteso discorso del leader di Hezbollah Sayyed Nasrallah, ha forse chiarito più di altre dichiarazioni quale sia la posta in gioco del conflitto in Medio Oriente ma anche la condotta di guerra dell’Asse della Resistenza contro Israele. In tal senso ha precisato significativamente che la logorante attesa dell'attacco “fa parte della battaglia contro Israele”.
Secondo Nasrallah Israele non è più forte come una volta e il suo prestigio e il suo potenziale di difesa non sono più quelli del passato. “Israele usa l’America e i paesi occidentali per proteggersi perché non è in grado di proteggere se stesso. Israele ha paura della risposta dell’Iran. Oggi, i droni della Resistenza sono arrivati a est di San Giovanni d’Acri” ha affermato il leader di Hezbollah, spiegando che “Se la Resistenza a Gaza viene sconfitta, Israele si sposterà a un livello pericoloso e i rischi saranno per tutti i paesi della regione. L’obiettivo della battaglia ora non è quello di rimuovere Israele, ma di impedirgli di eliminare la Resistenza. Israele che combatte senza regole o linee rosse e affrontarlo e impedirgli di vincere è un dovere morale e religioso”.
In Israele intanto crescono i segni di nervosismo per l’attesa di un attacco annunciato ma ancora non attuato. Secondo la television israeliana Channel 12, Israele ha comunicato sia a Hezbollah che all’Iran che qualsiasi danno ai civili del Paese nell’attacco minacciato per l’uccisione del capo militare Fuad Shukr a Beirut e del capo politico di Hamas a Teheran “rappresenterà una linea rossa, che porterà a una risposta sproporzionata”.
Dal canto suo l’Iran fa sapere tramite la sua missione diplomatica all’Onu che le attuali priorità dell’Iran sono il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e la punizione di Israele per prevenire ulteriori aggressioni contro la sua sovranità. “Abbiamo perseguito due priorità contemporaneamente: in primo luogo, stabilire un cessate il fuoco duraturo a Gaza e il ritiro degli occupanti da questo territorio; in secondo luogo, punire l’aggressore per l’assassinio di (Ismail) Haniyeh, prevenire il ripetersi dell’aggressione terroristica del regime israeliano e far rimpiangere ai sionisti di aver intrapreso una simile traiettoria”, si legge nel comunicato diffuso dall’agenzia iraniana IRNA.
Funzionari statunitensi hanno confermato al giornale Politico che l’Iran potrebbe riconsiderare la possibilità di lanciare un attacco su larga scala contro Israele. Teheran è stata avvertita che un attacco su più fronti contro Israele potrebbe portare a uno scontro diretto tra i due Paesi. I funzionari statunitensi ritengono che l’Iran risponderà comunque, ma potrebbe farlo in modo più misurato e non immediato.
Importante invece la dichiarazione dell’Arabia Saudita, soggetto decisivo per la normalizzazione – o il suo contrario – dei rapporti tra Israele e mondo arabo. “L’uccisione del capo dell’ufficio politico del movimento islamista palestinese Hamas, Ismail Haniyeh, è una flagrante violazione della sovranità, dell’integrità territoriale e della sicurezza nazionale dell’Iran, nonché del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite” ha affermato il vice ministro degli Esteri saudita Waleed al Khereiji che ieri ha partecipato alla riunione dell’Organizzazione per la cooperazione islamica (Oic) a Gedda, in Arabia Saudita, su richiesta dell’Iran.
Il viceministro saudita ha affermato che il governo del suo Paese, “sulla base delle sue ferme posizioni nei confronti della causa palestinese, condanna gli attacchi condotti dalle forze di occupazione israeliane contro i civili e rifiuta qualsiasi attacco alla sovranità degli Stati o interferenza negli affari interni di qualsiasi Stato, in conformità con il diritto internazionale”.
Fonte
Secondo Nasrallah Israele non è più forte come una volta e il suo prestigio e il suo potenziale di difesa non sono più quelli del passato. “Israele usa l’America e i paesi occidentali per proteggersi perché non è in grado di proteggere se stesso. Israele ha paura della risposta dell’Iran. Oggi, i droni della Resistenza sono arrivati a est di San Giovanni d’Acri” ha affermato il leader di Hezbollah, spiegando che “Se la Resistenza a Gaza viene sconfitta, Israele si sposterà a un livello pericoloso e i rischi saranno per tutti i paesi della regione. L’obiettivo della battaglia ora non è quello di rimuovere Israele, ma di impedirgli di eliminare la Resistenza. Israele che combatte senza regole o linee rosse e affrontarlo e impedirgli di vincere è un dovere morale e religioso”.
In Israele intanto crescono i segni di nervosismo per l’attesa di un attacco annunciato ma ancora non attuato. Secondo la television israeliana Channel 12, Israele ha comunicato sia a Hezbollah che all’Iran che qualsiasi danno ai civili del Paese nell’attacco minacciato per l’uccisione del capo militare Fuad Shukr a Beirut e del capo politico di Hamas a Teheran “rappresenterà una linea rossa, che porterà a una risposta sproporzionata”.
Dal canto suo l’Iran fa sapere tramite la sua missione diplomatica all’Onu che le attuali priorità dell’Iran sono il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e la punizione di Israele per prevenire ulteriori aggressioni contro la sua sovranità. “Abbiamo perseguito due priorità contemporaneamente: in primo luogo, stabilire un cessate il fuoco duraturo a Gaza e il ritiro degli occupanti da questo territorio; in secondo luogo, punire l’aggressore per l’assassinio di (Ismail) Haniyeh, prevenire il ripetersi dell’aggressione terroristica del regime israeliano e far rimpiangere ai sionisti di aver intrapreso una simile traiettoria”, si legge nel comunicato diffuso dall’agenzia iraniana IRNA.
Funzionari statunitensi hanno confermato al giornale Politico che l’Iran potrebbe riconsiderare la possibilità di lanciare un attacco su larga scala contro Israele. Teheran è stata avvertita che un attacco su più fronti contro Israele potrebbe portare a uno scontro diretto tra i due Paesi. I funzionari statunitensi ritengono che l’Iran risponderà comunque, ma potrebbe farlo in modo più misurato e non immediato.
Importante invece la dichiarazione dell’Arabia Saudita, soggetto decisivo per la normalizzazione – o il suo contrario – dei rapporti tra Israele e mondo arabo. “L’uccisione del capo dell’ufficio politico del movimento islamista palestinese Hamas, Ismail Haniyeh, è una flagrante violazione della sovranità, dell’integrità territoriale e della sicurezza nazionale dell’Iran, nonché del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite” ha affermato il vice ministro degli Esteri saudita Waleed al Khereiji che ieri ha partecipato alla riunione dell’Organizzazione per la cooperazione islamica (Oic) a Gedda, in Arabia Saudita, su richiesta dell’Iran.
Il viceministro saudita ha affermato che il governo del suo Paese, “sulla base delle sue ferme posizioni nei confronti della causa palestinese, condanna gli attacchi condotti dalle forze di occupazione israeliane contro i civili e rifiuta qualsiasi attacco alla sovranità degli Stati o interferenza negli affari interni di qualsiasi Stato, in conformità con il diritto internazionale”.
Fonte
06/08/2024
Medio Oriente - Incertezza sui tempi della risposta iraniana. Colpita base Usa in Iraq. Colloqui Iran-Russia.
Cinque soldati statunitensi sono rimasti feriti nell’attacco contro la base militare USA di Al Asad, nell’Iraq occidentale. Il Washington Post, citando fonti del Pentagono, riporta che “diversi” militari sono rimasti feriti in un sospetto attacco effettuato con razzi. La base aerea di Al Asad è stata ripetutamente oggetto di attacchi da parte delle milizie irachene negli ultimi mesi. “Possiamo confermare che c’è stato un sospetto attacco con razzi contro la base aerea di Al-Asad”, rende noto una fonte della Difesa come riferisce la CNN.
Intanto Iran e Russia rafforzano la loro alleanza nel contesto del clima di guerra in Medio Oriente.
“L’Iran non vuole espandere la guerra e la crisi nella regione, ma il regime sionista riceverà sicuramente una risposta per i suoi crimini e la sua insolenza” ha dichiarato il presidente iraniano, Massoud Pezeshkian, nell’incontro bilaterale con il segretario del Consiglio di Sicurezza russo Sergei Shoigu, a Teheran. Pezeshkian ha poi affermato che le relazioni con la Russia sono una priorità per l’Iran, in quanto “Mosca è stata un partner strategico e un amico dei tempi difficili per Teheran. Il tempo dell’unilateralismo di alcune potenze come gli Stati Uniti è passato”.
Funzionari iraniani citati dal New York Times affermano che la Russia ha iniziato a consegnare all’Iran apparecchiature avanzate di difesa aerea e radar, dopo che Teheran ha richiesto aiuti militari al Cremlino.
Mentre i media iraniani hanno riferito che l’Iran ha richiesto le attrezzature, un membro delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche e un altro funzionario hanno confermato al NYT che non solo la richiesta era stata fatta, ma che le consegne erano iniziate.
C’è, invece, ancora incertezza sui tempi e le modalità della ritorsione iraniana contro Israele.
Lunedì il presidente Biden e la vicepresidente Harris sono stati informati dal loro team di sicurezza nazionale che non è ancora chiaro quando l’Iran ed Hezbollah lanceranno un attacco contro Israele e cosa potrebbe comportare nello specifico l’attacco, lo hanno detto ad Axios tre funzionari statunitensi. Il segretario di Stato Antony Blinken domenica aveva indicato ai ministri degli Esteri del G7 che l’Iran e Hezbollah avrebbero attaccato Israele nelle prossime 24-48 ore, ma nell’incontro che Biden ed Harris hanno avuto lunedì con il Consiglio di sicurezza nazionale nella Situation Room della Casa Bianca, la valutazione sui tempi è stata più sfumata.
In Israele i nervi sono tesi perché l’attesa dell’attacco sembra provocare più danni dell’attacco stesso, sicuramente sul piano economico oltre che psicologico della popolazione. Israele è abituata a gestire raid e guerre lampo ma non guerre di logoramento e questa per Tel Aviv sta diventando una amarissima novità.
Fonte
Intanto Iran e Russia rafforzano la loro alleanza nel contesto del clima di guerra in Medio Oriente.
“L’Iran non vuole espandere la guerra e la crisi nella regione, ma il regime sionista riceverà sicuramente una risposta per i suoi crimini e la sua insolenza” ha dichiarato il presidente iraniano, Massoud Pezeshkian, nell’incontro bilaterale con il segretario del Consiglio di Sicurezza russo Sergei Shoigu, a Teheran. Pezeshkian ha poi affermato che le relazioni con la Russia sono una priorità per l’Iran, in quanto “Mosca è stata un partner strategico e un amico dei tempi difficili per Teheran. Il tempo dell’unilateralismo di alcune potenze come gli Stati Uniti è passato”.
Funzionari iraniani citati dal New York Times affermano che la Russia ha iniziato a consegnare all’Iran apparecchiature avanzate di difesa aerea e radar, dopo che Teheran ha richiesto aiuti militari al Cremlino.
Mentre i media iraniani hanno riferito che l’Iran ha richiesto le attrezzature, un membro delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche e un altro funzionario hanno confermato al NYT che non solo la richiesta era stata fatta, ma che le consegne erano iniziate.
C’è, invece, ancora incertezza sui tempi e le modalità della ritorsione iraniana contro Israele.
Lunedì il presidente Biden e la vicepresidente Harris sono stati informati dal loro team di sicurezza nazionale che non è ancora chiaro quando l’Iran ed Hezbollah lanceranno un attacco contro Israele e cosa potrebbe comportare nello specifico l’attacco, lo hanno detto ad Axios tre funzionari statunitensi. Il segretario di Stato Antony Blinken domenica aveva indicato ai ministri degli Esteri del G7 che l’Iran e Hezbollah avrebbero attaccato Israele nelle prossime 24-48 ore, ma nell’incontro che Biden ed Harris hanno avuto lunedì con il Consiglio di sicurezza nazionale nella Situation Room della Casa Bianca, la valutazione sui tempi è stata più sfumata.
In Israele i nervi sono tesi perché l’attesa dell’attacco sembra provocare più danni dell’attacco stesso, sicuramente sul piano economico oltre che psicologico della popolazione. Israele è abituata a gestire raid e guerre lampo ma non guerre di logoramento e questa per Tel Aviv sta diventando una amarissima novità.
Fonte
05/08/2024
In Israele la snervante attesa della ritorsione iraniana
Israele è alle prese con una snervante – e per molti osservatori interni e internazionali non più sostenibile – attesa della ritorsione iraniana e si sta preparando per una risposta militare da parte dell’Iran e di Hezbollah, alzando il suo livello di allerta al massimo dopo l’assassinio di Haniyeh, avvenuto un giorno dopo l’uccisione del comandante di Hezbollah Fouad Shukr a Beirut.
In risposta a questi eventi, gli Stati Uniti hanno schierato ulteriori navi da guerra e aerei da combattimento per proteggere Israele da potenziali minacce provenienti dall’Iran e dai suoi alleati, in particolare dal movimento libanese Hezbollah.
In mezzo alle crescenti tensioni, molti paesi hanno emesso avvisi per i loro cittadini di lasciare immediatamente il Libano mentre molte compagnie aeree hanno sospeso i viaggi da e per Tel Aviv.
Il Times of Israel riferisce che questa mattina le azioni della Borsa di Tel Aviv sono crollate e che lo shekel scivola mentre Israele è in allerta per un possibile attacco dall’Iran in seguito agli assassinii del capo militare di Hezbollah Fuad Shukr a Beirut con un attacco israeliano e del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran. Il crollo della Borsa di Tel Aviv risente anche del crollo di tutte le borse mondiali a seguito del venerdì nero di tre giorni che ha prodotto un’onda lunga negativa anche questa mattina.
L’indice di riferimento TA-125 della Borsa di Tel Aviv scende del 2,3% e l’indice TA-35 delle società blue-chip è in calo del 2,2%. L’indice TA-90, che replica le azioni a più alta capitalizzazione non incluse nell’indice TA-35, scende di quasi il 2,2% e l’indice TA-Dual Listing scende del 3,3%.
Hujjat al-Islam Taeb, consigliere del comandante in capo delle Guardie rivoluzionarie iraniane, ha dichiarato domenica che la risposta all’assassinio da parte di Israele del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, sarebbe inaspettata e significativa.
L’agenzia di stampa iraniana (IRNA) ha citato Taeb dicendo che l’operazione per vendicare la morte di Haniyeh sarebbe senza precedenti e sorprendente.
Secondo quanto riferito, Taeb ha aggiunto che lo scenario pianificato per vendicare Haniyeh è uno che non può essere facilmente previsto, e ha osservato che la situazione sociale in Israele è instabile perché non sono a conoscenza dei piani dell’Iran.
Il consigliere militare ha anche affermato che gli investimenti economici in Israele sono in calo, con i capitali che lasciano la regione.
Il mese scorso, il quotidiano israeliano Maariv ha riferito che 46.000 aziende israeliane hanno chiuso dallo scoppio della guerra a Gaza il 7 ottobre, con proiezioni che suggeriscono che il numero potrebbe salire a 60.000 entro la fine dell’anno.
Il sito di informazione Axios ha riferito che i funzionari americani e israeliani prevedono che l’Iran potrebbe lanciare un attacco contro Israele presto, potenzialmente già entro la giornata di oggi.
“I funzionari statunitensi si aspettano che qualsiasi rappresaglia iraniana provenga dallo stesso copione del loro attacco del 13 aprile a Israele – ma potenzialmente di portata più ampia – e potrebbe anche coinvolgere Hezbollah in Libano”, afferma il rapporto.
Secondo Axios, i funzionari americani e israeliani sono incerti se l’Iran e Hezbollah coordineranno i loro attacchi o opereranno in modo indipendente. Credono che “sia l’Iran che Hezbollah stiano ancora lavorando per finalizzare i loro piani militari e approvarli a livello politico”, ha aggiunto il rapporto pubblicato.
Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Lloyd Austin ha recentemente annunciato il dispiegamento della portaerei Abraham Lincoln nel Mediterraneo orientale e di uno squadrone di caccia F-22 che si uniranno alla portaerei Roosevelt di stanza nell’Oceano Indiano vicino al Mar Arabico. Diversi cacciatorpediniere sono stati schierati al largo delle coste di Israele.
Axios ha citato un funzionario americano il quale ha affermato che la decisione di Washington di rafforzare la sua presenza militare nella regione aveva lo scopo di scoraggiare l’Iran e Hezbollah e influenzare le loro strategie militari.
In mezzo alle crescenti tensioni, il generale Michael Kurilla, che comanda le forze statunitensi in Medio Oriente, ha iniziato una visita in diversi stati del Golfo, così come in Giordania e Israele.
Fonte
In risposta a questi eventi, gli Stati Uniti hanno schierato ulteriori navi da guerra e aerei da combattimento per proteggere Israele da potenziali minacce provenienti dall’Iran e dai suoi alleati, in particolare dal movimento libanese Hezbollah.
In mezzo alle crescenti tensioni, molti paesi hanno emesso avvisi per i loro cittadini di lasciare immediatamente il Libano mentre molte compagnie aeree hanno sospeso i viaggi da e per Tel Aviv.
Il Times of Israel riferisce che questa mattina le azioni della Borsa di Tel Aviv sono crollate e che lo shekel scivola mentre Israele è in allerta per un possibile attacco dall’Iran in seguito agli assassinii del capo militare di Hezbollah Fuad Shukr a Beirut con un attacco israeliano e del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran. Il crollo della Borsa di Tel Aviv risente anche del crollo di tutte le borse mondiali a seguito del venerdì nero di tre giorni che ha prodotto un’onda lunga negativa anche questa mattina.
L’indice di riferimento TA-125 della Borsa di Tel Aviv scende del 2,3% e l’indice TA-35 delle società blue-chip è in calo del 2,2%. L’indice TA-90, che replica le azioni a più alta capitalizzazione non incluse nell’indice TA-35, scende di quasi il 2,2% e l’indice TA-Dual Listing scende del 3,3%.
Hujjat al-Islam Taeb, consigliere del comandante in capo delle Guardie rivoluzionarie iraniane, ha dichiarato domenica che la risposta all’assassinio da parte di Israele del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, sarebbe inaspettata e significativa.
L’agenzia di stampa iraniana (IRNA) ha citato Taeb dicendo che l’operazione per vendicare la morte di Haniyeh sarebbe senza precedenti e sorprendente.
Secondo quanto riferito, Taeb ha aggiunto che lo scenario pianificato per vendicare Haniyeh è uno che non può essere facilmente previsto, e ha osservato che la situazione sociale in Israele è instabile perché non sono a conoscenza dei piani dell’Iran.
Il consigliere militare ha anche affermato che gli investimenti economici in Israele sono in calo, con i capitali che lasciano la regione.
Il mese scorso, il quotidiano israeliano Maariv ha riferito che 46.000 aziende israeliane hanno chiuso dallo scoppio della guerra a Gaza il 7 ottobre, con proiezioni che suggeriscono che il numero potrebbe salire a 60.000 entro la fine dell’anno.
Il sito di informazione Axios ha riferito che i funzionari americani e israeliani prevedono che l’Iran potrebbe lanciare un attacco contro Israele presto, potenzialmente già entro la giornata di oggi.
“I funzionari statunitensi si aspettano che qualsiasi rappresaglia iraniana provenga dallo stesso copione del loro attacco del 13 aprile a Israele – ma potenzialmente di portata più ampia – e potrebbe anche coinvolgere Hezbollah in Libano”, afferma il rapporto.
Secondo Axios, i funzionari americani e israeliani sono incerti se l’Iran e Hezbollah coordineranno i loro attacchi o opereranno in modo indipendente. Credono che “sia l’Iran che Hezbollah stiano ancora lavorando per finalizzare i loro piani militari e approvarli a livello politico”, ha aggiunto il rapporto pubblicato.
Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Lloyd Austin ha recentemente annunciato il dispiegamento della portaerei Abraham Lincoln nel Mediterraneo orientale e di uno squadrone di caccia F-22 che si uniranno alla portaerei Roosevelt di stanza nell’Oceano Indiano vicino al Mar Arabico. Diversi cacciatorpediniere sono stati schierati al largo delle coste di Israele.
Axios ha citato un funzionario americano il quale ha affermato che la decisione di Washington di rafforzare la sua presenza militare nella regione aveva lo scopo di scoraggiare l’Iran e Hezbollah e influenzare le loro strategie militari.
In mezzo alle crescenti tensioni, il generale Michael Kurilla, che comanda le forze statunitensi in Medio Oriente, ha iniziato una visita in diversi stati del Golfo, così come in Giordania e Israele.
Fonte
10/10/2022
Guerra in Ucraina - Ritorsione russa dopo l'attentato al ponte in Crimea
L’attentato effettuato da sabotatori ucraini al ponte che collega la Crimea alla Russia ha innescato una pesante reazione da parte di Mosca. Anche la lontana città di Leopoli, vicina al confine con la Polonia e centro di smistamento delle forniture militari Nato all’Ucraina, è stata bombardata questa mattina: lo ha confermato il governatore regionale, Maxim Kozitski, precisando che i bombardamenti russi hanno colpito “infrastrutture energetiche” e costretto la popolazione a “restare nei rifugi”.
A Kiev, secondo le segnalazioni del sindaco Vitali Klitchko sono state colpite le infrastrutture cruciali della città. Secondo quanto riporta la Tass sarebbe stato colpito anche L’edificio dei servizi di sicurezza ucraini che si trova in via Vladimirskaya.
Lo stesso Zelensky ha lanciato un appello ai suoi cittadini: “Vi chiedo di non lasciare i rifugi”. Tra coloro che si sono dovuti precipitare nei rifugi c’è anche commissario europeo alla Giustizia, Didier Reynders.
Su Zaporizhzhia durante la notte sono caduti 7 missili. Missili russi si sono abbattuti anche su Odessa, Dnipro, Zhytomyr, Khmelnitsky e Ternopil. Kharkiv, colpita, è senza luce.
Sarebbero almeno 75 i missili che sono stati lanciati sinora negli attacchi russi in corso di questa mattina contro diverse città dell’Ucraina. Lo ha affermato il capo di Stato maggiore delle forze armate ucraine, Valerii Zaluzhnyi, in un tweet sostenendo che una quarantina di essi sono stati intercettati. Ma secondo altre fonti le esplosioni dovute ai missili nelle varie città ucraine sarebbero molte di più di quanto dichiarato dalle autorità ucraine: circa 60 a Kiev, 15 a Odessa, 15 a Leopoli, 47 a Nikolaev, 20 a Kharkhiv, 27 a Vinnitsa.
I servizi di intelligence britannici ammettono che la Russia sta continuando con le sue operazioni offensive nel settore centrale del Donbass, “soprattutto vicino alla città di Bakhmut“.
Secondo l’aggiornamento quotidiano dell’intelligence britannica “nell’ultima settimana le forze russe hanno avanzato fino a 2 chilometri in direzione di Bakhmut, riuscendo quasi a entrare nella città, che è stata ampiamente danneggiata dai bombardamenti”.
La risposta della Russia all'”atto terroristico” compiuto dallo “Stato fallito dell’Ucraina” colpendo il ponte di Crimea è “la distruzione diretta dei terroristi” ha commentato il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitri Medvedev secondo quanto riporta Telegram.
Fonte
A Kiev, secondo le segnalazioni del sindaco Vitali Klitchko sono state colpite le infrastrutture cruciali della città. Secondo quanto riporta la Tass sarebbe stato colpito anche L’edificio dei servizi di sicurezza ucraini che si trova in via Vladimirskaya.
Lo stesso Zelensky ha lanciato un appello ai suoi cittadini: “Vi chiedo di non lasciare i rifugi”. Tra coloro che si sono dovuti precipitare nei rifugi c’è anche commissario europeo alla Giustizia, Didier Reynders.
Su Zaporizhzhia durante la notte sono caduti 7 missili. Missili russi si sono abbattuti anche su Odessa, Dnipro, Zhytomyr, Khmelnitsky e Ternopil. Kharkiv, colpita, è senza luce.
Sarebbero almeno 75 i missili che sono stati lanciati sinora negli attacchi russi in corso di questa mattina contro diverse città dell’Ucraina. Lo ha affermato il capo di Stato maggiore delle forze armate ucraine, Valerii Zaluzhnyi, in un tweet sostenendo che una quarantina di essi sono stati intercettati. Ma secondo altre fonti le esplosioni dovute ai missili nelle varie città ucraine sarebbero molte di più di quanto dichiarato dalle autorità ucraine: circa 60 a Kiev, 15 a Odessa, 15 a Leopoli, 47 a Nikolaev, 20 a Kharkhiv, 27 a Vinnitsa.
I servizi di intelligence britannici ammettono che la Russia sta continuando con le sue operazioni offensive nel settore centrale del Donbass, “soprattutto vicino alla città di Bakhmut“.
Secondo l’aggiornamento quotidiano dell’intelligence britannica “nell’ultima settimana le forze russe hanno avanzato fino a 2 chilometri in direzione di Bakhmut, riuscendo quasi a entrare nella città, che è stata ampiamente danneggiata dai bombardamenti”.
La risposta della Russia all'”atto terroristico” compiuto dallo “Stato fallito dell’Ucraina” colpendo il ponte di Crimea è “la distruzione diretta dei terroristi” ha commentato il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitri Medvedev secondo quanto riporta Telegram.
Fonte
22/12/2016
Se l’Isis parla italiano...
Tre giorni fa, l'Isis ha diffuso un video di 29 minuti invitando all'azione. Niente di molto diverso da altri video sempre ben confezionati dal punto di vista professionale, incluse le istruzioni su come sgozzare un ostaggio, come fabbricare un ordigno o l'esplosione di un prigioniero costretto a correre con uno zaino bomba addosso. Il “dettaglio” inquietante è che questa volta il messaggio del video era tradotto anche in lingua italiana, ed anche piuttosto bene. In passato c'erano stati altri video che annunciavano la bandiera dell'Isis su San Pietro o il Colosseo, ma era parte della guerra di propaganda.
Se c'è una logica dietro questo nuovo aspetto mediatico della guerra, è che l'Italia non può considerarsi al riparo dalle sue conseguenze.
L'altra notizia, più recente, è che il camion usato per l'attentato al mercatino natalizio di Berlino proveniva dall'Italia, dalla Brianza per l'esattezza, e che a guidarlo – dopo aver ucciso il camionista polacco che lo guidava – pare fosse un tunisino, Anis Amri, immigrato in Italia nel 2011, finito in carcere e lì formatosi come militante consacrato alla Jihad. Le autorità tedesche precisano al momento che il ricercato Anis Amri è solo sospettato e non necessariamente il colpevole dell'attentato.
Insomma la beata incoscienza di chi ritiene che l'Italia possa chiamarsi o tenersi fuori dalla "guerra mondiale a pezzi" in corso, viene a fare i conti con una realtà che la guerra te la porta dentro casa. E non potrebbe essere altrimenti.
Solo un babbeo, o la complice connivenza dei mass media e della maggioranza dei parlamentari, potrebbe infatti prendere come buona l'idea che i 200 militari italiani in Iraq o i 300 in Libia stiano lì solo per proteggere i lavori di una diga o la costruzione di un ospedale. In primo luogo verrebbe da chiedersi quanta forza militare dovrebbero schierare magari per fare una strada. In secondo luogo le cose vanno viste nella loro completezza.
Se governo italiano, parlamento e giornalismo embedded possono ritenere sufficiente e legittima la presenza militare in Iraq, Siria, Libia, la stessa cosa vista dall'altra parte non appare affatto così positiva. Anzi, è facilmente prevedibile che venga vissuta come atto ostile, come presenza estranea e minaccia militare. Dunque se c'è una guerra e si mandano in giro i soldati, si fanno volare i droni, si mettono a disposizione le basi e le navi per i bombardamenti, non è detto che “il nemico” (per quanto non convenzionale) non prenda in esame possibili ritorsioni e atti altrettanto ostili.
Insorgono su questo almeno tre problemi:
1) abbiamo scritto sugli striscioni e manifestato in piazza denunciando che “le guerre sono vostre, ma i morti sono i nostri”. Le scelte dei governi provocano infatti conseguenze e ritorsioni, soprattutto sulla popolazione civile, sia nel nostro che negli altri paesi coinvolti. I responsabili ne restano al riparo nei loro palazzi, protetti e circondati da misure di sicurezza che nessun visitatore di mercatini o pendolare di metropolitane può avere;
2) la guerra è in corso. E' una guerra a pezzi, si combatte in luoghi lontani dei quali si sa cosa accade solo se gli apparati ideologici di stato (spesso quelli statunitensi o francesi) decidono di far sapere qualcosa funzionale ai propri interessi. Si sa tutto su Aleppo, si sa niente su Mosul, Palmira o Raqqa ma anche su Bengasi, Misurata, Sirte etc. La mobilitazione emotiva dell'opinione pubblica dovrebbe così compensare i misfatti compiuti sul campo o i danni provocati dalle spregiudicate operazioni militari dei governi;
3) se c'è una guerra in corso e alcuni Stati vi prendono parte, anche senza clamore ma concretamente, è inevitabile che la guerra ti arrivi dentro casa. L'Italia si trova esattamente in questa situazione. E se la guerra non è con un nemico convenzionale – che ha magari eserciti regolari, ambasciate, funzionari all'Onu, governi con cui negoziare tregue o conflitti – la guerra in casa ti arriva sotto forma di terrorismo e colpisce a casaccio, dove può o dove può far più male con il minimo sforzo. Quello dell'Isis non è un terrorismo selettivo, mirato a colpire i quartieri generali o le linee di comunicazione e/o rifornimento del nemico, ma è una guerra che si manifesta attraverso il terrore che riesce a provocare nella popolazione dello stato nemico mostrandone la vulnerabilità. Potremmo soffermarci a lungo sulla inesistente differenza nella produzione di terrore nella popolazione tra un attentato o un bombardamento condotto da droni, missili e aerei ad altissima tecnologia. Ma non è questo il punto. Se ci vanno di mezzo i civili il terrore è terrore e il terrorismo può essere anche di Stato.
L'Italia si è crogiolata fin troppo tempo nella beatitudine che le scelte dei propri governi – dalla guerra in Jugoslavia a oggi – non producessero prima o poi conseguenze anche all'interno del paese. In particolare l'interventismo militare in Medio Oriente e Africa ha contribuito a creare e disseminare le condizioni della guerra e di inimicizia profonde e durevoli. Se oggi gli effetti ti ritornano dentro casa la responsabilità non è solo del “nemico”.
L'Isis va sconfitto sicuramente e occorre sostenere tutte le forze che vanno in questa direzione, ma niente di tutto questo può assolvere le responsabilità dei governi italiani che hanno coscientemente trascinato da anni il paese dentro un gorgo dal quale sarebbe potuto tranquillamente rimanere fuori. La subalternità ai vincoli e agli obblighi della Nato o la inscindibile proiezione militare degli interessi economici (vedi Eni ed altri) in quelle aree, hanno prevalso sulla priorità della pace e della neutralità come precondizione delle relazioni internazionali.
Adesso c'è la guerra, nostro malgrado i governi del nostro paese ci hanno portato in guerra. Ci chiedono di arruolarci o rimanere silenti. Né l'uno né l'altro, proprio perchè occorre essere consapevoli che “le guerre sono vostre ma i morti sono i nostri”. Se la popolazione civile del nostro paese verrà colpita – e dobbiamo augurarci di no – c'è un responsabile principale e uno secondario, guai a confonderne la gerarchia delle responsabilità.
Fonte
Se c'è una logica dietro questo nuovo aspetto mediatico della guerra, è che l'Italia non può considerarsi al riparo dalle sue conseguenze.
L'altra notizia, più recente, è che il camion usato per l'attentato al mercatino natalizio di Berlino proveniva dall'Italia, dalla Brianza per l'esattezza, e che a guidarlo – dopo aver ucciso il camionista polacco che lo guidava – pare fosse un tunisino, Anis Amri, immigrato in Italia nel 2011, finito in carcere e lì formatosi come militante consacrato alla Jihad. Le autorità tedesche precisano al momento che il ricercato Anis Amri è solo sospettato e non necessariamente il colpevole dell'attentato.
Insomma la beata incoscienza di chi ritiene che l'Italia possa chiamarsi o tenersi fuori dalla "guerra mondiale a pezzi" in corso, viene a fare i conti con una realtà che la guerra te la porta dentro casa. E non potrebbe essere altrimenti.
Solo un babbeo, o la complice connivenza dei mass media e della maggioranza dei parlamentari, potrebbe infatti prendere come buona l'idea che i 200 militari italiani in Iraq o i 300 in Libia stiano lì solo per proteggere i lavori di una diga o la costruzione di un ospedale. In primo luogo verrebbe da chiedersi quanta forza militare dovrebbero schierare magari per fare una strada. In secondo luogo le cose vanno viste nella loro completezza.
Se governo italiano, parlamento e giornalismo embedded possono ritenere sufficiente e legittima la presenza militare in Iraq, Siria, Libia, la stessa cosa vista dall'altra parte non appare affatto così positiva. Anzi, è facilmente prevedibile che venga vissuta come atto ostile, come presenza estranea e minaccia militare. Dunque se c'è una guerra e si mandano in giro i soldati, si fanno volare i droni, si mettono a disposizione le basi e le navi per i bombardamenti, non è detto che “il nemico” (per quanto non convenzionale) non prenda in esame possibili ritorsioni e atti altrettanto ostili.
Insorgono su questo almeno tre problemi:
1) abbiamo scritto sugli striscioni e manifestato in piazza denunciando che “le guerre sono vostre, ma i morti sono i nostri”. Le scelte dei governi provocano infatti conseguenze e ritorsioni, soprattutto sulla popolazione civile, sia nel nostro che negli altri paesi coinvolti. I responsabili ne restano al riparo nei loro palazzi, protetti e circondati da misure di sicurezza che nessun visitatore di mercatini o pendolare di metropolitane può avere;
2) la guerra è in corso. E' una guerra a pezzi, si combatte in luoghi lontani dei quali si sa cosa accade solo se gli apparati ideologici di stato (spesso quelli statunitensi o francesi) decidono di far sapere qualcosa funzionale ai propri interessi. Si sa tutto su Aleppo, si sa niente su Mosul, Palmira o Raqqa ma anche su Bengasi, Misurata, Sirte etc. La mobilitazione emotiva dell'opinione pubblica dovrebbe così compensare i misfatti compiuti sul campo o i danni provocati dalle spregiudicate operazioni militari dei governi;
3) se c'è una guerra in corso e alcuni Stati vi prendono parte, anche senza clamore ma concretamente, è inevitabile che la guerra ti arrivi dentro casa. L'Italia si trova esattamente in questa situazione. E se la guerra non è con un nemico convenzionale – che ha magari eserciti regolari, ambasciate, funzionari all'Onu, governi con cui negoziare tregue o conflitti – la guerra in casa ti arriva sotto forma di terrorismo e colpisce a casaccio, dove può o dove può far più male con il minimo sforzo. Quello dell'Isis non è un terrorismo selettivo, mirato a colpire i quartieri generali o le linee di comunicazione e/o rifornimento del nemico, ma è una guerra che si manifesta attraverso il terrore che riesce a provocare nella popolazione dello stato nemico mostrandone la vulnerabilità. Potremmo soffermarci a lungo sulla inesistente differenza nella produzione di terrore nella popolazione tra un attentato o un bombardamento condotto da droni, missili e aerei ad altissima tecnologia. Ma non è questo il punto. Se ci vanno di mezzo i civili il terrore è terrore e il terrorismo può essere anche di Stato.
L'Italia si è crogiolata fin troppo tempo nella beatitudine che le scelte dei propri governi – dalla guerra in Jugoslavia a oggi – non producessero prima o poi conseguenze anche all'interno del paese. In particolare l'interventismo militare in Medio Oriente e Africa ha contribuito a creare e disseminare le condizioni della guerra e di inimicizia profonde e durevoli. Se oggi gli effetti ti ritornano dentro casa la responsabilità non è solo del “nemico”.
L'Isis va sconfitto sicuramente e occorre sostenere tutte le forze che vanno in questa direzione, ma niente di tutto questo può assolvere le responsabilità dei governi italiani che hanno coscientemente trascinato da anni il paese dentro un gorgo dal quale sarebbe potuto tranquillamente rimanere fuori. La subalternità ai vincoli e agli obblighi della Nato o la inscindibile proiezione militare degli interessi economici (vedi Eni ed altri) in quelle aree, hanno prevalso sulla priorità della pace e della neutralità come precondizione delle relazioni internazionali.
Adesso c'è la guerra, nostro malgrado i governi del nostro paese ci hanno portato in guerra. Ci chiedono di arruolarci o rimanere silenti. Né l'uno né l'altro, proprio perchè occorre essere consapevoli che “le guerre sono vostre ma i morti sono i nostri”. Se la popolazione civile del nostro paese verrà colpita – e dobbiamo augurarci di no – c'è un responsabile principale e uno secondario, guai a confonderne la gerarchia delle responsabilità.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)