Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/05/2026
D’Istruzione pubblica/2. ADHD. “Vi faremo pagare ogni psicofarmaco che abbiamo dovuto inghiottire”
Secondo il Rapporto Nazionale Osmed 2024, il consumo di terapie a base di metilfenidato, risperidone e aripiprazolo ha subito l’aumento più alto in termini di utilizzo tra i medicinali rispetto all’anno precedente. Rispettivamente, l’uso è aumentato del 28,8%, del 14,3% e del 10,4%, un dato che riconferma la tendenza già presente nel Rapporto Nazionale Osmed dell’anno precedente.
Il metilfenidato, più noto col nome di Ritalin, o Medikinet, tolto nel 2003 dalla tabella di “tipo 1” delle sostanze stupefacenti e psicotrope (di cui fanno parte sostanze quali l’oppio, la cocaina e l’eroina) per tornare a commercializzarlo per l’ADHD, si posiziona al quinto posto degli psicofarmaci per il sistema nervoso centrale più utilizzati.
Il risperidone, impiegato nella terapia per il disturbo della condotta dei bambini dai cinque anni in su e per i soggetti adolescenti con non sufficiente prestazione intellettiva, si colloca invece all’ottavo posto della classifica.
Rispetto al 2023, l’atomoxetina e il metilfenidato, farmaci prescritti per il Disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD), hanno subito un aumento nelle prescrizioni del 24,9%, dato che potrebbe incrociarsi con l’aumento generalizzato dei tassi di prescrizione in tutto il mondo nel periodo successivo alla pandemia di Covid-19, evidenziato da numerosi studi epidemiologici.
Alcuni spiegano questi incrementi ipotizzando che queste condizioni, nei periodi precedenti, fossero celate e taciute. Ciò alimenta una percezione “positiva” dell’aumento nell’incidenza statistica di diagnosi e di prescrizioni farmacologiche.
Se non accompagnata da un buon livello di problematizzazione della questione, quest’interpretazione risulta parziale e destoricizzata. Come per ogni elemento di produzione umana, anche le categorie scientifiche sono il riflesso delle categorie storiche di una certa epoca e di certe sensibilità, nonché il risultato delle contingenze politico-economiche e culturali delle società stesse.
Il presupposto essenzialistico che vorrebbe l’umano come espressione diretta della propria biologia si traduce nell’idea secondo cui il singolo individuo può essere analizzato in sé, in maniera “isolata”, senza riferimenti al contesto di appartenenza e alla contingenza storica che lo ha prodotto, nel cui seno vengono prodotte categorie mentali, fisiche e modalità di gestione delle stesse, intese come politiche del corpo e della mente.
Qual è il percorso storico che ha portato alla costruzione delle categorie di disattenzione, iperattività e impulsività caratteristiche dell’ADHD?
Nel 1902, Sir George Frederick Still, pediatra presso il King’s College Hospital di Londra, individua l’esistenza di una particolare categoria di soggetti che, pur mostrando intelletto “normale”, è solita esibire comportamenti “antisociali”.
Secondo Still, i sintomi mostrati da questi soggetti avrebbero incluso l’incapacità di rimanere fermi, la tendenza al furto, l’assenza di pudore, l’immodestia e un approccio errato alla sessualità. Il quadro nosologico tracciato dal dottore londinese ha rappresentato, storicamente, l’origine concettuale della condizione che più tardi sarebbe stata battezzata come ADHD.
È da notare come l’interpretazione di Still faccia ricorso a una complessa categoria culturale, quella di “civilizzazione”, intesa come insieme di norme e pratiche attese dagli individui considerati “sani” e, al contrario, disattese dai “degenerati”.
Non è un caso che Still costruisca una correlazione diretta tra l’aspetto fisico e le facoltà mentali, inserendosi nel tracciato segnato dalla frenologia e dalla fisiognomica, pseudoscienze ancillari di una visione essenzialista dell’essere umano. Pochi anni dopo, a cavallo degli anni Venti, il contributo di Still viene recuperato dallo psicologo britannico Alfred F. Tredgold, alto membro dell’English Royal Commission on Mental Deficiency.
Riflettendo sull’introduzione dell’Education Act del 1876, Tredgold conferma la presenza di soggetti con le caratteristiche descritte da Still, inquadrati poi dal successivo English Mental Deficiency Act del 1913 come feeble-minded, deboli di mente. Analizzando diversi soggetti diagnosticati con Postencephalitic behavior disorder, una condizione che seguiva l’encefalite, Tredgold individua la presenza dei medesimi sintomi che poi diverranno centrali nel quadro eziologico dell’ADHD: comportamento antisociale, irritabilità, impulsività, passaggi umorali improvvisi e iperattività.
La correlazione individuata da Tredgold tra sintomatologia clinica e comportamento sociale fonda la sussunzione nell’ambito medico e biologico di elementi socioculturali quali la capacità di relazione, le emozioni e l’autocontrollo. È un passaggio chiave della storia diagnostica dell’ADHD, in quanto pone i fondamenti per la medicalizzazione del comportamento umano, non più inteso come fenomeno storico complesso, bensì come prodotto di un fondo biologico essenziale.
Negli anni Trenta il dottor Charles Bradley, direttore della Bradley Home – un istituto per la “tutela” di bambini e bambine con problematiche psico-emotive – sperimenta l’uso della benzedrina, uno psicostimolante sviluppato nel 1934 dalla casa farmaceutica Smith, Kline & French e commercializzato dall’anno successivo.
Pur utilizzando il campione gratuito offerto da SKF per trattare i mal di testa conseguenti allo pneumoencefalogramma, Bradley scopre che le metamfetamine presentano proprietà in grado di agire su sintomi quali la disattenzione e la bassa performatività scolastica: come, poco dopo, nel caso degli antidepressivi, è il farmaco che fa la malattia, anziché il contrario. Mentre con Tredgold si ufficializza il passaggio della condizione di iperattività, impulsività e disattenzione dall’ambito sociale a quello medico, con Bradley si inaugura invece il discorso relativo all’impiego di psicostimolanti.
Nel 1957 gli studi di Bradley vengono recuperati da Maurice Laufer, Eric Denhoff e Gerard Solomons, i quali ribadiscono l’utilità della funzione calmante della benzedrina al fine di disciplinare chimicamente soggetti con certi gradi di “deficienza” infantile.
L’iperattività diventa un’ansia collettiva anche per motivi politici: nel 1957 il satellite sovietico Sputnik dà il via alla corsa allo spazio mettendo in crisi la società USA, che comincia a domandarsi se il sistema di istruzione fosse a un livello tale da consentire agli statunitensi una posizione dominante nell’ambito del sapere globale. Dagli studi di Bradley sorge così la categoria di hyperkinetic impulse disorder, che restringe i sintomi della patologia intorno all’iperattività, all’impulsività e alla disattenzione.
Man mano che aumenta la preoccupazione per la brain race tra Stati Uniti e Unione Sovietica, lo sguardo posato sull’infanzia e sull’adolescenza da parte dell’expertise psicoeducativa e medica si declina sempre più in termini di performatività e autocontrollo (quest’ultimo inteso come caratteristica fondamentale per la realizzazione di un individuo sano).
Proliferano così nuove nomenclature, espressione di una medesima posizione essenzialista secondo cui queste condizioni sono causate da un danno biologico: minimal brain damage, minimal brain dysfunction, hyperkinesis, hyperactive syndrome ecc.
In una conferenza del 1963, tuttavia, l’Oxford International Study Group of Child Neurology boccia la suddetta posizione sicché, cinque anni dopo, la seconda edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Disorders declina la condizione con il nome di Hyperkinetic reaction of childhood.
In questa denominazione, il termine reaction esprime un’evidente matrice psicologica che permette un momentaneo abbandono delle spiegazioni di stampo esclusivamente neurologico. La Hyperkinetic reaction of childhood è descritta come conseguenza delle diverse interazioni con cui il soggetto si interfaccia e, quindi, come condizione direttamente connessa all’ambiente e all’esperienza individuale.
Mentre il dibattito tra le due posizioni divide la psichiatria, nel 1964 vengono pubblicati i risultati dei primi trial clinici condotti sull’utilizzo del Ritalin, sostenuti dalle caute ricerche di Eisenberg e Conners. La prospettiva di una terapia farmacologica apparentemente efficace e replicabile, con costi contenuti e dotata di una possibilità d’impiego più sostenibile, va a sostegno della posizione biologista.
D’altra parte, la natura biologica della malattia deresponsabilizza tanto l’ambiente pubblico quanto quello privato, enfatizzando i – presunti – limiti intrinseci dell’individuo: il soggetto viene deprivato della propria storia, e delle sue parti dolenti o traumatiche, fino a diventare il prodotto “meccanico” di processi chimici, biologici e neurologici. Da questo momento in poi, la storia dell’ADHD si posiziona saldamente nel paradigma biologista dell’expertise che se ne occupa.
Nel corso degli anni Settanta si consuma, così, un passaggio epistemologico fondamentale: bocciata negli anni Sessanta la nozione di “danno cerebrale”, adesso si comincia a leggere il cervello iperattivo, impulsivo e disattento attraverso la lente della “anormalità”.
Per quanto ciò possa sembrare una sorta di “ritorno alle origini”, si tratta di fatto di un nuovo paradigma. Mentre, infatti, autori come Still e Tredgold – che poggiavano le loro tesi su pseudoscienze quali la fisiognomica e la frenologia – appaiono ormai antiquati, la nuova expertise essenzialista, che pure adotta presupposti non dissimili, figura come assai più matura, seria e attendibile.
La differenza fra i due modelli è data dall’utilizzo di un linguaggio più neutro, privo di pregiudizi espliciti, nonché dalla proliferazione di nuove tecnologie che sembrano in grado di fondare un’oggettività biologica. Se nel primo Novecento ci si riferiva a categorie quali la felicità, la tristezza o l’impulsività, dalla seconda metà del secolo in poi si ragiona entro nuovi confini: termini quali sinapsi, dopamina, adrenalina e così via assumono sempre di più una funzione autoesplicativa e, in qualche senso, auto-avverante.
Il continuo ricorso al linguaggio scientifico ricolloca le caratteristiche e le decisioni individuali ponendole come espressione diretta del piano biologico, neurologico e genetico del soggetto.
All’interno del DSM III, pubblicato nel 1980, l’Hyperkinetic reaction of childhood muta in Attention deficit disorder, ADD. Ciò segna un altro passaggio fondamentale: lo slittamento verso l’analisi di un cervello considerato neurologicamente anormale porta a una maggiore attenzione per il più storicamente ignorato tra i tre sintomi della futura ADHD: la disattenzione. È solo con la revisione del DSM III pubblicata nel 1987 che nasce l’ADHD: Attention deficit and hyperactivity disorder.
Nonostante l’attuale DSM V sottolinei l’assenza di elementi biologici che confermino la natura neurologica dell’ADHD, quest’ultima resta la pista maggiormente battuta dagli studi sull’ADHD, che si concentrano soprattutto sugli studi sui gemelli, su genome-wide association studies e sul neuro-imaging. In tal modo, il soggetto viene “chiuso in sé stesso”, estrapolato dal contesto storico e dagli spazi esperienziali: una mossa perfettamente coerente con l’idea filosofica propugnata dal neoliberismo.
La stessa categoria di ADHD, che nel discorso egemone viene correntemente descritta come condizione genetica e biologica, assume una forma sfumata e inafferrabile, in quanto l’evoluzione epistemologica della nozione segnala l’azione di un presupposto normativo. Pratiche quali il collezionismo, la fissazione su un argomento, l’utilizzo non standard del proprio corpo e il rapporto con il tempo e lo spazio vengono sussunte dall’etichetta diagnostica.
In questo senso, la genealogia dell’ADHD illumina il lungo percorso entro cui un soggetto con caratteristiche valutate devianti o disfunzionali (un soggetto disattento, impulsivo e passionale), indipendentemente dalla sua storia e dalle sue istanze, è ricondotto a una categoria medico-psichiatrica ed etichettato come “fuori della norma”, e cioè anormale, patologico e, infine, disabile.
In termini storici, antropologici ed epigenetici, tuttavia, l’attuale esplosione del discorso psichiatrico è inseparabile dalle condizioni sociali (economiche, politiche, geopolitiche e, in senso ampio, antropologiche) entro cui esso è chiamato ad agire. Se anche la natura biologica dell’ADHD fosse confermata, le vere domande da porsi resterebbero senza risposta.
Che cosa, in una certa cultura, vale come disabilità e cosa no? In base a quali presupposti normativi la disabilità viene individuata, quantificata e trattata? Perché, nell’occidente egemone, chi non ne vuole sapere della disciplina scolastica riceve una diagnosi? E poiché non è possibile ipotizzare che la diffusione epidemica dell’ADHD sia legata alla diffusione di “geni malati” (che richiederebbe migliaia di anni per manifestarsi), quali sono le condizioni (familiari, scolastiche, ambientali, ecologiche) che scatenano nei bambini la risposta detta ADHD? Telegraficamente: lungo quali piste l’ADHD è socialmente prodotto?
Un’ADHD senza storia assume, infatti, la forma di una categoria spuria, che rischia di essere sovrautilizzata a tutto vantaggio delle case farmaceutiche, e con il risultato di grandi masse di persone medicalizzate fin dall’infanzia. Alcuni temono che queste generazioni, precocemente stordite dalla psico-chimica, potrebbero non essere disponibili a forme di critica radicale, ma non è detto.
Durante l’occupazione dell’ateneo genovese nella primavera del 2021, uno dei comunicati diceva: «Vi faremo pagare ogni psicofarmaco che abbiamo dovuto inghiottire». Le vie della ribellione sono infinite.
Qui la prima parte del saggio: D’Istruzione pubblica/1. “Abilismo”, medicalizzazione e categorie diagnostiche infantili.
Fonte
11/05/2026
D’Istruzione pubblica/1. “Abilismo”, medicalizzazione e categorie diagnostiche infantili
Il tema della disabilità è stato un tema importante di tutta la discussione. Molte persone avevano trovato tremendo il passaggio del doc in cui una docente racconta come si è resa conto da grande di essere stata una dsa a scuola, ma che l’avercela fatta da sola senza certificazione l’ha resa più sicura di sé.
Sulla questione certificazioni c’è stata una opposizione polare: chi dice sono fondamentali, per fortuna che riusciamo a seguire anche in modo faticoso persone per cui non avremmo una didattica adeguata attraverso una certificazione, per altri sono la scusa che molti insegnanti usano per non fare un cazzo o farlo male. Melchiorre ha detto a un certo punto: Perché non ve la prendete con gli insegnanti di sostegno che gli interessa solo di prendere punti perché non possono insegnare sulla loro classe di concorso? Metà della sala ha applaudito.
Di segno opposto è stato l’intervento di Simona D’Alessio, preside, ricercatrice di disability studies, che ha riportato l’attenzione al fatto che una scuola democratica, dove si applica quella pedagogia, senza piegarla a una torsione neoliberista, è possibile. Ha rivendicato l’inclusione, le competenze, la progettazione.
Forse la frase della docente, riferita peraltro a sé stessa, è troppo poco per accusare l’intero documentario di Greco e Melchiorre di “abilismo”. I difetti del film, semmai, ci sembrano stare altrove, e in ogni caso non sono rilevanti per questo dibattito.
Di per sé, i DSA aprono una questione specifica: quello relativa al nesso fra il neuro-funzionamento specifico di una persona, che si suppone essere un fatto oggettivo e dimostrabile, e la distribuzione e performatività dei carichi cognitivi (calcolo, scrittura, lettura ecc.). La gran parte della discussione in corso dà per scontato questo nesso, il quale, tuttavia, è tutt’altro che dimostrato.
C’è un dibattito non concluso e le voci critiche non sono poche (compresa quella di Daniele Novara, pedagogista piuttosto noto, che già ne scriveva anni fa qui). Francamente, che la frase “gli uomini e le donne sono tutte uguali” sia sbagliata è una idea così pericolosa che, prima di accoglierla, vorremmo qualche certezza in più.
Ma il problema è un altro: la questione dei DSA rientra in quel meccanismo di psicologizzazione-psichiatrizzazione che Robert Castel aveva individuato come uno degli aspetti delle nuove forme di governo delle popolazioni. Essa attiene alla questione del soggetto, in particolare alla “costruzione della soggettività” basata sulla debolezza e sulla sofferenza come unica possibilità di accedere ad una accettata rivendicazione di “diritti” (più “concessioni”), e che finisce per costruire un soggetto incapace di ribellarsi perchè abituato a viversi più come “portatore di traumi” e “bisognoso di aiuto” che partigiano disposto a prendersi ciò che gli spetta.
La questione dei DSA rimanda all’intero mondo della patologizzazione dell’infanzia e all’ossessione performativa di un modo di produzione che ha nell’istruzione un territorio da colonizzare per la formazione della forza lavoro e la riproduzione ideologica del “senso comune”.
Una questione che noi affrontiamo tuttavia attraverso la più ampia questione “psichiatrica” e che portiamo a ragionamento a partire dall’infinito dibattito sulla “oggettività” scientifica (e, in particolare, della psichiatria) e dell’ADHD che è un po’, insieme allo spettro autistico, il grande riferimento della gestione della “devianza infantile”.
Lo faremo in due puntate: la prima dedicata alla psichiatria, la seconda all’ADHD.
La psichiatria nella storia
In questo intervento proveremo a riflettere sul tema delle diagnosi psichiatriche infantili a partire da un punto di vista decentrato rispetto al discorso egemone. Le categorie diagnostiche della psichiatria infantile, infatti, non sono né assolute, né oggettive, ma, come tutte le categorie scientifiche, provengono da una specifica costruzione storico-sociale che dev’essere conosciuta se si vuole evitare la vecchia trappola della naturalizzazione dei fenomeni e della malattia. Tenendo conto, tuttavia, che in questo momento storico le categorie diagnostiche della psichiatria costruiscono la normalità dei soggetti attraverso la definizione di ciò che è patologico, la ricostruzione della loro storia epistemologica e operativa è politicamente imprescindibile.
Tutto ciò si lega, peraltro, alla questione dell’“autonomia di classe”, impostata dallo stesso Gramsci, che costringe a chiedersi come debbano comportarsi i lavoratori e le lavoratrici di questo paese (e di tutti gli altri) di fronte a quella particolare oggettività fantasmatica attribuita dall’ideologia egemone alle categorie scientiste che naturalizzano l’ordine sociale.
Nel far ciò, ci iscriviamo in una tradizione che rivendica il “metodo scientifico” (e, più in generale, la postura critica), ma rifiuta l’idea di un’oggettività esterna alla storia e data una volta per tutte, l’oggettività universale e assoluta presupposta, appunto, dallo scientismo.
La diagnosi psichiatrica, e in special modo quella sui minori (che coinvolge anche valutazioni relative all’apprendimento e al comportamento), si trova oggi nell’intersezione di tre grandi spinte: quella diretta alla desocializzazione della malattia; quella relativa alla produzione del soggetto performativo neoliberale; quella generata dai profitti che vengono della farmacologizzazione del disagio.
In questa serie di tre interventi tratteremo delle prime due spinte, provando a riflettere sull’oggettività delle categorie nosologiche, sulla loro costruzione storica e sui presupposti della soggettività neoliberale. Non tratteremo invece – in quanto già assai nota – la questione dei profitti generati della farmacologizzazione delle malattie e dal disease mongering, che tuttavia resta ben salda sullo sfondo di quel che diremo.
Partiamo con una cautela fondamentale: la psichiatria non è una, ma molte. Se quella egemone è dominata dall’American Psychiatric Association, che periodicamente aggiorna il DSM (il Manuale Diagnostico Statistico imposto a livello mondiale, negli ultimi vent’anni, come unico standard per le diagnosi), ci sono anche modi della cura mentale che, pur restando sotto l’etichetta generale della psichiatria, sono tuttavia assai diversi per presupposti, metodi, implicazioni.
Si pensi, ad esempio, alla lunga tradizione della psichiatria fenomenologica, o alle trasformazioni della pratica nei contesti dell’etnopsichiatria. Ciò detto, la “psichiatria normale” (e cioè, egemone) è indubbiamente quella del DSM e a questa, da qui in avanti, faremo riferimento.
Questa forma egemone di psichiatria rivendica la stessa oggettività delle altre branche mediche – nate, in buona sostanza, dal tavolo anatomico – ma patisce fin dall’inizio di un curioso handicap: non ha a disposizione un organo su cui verificare, con l’autopsia, la causa organica della malattia.
In un certo senso, l’organo della psichiatria è chiaramente l’encefalo, ma dove esso presenti effettivamente delle lesioni o alterazioni organiche, lì si apre il campo della neurologia. Nonostante i molti tentativi per potersi equiparare alle altre specialità della medicina, la psichiatria resta una disciplina senza organo, la cui ambizione epistemologica di essere tanto “oggettiva” e verificabile quanto la cardiologia o l’endocrinologia è continuamente frustrata.
Nondimeno, la sofferenza e la malattia mentale esistono eccome. Non potendo appoggiarle a un’alterazione organica oggettiva, bisognerà comprenderle per come si manifestano, attraverso i loro sintomi – e cioè, attraverso i comportamenti. E qui iniziano nuovi guai.
Come un secolo e mezzo di etnografia ha mostrato a sufficienza, quando si parla di emozioni e della loro regolazione, di comportamenti e della loro adeguatezza, di apprendimento e delle sue modalità, non vi è alcuna universalità, né alcuna stabilità nel corso del tempo. Non esiste nulla che somigli a un “soggetto universale”, un umano avulso dalla storia sul quale misurare una presunta normalità biologica o comportamentale.
Altrettanto problematica è la questione del legame tra le categorie psichiatriche e i valori dominanti come riflesso degli interessi delle classi egemoni. Alcuni casi emblematici sono noti: basti pensare all’omosessualità, che fino a pochi decenni era considerata un disturbo psichiatrico.
Altri, meno noti, danno però un’idea assai chiara del legame fra psichiatria e controllo sociale: nell’Ottocento Samuel Morton misura i crani di diverse popolazioni per dimostrare le gerarchie psichiche, cognitive ed emozionali fra le razze (ipotesi ripresa in Italia da Alfredo Niceforo a danno delle popolazioni meridionali): una ossessione, questa della misurazione dell’intelligenza umana, che si ritrova nei test del QI.
Scorrendo i testi di Roberto Beneduce si trovano soprattutto le questioni legate alla psichiatra nelle colonie e nei dispositivi razzisti: nel 1851 Samuel Cartwright conia il termine drapetomania per inquadrare diagnosticamente (cioè psichiatrizzare) il comportamento degli schiavi che cercavano ostinatamente di fuggire; negli anni Cinquanta del Novecento John Colin Dixon Carothers scrive un testo (per l’OMS!) sulla “mente africana” per comprendere le cause – ovviamente patologiche – della lotta anticoloniale, e in parte marxista, dei Mau Mau del Kenya (per lo più popolazione Kikuyu).
Questi casi estremi aiutano a capire fino a che punto la presunta oggettività scientifica della diagnosi s’intrecci, nella storia della psichiatria, con le necessità di controllo delle popolazioni e di giustificazione dell’oppressione.
La drastica de-socializzazione della malattia e del disagio fanno parte della strategia epistemologica del controllo. Da un punto di vista generale, la diagnosi psichiatrica condivide con tutta la medicina occidentale moderna il presupposto secondo cui la malattia è qualcosa di ontologicamente interno al soggetto e può quindi essere ridotta a un malfunzionamento biologico. Ciò equivale a confermare il presupposto neoliberista dell’individuo-monade e a silenziare tutto ciò che la malattia ha da dire sull’ordine sociale, economico e coloniale del mondo.
Facciamo un esempio: è assai probabile, in questi anni, che nel diagnosticarmi una gastrite il medico la legga come esclusivo fatto organico, legato alla cattiva alimentazione personale o magari a un difetto biologico o genetico; se e quanto il mio salario mi consenta un cibo di qualità, non è un problema che rientri nel suo ambito di competenze. Non è sempre stato così: fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta un potente movimento interno alla medicina teorizzava che non c’è cura del singolo malato senza “cura” delle condizioni che l’hanno reso tale. Ovvero, non c’è cura del singolo senza impegno politico per la collettività tutta.
Uno dei presupposti della critica antipsichiatrica – spesso ricordata da Piero Coppo – sta nel fatto che la “diagnosi” sarebbe una spada che spezza il cuore della gnosi: cioè consente di chiudere l’interezza delle contraddizioni sociali, dei rapporti materiali di dominio, delle egemonie e delle costruzioni del soggetto all’interno della struttura psichica del soggetto, se non proprio in qualche causa di tipo “organico”.
Nel caso della diagnosi psichiatrica infantile, dal disagio dei più piccoli spariscono tutte le responsabilità sociali. I comportamenti irregolari e i mancati apprendimenti sono letti come “guai organici”, disfunzioni interne al singolo, e non come risposte alle condizioni di vita, di disciplina e di controllo imposti ai bambini (come, peraltro, agli adulti) dalle condizioni di vita imposte dell’economia neoliberale.
Arriviamo, così, al punto cruciale di questa prima parte della discussione: l’attuale diffusione di diagnosi psichiatriche fra i minori non può essere letta estrapolandola dal contesto che produce malessere e non può essere staccata dalla storia, dalla società, dall’economia. E per essere chiari fino all’antipatia: l’ipotesi secondo cui l’incremento drammatico nelle diagnosi di autismo, di ADHD, di DSA ecc. sarebbe legata a questioni genetiche può venire solo da qualcuno che non ha idea dei tempi della genetica, oppure che è in malafede.
Bambini sempre meno socializzati; esposti a interazioni con dispositivi elettronici fin dall’età di pochi mesi; continuamente soggetti al controllo degli adulti; privi di un gruppo di pari e, spesso, anche di fratelli e sorelle; inquadrati in un sistema scolastico sempre più in affanno e che si vorrebbe sempre più performativo e selettivo; che per anni subiscono “contenuti per l’infanzia” di ineffabile idiozia; cresciuti da genitori (e spesso da un singolo genitore) perseguitati da condizioni sociali e lavorative in continuo peggioramento, traumatizzati dalla possibilità che dall’oggi al domani possa scomparire il mondo sociale che è il terreno stesso della crescita (v. i due anni di lockdown), rispondono a queste condizioni di obiettiva deprivazione sviluppando globalmente, e per così dire “generazionalmente”, una serie di “sintomi” che non sono altro che la traduzione, a livello individuale, di una più ampia deprivazione sociale e collettiva
Fine prima parte.
Fonte
14/07/2025
La salute mentale è politica
di Gioacchino Toni
Piero Cipriano, La salute mentale è politica. Quello che non vediamo della psichiatria e che ci riguarda tutti, Fuori Scena, Milano 2025, pp. 192, cartaceo € 17,00, digitale € 11,99
Riprendendo Franco Basaglia, quando afferma che dire no al manicomio significa dire no alla miseria del mondo, nel suo nuovo libro, La salute mentale è politica (2025), Piero Cipriano scandisce perentoriamente i suoi no anche alle moderne varianti smart del manicomio; no ai reparti chiusi (SPDC), no alle bibbie diagnostiche (DSM) e agli psicofarmaci prescritti in quantità industriale (Big Pharma) destinati, presto, a inglobare le molecole psichedeliche depotenziate finalizzandole al mero reintegro produttivo di chi manifesta sofferenza mentale.
Tutti questi no, che possono essere riassunti con un no alla psichiatria per come si è data nel corso della sua, tutto sommato, breve e mutevole storia, per ribadire la necessità di fare i conti con la miseria del mondo, con la complessità delle cause sociali delle sofferenze.
Oltre a far notare come la storia della psichiatria sia sostanzialmente storia di psichiatri, di diagnosi, di terapie e di repressione dei sofferenti e non di questi ultimi, Cipriano sostiene che, lungo tutta la sua storia, questa si è rivelata uno strumento utile al capitale per nascondere le sue responsabilità. Piuttosto che confrontarsi con la cause sociali delle sofferenze, la psichiatria si rifugia nelle risposte semplici e semplicistiche che ieri prevedevano l’internamento manicomiale, oggi l’etichettamento diagnostico e la prescrizione farmacologica. Insomma, oltre che scienza, la salute mentale, sostiene l’autore, è assolutamente anche politica.
Il manicomio concentrazionario nato in Francia sul finire del Settecento per segregare e separare quanti vengono considerati folli dai carcerati e dal resto della società, in Italia muore in seguito alle battaglie condotte da Basaglia e un manipolo di suoi collaboratori, nell’ambito di una più generale messa in discussione delle istituzioni, non solo totali, che attraversa il paese, che portarono alla Legge 180 del 1978, poi assorbita all’interno della Legge 833 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale.
Nel suo tentativo di restituire al mondo coloro che ne sono stati esclusi, Basaglia è certamente mosso da un intento terapeutico, scientifico, ma al tempo stesso politico: è infatti in lui chiaro che occorre cambiare radicalmente la società che li ha rinchiusi affinché possa riaccoglierli pienamente. È per questo che, quella basagliana, può dirsi a tutti gli effetti anche una rivoluzione politica.
Per quanto deludente agli occhi del gruppo basagliano – una riforma più radicale avrebbe però necessitato di una società più avanzata rispetto a quella dell’epoca – quella legge rappresenta un’innegabile atto politico, una svolta radicale in senso libertario nel modo di affrontare la sofferenza mentale e chi ne è colpito. Nonostante la chiusura sancita per legge, il manicomio, nella sua logica profonda, si è però rivelato duro a morire e lo spazio lasciato dalla chiusura di quel dispositivo di annientamento dell’essere umano, interessato più a segregare i devianti affetti da una qualche forma di disagio mentale che non a curarli e restituirli alla società, viene presto occupato da nuove forme di controllo e coercizione.
Alla conquista della scena da parte dei dannati della terra negli anni Sessanta e Settanta, risponde un decennio apertosi all’insegna del rappel à l’ordre; è il decennio in cui, tra le altre cose, prende vita la “neotelevisione”, potentissima spacciatrice di disimpegno, edonismo, egoismo e qualunquismo, capace di riscrivere sogni e desideri a suon di risate e applausi a comando ponendo le basi per quel processo di spettacolarizzazione e mercificazione dell’immaginario che, nel giro di qualche decennio, dal tubo catodico si espanderà all’universo digitale della rete.
Nel 1980, proprio nell’anno della morte di Basaglia e della marcia antisindacale dei quarantamila a Torino, esce il DSM-III, ennesimo aggiornamento del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders dell’American Psychiatric Association, la “bibbia diagnostica” degli psichiatri, che, accantonate diverse teorie e interpretazioni dei disturbi psichici, si proietta nella pura descrizione di sintomi.
L’uscita del DSM-III, sottolinea Cipriano, rappresenta davvero un momento di svolta importante nell’ambito della gestione del disagio mentale e di coloro che la società considera devianti, cioè quanti, come hanno perfettamente colto Franco Basaglia e Franca Ongaro (La maggioranza deviante, 1971), risultano improduttivi. In ossequio alla logica capitalista, anche costoro sono tenuti a partecipare, in un modo o nell’altro, al ciclo produttivo, da qui la necessità di considerarli a tutti i costi malti, affinché il sistema della produzione possa organizzare le sue cliniche e i suoi imprenditori della cura e della follia.
Ai tradizionali luoghi fisici di reclusione si sono così sostituiti – o, meglio, affiancati, in quanto mai completamente scomparsi – nuovi metodi di gestione dei devianti basati su etichette diagnostiche e prescrizione di psicofarmaci in quantità industriale, è davvero il caso di dire. A partire dagli anni Ottanta prende dunque piede l’era di quello che l’autore definisce il “manicomio chimico”: perse le tradizionali caratteristiche concentrazionali edilizie, è come se il manicomio si fosse trasferito direttamente nella testa degli individui, nei loro pensieri e in quelle vie neurotrasmettitoriali che li regolano.
La via diagnostico-psicofarmacologica, inoltre, amplia incredibilmente il suo bacino di intervento proponendo/imponendo, in una società indotta alla performance e alla vetrinizzazione, il giusto farmaco per ogni stato emotivo sopra o sotto le righe. Lo spostare allo spazio mentale (privato-individuale) ciò che appartiene allo spazio socio-politico (pubblico e collettivo) permette all’ordine politico-economico di semplificare le cose.
Tale sistema, basato sulla diagnostica, sulla catalogazione e sull’etichettatura identitaria applicata a chiunque risulti affetto da un disturbo o da una malattia, estende a dismisura i confini di questa nuova forma di manicomio. Non importano le cause del disagio e nemmeno gli effetti della cura sul lungo periodo; ad ogni etichetta proposta dalla “bibbia diagnostica” – giunta nel frattempo alla versione DSM-5-TR del 2022 – corrisponde un farmaco, una tecnica psicoterapeutica, un luogo di rieducazione, identificazione, pena, espulsione utile a rendere profittevoli i devianti.
Se nella prima metà del Novecento la psichiatria propone un trattamento differenziato per chi è affetto da disagio mentale in base alla possibilità o meno di un suo recupero al ciclo produttivo – oppressione e segregazione per gli irrecuperabili e psicanalisi per gli altri – le cose cambiano nella seconda metà del secolo con l’arrivo dei farmaci che, per certi versi, semplificano le cose venendo prescritti praticamente a tutti, per quanto nelle classi più agiate a questi si affianchino le tante pratiche psicoterapiche che si possono permettere.
La moderna psichiatria è politica in quanto tende a nascondere i problemi sociali dietro a quelli individuali e privati perché, scrive Cipriano,
psicologia, psichiatria, psicanalisi sono divenute tecniche ideologiche. Strumenti di Stato o, meglio, tecniche al servizio del capitale, atte a suggerire, “a livello di massa”, un “modo di interpretare la realtà” in termini rigorosamente non politici. I problemi politici vengono sapientemente camuffati dalla tecnica psicopolitica come problemi scientifici, ovvero di inconscio. Ecco, dunque, che la psichiatria fa politica. [...] Il depresso che va dallo psichiatra pensa di andare da un medico, invece consulta un politico (p. 47).
In un tale contesto lo psichiatra si preoccupa di nascondere i sintomi per provare a riadattare coloro che soffrono a quella stessa realtà che li fa soffrire, ecco perché «la psichiatria, la psicanalisi, le psicoterapie e gli psicofarmaci sono oggi indifferentemente buoni per sani e malati, pur essendo fruiti in maniera del tutto diversa dalle due categorie. Cosmesi buona per tutti» (p. 47).
Il modello di cura mentale fondato sul binomio diagnosi-farmaco continua ad avere successo perché è quanto di più semplice e deresponsabilizzante si possa pretendere. Questo tipo di psichiatria è vincente, scrive Cipriano, anche perché, a differenza dell’antipsichiatria, della psichiatria critica e della psichiatria-non-solo-farmacologica, può contare sul sostegno economico, culturale e di immaginario del capitalismo.
La svolta farmacologica della psichiatria degli anni Ottanta ha le sue radici nei Cinquanta, quando vengono poste le basi per poter disporre, nel giro di un decennio, di alcuni farmaci in grado di agire su importanti dimensioni psicopatologiche. Parallelamente a questa storia della psichiatria farmacologica, si è sviluppata anche la storia della psichedelia occidentale lungo un percorso che può essere così schematizzato: una fase pionieristica, che ha preso il via sin dai primi anni Quaranta, a cui la stessa psichiatria dell’epoca ha, per qualche tempo, guardato con interesse; un periodo contraddistinto dalla messa al bando negli anni Settanta delle molecole psichedeliche, segnato da pratiche clandestine; un recente rinascimento, che può dirsi iniziato attorno al cambio di millennio forte anche di una serie di studi scientifici portati avanti soprattutto in alcune università inglesi e statunitensi.
Mentre la farmacologia ufficiale si è concentrata su sostanze volte a restringere, crepuscolarizzare la coscienza o, nel caso degli antidepressivi, a concedere un’euforia priva di felicità, la psichedelia ha guardato in direzione opposta, all’apertura della coscienza. Il sostanziale fallimento della farmacologia ufficiale ha contribuito a riportare alla luce del sole l’universo psichedelico anche se, sottolinea Cipriano, il suo rinascimento si sta indirizzando a trattare esclusivamente quanti possono essere ricondotti in società all’interno del ciclo produttivo, lasciando agli irrecuperabili gli antipsicotici depot (LAI).
La psichiatria capitalista, di fronte agli insuccessi farmacologici, ha fiutato il business che potrebbe derivare da quelle «molecole ingestibili» che aveva rifiutato e demonizzato in passato. Il rinascimento psichedelico, sostiene l’autore, sembra dunque avviarsi verso una direzione conservatrice, decidendo di non rompere con la psichiatria tradizionale.
Come esempio di uso capitalistico delle sostanze psichedeliche finalizzato al potenziamento neurale si veda il ricorso che sempre più frequentemente vi fanno quanti vivono alla costante ricerca di trovate in grado di sbaragliare il mercato. «Microdosing per tutti i creativi, i talenti, i geni: non molecole dell’espansione coscienziale, della dissoluzione dell’ego, ma una sorta di cocaina senza effetti avversi che inflazioni l’ego e performi i colpi di genio dei super performativi» (p. 125). Il capitalismo si rivela ancora una volta abile nel ricondurre tutto alla propria logica, comprese «le terapie o sostanze o droghe psichedeliche tornate prepotentemente alla ribalta» (p. 125).
Come il manicomio, anche la psichiatria, non volendo morire, si trasforma ancora una volta e dopo aver messo l’universo psichedelico fuori legge, ecco che non disdegna di recuperarlo piegandolo, però, al mantenimento dello status quo. Ecco allora i grandi produttori di farmaci prodigarsi nel sintetizzare forme di psilocibina o DMT attenuate, non visionarie, affinché curino i cervelli senza che cambi l’esperienza delle persone.
La cura senza toccare gli stati di coscienza. Senza illuminazione, intuizione, insight. La coscienza è politica, e gli umani devono essere pacificati, adattati, ammansiti, narcotizzati, non svegliati dal sonno politico in cui, da qualche decennio, sono stati ulteriormente fatti sprofondare (p. 127).
Insomma, in un contesto caratterizzato dall’individualismo, dall’efficientismo, dal produttivismo, dal consumismo, dalla competitività e dallo sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano e sull’ambiente in cui vive, i guardiani dello status quo si stanno prodigando, con successo, affinché anche l’universo psichedelico si pieghi alla logica capitalista divenendo il prossimo manicomio.
Alla luce di tutto ciò, occorre ammettere, una volta per tutte, scrive Cipriano, che alla psichiatria, sia quella ufficiale che quella alternativa, mancano idee nuove.
Se vogliamo andare finalmente oltre questa separazione cartesiana tra mente e corpo, è chiaro che abbiamo bisogno di un’altra psichiatria e perfino, forse, di una medicina diversa. Di passare da una psichiatria ormai pressoché esclusivamente biologica a una salute mentale che sia biologica, psicologica, sociale, economica, politica, antropologica e – perché no – spirituale (p. 147).
Nel sostenere con estrema lungimiranza che la «terapia è lotta alla miseria», scrive Cirpriano, Basaglia tralascia quel bisogno di trascendenza presente in ogni essere umano a cui invece guarda Ronald Laing. Per raggiungere un modello di cura che sia prevenzione e restituzione di salute mentale occorre allora abbandonare la psichiatria come si è abbandonato il manicomio perché
la psichiatria è, oggi, il nuovo manicomio. Con i suoi dogmi (il cervello rotto), le sue centinaia di diagnosi (che diventano prognosi autoavverantesi) i suoi farmaci (unica terapia possibile), la sua incapacità (o la sua non volontà) di sintonizzarsi sui determinanti sociali, economici e politici, per non dire su quel bisogno di trascendenza che ci appare sotto forma di sintomi che definiamo psicotici (pp. 157-158).
Occorrerebbe eliminare gli SPDC, che si sono rivelati piccoli manicomi, rivoluzionare i CSM facendone delle case della salute mentale ai margini della città e inseriti nella natura, «fare salute mentale nei luoghi in cui si vive, negli ambienti con cui si ha confidenza: a casa, nelle scuole, sui posti di lavoro» (p. 158), luoghi che si sono fatti nuclei di solitudini anziché comunità.
Dovremmo cercare di ricreare la piazza, l’agorà dove ritrovarsi, riconoscersi, incontrarsi, confrontarsi, decidere, fare vera democrazia dal basso. Quella comunità che, con un atto di magia nera, ci è stata sottratta, sostituita con un luogo non fisico, non geografico, virtuale: le piazze dei social network, con amici e follower illusori, ci hanno resi monadi, hikikomori che si illudono di essere nel mondo. (p. 159)
La salute mentale, sostiene dunque Cipriano, oltre che scienza è anche politica, una politica che dovrebbe essere anarchia, intendendo quest’ultima come «cooperazione, relazione e insieme rispetto, ascolto dell’altro», come ricerca della propria libertà alla luce della libertà altrui. «Così intesa l’anarchia ha molto a che fare con la coscienza» (p. 179).
Da parte sua il potere (stato e capitale) continua a prodigarsi affinché restino ben chiuse le porte della percezione, i mondi della trascendenza a cui sarebbe possibile avere accesso. «Un cervello acceso e una coscienza espansa – che può ogni tanto e consapevolmente trascendere la realtà ordinaria – però, sono difficilmente ingabbiabili negli schemi, nei dogmi, nelle convenzioni e nei tabù del realismo capitalista» (p. 180). Ecco perché la salute mentale è (anche) politica.
25/10/2023
Guillermo Borja, il più selvaggio tra i terapeuti selvaggi
di Piero Cipriano
Basta con tutti questi terapeuti inutili, fabbricati con un manicomio nosologico che gli impedisce ormai di vedere persone ma – con occhiali psicopatologizzanti che non riescono più a levarsi dal naso – capaci di vedere solo diagnosi e malati. Non ci interessano più.
Dico non ci interessano perché non solo non interessano me, ma non interessano centinaia, migliaia, milioni di persone patologizzate e diagnosticate che cercano una risposta, una cura, in questi terapeuti anodini e – come sapete tutti – non la trovano.
Ci interessano invece i pochi terapeuti che hanno il coraggio di essere selvaggi. Anarchici e selvaggi. A cominciare da Jung che insegnò, a quelli che si ponevano dietro il divano – il suo maestro in primis, il neurologo viennese che non sapeva ipnotizzare e decise di lavorare con l’attenzione fluttuante ma per il timore di scottarsi con lo sguardo folle del paziente gli si mise dietro, protetto dallo sguardo contagioso dell’analizzando, e per essere ancora più protetto dal fuoco della follia stabilì che solo il tipo nevrotico può accedere all’analisi, il tipo psicotico no, troppo pericoloso da analizzare – a mettersi di fronte, e insegnò l’etica del sacrificio ovvero: imparare a scottarsi col fuoco della follia.
Dopo di lui altri antifreudiani, da Otto Ranck che col trauma della nascita porta l’inconscio freudiano – fermo ai primi anni di vita – fin dentro l’utero, e poi Sándor Ferenczi che crede nella telepatia e poi Wilhelm Reich e altri ancora.
Tra questi Eugène Minkowski, che stabilì la diagnosi per sentimento o per penetrazione o per intuizione – gefüldiagnose – ispirandosi a Henri Bergson. Un salto nel tempo di mezzo secolo e siamo a Timothy Leary, che prima di proporre il pasto psichedelico all’intera popolazione americana volle curare, coi funghi psichedelici, i detenuti considerati psicopatici – ovvero senza sentimento – di un carcere di massima sicurezza. E poi Ronald Laing che a Kingsley Hall prova a convivere con la schizofrenia di quelle persone ugualmente a David Cooper che a Villa 21 si spinge oltre, riuscendo a diventare schizofrenico.
Tentativi nobili e selvaggi quanto inefficaci finché uno psichiatra anarchico si trova a dirigere un manicomio e decide – è Franco Basaglia – che i dannati della terra, esseri umani seppelliti nella pancia del manicomio, devono ritornare in città. Basaglia è Ulisse che guida il cavallo blu in città, un cavallo coi folli stivati nella pancia, che hanno di nuovo il diritto di riabitare la città.
Dimentico alcuni, perché ce ne sono di terapeuti selvaggi. Leo Zeff è un altro che ha vissuto per vent’anni come un criminale, avendo scelto di continuare l’attività di terapeuta con le molecole psichedeliche nonostante la proibizione del 1971. The secret chief, lo definisce Terence McKenna. Il capo segreto dei terapeuti psichedelici clandestini americani.
L’elenco sarebbe infinito, dei terapeuti selvaggi.
Che, se la psichiatria – arte di curare l’anima, che grande sciocchezza in quest’etimo: tu, misero psichiatra, pretendi di curare l’anima? Suvvia – ha ancora un po’ di senso è perché, ogni tanto, uno di questi terapeuti radicali e selvaggi ha messo piede nella casa della psichiatria. Per cambiarla – ristrutturarla – o per distruggerla.
Ma il più selvaggio di tutti i terapeuti selvaggi che hanno provato a inselvaticare la psichiatria – o la psicoterapia; insomma, la pratica di curare gli umani – è Guillermo Bojra. Ciò non significa che abbia fatto tutto bene e solo il buono, nei 44 anni che gli è stato concesso di vivere.
La locura lo cura, titolo del suo libro, editato da Spazio Interiore, potremmo eleggerlo a suo motto. O, anche, medico poeta y loco de todo tenemos un poco.
È stato un uomo brutale con tutti e soprattutto con se stesso, ciò che scrive Cèline di Ignàc Semmelweis – altro terapeuta selvaggio che non viene creduto nella sua scoperta della causa della sepsi puerpuerale e finisce i suoi giorni in manicomio – sembra attagliarsi bene a Guillermo Borja.
Così lo definisce Claudio Naranjo – che Borja aveva eletto a suo maestro. E sì perché Guillermo Borja, terapeuta che va in prigione perché cura con le piante visionarie, aveva avuto vari maestri, tutti altrettanto selvaggi. A cominciare da Maria Sabina, la sabia mazateca che curava coi teonanancàtl – la carne di Dio – e se non era selvaggia lei, illetterata che nemmeno lo spagnolo parlava. Ma sapeva leggere il libro dove tutto è scritto e sapeva parlare a tu per tu con gli Esseri speciali. Dopo di lei ebbe come maestro Salvador Roquet, altro terapeuta messicano selvaggio, che anticipa Borja finendo in prigione, perché un medico non può curare coi funghi. Ebbe come maestro anche uno sciamano huichol di nome Oswaldo. Finché viene arrestato, nel 1990, perché da anni celebrava, con un’indigena huichol, cerimonie peyotere nel deserto messicano.
È severo Naranjo nei confronti di Borja. Lo definisce una sorta di Rasputin capace di curare perfino col sesso. Sì. Il gran tabù di psichiatri e psicanalisti per Borja non era un tabù. Come Rasputin – scrive Naranjo – Borja era al tempo stesso persona benintenzionata e grande guaritore, ma anche tipo promiscuo e gran manipolatore, capace di violente esplosioni di rabbia. Finisce in carcere giusto in tempo – scrive Naranjo – per salvarsi. Pochi giorni dopo la diagnosi di sieropositività al virus Hiv. Sembra, il carcere, l’opportunità che gli viene data per curarsi. Per diventare più umano. La vita – osserva Naranjo – lo stava punendo per le sue azioni recenti, ma al tempo stesso gli offre la possibilità di riabilitarsi, lavorare su di sé.
Lì accade un’opportunità incredibile, una disgrazia necessaria come nemmeno Basaglia aveva avuto. Basaglia finisce in manicomio, d’accordo, un manicomio – quello di Gorizia – con 600 internati. E lui si ingegna per liberarli. Ma è pur sempre il direttore del manicomio. E li libera. E distrugge il manicomio. Prima Gorizia poi un manicomio ancora più grande, il doppio, 1200 internati. Tutti liberati. Eliminati 76 manicomi in Italia. E dopo muore.
Borja non è direttore del carcere ma un detenuto tra i detenuti. E la vicedirettrice lo informa di un settore del carcere, un edificio abbandonato con “settantadue psicotici nudi e pieni di infezioni su tutto il corpo”. Non ricevevano farmaci e “i medici neanche ci mettevano piede, l’équipe di psicologia aveva paura ed era il padiglione con il più alto tasso di violenze, suicidi e morti”. Senza acqua, le pareti coperte di feci. Una sorta di piccolo manicomio medievale dentro il carcere, dove settantadue psicotici vegetano tra merda e piscio, subendo le violenze degli altri detenuti, quelli sani. La vicedirettrice gli fa questa strana proposta. Occupati di quelle anime perse. Impiega un mese, Borja, per vincere la paura di quelli, non avevano più niente di umano, un mese per entrare nel padiglione dei sudici violenti catatonici disumani. E, senza farmaci senza fasce e senza infermieri si inventa la cura.
La cura. Qui entriamo nel tema – mai risolto – di cosa sia terapia. In cosa consista, di preciso, la terapia psichica. Sono i farmaci e le parole? Il binomio a cui si affida la moderna cura psichica? O è anche altro?
Una volta entrato la paura principale è di essere ucciso. Non c’era alcuna psicoterapia da fare, la prima cosa fu lavarli e raparli. Macchinette per tagliare i capelli, eliminare i pidocchi. Poi vestirli. Taglia loro le unghie di piedi e mani. Sembra ripetere il gesto di Cristo di lavare i piedi agli apostoli.
Arruola stupratori e assassini dagli altri settori per farne la sua equipe multiprofessionale. Sceglie i peggiori, coloro che avevano sperimentato l’abisso. Avvia un orto. Crea un allevamento di polli e anatre che, insieme a cani e gatti, diventano co-terapeuti. Certi animali adottano certi psicotici. Il catatonico affetto da violenza estrema dopo un mese smette di scalciare il gatto e gli dice ti voglio bene. Quei cuccioli facevano più miracoli degli psichiatri e degli psicologi (che continuavano a non entrare in quel padiglione). Fabbricano manufatti artigianali che vendono. Diventa una comunità quasi autosufficiente. Quel posto diventa il più bello dell’ospedale.
Lo psichiatra del carcere, all’inizio scettico e supponente – “ero un criminale, come potevo insegnargli io?” scrive Borja – pian piano inizia a mettersi in gioco. Borja gli suggerisce delle letture, Il regno della felicità di Krishnamurti, per esempio. Infine, lo psichiatra del carcere diventa il suo assistente, il suo allievo, il suo paziente.
La locura lo cura, dunque, è il suo manifesto. Ecco alcuni punti chiave.
- Il terapeuta è una persona, come lo è il paziente. Per sapere cosa accade al paziente il terapeuta deve essere stato paziente. Per sapere l’abisso dove abita il paziente il terapeuta deve essere stato in quell’abisso.
- I terapeuti per lo più non hanno il coraggio di dubitare di sé e perdere il controllo; pertanto, di fronte alla possibilità di naufragare e essere catalogati con le stesse etichette diagnostiche che essi adoperano, preferiscono non rischiare, restando sulle “sponde della malattia”, di qua, l’unico territorio che conoscono.
- “La psicoterapia profonda insegna al paziente un nuovo stile di vita”. Chi se ne frega della ricerca della salute, l’obiettivo è “trasformare il proprio cammino nella meta finale”. “Non possiamo accontentarci di essere persone funzionali” o educate.
- “Il vero terapeuta invita il paziente a rinascere”.
- Ci sono terapeuti che sono convinti di essere portatori della bandiera della salute, e che sia loro responsabilità guarire gli altri”. “Questi terapeuti, invece di riconoscere che, semplicemente, non sanno, passano la loro vita a spiegare”. “Non possono né tacere né accettare la loro ignoranza”. Ecco, qui Borja radicalizza l’epochè di Husserl già adottato da Basaglia. Li vedete, vero? Vi vengono in mente adesso, uno per uno, i terapeuti più o meno noti che discettano su tutto? Tutti gli chiedono tutto e loro rispondono a tutto, senza mai un dubbio, mai una volta sentirete un Recalcati o un Crepet o un Andreoli rispondere: E io che ne so?
- “La norma della vita è essere anormali”.
- “La terapia ufficiale è identificata con il potere di turno, poiché la sua egemonia dipende dalla non-salute. La cura profonda comporta una coscienza politica. Non si può parlare di benessere astenendosi dalla fraternità. Un essere cosciente è un essere olistico, preoccupato di difendere la natura, la prosperità, la terra, la vita, l’eredità di chi verrà dopo”. Quanti terapeuti conoscete che pensano o dicono ciò? Non è parte del problema il fatto che i terapeuti non concordino con ciò?
- “Il terapeuta che non ha svolto un lavoro personale è un robot, un malato in più, qualcuno incapace di portare il paziente da qualsiasi parte”. Ovviamente per lavoro personale Borja intende – essendo un terapeuta che ha lavorato sciamanicamente con piante e altri stati di coscienza – non certo farsi qualche anno di analisi o psicoterapia classica, ma lavorare davvero col dark side. E la quasi totalità dei terapeuti sono robot ignari dei propri stati di coscienza.
- “L’essenza della cura, nel lavoro con gli psicotici, è sapere che sono curabili, forse non come vorremmo noi, ma come vorrebbero loro”. Qui Borja radicalizza Jung e Minkowski. L’etica del sacrificio junghiana. Il terapeuta che con la sua prognosi invera la profezia. Il mago nero Kraepelin, che stabili l’inguaribilità di coloro che ricevono la diagnosi di dementia praecox (poi detta schizofrenia), ha fatto scuola. Gli psichiatri e gli psicoterapeuti a venire, perfino gli attuali terapeuti rinascimentalpsichedelici, sono nel solco di questa dicotomia kraepeliniana, e della prognosi di inguaribilità degli psicotici, ai quali non è riservato il tentativo, nemmeno compassionevole, della terapia psichedelica.
Fermiamoci qui. È più che sufficiente. Leggete il libro, a questo punto, se vi è venuta la curiosità. Dopo quattro anni, Borja esce dal carcere, per ricominciare, uomo nuovo, terapeuta selvaggio un po’ addomesticato. Aveva intenzione di mettere un cartello, sulla porta dello studio, con scritto: “Si accettano pazienti (purché come minimo assassini)”. Invece dopo quattro mesi muore. Capita così a questi psichiatri selvaggi, che portano a termine la propria impresa e muoiono. Basaglia muore due anni dopo la legge 180, con cui ci aveva liberato dal manicomio. Borja 4 mesi dopo che si era liberato del carcere.
09/07/2023
Controstoria della psichiatria dal manicomio alla psichedelia
di Gioachino Toni
Piero Cipriano, Vita breve della psichiatria dal manicomio alla psichedelia. Storia di internamenti e antipsichiatria, pillole tristi e piante magiche, Luca Sossella Editore, 2023, pp. 206, € 12.00
Quella proposta da Piero Cipriano – «psichiatra, ovvero terapeuta moderno occidentale e scientifico, per così dire, almeno nel senso con cui si intende la scienza galileianamente», anarchico e basagliano – è indubbiamente una storia della psichiatria singolare, una storia che, oltre a far dar di spalle ai suoi ambienti più reazionari, farà storcere il naso anche a qualche onesto basagliano che fatica a fare i conti con la metamorfosi chimica che ha subito il manicomio e, soprattutto, con le potenzialità di quelle sostanze che possono espandere le coscienze anziché restringerle.
Al pantheon della psichiatria appartengono sicuramente Philippe Pinel, che inaugura il manicomio fisico, e Franco Basaglia, che lo chiude, ma Cipriano vi inserisce anche Timothy Leary che, pur non essendo psichiatra, ha di fatto lavorato ai presupposti per porre fine all’epopea della psichiatria. Questo ultimo inserimento basta a trasformare la storia della psichiatria proposta dall’autore in controstoria e un posto in questa spetterà, sostiene Cipriano, a chi saprà darle fine ricorrendo al pharmakon psichedelico.
La vita del manicomio concentrazionario prende il via, un secolo dopo l’editto francese che nel Seicento aveva concentrato presso il Grand Hôpital Géneral parigino tutti i devianti, con la distinzione e la separazione operata da Philippe Pinel tra fuorilegge, destinati al carcere, e folli, concentrati nell’ospedale psichiatrico. Tale epopea concentrazionaria si chiude con Basaglia che riesce a chiudere il manicomio di mura e sbarre separato dal resto della società.
Nel corso degli anni Sessanta – in un clima culturale segnato dalla pubblicazioni di opere come Storia della follia (1961) di Michel Foucault, Asylums (1961) di Erving Goffman, I dannati della terra (1961) di Frantz Fanon, Il mito della malattia mentale (1961) di Thomas Szasz; L’io diviso (1961) di Ronald Laing – Basaglia trova la forza per fare quello che né i padri nobili della psichiatria psicodinamica (Freud, Joung, Adler e Janet) né i fenomenologi (Jaspers, Minkowski, Binswanger ecc.) hanno mai fatto. Convintosi che una società civile debba saper accettare i diversi stati di coscienza, ordinari o extra ordinari che siano, giunge alla conclusione che le persone internate nei manicomi debbano essere al più presto restituite al mondo comune.
A partire dalla fine degli anni Sessanta Basaglia matura la convinzione che però non basta mettere in discussione i soggetti che compongono il manicomio (medico, infermiere e paziente): occorre cambiare la società che li ha rinchiusi affinché possa riaccoglierli a tutti gli effetti. Mosse dal convincimento che le cure (volontarie) debbano restare nelle società civile e non in luoghi separati, le battaglie portate avanti da Basaglia nel corso del decennio successivo ottengono la chiusura per legge del manicomio fisico ma palesano anche come, una volta riammessi in società, gli ex reclusi siano drammaticamente costretti a fare i conti con i bisogni primari comuni a ogni essere umano: relazioni, affetti, abitazione e autonomia economica. Pur percepita dal gruppo di Basaglia come un compromesso, la Legge 180 del 1978 rappresenta probabilmente il massimo ottenibile all’interno di quel contesto storico-culturale; per una riforma più radicale sarebbe servita una società più avanzata.
Al manicomio di mura e sbarre1 si è via via sostituito il manicomio chimico2 somministrato al paziente attraverso psicofarmaci grazie al sostegno di una “macchina diagnostica” che ha la sua bibbia nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders3.
Mentre la comunità medica già nella prima metà degli anni Cinquanta dispone di antibiotici, anestetici, antistaminici, antidiabetici, antiepilettici, sedativi ecc., gli psichiatri si sentono disarmati nell’affrontare la sofferenza mentale. È dalla frustrazione provata a causa dell’incapacità di ottenere terapie efficaci, dal desiderio di disporre di medicinali efficaci al pari del resto della comunità medica che prende il via l’era della psichiatria chimica.
La rimonta della psichiatria prende il via nel 1949, quando Hanri Laborir, dopo aver somministrato ai sui pazienti la prometazina (un antistaminico), nota la sua efficacia nell’alleviare il dolore. Ben presto viene sintetizzata la clorpromazina che, essendo capace di rallentare il sistema nervoso centrale, a partire dai primi anni Cinquanta, viene somministrata nei manicomi ai pazienti psicotici rendendoli atarassici. Nel giro di un decennio la psichiatria si è trovata a poter disporre di tre farmaci capaci di fronteggiare altrettante importanti dimensioni psicopatologiche: la clorpromazina, destinata ai malati aggressivi, maniacali e psicotici; il clordiazepossido, per gli ansiosi; l’iproniazide, per i depressi.
Il successo commerciale della clorpromazina ha accelerato la ricerca tanto che nel giro di poco tempo sono state sintetizzate le principali classi di neurolettici di prima generazione, poi sostituiti, negli anni Novanta, dai neurolettici di seconda generazione, gli antipsicotici atipici. I risultati della rivoluzione chimica dovrebbero però far riflettere sulla sua efficacia: a fronte dei 267.000 pazienti ricoverati nei manicomi statunitensi con diagnosi di schizofrenia nel 1955, agli albori dell’epopea psicofarmacologica, si è passati a 2.500.000 casi nel 2010. Il bacino a cui si sono indirizzati gli psicofarmaci si è allargato a dismisura dal momento che la macchina diagnostica si è fatta prendere dall’urgenza burocratica ed economica di considerare malattia qualunque disagio psichico con conseguente prescrizione farmacologica.
Mentre procedeva questa storia della psichiatria, passata dalle mura del manicomio fisico agli psicofarmaci neurolettici imposti dalla riscrittura farmaco-orientata dei manuali diagnostici, si è sviluppata anche un’altra storia, quella della psichedelia occidentale che può essere riassunta nella successione di tre fasi principali. Una “pionieristica”, che ha preso il via sin dai primi anni Quaranta, scandita dalle ricerche di personalità come Albert Hoffmann, Aldous Huxley e Timothy Leary, a cui la psichiatria dell’epoca ha, per un certo periodo, guardato con interesse. Un “medioevo”, derivato dalla messa al bando negli anni Settanta delle molecole psichedeliche, segnato dalla pratica clandestina di personaggi come Leo Zeff e dall’ostinata controinformazione portata avanti da Terence McKenna. Un “rinascimento” che, sull’onda delle ricerche di Rick Strassman, ha preso il via attorno al cambio di millennio grazie agli studi scientifici di Ronald Griffiths della Johns Hopkins University, David Nutt e Robin Carhart-Harris dell’Imperial College London, Stephen Ross, direttore dello Psychedelic Research Group alla New York University, e Charles Grob dell’Harbor-UCLA Medical Center in California4.
Humphry Osmond, Aldous Huxley e Stanislav Grof sono stati tra i primi occidentali a comprendere la valenza tanatodelica di certe molecole, cioè a capire che «far morire l’ego (non il corpo) è terapeutico». Un ruolo fondamentale nel far conoscere ad Hoffmann i funghi magici, da cui estrarrà il principio attivo alcaloide psilocibina, spetta alla sabia María Sabina che ha saputo anche denunciare quanto possano essere sbagliate e dannose le modalità con cui gli occidentali si rapportano con le “piante sacre”, o “maestre”. Lo stesso gruppo di ricercatori guidato da Griffiths, in apertura del nuovo millennio, facendo sobbalzare la comunità scientifica, ha sostenuto la centralità dell’elemento mistico nel processo di guarigione. Più cautamente l’equipe diretta da David Nutt e Robin Carhart-Harris, ha preferito parlare di «temporanea disattivazione di una rete neuronale detta DMN».
Delle potenzialità trasformative degli psichedelici per il genere umano erano convinti Osmond, Huxley, Grof e Leary, ma mentre i primi tre si muovono con una certa cautela, l’ultimo, incapace di mediazioni, ritiene si debba procedere a una diffusione repentina e generalizzata delle sostanze psichedeliche in modo che tutti ne possano beneficiare. Che le posizioni radicali di Leary abbiano inciso sulla messa al bando delle sostanze psichedeliche è più che probabile ma, più di lui, ricorda Cipriano, poté l’establishment statunitense intenzionato, sin dagli anni Cinquanta, a utilizzare la LSD come “arma chimica”.
Mentre negli anni Settanta le molecole psichedeliche sono costrette a inabissarsi – e le strade vengono letteralmente inondate di eroina e, poco dopo, di cocaina – Basaglia «libera i corpi dalle gabbie murarie». Curiosamente nello stesso decennio vengono messi fuori legge tanto il «manicomio prigione dell’estasi», quanto le «molecole che agevolano l’estasi». «La casa (il manicomio) della psichiatria è distrutta: occorre riedificarne una nuova e la nuova casa della psichiatria si edificherà sui farmaci che – essendo più semplici, funzionali al controllo e antidoto della trascendenza – vinceranno la partita. E così la nuova casa della psichiatria si edifica su centinaia di casematte diagnostiche, caselle nosografiche, costruzioni nosologiche».
Alla fine della stagione psichedelica si aggiunge, con la morte di Basaglia nel 1980, la fine della della rivoluzione portata dalla psichiatria antistituzionale e ad occupare la scena ci pensa l’American Psychiatric Association con il suo sofisticato manicomio nosografico e molecolare fondato sul manuale diagnostico DSM e sugli psicofarmaci.
I “rinascimentali della psichedelia”, sostiene Cipriano, sembrano intenzionati a trattare con la terapia psichedelica i depressi, gli ossessivi, i traumatizzati, «insomma coloro che devono tornare al lavoro», abbandonando agli antipsicotici depot, oggi detti LAI, gli schizofrenici, i deliranti, i maniaci, cioè gli irrecuperabili.
Cipriano intreccia abilmente le diverse linee narrative evidenziando come in alcuni casi le storie procedano parallelamente e come, se si fossero incontrate, o se alcune di queste non fossero state interrotte, si sarebbe arrivati molto prima ove si potrebbe a breve arrivare: all’incontro di Franco Basaglia con Timothy Leary.
Nel caso in cui la psichedelia riesca a compiere la sua «rivoluzione scientifica e sgomini la psichiatria» indirizzando verso l’espansione della coscienza, anziché la sua restrizione, operando per il dissolvimento dell’ego, sostiene Cipriano, «non ci saranno più psichiatri distributori di pillole che impasticcano le persone con farmaci che loro non hanno assunto, fidandosi dei bugiardini delle case farmaceutiche; il nuovo terapeuta sarà più simile allo sciamano che non a Freud o a qualunque dei duecentomila psichiatri di oggi».
È probabile che la psichiatria, per non morire, faccia di tutto per espellere la medicina psichedelica da sé, costringendola alla clandestinità, a restare esoterica, misterica e fuori legge, ma, conclude Cipriano, forse è meglio che la psichedelia, sull’esempio di Leo Zeff, continui ancora per qualche tempo a operare fuori dai riflettori preparando le condizioni affinché la psichiatria muoia permettendo una cura di sé capace al contempo di curare il mondo.
Note
Cfr. Piero Cipriano, La fabbrica della cura mentale. Diario di uno psichiatra riluttante, elèuthera, Milano, 2013 [su Carmilla].
Cfr. Piero Cipriano, Il manicomio chimico. Cronache di uno psichiatra riluttante, elèuthera, Milano, 2015 [su Carmilla].
Cfr. Piero Cipriano, La società dei devianti. Depressi, schizoidi, suicidi, hikikomori, nichilisti, rom, migranti, cristi in croce e anormali d’ogni sorta (altre storie di psichiatria riluttante), elèuthera, Milano, 2016 [su Carmilla].
Cfr. Piero Cipriano, Ayahuasca e Cura del Mondo, Politi Seganfreddo edizioni, Milano, 2023 [su Carmilla].
15/06/2015
Fare i conti con i suicidi, e con quanto li determina
I sopravvissuti all’atto suicidario venivano incarcerati e condannati a morte per omicidio, le loro case sigillate. Queste pratiche avvennero in tutta Europa fino alla Rivoluzione francese, quando tali prescrizioni non vennero più applicate (Code pénal del 1791 le abrogo definitivamente), seguendo le indicazioni di Hume, Montesquieu, Rousseau, Beccaria per la depenalizzazione della morte volontaria. Il suicidio era vietato anche nella Grecia antica e nell’antica Roma. Veniva accettato dagli stoici solamente se si aveva il parere favorevole del Senato, a cui ci si poteva rivolgere spiegandone le motivazioni a patto che la morte non arrecasse danno diretto a qualcuno, come nel caso degli schiavi che avrebbero arrecato danno ai loro padroni. Ancora oggi tutte le religioni vedono il suicidio come omicidio di se stessi. Un atto contro l’ente supremo che ci ha concesso la vita e a volte, un atto contro la società, come ci ricorda Durkheim nel suo trattato ‘Il suicidio’.
Ogni società si è sempre sentita attaccata dal gesto suicidario, anche se le motivazioni non sono sempre nell’evidenza contro la società, perché il compiere questo gesto non è solamente una ferita inferta all’ordine costituito per non essere stato in grado di ‘comprendere’ nel senso di prendere a se, anche le esigenze di quel singolo individuo è anche un gesto di ribellione, nel sottrarre il proprio corpo alla società. Il vilipendio dei corpi e le punizioni erano una vendetta e un monito. Due sono i filoni più rilevanti di analisi e di studio del fenomeno: la dimensione personale di pertinenza psichiatrica, psicologica e psicoanalitica e quella collettiva, di cui si occupano i sociologi ed è molto difficile fare uno studio che li comprenda entrambi, nonostante lo stesso Durkheim per certi versi ci abbia provato, prestando comunque una maggiore attenzione al fenomeno sociale. Quando parlo di ordine costituito potrei anche parlare di ‘ordine costituendo’ o ‘ordine costituente’, riferendomi a quella parte di società che si colloca nell’opposizione ad un sistema dato. Nello specifico alla comunità variegata dei marxisti. Alcuni compagni sentono l’esigenza di un confronto su questo tema perché sono troppi a cadere sotto le intemperie, molti i giovani, ma non solo. Questo scritto è un contributo alla riflessione comune, spero. Tutti noi abbiamo apprezzato il grande lavoro fatto da F. Basaglia per le istituzioni psichiatriche, ma la deriva è stata tanta non solamente per la carenza di strutture adeguate, che ha determinato l’abbandono pressoché totale delle persone a loro stesse e alle loro famiglie; la deriva più grave è stata culturale la dove il discorso di Basaglia è stato stressato al punto da negare il misterioso percorso che porta alla disperazione, come evento possibile nell’esistenza di ciascuno e che solamente le cure adeguate possono interrompere cercandone il senso profondo personale e collettivo. Negli ambienti marxisti esiste un tabù all’uso del termine depressione, tabù giustificato quando viene usato nel sostantivo ‘depresso’, come categoria, indicando in tal modo il ‘depresso’ come persona comunque incapace di seguire una norma a prescindere dalla contingenza di eventi, che possono aver determinato la sua chiusura al mondo. Di questi tempi bui è facile essere tristi e non vedere prospettive perché gli eventi negativi che influenzano il nostro umore sono molteplici e possono essere riassunti nell’insicurezza generale sulle nostre sorti legata all’attuale fase liberista del capitalismo, dove ogni istanza annega nell’impossibilità, a livello collettivo e personale di trovare risposte. Dalla tristezza, in particolari circostanze è facile ritrovarsi sulle spalle il macigno della depressione. Non s’inorridisce di fronte a termini medici come polmonite, infarto o diabete. Malattie o affezioni, chiamatele come volete. Si cerca la cura migliore nell’antibiotico o nell’insulina, si ricorre al cardichirurgo. Certo sto semplificando, tanto per capirci.
Di fronte al vissuto depressivo e in particolare di fronte al suicidio, accade un fatto strano: tutti coloro che si pongono criticamente contro lo stigma, si sentono investiti di una grande responsabilità per non aver ‘capito’ in tempo, sprofondando in grandi sensi di colpa dai quali ci si difende imprecando contro il capitalismo che ha falciato ancora una volta una vita. Ma è difficilissimo prevedere un suicidio, più difficile ancora prevenirlo, eppure credo che ogni gruppo, ogni comunità potrebbe avere degli anticorpi a che il fenomeno non dilaghi. É proprio questo smarrimento che sta ad indicare come anche in queste comunità, il suicidio è vissuto come un tradimento nei confronti del gruppo. Un venir meno del singolo all’imperativo collettivo di rafforzare l’ottimismo della volontà. Questo senso di tradimento e la rabbia che spesso genera, può essere mitigato solamente dal fluire di un sentimento di accettazione dell’inneffabilità di questi vissuti estremi legati all’esperienza esistenziale del singolo, l’accettazione non solamente della dimensione personale ma al tempo stesso la consapevolezza dell’inevitabilità che nei periodi di depressione economica questi eventi possano accadere con più frequenza significa mantenere lucido il pessimismo della ragione senza il venir meno alla volontà di cambiamento. Accettare quindi la depressione come malattia del corpo e della mente, perché quando arriva è una furia, non si dorme non si magia, si è costantemente angosciati si ha paura di tutto, proprio della morte, di più: a volte ci si vive come già morti e il suicidio appare come l’unica soluzione per completare con la distruzione del corpo un evento già avvenuto. Il suicidio è l’ombra per tutti coloro che svolgono il lavoro psichiatrico psicologico.
Un’ombra che li accompagna costantemente perché dipende tutto dalla possibilità di creare un ponte tra la prigione nel quale l’Altro è rintanato impaurito e il mondo. Un ponte molto instabile che a volte non regge il peso. James Hillmann, psichiatra e psicoanalista nel suo saggio IL SUICIDIO E L’ANIMA affronta proprio questo aspetto del lavoro terapeutico sostenendo l’aporia tra l’essere colui che si prende cura del corpo non tenendo conto della necessità dell’anima di ‘sperimentare’ la morte, come accade nelle fantasie di suicidio, peraltro molto più frequenti di quanto comunemente si creda. Egli pone l’accento sulla necessità di riattivare il processo creativo della psiche. In una lettera ad Eckermann, Goethe, parlando del suo autobiografico Werther, scrive: “Anche questa è una mia creatura, che io, come il Pellicano, ho nutrito col sangue del mio cuore. (... ) Sono razzi incendiari! Ed io mi trovo a disagio e temo di riprovare lo stato patologico in cui il libro nacque.. La felicità impedita, l’attività contrastata, i desideri insoddisfatti, non sono mali di una speciale epoca, ma di ogni singolo uomo. E male sarebbe se ogni uomo in vita sua non avesse un periodo nel quale il Werther non gli sembrasse scritto proprio soltanto per lui.” (1)
L’affermazione di Goethe sottende un discorso sulla relazione esistente tra il processo creativo come ‘necessità’ di una ricerca continua per trovare nuovi linguaggi adatti a comunicare il disagio, che si presenta sempre fuori dall’ordinario: cultura ed arte come cura nel confronto altrettanto creativo tra esperienze simili che permettono di uscire dal sentimento di isolamento profondo. Il rapporto tra depressione e creatività emerge in maniera significativa in un interessante scritto MEMORIALE DALLA DEPRESSIONE, testimonianza autobiografica di Aldo Cinti, un uomo semplice che per tutta la vita ha convissuto con la depressione riuscendo comunque a dare un senso alla propria esperienza, nel quale è contenuto un passo di straordinario interesse. L’autore riesce a descrivere il complesso correlarsi di depressione e creatività, nel momento della sua vita successivo ad un tentativo di suicidio: “A casa, rinvoltato nel gesso, non mi potevo muovere. Per passare il tempo leggevo. Nel leggere venivo a conoscenza di cose che non sapevo; inoltre continuavo a fare quadri... mentre riassumevo il brano di lettura che avevo letto. Dall’erudizione venivano fuori nuove conoscenze, delle quali ne prendeva atto l’intelletto; le cui intuizioni sfociavano in risentimento perché le conseguenze rimostravano effetti di cause lontane e rieccitavano i sentimenti; cioè con concetti diversi, in cui era stata rinchiusa la mia mentalità. Inoltre dall’argomento della conoscenza ne prendeva atto la coscienza, dando una nuova forma all’idea, muovendo quelle nozioni fisse basate sui principi ottusi e puerili. Il risentimento che provavo nello svilupparsi dell’erudizione, incrociandosi con quei punti che erano stati cagione di disturbo al sentimento, lo raffiguravo attraverso le immagini che costruivo, sui quadri.” (2)
Tutto ciò dà maggior valore alla definizione della creatività come capacità individuale, potenzialmente presente nei campi più diversi, di cogliere i rapporti tra le cose o tra le idee in modo nuovo o di formulare intuizioni non previste dagli schemi di pensiero abituali e tradizionali. Questa attività molto enfatizzata nella società dei consumi è stata di fatto variamente compromessa. Infatti viene richiesta esclusivamente in funzione della creazione di un prodotto. Prodotto necessario all’interno di una catena di montaggio regolamentata dagli schemi rigidi del profitto. Il concetto di alienazione marxiano è compiuto in ogni sua forma anche in quella intellettuale. J.Hillmann nel saggio sul suicidio (3) scrive come premessa: “l’anima non è un concetto, ma un simbolo”.(4)
Vediamo come in ogni caso esista una congiunzione anima/corpo unitaria, qualsiasi sia il punto di osservazione. Ciò vuol dire che un corpo senza anima non è un corpo ma un cadavere, e un’anima senza corpo è un’idea metafisica, una supposizione. L’anima quindi come espressione vitale di un corpo. Anima come vita quindi a prescindere da qualsiasi altra considerazione filosofica o religiosa. Ora, quando si sta in uno stato depressivo è presente un vissuto senza emozioni, senza sentimenti, senza progetti e quindi senza futuro. Cercare la morte del corpo, perché di fatto l’anima è già morta. Questo è il vissuto più drammatico della depressione e da qui il gesto estremo. Questo ho imparato ascoltando le persone che stavano male nelle quali ho constato che i problemi sociali ed economici sono sempre intrecciati e coniugati ai vissuti della singola storia personale. Alle scelte fatte, alle aspettative disattesi, ai sogni che creano illusioni. Basaglia non ha mai negato la sofferenza psichica. Ha combattuto il manicomio come istituzione totale, la legge 180 che porta il suo nome tentava di ridare dignità a tutti coloro che venivano rinchiusi e che venivano catalogati come depressi, schizofrenici, psicopatici, identità negate dalla colonizzazione razzista dell’essere umano. Riordinare la cura e l’assistenza questo era il progetto. Portare la cura della mente o dell’anima negli ospedali generali con i tanto famigerati SPDC (acronimo di servizio psichiatrico di diagnosi e cura) risponde all’esigenza di dare dignità alla sofferenza psichica all’interno dell’ospedale generale, perché è necessario curare anche il corpo nella crisi e permettere di ritrovare la capacità di prendersi cura di se, di approfondire e poi conoscere i propri punti deboli attraverso una terapia psicologica.
Vedere la crisi non come frattura ma momento di cambiamento come presa di coscienza di una possibilità diversa di guardare il mondo, acquisendo il giusto e necessario potere individuale per intervenire creativamente sulla realtà. L’etimologia di crisi viene da verbo krino, il cui significato è al tempo stesso separo e decido. In medicina viene usato quando al culmine di uno stato febbrile sopravviene lo sfebbramento o, all’opposto, un aggravamento dello stato di malattia. Qualunque accezione si voglia dare, il termine crisi è legato al cambiamento di una situazione o in bene o in male. Dipende dai rimedi messi in campo. È evidente che se un edile precipita per mancanza di protezione o un operaio s’intossica per le esalazioni di sostanze nocive è responsabilità diretta del datore di lavoro per la mancanza di sicurezza sul lavoro, ciò non toglie che si cercheranno le cure idonee per affrontare il danno.
Allora è vero che le condizioni di vita e di lavoro attuali fanno ammalare la psiche e questa malattia la possiamo chiamare depressione, senza metafore né stigmi affrontandola come tale. A conclusione di queste brevissime riflessioni non posso non sottolineare come la negazione dello stato di malattia depressiva possa facilmente generare un’enfasi estetica del gesto in un momento nel quale la stampa meinstream da voce esclusivamente agli avvoltoi del Bilderberg che da mane a sera martellano sul fatto che i giovani non hanno futuro e i vecchi hanno vissuto sopra le loro possibilità, veicolando i vissuti depressivi di mancanza di futuro e di colpa.
Note:
[1] J.P. Eckermann ʻConversazioni con Goetheʼ a cura di E. Gianni - Einaudi 2008
[2] Aldo Cinti ʻMemoriale dalla depressione. Abbecedario di sofferenze comuni e singolari.ʼ
[3] Ed-Centro Documentazione Pistoia (collana Collana dei fogli di informazione)
[4] J. Hillman - IL SUICIDIO E L’ANIMA- Asrolabio pag.35; 4 idem pag. 34
Fonte