Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/07/2026

In Tech we Trust – Contro il tecnoabilismo ed il tecnomiracolismo

di Gioacchino Toni

Ashley Shew, Futuri accessibili. Disabilità e tecnologia, traduzione e prefazione di Fabrizio Acanfora, Luiss University Press, Roma, 2026, pp. 140, Cartaceo € 18,00, ebook € 9,99

In un contesto caratterizzato dalla tendenza a cercare nei dispositivi tecnologici la soluzione ai problemi che affliggono l’umanità, si è fatto largo il convincimento che per migliorare le condizioni di vita delle persone disabili occorra guardare acriticamente alla tecnologia senza domandarsi quanto questa sia realmente neutra ed emancipativa. Il volume Futuri accessibili (Luiss 2026) di Ashley Shew si oppone all’idea che si debba guardare alle protesi ed ai dispositivi tecnologici come a strumenti in grado di “aggiustare” il corpo, e la mente, per ricondurre la vita entro una norma condivisa.

Intrecciando analisi teorica ed esperienza personale, derivata da un’amputazione subita, l’autrice, professoressa di Scienza, tecnologia e società alla Virginia Tech, a partire dalla nozione di “tecnoabilismo” – che si prefissa di misurare i “miglioramenti” apportati dalla tecnologia sui disabili secondo standard di normalità predefiniti – invita a domandarsi chi decida cosa debba essere corretto, secondo quali criteri e, soprattutto, con quali conseguenze concrete per le persone coinvolte, ma scarsamente interpellate. Le protesi, i dispositivi assistivi e le soluzioni digitali sono progettati su standard rigidi di “normalità” interessati a “correggere” i corpi disinteressandosi dei contesti sociali e materiali in cui vivono le persone con disabilità.

Shew non è su posizioni tecnofobe; non rifiuta affatto la tecnologia, ma non accetta l’idea che questa, per come viene ideata e imposta oggi, debba essere per forza la risposta alla disabilità. L’autrice ritiene che sia necessario un cambio radicale di prospettiva: anziché guardare alle persone con disabilità come destinatarie passive del progresso, occorrerebbe considerarle come esseri umani produttori di saperi, pratiche e criteri alternativi, così da poter valutare ciò di cui necessitano davvero per ampliare i margini di autodeterminazione e sicurezza nei contesti in cui vivono. L’offerta tecnologica rivolta alle persone con disabilità spesso prescinde dall’averle interpellate per comprendere le loro reali necessità. Né neutra, né automaticamente emancipativa, la tecnologia, ad oggi, è votata a celare la condizione di disabilità e ad imporre una “normalità” prestazionale lontana dalle esigenze degli individui alle prese con la manutenzione continua delle attrezzature, con la dipendenza dalle infrastrutture, con i costi emotivi e le decisioni prese da altri.

Molti dei problemi sociali, strutturali e pratici che affliggono le persone con disabilità derivano dall’idea che queste siano fondamentalmente “difettose”, “indegne di inclusione” o “inadeguate” e tale convincimento non manca certo di riverberarsi sulla progettazione tecnologica ad esse dedicata. «Il tecnoabilismo è la fede nel potere della tecnologia che considera l’eliminazione della disabilità come qualcosa di buono, un obiettivo da perseguire. È una forma classica di abilismo: pregiudizio contro le persone disabili, favore verso modi di vita non disabili. Il tecnoabilismo è l’uso delle tecnologie per riaffermare questi pregiudizi, spesso mascherato da empowerment» (p. 17). L’idea che tutto debba essere indotto a uniformarsi all’idea di perfezione imperante a cui risponde il tecnoabilismo implica la “correzione”, tramite tecnologie, degli esseri umani che non rientrano nel canone e, nei casi in cui la tecnologia non sia in grado di agire a tale scopo, di mezzi tecno-eugenetici votati alla “gestione” dei casi “irrecuperabili”.

Passando in rassegna alcune narrazioni stereotipate della disabilità, Shew evidenzia come queste si intreccino spesso con idee di razza, genere e sessualità. Buona parte delle rappresentazioni della disabilità sono scritte da autori e interpretate da attori non disabili e, comunque, riguardano quasi sempre persone bianche e socialmente ben inserite. Secondo l’autrice si possono individuare cinque tropi principali di rappresentazione della disabilità: i mostri pietosi, gli approfittatori e impostori, gli storpi rancorosi, i peccatori riprovevoli e gli eroi che superano gli ostacoli. Il primo tropo, dilagante sui media, lo si ritrova in numerose campagne di beneficenza ed ha contributo a influenzare tanto le modalità con cui si guarda alle persone disabili quanto a come queste si percepiscono. Il tropo degli approfittatori e impostori compare nelle notizie riguardanti l’elargizione di sussidi o agevolazioni per la persone con disabilità. Nonostante molte delle richieste vengano rigettate per limitare le spese dei servizi sanitari e non per dichiarazioni mendaci di disabilità, è diffuso, anche grazie all’enorme spazio concesso dai media ai casi truffaldini, il convincimento che buona parte delle richieste di assistenza raccontino disabilità inesistenti. Il tropo dello storpio rancoroso è particolarmente presente nella fiction audiovisiva: in molti casi i personaggi negativi sono contraddistinti da una qualche forma di imperfezione fisica visibile simboleggiante la loro malvagità, oppure quest’ultima deriva proprio dalla loro disabilità. Nel tropo del peccatore riprovevole è invece individuabile l’idea della disabilità come punizione divina per qualche condotta peccaminosa e che la disabilità rappresenti un’occasione per trasformare e umanizzare chi circonda la persona disabile.

Il tropo degli eroi che superano gli ostacoli, chiamato ironicamente inspiration porn all’interno della comunità dei disabili, è probabilmente il più presente sui media e non solo trasmette l’idea che il “buon disabile” debba per forza combattere contro il proprio corpo e la propria mente per celare la propria disabilità simulando uno status di “normalità”, ma anche che esso è tenuto a “spettacolarizzarsi” facendosi fonte di ispirazione per i non-disabili. L’inspiration porn mostra spesso persone disabili che, aiutate da terapisti “umanitari”, riescono a trovare le tecnologie di cui necessitano per superare le difficoltà fisiche e/o mentali. Secondo Shew «la narrativa del “superamento” finge che i problemi strutturali di accessibilità possano essere risolti con il giusto atteggiamento intraprendente e volenteroso da parte di singole persone disabili; solleva le persone abili dalle loro responsabilità invece di chiamarle a contribuire realmente a rendere il mondo più accessibile» (p. 48). Tale tropo, sottolinea l’autrice, «ci tratta come individui eccezionali, piuttosto che come membri di una comunità minoritaria sottorappresentata che ha bisogno di accesso, accomodamenti e cambiamenti strutturali – non solo di gadget che ci aiutino a funzionare individualmente. Eccezionalizza, invece di normalizzare, la disabilità come aspetto dell’esperienza umana ed esagera quanto siamo diversi dalle presone non-disabili» (p. 49). Tale tropo, inoltre, mette l’esistenza della persona disabile al servizio degli altri, «della loro empatia, della loro ispirazione, della loro motivazione, del “se ce la fanno loro, allora posso farcela anch’io» (p. 49). Insomma, per essere considerati degni di cura, continua Shew, i disabili sono tenuti a interpretare il ruolo della “brava persona disabile”.

L’insistenza con cui i media trasmettono immagini di individui disabili – quasi sempre di pelle chiara, di bell’aspetto, socialmente accettabili, frequentemente eroi di guerra o atleti di élite – che riescono a superare i limiti dei loro corpi grazie alla tecnologia contribuisce a presentare quest’ultima come salvifica per il corpo e la mente. L’idea che il recupero della “normalità” sia tra le condizioni necessarie per essere considerati “disabili di successo” deriva dal convincimento che con la disabilità si è di fronte per forza di cose non a una differenza ma ad una differenza negativa.

Le narrazioni sulla tecnologia per la disabilità, in ogni tipo di media, non servono alle persone su cui le storie sono teoricamente incentrate. In realtà, queste storie non sono affatto sulle persone disabili. Sono storie, filtrate attraverso un immaginario abile, che rafforzano tropi consumati sul progresso tecnologico, sul tecno ottimismo e sul potere innovatore dell’ingegneria. Le persone con disabilità sono personaggi secondari; la vera storia è quella della marcia trionfante della competenza tecnologica, del vivere meglio grazie alla tecnologia. E di conseguenza, più queste storie vengono lette, più la gente interiorizza le narrazioni rassicuranti che popolano i media e le cronache sportive. La standardizzazione delle narrazioni sugli individui che “superano” la disabilità, “tokenizzano”, cioè danno un valore simbolico ad alcuni tipi di disabilità cancellandone altre (pp. 56-57)

A partire dall’esperienza personale, Shew sottolinea l’enorme divario esistente tra le mirabolanti promesse degli ausili tecnologici per le disabilità e la realtà quotidiana con cui le persone si trovano ad avere a che fare. La disabilità è una categoria sociale, scrive l’autrice, non un problema risolvibile con la tecnologia. «Inquadrare la disabilità come il problema distoglie l’attenzione dal vero problema: il mondo è strutturato per escludere le persone disabili» (p. 59). Una società fondata sui dogmi della produzione e della prestazione, si propone di “recuperare” i disabili alla “normalità” ad essa necessaria, anziché preoccuparsi di rispondere alle loro reali esigenze.

Cosa significano le tecnologie per le persone? Che ruolo giocano nella loro vita? In che modo l’ambiente costruito include o esclude? In che modo le persone si identificano con e resistono agli interventi tecnologici? Come (e quando) le persone decidono di adottare o usare determinate tecnologie come le protesi? Queste domande non dovrebbero essere appannaggio esclusivo della speculazione filosofica astratta o dei rivoluzionari tecno-futuristi. Dovrebbero essere radicate nelle esperienze reali di persone disabili reali, le cui vite e corpi sono un banco di prova speciale per queste idee (pp. 62-63).

Fare delle immagini di amputati su gambe da corsa l’unica rappresentazione di cosa significhi cavarsela bene come amputato non permette alle persone di essere reali e di esprimere sentimenti e stati d’animo complessi; insomma, sostiene Shew, non permette ai disabili di essere tali.

Il corpo disabile tecnologizzato – il corpo riabilitato, “trionfante” sulle proprie condizioni – è una menzogna. La tecnologia non può trascendere la carne; il corpo è ancora lì, ancora sentito, ancora gestito, resistente. Ma la tecnologia – e le idee normative su cosa significhi avere il corpo o la mente giusti – separa sempre più il nostro io dai corpi con cui ci confrontiamo con mondo. [...] Le nuove tecnologie sollevano domande su che tipo di persone vogliamo essere e in che tipo di società vogliamo vivere (pp. 74-75).

Dopo essersi soffermata anche sulle tecniche e sulle tecnologie specifiche per le neurodivergenze, Shew mette in guardia dalle narrazioni eugenetiche e transumaniste votate al perfezionamento e al potenziamento degli esseri umani, ricordando come, alla luce dei disastri ambientali, del diffondersi di nuove malattie e dell’invecchiamento della popolazione, il futuro che si prospetta sia un futuro di disabilità diffusa. Risulta pertanto miope pianificare un futuro senza disabilità. Converrebbe, piuttosto, iniziare a ripensare la disabilità e guardare alle potenzialità offerte dalla tecnologia in una prospettiva radicalmente differente rispetto a quella imposta dalla società della produzione e della prestazione. 

In Tech we Trust – serie completa

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14/05/2026

D’Istruzione pubblica/2. ADHD. “Vi faremo pagare ogni psicofarmaco che abbiamo dovuto inghiottire”

Seconda parte.

Secondo il Rapporto Nazionale Osmed 2024, il consumo di terapie a base di metilfenidato, risperidone e aripiprazolo ha subito l’aumento più alto in termini di utilizzo tra i medicinali rispetto all’anno precedente. Rispettivamente, l’uso è aumentato del 28,8%, del 14,3% e del 10,4%, un dato che riconferma la tendenza già presente nel Rapporto Nazionale Osmed dell’anno precedente.

Il metilfenidato, più noto col nome di Ritalin, o Medikinet, tolto nel 2003 dalla tabella di “tipo 1” delle sostanze stupefacenti e psicotrope (di cui fanno parte sostanze quali l’oppio, la cocaina e l’eroina) per tornare a commercializzarlo per l’ADHD, si posiziona al quinto posto degli psicofarmaci per il sistema nervoso centrale più utilizzati.

Il risperidone, impiegato nella terapia per il disturbo della condotta dei bambini dai cinque anni in su e per i soggetti adolescenti con non sufficiente prestazione intellettiva, si colloca invece all’ottavo posto della classifica.

Rispetto al 2023, l’atomoxetina e il metilfenidato, farmaci prescritti per il Disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD), hanno subito un aumento nelle prescrizioni del 24,9%, dato che potrebbe incrociarsi con l’aumento generalizzato dei tassi di prescrizione in tutto il mondo nel periodo successivo alla pandemia di Covid-19, evidenziato da numerosi studi epidemiologici.

Alcuni spiegano questi incrementi ipotizzando che queste condizioni, nei periodi precedenti, fossero celate e taciute. Ciò alimenta una percezione “positiva” dell’aumento nell’incidenza statistica di diagnosi e di prescrizioni farmacologiche.

Se non accompagnata da un buon livello di problematizzazione della questione, quest’interpretazione risulta parziale e destoricizzata. Come per ogni elemento di produzione umana, anche le categorie scientifiche sono il riflesso delle categorie storiche di una certa epoca e di certe sensibilità, nonché il risultato delle contingenze politico-economiche e culturali delle società stesse.

Il presupposto essenzialistico che vorrebbe l’umano come espressione diretta della propria biologia si traduce nell’idea secondo cui il singolo individuo può essere analizzato in sé, in maniera “isolata”, senza riferimenti al contesto di appartenenza e alla contingenza storica che lo ha prodotto, nel cui seno vengono prodotte categorie mentali, fisiche e modalità di gestione delle stesse, intese come politiche del corpo e della mente.

Qual è il percorso storico che ha portato alla costruzione delle categorie di disattenzione, iperattività e impulsività caratteristiche dell’ADHD?

Nel 1902, Sir George Frederick Still, pediatra presso il King’s College Hospital di Londra, individua l’esistenza di una particolare categoria di soggetti che, pur mostrando intelletto “normale”, è solita esibire comportamenti “antisociali”.

Secondo Still, i sintomi mostrati da questi soggetti avrebbero incluso l’incapacità di rimanere fermi, la tendenza al furto, l’assenza di pudore, l’immodestia e un approccio errato alla sessualità. Il quadro nosologico tracciato dal dottore londinese ha rappresentato, storicamente, l’origine concettuale della condizione che più tardi sarebbe stata battezzata come ADHD.

È da notare come l’interpretazione di Still faccia ricorso a una complessa categoria culturale, quella di “civilizzazione”, intesa come insieme di norme e pratiche attese dagli individui considerati “sani” e, al contrario, disattese dai “degenerati”.

Non è un caso che Still costruisca una correlazione diretta tra l’aspetto fisico e le facoltà mentali, inserendosi nel tracciato segnato dalla frenologia e dalla fisiognomica, pseudoscienze ancillari di una visione essenzialista dell’essere umano. Pochi anni dopo, a cavallo degli anni Venti, il contributo di Still viene recuperato dallo psicologo britannico Alfred F. Tredgold, alto membro dell’English Royal Commission on Mental Deficiency.

Riflettendo sull’introduzione dell’Education Act del 1876, Tredgold conferma la presenza di soggetti con le caratteristiche descritte da Still, inquadrati poi dal successivo English Mental Deficiency Act del 1913 come feeble-minded, deboli di mente. Analizzando diversi soggetti diagnosticati con Postencephalitic behavior disorder, una condizione che seguiva l’encefalite, Tredgold individua la presenza dei medesimi sintomi che poi diverranno centrali nel quadro eziologico dell’ADHD: comportamento antisociale, irritabilità, impulsività, passaggi umorali improvvisi e iperattività.

La correlazione individuata da Tredgold tra sintomatologia clinica e comportamento sociale fonda la sussunzione nell’ambito medico e biologico di elementi socioculturali quali la capacità di relazione, le emozioni e l’autocontrollo. È un passaggio chiave della storia diagnostica dell’ADHD, in quanto pone i fondamenti per la medicalizzazione del comportamento umano, non più inteso come fenomeno storico complesso, bensì come prodotto di un fondo biologico essenziale.

Negli anni Trenta il dottor Charles Bradley, direttore della Bradley Home – un istituto per la “tutela” di bambini e bambine con problematiche psico-emotive – sperimenta l’uso della benzedrina, uno psicostimolante sviluppato nel 1934 dalla casa farmaceutica Smith, Kline & French e commercializzato dall’anno successivo.

Pur utilizzando il campione gratuito offerto da SKF per trattare i mal di testa conseguenti allo pneumoencefalogramma, Bradley scopre che le metamfetamine presentano proprietà in grado di agire su sintomi quali la disattenzione e la bassa performatività scolastica: come, poco dopo, nel caso degli antidepressivi, è il farmaco che fa la malattia, anziché il contrario. Mentre con Tredgold si ufficializza il passaggio della condizione di iperattività, impulsività e disattenzione dall’ambito sociale a quello medico, con Bradley si inaugura invece il discorso relativo all’impiego di psicostimolanti.

Nel 1957 gli studi di Bradley vengono recuperati da Maurice Laufer, Eric Denhoff e Gerard Solomons, i quali ribadiscono l’utilità della funzione calmante della benzedrina al fine di disciplinare chimicamente soggetti con certi gradi di “deficienza” infantile.

L’iperattività diventa un’ansia collettiva anche per motivi politici: nel 1957 il satellite sovietico Sputnik dà il via alla corsa allo spazio mettendo in crisi la società USA, che comincia a domandarsi se il sistema di istruzione fosse a un livello tale da consentire agli statunitensi una posizione dominante nell’ambito del sapere globale. Dagli studi di Bradley sorge così la categoria di hyperkinetic impulse disorder, che restringe i sintomi della patologia intorno all’iperattività, all’impulsività e alla disattenzione.

Man mano che aumenta la preoccupazione per la brain race tra Stati Uniti e Unione Sovietica, lo sguardo posato sull’infanzia e sull’adolescenza da parte dell’expertise psicoeducativa e medica si declina sempre più in termini di performatività e autocontrollo (quest’ultimo inteso come caratteristica fondamentale per la realizzazione di un individuo sano).

Proliferano così nuove nomenclature, espressione di una medesima posizione essenzialista secondo cui queste condizioni sono causate da un danno biologico: minimal brain damage, minimal brain dysfunction, hyperkinesis, hyperactive syndrome ecc.

In una conferenza del 1963, tuttavia, l’Oxford International Study Group of Child Neurology boccia la suddetta posizione sicché, cinque anni dopo, la seconda edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Disorders declina la condizione con il nome di Hyperkinetic reaction of childhood.

In questa denominazione, il termine reaction esprime un’evidente matrice psicologica che permette un momentaneo abbandono delle spiegazioni di stampo esclusivamente neurologico. La Hyperkinetic reaction of childhood è descritta come conseguenza delle diverse interazioni con cui il soggetto si interfaccia e, quindi, come condizione direttamente connessa all’ambiente e all’esperienza individuale.

Mentre il dibattito tra le due posizioni divide la psichiatria, nel 1964 vengono pubblicati i risultati dei primi trial clinici condotti sull’utilizzo del Ritalin, sostenuti dalle caute ricerche di Eisenberg e Conners. La prospettiva di una terapia farmacologica apparentemente efficace e replicabile, con costi contenuti e dotata di una possibilità d’impiego più sostenibile, va a sostegno della posizione biologista.

D’altra parte, la natura biologica della malattia deresponsabilizza tanto l’ambiente pubblico quanto quello privato, enfatizzando i – presunti – limiti intrinseci dell’individuo: il soggetto viene deprivato della propria storia, e delle sue parti dolenti o traumatiche, fino a diventare il prodotto “meccanico” di processi chimici, biologici e neurologici. Da questo momento in poi, la storia dell’ADHD si posiziona saldamente nel paradigma biologista dell’expertise che se ne occupa.

Nel corso degli anni Settanta si consuma, così, un passaggio epistemologico fondamentale: bocciata negli anni Sessanta la nozione di “danno cerebrale”, adesso si comincia a leggere il cervello iperattivo, impulsivo e disattento attraverso la lente della “anormalità”.

Per quanto ciò possa sembrare una sorta di “ritorno alle origini”, si tratta di fatto di un nuovo paradigma. Mentre, infatti, autori come Still e Tredgold – che poggiavano le loro tesi su pseudoscienze quali la fisiognomica e la frenologia – appaiono ormai antiquati, la nuova expertise essenzialista, che pure adotta presupposti non dissimili, figura come assai più matura, seria e attendibile.

La differenza fra i due modelli è data dall’utilizzo di un linguaggio più neutro, privo di pregiudizi espliciti, nonché dalla proliferazione di nuove tecnologie che sembrano in grado di fondare un’oggettività biologica. Se nel primo Novecento ci si riferiva a categorie quali la felicità, la tristezza o l’impulsività, dalla seconda metà del secolo in poi si ragiona entro nuovi confini: termini quali sinapsi, dopamina, adrenalina e così via assumono sempre di più una funzione autoesplicativa e, in qualche senso, auto-avverante.

Il continuo ricorso al linguaggio scientifico ricolloca le caratteristiche e le decisioni individuali ponendole come espressione diretta del piano biologico, neurologico e genetico del soggetto.

All’interno del DSM III, pubblicato nel 1980, l’Hyperkinetic reaction of childhood muta in Attention deficit disorder, ADD. Ciò segna un altro passaggio fondamentale: lo slittamento verso l’analisi di un cervello considerato neurologicamente anormale porta a una maggiore attenzione per il più storicamente ignorato tra i tre sintomi della futura ADHD: la disattenzione. È solo con la revisione del DSM III pubblicata nel 1987 che nasce l’ADHD: Attention deficit and hyperactivity disorder.

Nonostante l’attuale DSM V sottolinei l’assenza di elementi biologici che confermino la natura neurologica dell’ADHD, quest’ultima resta la pista maggiormente battuta dagli studi sull’ADHD, che si concentrano soprattutto sugli studi sui gemelli, su genome-wide association studies e sul neuro-imaging. In tal modo, il soggetto viene “chiuso in sé stesso”, estrapolato dal contesto storico e dagli spazi esperienziali: una mossa perfettamente coerente con l’idea filosofica propugnata dal neoliberismo.

La stessa categoria di ADHD, che nel discorso egemone viene correntemente descritta come condizione genetica e biologica, assume una forma sfumata e inafferrabile, in quanto l’evoluzione epistemologica della nozione segnala l’azione di un presupposto normativo. Pratiche quali il collezionismo, la fissazione su un argomento, l’utilizzo non standard del proprio corpo e il rapporto con il tempo e lo spazio vengono sussunte dall’etichetta diagnostica.

In questo senso, la genealogia dell’ADHD illumina il lungo percorso entro cui un soggetto con caratteristiche valutate devianti o disfunzionali (un soggetto disattento, impulsivo e passionale), indipendentemente dalla sua storia e dalle sue istanze, è ricondotto a una categoria medico-psichiatrica ed etichettato come “fuori della norma”, e cioè anormale, patologico e, infine, disabile.

In termini storici, antropologici ed epigenetici, tuttavia, l’attuale esplosione del discorso psichiatrico è inseparabile dalle condizioni sociali (economiche, politiche, geopolitiche e, in senso ampio, antropologiche) entro cui esso è chiamato ad agire. Se anche la natura biologica dell’ADHD fosse confermata, le vere domande da porsi resterebbero senza risposta.

Che cosa, in una certa cultura, vale come disabilità e cosa no? In base a quali presupposti normativi la disabilità viene individuata, quantificata e trattata? Perché, nell’occidente egemone, chi non ne vuole sapere della disciplina scolastica riceve una diagnosi? E poiché non è possibile ipotizzare che la diffusione epidemica dell’ADHD sia legata alla diffusione di “geni malati” (che richiederebbe migliaia di anni per manifestarsi), quali sono le condizioni (familiari, scolastiche, ambientali, ecologiche) che scatenano nei bambini la risposta detta ADHD? Telegraficamente: lungo quali piste l’ADHD è socialmente prodotto?

Un’ADHD senza storia assume, infatti, la forma di una categoria spuria, che rischia di essere sovrautilizzata a tutto vantaggio delle case farmaceutiche, e con il risultato di grandi masse di persone medicalizzate fin dall’infanzia. Alcuni temono che queste generazioni, precocemente stordite dalla psico-chimica, potrebbero non essere disponibili a forme di critica radicale, ma non è detto.

Durante l’occupazione dell’ateneo genovese nella primavera del 2021, uno dei comunicati diceva: «Vi faremo pagare ogni psicofarmaco che abbiamo dovuto inghiottire». Le vie della ribellione sono infinite.

Qui la prima parte del saggio: D’Istruzione pubblica/1. “Abilismo”, medicalizzazione e categorie diagnostiche infantili.

Fonte

11/05/2026

D’Istruzione pubblica/1. “Abilismo”, medicalizzazione e categorie diagnostiche infantili

Proseguono accese, in queste settimane, le discussioni sul documentario D’istruzione pubblica di Federico Greco e Mirko Melchiorre. Fra i protagonisti del dibattito, Christian Raimo è stato, in varie sedi, piuttosto tranchant e, in un intervento di qualche settimana fa, ha ripreso l’accusa di abilismo che aveva già formulato nella sua prima recensione critica su «Il domani»

Il tema della disabilità è stato un tema importante di tutta la discussione. Molte persone avevano trovato tremendo il passaggio del doc in cui una docente racconta come si è resa conto da grande di essere stata una dsa a scuola, ma che l’avercela fatta da sola senza certificazione l’ha resa più sicura di sé.

Sulla questione certificazioni c’è stata una opposizione polare: chi dice sono fondamentali, per fortuna che riusciamo a seguire anche in modo faticoso persone per cui non avremmo una didattica adeguata attraverso una certificazione, per altri sono la scusa che molti insegnanti usano per non fare un cazzo o farlo male. Melchiorre ha detto a un certo punto: Perché non ve la prendete con gli insegnanti di sostegno che gli interessa solo di prendere punti perché non possono insegnare sulla loro classe di concorso? Metà della sala ha applaudito.

Di segno opposto è stato l’intervento di Simona D’Alessio, preside, ricercatrice di disability studies, che ha riportato l’attenzione al fatto che una scuola democratica, dove si applica quella pedagogia, senza piegarla a una torsione neoliberista, è possibile. Ha rivendicato l’inclusione, le competenze, la progettazione.

Forse la frase della docente, riferita peraltro a sé stessa, è troppo poco per accusare l’intero documentario di Greco e Melchiorre di “abilismo”. I difetti del film, semmai, ci sembrano stare altrove, e in ogni caso non sono rilevanti per questo dibattito.

Di per sé, i DSA aprono una questione specifica: quello relativa al nesso fra il neuro-funzionamento specifico di una persona, che si suppone essere un fatto oggettivo e dimostrabile, e la distribuzione e performatività dei carichi cognitivi (calcolo, scrittura, lettura ecc.). La gran parte della discussione in corso dà per scontato questo nesso, il quale, tuttavia, è tutt’altro che dimostrato.

C’è un dibattito non concluso e le voci critiche non sono poche (compresa quella di Daniele Novara, pedagogista piuttosto noto, che già ne scriveva anni fa qui). Francamente, che la frase “gli uomini e le donne sono tutte uguali” sia sbagliata è una idea così pericolosa che, prima di accoglierla, vorremmo qualche certezza in più.

Ma il problema è un altro: la questione dei DSA rientra in quel meccanismo di psicologizzazione-psichiatrizzazione che Robert Castel aveva individuato come uno degli aspetti delle nuove forme di governo delle popolazioni. Essa attiene alla questione del soggetto, in particolare alla “costruzione della soggettività” basata sulla debolezza e sulla sofferenza come unica possibilità di accedere ad una accettata rivendicazione di “diritti” (più “concessioni”), e che finisce per costruire un soggetto incapace di ribellarsi perchè abituato a viversi più come “portatore di traumi” e “bisognoso di aiuto” che partigiano disposto a prendersi ciò che gli spetta.

La questione dei DSA rimanda all’intero mondo della patologizzazione dell’infanzia e all’ossessione performativa di un modo di produzione che ha nell’istruzione un territorio da colonizzare per la formazione della forza lavoro e la riproduzione ideologica del “senso comune”.

Una questione che noi affrontiamo tuttavia attraverso la più ampia questione “psichiatrica” e che portiamo a ragionamento a partire dall’infinito dibattito sulla “oggettività” scientifica (e, in particolare, della psichiatria) e dell’ADHD che è un po’, insieme allo spettro autistico, il grande riferimento della gestione della “devianza infantile”.

Lo faremo in due puntate: la prima dedicata alla psichiatria, la seconda all’ADHD.

La psichiatria nella storia

In questo intervento proveremo a riflettere sul tema delle diagnosi psichiatriche infantili a partire da un punto di vista decentrato rispetto al discorso egemone. Le categorie diagnostiche della psichiatria infantile, infatti, non sono né assolute, né oggettive, ma, come tutte le categorie scientifiche, provengono da una specifica costruzione storico-sociale che dev’essere conosciuta se si vuole evitare la vecchia trappola della naturalizzazione dei fenomeni e della malattia. Tenendo conto, tuttavia, che in questo momento storico le categorie diagnostiche della psichiatria costruiscono la normalità dei soggetti attraverso la definizione di ciò che è patologico, la ricostruzione della loro storia epistemologica e operativa è politicamente imprescindibile.

Tutto ciò si lega, peraltro, alla questione dell’“autonomia di classe”, impostata dallo stesso Gramsci, che costringe a chiedersi come debbano comportarsi i lavoratori e le lavoratrici di questo paese (e di tutti gli altri) di fronte a quella particolare oggettività fantasmatica attribuita dall’ideologia egemone alle categorie scientiste che naturalizzano l’ordine sociale.

Nel far ciò, ci iscriviamo in una tradizione che rivendica il “metodo scientifico” (e, più in generale, la postura critica), ma rifiuta l’idea di un’oggettività esterna alla storia e data una volta per tutte, l’oggettività universale e assoluta presupposta, appunto, dallo scientismo.

La diagnosi psichiatrica, e in special modo quella sui minori (che coinvolge anche valutazioni relative all’apprendimento e al comportamento), si trova oggi nell’intersezione di tre grandi spinte: quella diretta alla desocializzazione della malattia; quella relativa alla produzione del soggetto performativo neoliberale; quella generata dai profitti che vengono della farmacologizzazione del disagio.

In questa serie di tre interventi tratteremo delle prime due spinte, provando a riflettere sull’oggettività delle categorie nosologiche, sulla loro costruzione storica e sui presupposti della soggettività neoliberale. Non tratteremo invece – in quanto già assai nota – la questione dei profitti generati della farmacologizzazione delle malattie e dal disease mongering, che tuttavia resta ben salda sullo sfondo di quel che diremo.

Partiamo con una cautela fondamentale: la psichiatria non è una, ma molte. Se quella egemone è dominata dall’American Psychiatric Association, che periodicamente aggiorna il DSM (il Manuale Diagnostico Statistico imposto a livello mondiale, negli ultimi vent’anni, come unico standard per le diagnosi), ci sono anche modi della cura mentale che, pur restando sotto l’etichetta generale della psichiatria, sono tuttavia assai diversi per presupposti, metodi, implicazioni.

Si pensi, ad esempio, alla lunga tradizione della psichiatria fenomenologica, o alle trasformazioni della pratica nei contesti dell’etnopsichiatria. Ciò detto, la “psichiatria normale” (e cioè, egemone) è indubbiamente quella del DSM e a questa, da qui in avanti, faremo riferimento.

Questa forma egemone di psichiatria rivendica la stessa oggettività delle altre branche mediche – nate, in buona sostanza, dal tavolo anatomico – ma patisce fin dall’inizio di un curioso handicap: non ha a disposizione un organo su cui verificare, con l’autopsia, la causa organica della malattia.

In un certo senso, l’organo della psichiatria è chiaramente l’encefalo, ma dove esso presenti effettivamente delle lesioni o alterazioni organiche, lì si apre il campo della neurologia. Nonostante i molti tentativi per potersi equiparare alle altre specialità della medicina, la psichiatria resta una disciplina senza organo, la cui ambizione epistemologica di essere tanto “oggettiva” e verificabile quanto la cardiologia o l’endocrinologia è continuamente frustrata.

Nondimeno, la sofferenza e la malattia mentale esistono eccome. Non potendo appoggiarle a un’alterazione organica oggettiva, bisognerà comprenderle per come si manifestano, attraverso i loro sintomi – e cioè, attraverso i comportamenti. E qui iniziano nuovi guai.

Come un secolo e mezzo di etnografia ha mostrato a sufficienza, quando si parla di emozioni e della loro regolazione, di comportamenti e della loro adeguatezza, di apprendimento e delle sue modalità, non vi è alcuna universalità, né alcuna stabilità nel corso del tempo. Non esiste nulla che somigli a un “soggetto universale”, un umano avulso dalla storia sul quale misurare una presunta normalità biologica o comportamentale.

Altrettanto problematica è la questione del legame tra le categorie psichiatriche e i valori dominanti come riflesso degli interessi delle classi egemoni. Alcuni casi emblematici sono noti: basti pensare all’omosessualità, che fino a pochi decenni era considerata un disturbo psichiatrico.

Altri, meno noti, danno però un’idea assai chiara del legame fra psichiatria e controllo sociale: nell’Ottocento Samuel Morton misura i crani di diverse popolazioni per dimostrare le gerarchie psichiche, cognitive ed emozionali fra le razze (ipotesi ripresa in Italia da Alfredo Niceforo a danno delle popolazioni meridionali): una ossessione, questa della misurazione dell’intelligenza umana, che si ritrova nei test del QI.

Scorrendo i testi di Roberto Beneduce si trovano soprattutto le questioni legate alla psichiatra nelle colonie e nei dispositivi razzisti: nel 1851 Samuel Cartwright conia il termine drapetomania per inquadrare diagnosticamente (cioè psichiatrizzare) il comportamento degli schiavi che cercavano ostinatamente di fuggire; negli anni Cinquanta del Novecento John Colin Dixon Carothers scrive un testo (per l’OMS!) sulla “mente africana” per comprendere le cause – ovviamente patologiche – della lotta anticoloniale, e in parte marxista, dei Mau Mau del Kenya (per lo più popolazione Kikuyu).

Questi casi estremi aiutano a capire fino a che punto la presunta oggettività scientifica della diagnosi s’intrecci, nella storia della psichiatria, con le necessità di controllo delle popolazioni e di giustificazione dell’oppressione.

La drastica de-socializzazione della malattia e del disagio fanno parte della strategia epistemologica del controllo. Da un punto di vista generale, la diagnosi psichiatrica condivide con tutta la medicina occidentale moderna il presupposto secondo cui la malattia è qualcosa di ontologicamente interno al soggetto e può quindi essere ridotta a un malfunzionamento biologico. Ciò equivale a confermare il presupposto neoliberista dell’individuo-monade e a silenziare tutto ciò che la malattia ha da dire sull’ordine sociale, economico e coloniale del mondo.

Facciamo un esempio: è assai probabile, in questi anni, che nel diagnosticarmi una gastrite il medico la legga come esclusivo fatto organico, legato alla cattiva alimentazione personale o magari a un difetto biologico o genetico; se e quanto il mio salario mi consenta un cibo di qualità, non è un problema che rientri nel suo ambito di competenze. Non è sempre stato così: fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta un potente movimento interno alla medicina teorizzava che non c’è cura del singolo malato senza “cura” delle condizioni che l’hanno reso tale. Ovvero, non c’è cura del singolo senza impegno politico per la collettività tutta.

Uno dei presupposti della critica antipsichiatrica – spesso ricordata da Piero Coppo – sta nel fatto che la “diagnosi” sarebbe una spada che spezza il cuore della gnosi: cioè consente di chiudere l’interezza delle contraddizioni sociali, dei rapporti materiali di dominio, delle egemonie e delle costruzioni del soggetto all’interno della struttura psichica del soggetto, se non proprio in qualche causa di tipo “organico”.

Nel caso della diagnosi psichiatrica infantile, dal disagio dei più piccoli spariscono tutte le responsabilità sociali. I comportamenti irregolari e i mancati apprendimenti sono letti come “guai organici”, disfunzioni interne al singolo, e non come risposte alle condizioni di vita, di disciplina e di controllo imposti ai bambini (come, peraltro, agli adulti) dalle condizioni di vita imposte dell’economia neoliberale.

Arriviamo, così, al punto cruciale di questa prima parte della discussione: l’attuale diffusione di diagnosi psichiatriche fra i minori non può essere letta estrapolandola dal contesto che produce malessere e non può essere staccata dalla storia, dalla società, dall’economia. E per essere chiari fino all’antipatia: l’ipotesi secondo cui l’incremento drammatico nelle diagnosi di autismo, di ADHD, di DSA ecc. sarebbe legata a questioni genetiche può venire solo da qualcuno che non ha idea dei tempi della genetica, oppure che è in malafede.

Bambini sempre meno socializzati; esposti a interazioni con dispositivi elettronici fin dall’età di pochi mesi; continuamente soggetti al controllo degli adulti; privi di un gruppo di pari e, spesso, anche di fratelli e sorelle; inquadrati in un sistema scolastico sempre più in affanno e che si vorrebbe sempre più performativo e selettivo; che per anni subiscono “contenuti per l’infanzia” di ineffabile idiozia; cresciuti da genitori (e spesso da un singolo genitore) perseguitati da condizioni sociali e lavorative in continuo peggioramento, traumatizzati dalla possibilità che dall’oggi al domani possa scomparire il mondo sociale che è il terreno stesso della crescita (v. i due anni di lockdown), rispondono a queste condizioni di obiettiva deprivazione sviluppando globalmente, e per così dire “generazionalmente”, una serie di “sintomi” che non sono altro che la traduzione, a livello individuale, di una più ampia deprivazione sociale e collettiva

Fine prima parte.

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