Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/03/2019

L’automazione avanza. I lavoratori che fine fanno? Un convegno a Pontedera


Nel 2013 un famoso studio condotto da due economisti dell’università di Oxford, Michael Osborne e Carl Benedikt Frey. intitolato “Il futuro della disoccupazione”, poneva un interrogativo inquietante. "Quanto sono minacciati i posti di lavoro dalla computerizzazione?”. I due studiosi ricorrendo ad alcune nuove tecniche matematiche e statistiche per calcolare l’eventuale effetto dell’innovazione tecnologica su un’ampia gamma di lavori, (esattamente 702 in tutto), arrivavano ad una conclusione decisamente pesante.

Secondo i due studiosi nel giro di una ventina d’anni il 47 per cento dei posti di lavoro rientrerà nella “categoria ad alto rischio”, perchè sarà potenzialmente automatizzabile. L'automazione sostituirà soprattutto i lavori meno specializzati e a basso salario. Quelli più specializzati e ad alto salario, invece, correrebbero minori rischi di sparire. I più penalizzati, fino a diventare “eccedenza di capitale umano” sarebbero i lavoratori poveri e a bassa qualifica, effetti minori ci sarebbero sulla middle class (ma su questo nutriamo qualche dubbio), mentre i segmenti alti della società avranno meno problemi dall’impatto con una estesa automazione tecnologica.

Le tecniche e i processi di automazione della produzione da sempre spingono in avanti l’evoluzione delle società umane. Il problema è stato ed è l’uso di queste innovazioni nei rapporti tra gli esseri umani e con la natura, il loro orientamento e la guida stessa dei processi di automazione, che oggi da una parte aumentano la disoccupazione di massa, dall’altra la fatica e lo sfruttamento umano a fini privati.

Tutti i grandi cambiamenti tecnologici hanno comportato una profonda riorganizzazione della produzione. Per questo è fondamentale un'approfondita riflessione sull’influenza che hanno nei rapporti sociali esistenti.

Sabato 30 marzo a Pontedera (Pisa), l’Usb ha organizzato un interessantissimo convegno proprio su “Industria 4.0: Automazione e disoccupazione tecnologica” e su come impatta e impatterà sul lavoro nei prossimi anni. Il convegno si terrà presso il Centrum Sete Sois Sete Luas, via Rinaldo Piaggio 82 Pontedera,dalle 9.30 alle 17.00.

Sono previsti interventi e relazioni di Cinzia Della Porta, Luciano Vasapollo (Contesto della competizione economica internazionale), Stefano Zai (Industria 4.0: rivoluzione tecnologica e del lavoro), Guido Lutrario (Nuove tecnologie e riduzione delle tutele – caso gig economy), Maria Antonietta Pascali (Industria 4.0 nella ricerca pubblica), Marco Benevento (Il sindacato di classe nella fabbrica globale), Francesco Scolamiero (La formazione ai tempi della specializzazione per pochi e del lavoro povero per molti), Sergio Bellavita (Industria 4.0 e contrattazione collettiva), Luigi Marinelli (La necessità della rivendicazione della riduzione dell’orario di lavoro), Giorgio Cremaschi (Il processo storico di riduzione dell’orario di lavoro, perché e quando si è interrotto). Le relazioni saranno alternate da interventi dei delegati di Piaggio, CNR, Fca, Sevel, Ast, GD, Stmicroelectronics, Wartsila, Tim

A livello internazionale questa “rivoluzione” tecnologica sta determinando l’espulsione di decine di milioni di lavoratori dalle varie attività produttive, nel terziario e nei servizi.

“Quali risposte può dare il sindacalismo di classe a questo aumento esponenziale della disoccupazione, contro una gestione della crisi che non dà alcuna prospettiva di reinserimento lavorativo, aumentando invece e sempre più il divario tra sfruttati e sfruttatori? E’ possibile utilizzare questo formidabile avanzamento tecnologico per il soddisfacimento dei bisogni delle maggioranze, a partire dai produttori diretti della ricchezza, che rimangono i lavoratori?” si interroga l’Usb nella nota di presentazione del convegno del 30 marzo che ha scelto di tenere, significativamente, a Pontedera dove sta decollando intorno alla Piaggio un progetto strategico di automazione. Roberto Colaninno, Presidente e Amministratore Delegato di Piaggio & C. S.p.A. infatti ha messo recentemente in programma il dimezzamento della manodopera nella fabbrica di Pontedera.

La nuova rivoluzione industriale, denominata Industria 4.0, è caratterizzata da tecnologie che evolvono con ritmi e contenuti molto rapidi, determinando nuovi rapporti tra tecnologia e lavoro. Le conseguenze di questa rivoluzione investono gran parte dei processi produttivi, ma anche una nuova relazione tra consumatori e mercati, ridisegnando già da ora una diversa società.

La caratteristica principale di questa evoluzione è l’integrazione tra i processi fisici e le tecnologie digitali, che fa emergere una nuova centralità del “lavoro mentale” e rinnova i modelli organizzativi. Con il divenire intelligente della produzione, le grandi fabbriche risolvono progressivamente il superamento delle linee e la loro sostituzione con ‘isole’ autonome dove convivono uomini e macchine, team di lavoratori e robot.

Le piccole imprese, pur tra mille difficoltà in termini di investimenti in macchinari e R&D, intensificano e qualificano le caratteristiche della produzione italiana, con lavorazioni di nicchia che fanno convivere abilità artigianali classiche con quelle digitali.

Il tema viene affrontato dalle élite economiche, politiche e del sindacalismo confederale unicamente dal punto di vista delle novità tecnologiche e declinato nei capitoli degli investimenti e della politica industriale, lasciando in secondo piano l’enorme impatto sul mercato del lavoro, come se il cambiamento tecnologico fosse “neutrale” negli effetti che ha sui rapporti sociali ed economici.

Nei due secoli passati la sostituzione del lavoro dell’uomo con le macchine non ha mai comportato un aumento stabile della disoccupazione, perché nuovi lavori si sono venuti a creare in un’economia in crescita costante.

Oggi però l’elemento dominante dell’economia mondiale è la crisi sistemica del modello di produzione capitalistica, con i mercati in costante affanno, se non in recessione, soprattutto nei paesi occidentali. Un contesto nel quale i processi di sostituzione di mansioni divenute obsolete con nuovi posti di lavoro non è possibile, a causa della competizione internazionale su mercati che si fanno sempre più ristretti rispetto alle enormi potenzialità produttive dei sistemi messi al lavoro.

Da un lato si assiste a una progressiva automazione di attività che hanno una certa componente di routine e in cui è possibile sostituire il lavoro umano con quello meccanico, dall’altro il crescente utilizzo di tecnologie aumenta ed estende il grado di standardizzazione di tutte le attività lavorative, rendendo più facile una sostituzione di lavoratori da parte di robot e macchine, anche in professioni finora non ritenute automatizzabili.

Emergono tecnologie come la stampante 3D che può creare gli oggetti più svariati, riducendo il lavoro manuale umano al minimo, pur rimanendo quello intellettuale.

Il lavoro di ricerca su Industria 4.0 oggi è principalmente finanziato da strutture pubbliche. Per i Poli Industria 4.0, sono stati messi a disposizione 40 milioni di euro di risorse pubbliche, ogni ‘competence center’ può ricevere fino a un massimo di 7 milioni 500mila euro in sovvenzioni per le spese di avviamento e fino a 200mila euro per ogni progetto.

A livello globale, sono moltissimi i programmi e gli interventi – declinati con strategie e formule differenti – dedicati allo sviluppo e all’utilizzo di macchine intelligenti, interconnesse a “Industria 4.0”. L’Unione Europea ha messo a disposizione per il periodo 2014-2020 cospicui finanziamenti (70,2 miliardi) a favore di enti pubblici, imprese e associazioni.

Il programma quadro si chiama Horizon 2020, che finanzia la ricerca e l’innovazione. Di questi 30 miliardi sono per l’Industria 4.0, spostando il suo baricentro dalle opere infrastrutturali all’innovazione tecnologica. La conduzione privatistica e mercantilista di questa nuova rivoluzione industriale è facilmente calcolabile in termini di posti di lavoro persi.

Fonte

17/03/2019

Industria 4.0. Automazione e disoccupazione tecnologica


Le tecniche e i processi di automazione della produzione da sempre spingono in avanti l’evoluzione delle società umane. Il problema è stato ed è l’uso di queste innovazioni nei rapporti tra gli esseri umani e con la natura, il loro orientamento e la guida stessa dei processi di automazione, che oggi da una parte aumentano la disoccupazione di massa, dall’altra la fatica e lo sfruttamento umano a fini privati.

Tutti i grandi cambiamenti tecnologici hanno comportato una profonda riorganizzazione della produzione. Per questo è fondamentale una approfondita riflessione sull’influenza che hanno nei rapporti sociali esistenti.

La nuova rivoluzione industriale, denominata Industria 4.0, è caratterizzata da tecnologie che evolvono con ritmi e contenuti molto rapidi, determinando nuovi rapporti tra tecnologia e lavoro. Le conseguenze di questa rivoluzione investono gran parte dei processi produttivi, ma anche una nuova relazione tra consumatori e mercati, ridisegnando già da ora una diversa società.

La caratteristica principale di questa evoluzione è l’integrazione tra i processi fisici e le tecnologie digitali, che fa emergere una nuova centralità del “lavoro mentale” e rinnova i modelli organizzativi. Con il divenire intelligente della produzione, le grandi fabbriche risolvono progressivamente il superamento delle linee e la loro sostituzione con ‘isole’ autonome dove convivono uomini e macchine, team di lavoratori e robot.

Le piccole imprese, pur tra mille difficoltà in termini di investimenti in macchinari e R&D, intensificano e qualificano le caratteristiche della produzione italiana, con lavorazioni di nicchia che fanno convivere abilità artigianali classiche con quelle digitali.

Il tema viene affrontato dalle élite economiche, politiche e del sindacalismo confederale unicamente dal punto di vista delle novità tecnologiche e declinato nei capitoli degli investimenti e della politica industriale, lasciando in secondo piano l’enorme impatto sul mercato del lavoro, come se il cambiamento tecnologico fosse “neutrale” negli effetti che ha sui rapporti sociali ed economici.

Nei due secoli passati la sostituzione del lavoro umano con le macchine non ha mai comportato un aumento stabile della disoccupazione, perché nuovi lavori si sono venuti a creare in un’economia in crescita costante.

Oggi però l’elemento dominante dell’economia mondiale è la crisi sistemica del modello di produzione capitalistica, con i mercati in costante affanno, se non in recessione, soprattutto nei paesi occidentali. Un contesto nel quale i processi di sostituzione di mansioni divenute obsolete con nuovi posti di lavoro non è possibile, a causa della competizione internazionale su mercati che si fanno sempre più ristretti rispetto alle enormi potenzialità produttive dei sistemi messi al lavoro.

Da un lato si assiste a una progressiva automazione di attività che hanno una certa componente di routine e in cui è possibile sostituire il lavoro umano con quello meccanico, dall’altro il crescente utilizzo di tecnologie aumenta ed estende il grado di standardizzazione di tutte le attività lavorative, rendendo più facile una sostituzione di lavoratori da parte di robot e macchine, anche in professioni finora non ritenute automatizzabili.

Emergono tecnologie come la stampante 3D che può creare gli oggetti più svariati, riducendo il lavoro manuale umano al minimo, pur rimanendo quello intellettuale.

Il lavoro di ricerca su Industria 4.0 oggi è principalmente finanziato da strutture pubbliche. Per i Poli Industria 4.0, sono stati messi a disposizione 40 milioni di euro di risorse pubbliche, ogni ‘competence center’ può ricevere fino a un massimo di 7 milioni 500mila euro in sovvenzioni per le spese di avviamento e fino a 200mila euro per ogni progetto.

A livello globale, sono moltissimi i programmi e gli interventi – declinati con strategie e formule differenti – dedicati allo sviluppo e all’utilizzo di macchine intelligenti, interconnesse a “Industria 4.0”. L’Unione Europea ha messo a disposizione per il periodo 2014-2020 cospicui finanziamenti (70,2 miliardi) a favore di enti pubblici, imprese e associazioni.

Il programma quadro si chiama Horizon 2020, che finanzia la ricerca e l’innovazione. Di questi, 30 miliardi sono per l’Industria 4.0, spostando il suo baricentro dalle opere infrastrutturali all’innovazione tecnologica. La conduzione privatistica e mercantilista di questa nuova rivoluzione industriale è facilmente calcolabile in termini di posti di lavoro persi.

Roberto Colaninno, Presidente e Amministratore Delegato di Piaggio & C. S.p.A. ha messo recentemente in programma il dimezzamento della manodopera nella fabbrica di Pontedera.

A livello internazionale questa “rivoluzione” sta determinando l’espulsione di decine di milioni di lavoratori dalle varie attività produttive, nel terziario e nei servizi.

Quali risposte può dare il sindacalismo di classe a questo aumento esponenziale della disoccupazione, contro una gestione della crisi che non dà alcuna prospettiva di reinserimento lavorativo, aumentando invece e sempre più il divario tra sfruttati e sfruttatori?

E’ possibile utilizzare questo formidabile avanzamento tecnologico per il soddisfacimento dei bisogni delle maggioranze, a partire dai produttori diretti della ricchezza, che rimangono i lavoratori?

Unione Sindacale di base

Convegno Industria 4.0: Automazione e disoccupazione tecnologica


30 marzo dalle 9.30 alle 17.00

Presso Centrum Sete Sois Sete Luas, via Rinaldo Piaggio 82 Pontedera

Coordina Alessandra Benvenuti USB Piaggio

invitato Simone Millozzi, Sindaco di Pontedera

Interventi di Cinzia Della Porta

Introduzione Luciano Vasapollo – Contesto della competizione economica internazionale

Stefano Zai – Industria 4.0: rivoluzione tecnologica e del lavoro

Guido Lutrario – Nuove tecnologie e riduzione delle tutele – caso gig economy

Maria Antonietta Pascali – Industria 4.0 nella ricerca pubblica

Marco Benevento – Il sindacato di classe nella fabbrica globale

Francesco Scolamiero – La formazione ai tempi della specializzazione per pochi e del lavoro povero per molti

Sergio Bellavita – Industria 4.0 e contrattazione collettiva

Luigi Marinelli – La necessità della rivendicazione della riduzione dell’orario di lavoro

Giorgio Cremaschi – Il processo storico di riduzione dell’orario di lavoro, perché e quando si è interrotto

Le relazioni saranno alternate da interventi dei delegati di Piaggio, CNR, Fca, Sevel, Ast, GD, Stmicroelectronics, Wartsila, Tim

Sono invitate realtà politiche e sociali

alle ore 13.30 pranzo per i partecipanti al convegno

USB – per contatti 0508667311-pisa@usb.it

Fonte

23/05/2016

Piaggio. Licenziamenti “social” nell’era del Jobs Act

Note sulla vicenda delle due lavoratrici Piaggio licenziate per un commento e un “like” su Facebook.
Il fatto risale al 23 aprile scorso, quando il premier Matteo Renzi si era recato a Pontedera per i 70 anni della Vespa, accompagnato dal presidente del Gruppo Piaggio Roberto Colaninno.

Quel giorno ad attenderlo di fronte ai cancelli della fabbrica una contestazione organizzata in poche ore, che raccolse alcune decine di lavoratori Piaggio e altri lavoratori provenienti da Pisa e provincia.

Una contestazione che non raccolse, per motivi di tempo e per la perdurante afonia del conflitto che caratterizza ancora il nostro paese e i nostri territori, tutto il malessere accumulato in questi anni da milioni di lavoratori, costretti in condizioni di miseria e ricatto sempre più forti, a causa di contratti capestro firmati dalla triplice sindacale (CGILCISLUIL) e da una legislazione governativa che ha chiuso definitivamente un’epoca, con l’archiviazione dello Statuto dei Lavoratori e dell’Art. 18. Parliamo del famigerato “Jobs Act” voluto da Renzi e incensato dai burocrati dell’Unione Europea come modello per tutti i paesi del continente.

In Francia, nel silenzio/oscuramento/distorsione dei mass media italiani, contro l’applicazione di quel modello si è sviluppato un movimento popolare impetuoso, che ancora continua.

Da noi ancora quella rabbia è chiusa nei cuori e nelle menti di tante e tanti lavoratori, che invece di scendere in piazza sono conquistati dall’individualismo, dalla disillusione, dal senso d’impotenza, quando non dalla disperazione. Altri si sfogano, come le due lavoratrici licenziate, attraverso strumenti di comunicazione altrettanto individualizzanti, ma che danno un senso di “comunità” succedanea a quella distrutta scientificamente da chi ha tutto l’interesse a che ognuno di noi rimanga di fronte al proprio terminale piuttosto che scendere in piazza, organizzarsi collettivamente contro i padroni, i governi e le istituzioni.

Ma neppure quest’ambito di “resistenza” individuale è ammesso, e una frase urlata 1000 volte nei cortei, nei presidi e nelle manifestazioni diviene, se scritta nero su bianco su un social network, elemento di prova per il licenziamento in tronco. Il Jobs Act e la legislazione ad esso collegata lo permette, come dimostrato da questo e da tanti altri episodi in tutta Italia, che si moltiplicheranno nel prossimo futuro se non sapremo ribaltare un rapporto di forza che permette ai padroni di applicare alla lettera norme che valgono sono per i lavoratori, mentre “lorsignori” si arricchiscono “legalmente” e illegalmente senza alcun contrasto.

La logica che ha portato a questi come ad altri licenziamenti è quella per cui i lavoratori devono essere una variabile dipendente dalla produzione in tutto e per tutto, in fabbrica e in ogni posto di lavoro, ma anche nella propria vita privata, dato che oramai la privacy – a causa dalla potenza e pervasività degli attuali mezzi di comunicazione – è inesistente.

Di fronte a questa situazione parlare di dittatura del capitale è inappropriato? Noi pensiamo di no. Colaninno, così come Marchionne e i “capitani” d’industria e della finanza si sono dotati un personale politico (Renzi) e sindacale (cgilcisluil) al loro servizio, che sforna ogni giorno norme, provvedimenti, leggi, repressione, e quando necessario attraverso il “braccio sindacale” ritorsioni ed epurazioni di avanguardie operaie che spianano sempre più la strada a questa dittatura.

Tutta la nostra solidarietà alle lavoratrici licenziate, per le quali chiediamo l’immediata riassunzione.

A loro inviamo anche un consiglio: organizzatevi nel sindacalismo di classe, siate partigiane dei e per i vostri diritti, sfogate la vostra rabbia nelle manifestazioni collettive, unici luoghi che ancora garantiscono agibilità e incolumità individuale e collettiva.

Rete dei comunisti, Pisa

Fonte

19/05/2016

Pontedera. Likes che fanno paura

“Questi andrebbero ammazzati tutti”. Questo il commento via facebook di un'operaia Piaggio alla notizia della visita di Renzi e Colaninno alla Piaggio qualche settimana fa. Qualche giorno fa sulle pagine dei giornali locali esce la notizia del licenziamento della lavoratrice Piaggio e di un provvedimento disciplinare per una sua collega, rea di aver messo “mi piace” al post incriminato. L’episodio offre l’occasione per approfondire alcuni nodi sul ruolo della comunicazione nell’era del partito della nazione.

Renzi si recò a Pontedera per il compleanno della Piaggio una settimana prima della manifestazione pisana del 29 aprile contro la sua visita al CNR. Una contestazione organizzata in fretta e furia, visto l’anticipo di poche ore con cui venne annunciata la presenza del premier, accompagnato da Roberto Colaninno, presidente Piaggio. Secondo indiscrezioni sarebbe già successo qualche mese fa che alcuni operai Piaggio sarebbero stati multati per aver scritto su Facebook frasi offensive verso i loro superiori.

Al di là della notizia di cronaca e delle vicende legali che le due lavoratrici stanno intraprendendo contro l’azienda è interessante approfondire questo episodio, non il primo né l’unico accaduto negli ultimi anni. Una tipica frase da chiacchiericcio al bar pubblicata sui social media diviene terreno di scontro. Il “controllo difensivo” che il datore di lavoro può condurre sui dipendenti è stato semplificato grazie al Jobs Act, non importa il rispetto del codice disciplinare sul posto di lavoro: il codice disciplinare è applicato all’intero tempo di vita dei lavoratori. Una mamma di Torino l’anno scorso è stata licenziata per aver scritto su Facebook un post in cui deprecava le condizioni igieniche dei pasti della mensa in cui lavorava, ed in cui suo figlio mangiava: licenziata anche lei.

L’utilizzo di queste misure disciplinanti in contesti di lavoro individualizzati, precarizzati e frammentati sia temporalmente che spazialmente è funzionale alla crescita ulteriore dell’individualismo e della subalternità. L’unico mezzo di dissenso permesso ai lavoratori è quello dello sciopero sindacale. In un momento in cui i sindacati sono l’arma più forte della pacificazione padronale evidentemente il terreno dello scontro si colloca anche ad altri livelli. Uno di questi è la comunicazione, anche quella sui social, per quanto ad alcuni faccia storcere il naso questa è la realtà dei fatti.

Ovviamente il terreno mediatico non è l’unico terreno di scontro, alla Piaggio come in altri luoghi. Lo hanno mostrato i lavoratori e le lavoratrici che da quest’inverno sono in mobilitazione con picchetti, blocchi dei cancelli e scioperi e che il 29 aprile erano in piazza contro il governo a Pisa. Sarà anche per questo che dopo il corteo, i post e le dichiarazioni di sindaci e premier PD hanno nella migliore delle ipotesi rasentato il ridicolo, o semplicemente non ci sono state.

La comunicazione e lo spazio mediale non sono terreni neutrali né tanto meno omogenei, lo mostra l’utilizzo che ne fa la controparte e quello che proviamo a concepire noi. Il silenzio della controparte dopo il corteo del 29 aprile, il silenzio dell’azienda sul caso dei licenziamenti a Pontedera mostrano la difficoltà e la paura di attraversare questo terreno non interamente governabile. L’utilizzo dei media, nel loro potenziale comunicativo, va restituito ad ambito di riflessione collettiva: come influire in questo terreno, come aprirvi delle brecce?

Sono problematiche che nella loro complessità dovremmo iniziare a porci, per non concepire il mediale come mera traduzione della realtà che vi sta al di fuori. Come mostra questa vicenda, il media e la realtà non sono due mondi separati ma interconnessi e stratificati come campi del conflitto.

Fonte

20/11/2012

Immigrati a Pontedera: ma chi raccatta il Movimento 5 Stelle?

Ieri (18/11) a Pontedera si è svolta una manifestazione in risposta all’irruzione dei fascisti di Forza Nuova alla cerimonia di conferimento della cittadinanza onoraria ai bambini figli di immigrati.

Il Movimento 5 stelle non ha aderito, spiegando le sue motivazioni in un comunicato che lascia francamente esterrefatti. Nel comunicato si definisce “demagogica, inutile e ipocrita la concessione della cittadinanza”, si parla di “strumentalizzazione dei bambini a fini elettorali”, si respinge “la logica manicheista dei buoni tutti di qua e i cattivi tutti di là” e si critica “il buonismo a tutti i costi”.

Nella metropoli in riva all’Era ci sarebbero “quartieri ghetto dove una donna non può camminare tranquilla la sera dopo cena per paura di essere molestata da qualcuno che magari per la sua ‘cultura’ (ma vogliamo chiamarla cosi’?) considera le donne esseri inferiori di proprietà dell’uomo”, e per finire il M5S si chiede “dov’è l’integrazione se gli africani si frequentano solo fra loro e i cinesi e gli albanesi fanno altrettanto?”.

Capiamo benissimo che per esigenze elettorali il Movimento 5 stelle deve fare e dire l’esatto contrario delle amministrazioni locali, ma non sempre la cosa funziona. Con questa logica, si potrebbero contestare anche le commemorazioni dell’Olocausto dicendo che i buoni stavano sia di qua che di là, o magari la festa della Befana rifiutando “il buonismo a tutti i costi” e la “strumentalizzazione dei bambini a fini elettorali”.

Chi scrive conosce bene la comunità senegalese di Pontedera e può testimoniare come la cerimonia di consegna della cittadinanza onoraria fosse molto sentita e molto attesa. Era palpabile l’emozione per questo riconoscimento, sia pure simbolico, da parte di gente che da anni lavora nel nostro Paese e paga le tasse (a differenza di tanti italiani) ma non ha gli stessi diritti dei vicini di casa o dei colleghi di lavoro.

Per non parlare delle “seconde generazioni”, ragazzi nati in Italia che parlano italiano meglio di chi ha scritto il comunicato del M5S ma che si trovano sospesi in una specie di limbo, estranei al Paese di provenienza della famiglia ma ancora respinti da quello dove hanno sempre vissuto.

Quanto al fatto che gli africani o le altre comunità si frequentano solo tra loro, per verificare che non è vero basterebbe liberarsi dalla tossicodipendenza da internet e tornare finalmente alla vita reale. Iniziative di socializzazione sono ormai largamente diffuse, ad esempio la Festa dei Popoli, vari progetti di cooperazione, corsi di italiano per stranieri, tornei sportivi, eventi culturali e mille altre iniziative che vedono insieme le diverse comunità che vivono nel nostro territorio. Staccandosi ogni tanto dalla tastiera è possibile conoscere amici di ogni nazionalità.

Naturalmente se si ritiene che gli stranieri siano una minaccia “per le nostre donne” non è una prospettiva allettante. Ma allora non è questione dei partiti e delle loro possibili strumentalizzazioni, è proprio un problema di razzismo esplicito. Strano che su internet il nostro amico non abbia trovato i dati sulla violenza contro le donne: avrebbe appreso che chi considera le donne “esseri inferiori di sua proprietà” è il più delle volte il marito, il parente o il vicino di casa, italianissimo e insospettabile ma pronto a trasformarsi in assassino in nome di quei moventi “passionali” che fanno più vittime di una guerra civile.

Il Movimento 5 Stelle sta diventando una forza politica di primo piano nel nostro Paese e probabilmente anche dalle nostre parti amministrerà diversi comuni piccoli e grandi. Da una parte la sconfitta dei partiti tradizionali può far piacere, dall’altra la prospettiva che personaggi come quello che ha scritto il comunicato si trovino catapultati da un giorno all’altro a fare l’assessore non è molto incoraggiante. Forse se i criteri di selezione non fossero la fedeltà al capo carismatico e la capacità di ripetere a pappagallo luoghi comuni  si eviterebbe di creare nuovi mostri.

Perché non importa di che colore è il gatto, basta che mangi il topo, ma se il gatto ha la rogna diventa un problema.

Per Senzasoste, Nello Gradirà, 18.11.2012

Fonte

Eccola qui, messa nero su bianco, la necessita del Movimento 5 Stelle di darsi una cultura politica che ora, su molte questioni, è mera supercazzola (per non dire di peggio nel caso specifico di Pontedera).
Nonostante tutto, se il Movimento non andrà al governo con le prossime politiche sarà meglio per tutti, soprattutto per i suoi militanti. Cristo l'analisi sugli immigrati è imbarazzante!!!