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02/09/2026

Gli USA vogliono chiudere la porta all'AI cinese. Ma è già dentro casa

Gli Stati Uniti stanno mettendo il mondo di fronte a un bivio. Secondo una bozza del Dipartimento di Stato visionata da Reuters, Washington si prepara ad avvertire 35 paesi partner che, nella competizione globale sull’intelligenza artificiale, non sarà possibile stare contemporaneamente nel campo americano e in quello cinese.

Il perno di questa strategia è Pax Silica, l’iniziativa con cui Washington sta cercando di costruire attorno agli Stati Uniti una filiera tecnologica completa: dai minerali critici ai semiconduttori, dai data center fino ai modelli di intelligenza artificiale. L’obiettivo non è soltanto assicurarsi forniture affidabili, ma rendere sempre più difficile per i paesi alleati utilizzare tecnologia cinese.

Una ventina di paesi ha già aderito, tra cui alcuni dei principali alleati di Washington in Asia e in Occidente. Ora gli Stati Uniti vogliono fare un passo ulteriore: trasformare quella cooperazione tecnologica in una vera e propria scelta di campo.

Contemporaneamente a luglio il presidente cinese Xi Jinping ha lanciato un’organizzazione rivale, la “Organizzazione mondiale per la cooperazione sull’intelligenza artificiale”, un’iniziativa che ha riunito 29 paesi in un organismo intergovernativo con sede a Shanghai che la Cina descrive come una “piattaforma aperta e inclusiva per la governance globale dell'IA”.

Al centro del messaggio di Pechino c'è l'enfasi sull'apertura (开放), traghettata dall'approccio "open source" (开源). Al centro del messaggio di Washington, invece, c’è la sicurezza delle catene di approvvigionamento e la scelta di campo: o si aderisce all’iniziativa statunitense o si aderisce a quella cinese.

C’è però un problema: l’intelligenza artificiale cinese è già dentro gli Stati Uniti: viene sempre più utilizzata dalle aziende statunitensi ed è anche in grado di influenzare i mercati statunitensi.

Il “Kimi Moment”

Il 17 luglio 2026 il Philadelphia Semiconductor Index, indice che comprende 30 delle principali aziende statunitensi di semiconduttori, scende di oltre il 12%, inaugurando un calo che toccherà il 20% rispetto al suo picco di fine giugno. I media statunitensi parlano di “bear market”, cioè un calo marcato e prolungato dei prezzi e un diffuso pessimismo degli investitori.

La causa immediata era stata annunciata il giorno prima a Pechino, alla vigilia della Conferenza mondiale sull’intelligenza artificiale di Shanghai. Una società nata tre anni fa e con circa duecento dipendenti aveva pubblicato un modello linguistico, Kimi K3, promettendo che entro una decina di giorni chiunque avrebbe potuto scaricarlo.

Un copione già visto. Nel gennaio 2025 era stato DeepSeek a scuotere Wall Street. Il suo modello aveva messo in discussione una delle convinzioni su cui si reggeva il boom dell’intelligenza artificiale americana: che per costruire modelli competitivi fosse necessario spendere somme enormi e avere accesso alle GPU più avanzate.

Con Kimi K3 la domanda torna a essere sostanzialmente la stessa. Se aziende cinesi relativamente piccole riescono a sviluppare modelli vicini alla frontiera e poi a distribuirli liberamente, quanto vale davvero il vantaggio costruito dagli Stati Uniti investendo centinaia di miliardi di dollari in chip, data center e infrastrutture?

K3, peraltro, non è un modello piccolo.

Sviluppato dalla cinese Moonshot AI, Kimi K3 è un modello enorme: contiene 2.800 miliardi di parametri, cioè 2.800 miliardi di piccole “regolazioni interne” che il modello ha imparato durante l’addestramento e che, tutte insieme, determinano come interpreta una domanda e costruisce la risposta.

K3 utilizza un’architettura chiamata Mixture of Experts: invece di attivare tutto il modello ogni volta che deve generare una parola, dispone di 896 diversi “esperti” e ne seleziona soltanto 16 per ciascun passaggio. In pratica è come avere a disposizione una gigantesca squadra di specialisti, chiamando di volta in volta soltanto quelli utili per il problema da risolvere.

L’IA elabora le informazioni dividendole in token, cioè piccole unità elementari in cui un modello di IA scompone le informazioni per elaborarle o produrle: nel linguaggio possono essere parole o frammenti di parole, mentre nei modelli multimodali possono rappresentare anche parti di immagini, suoni o altre informazioni. Per ogni token K3 attiva circa 104 miliardi di parametri, una frazione dei 2.800 miliardi complessivi.

È questo uno dei meccanismi che permette di aumentare enormemente la capacità del modello senza far crescere nella stessa proporzione il costo di ogni risposta.

L’altra caratteristica impressionante è la memoria di lavoro. K3 può gestire una finestra di contesto di oltre un milione di token. La finestra di contesto indica quante informazioni il modello riesce a tenere presenti contemporaneamente mentre elabora una risposta. Nel caso di K3 significa, almeno in teoria, poter analizzare in una sola sessione migliaia di pagine di testo, un grande archivio di documenti o buona parte del codice di un progetto software. Inoltre è multimodale: non lavora soltanto con le parole, ma è stato progettato fin dall’origine per comprendere anche immagini e contenuti visivi.

Ma le dimensioni contano relativamente. Quello che ha attirato l’attenzione sono soprattutto le prestazioni.

Al momento del lancio, Kimi K3 si è classificato secondo su 39 modelli nel Vals AI Index, un indice che valuta le prestazioni di un modello AI simulando attività professionali.

Un risultato simile è arrivato dall'Artificial Analysis Intelligence Index, una delle classifiche indipendenti più seguite nel settore. Kimi K3 si è piazzato al terzo posto, con prestazioni paragonabili a Claude Opus 4.8 e GPT-5.5 e dietro soltanto a Claude Fable 5 e GPT-5.6 Sol.

Il risultato più alto è arrivato dalla Frontend Code Arena, dedicata alla capacità dei modelli IA di creare siti e interfacce web. Al debutto Kimi K3 è salito al primo posto, davanti a Claude Fable 5 e GPT-5.6 Sol.

Kimi K3 è infatti particolarmente forte in una categoria diventata sempre più importante: quella dei modelli “agentici”. Non significa soltanto rispondere bene a una domanda, ma ricevere un obiettivo, decidere autonomamente una serie di passaggi, usare strumenti esterni, consultare documenti, scrivere codice e correggersi lungo il percorso.

Il modello è inoltre distribuito con i pesi completi, cioè con tutte le regolazioni interne che ha imparato durante l’addestramento. In pratica, chi lo scarica non riceve soltanto il progetto del modello, ma anche gran parte di ciò che il modello ha già imparato, e può quindi eseguirlo sui propri server, modificarlo e adattarlo a esigenze specifiche.

Non è una licenza “open source” ma è open-weight e consente di utilizzare, modificare, distribuire, addestrare ulteriormente e integrare K3 in prodotti derivati. Il modello può essere eseguito localmente, riducendo per chi lo usa la dipendenza dal produttore del modello stesso, abbassando i costi per chi dispone di risorse proprie e garantendo un maggiore controllo sui dati.

Soprattutto, favorisce la nascita di un ecosistema molto più ampio: una volta pubblicati i pesi, il modello può essere copiato, ottimizzato e redistribuito da soggetti diversi, fino a diventare uno standard tecnologico difficile da contenere entro i confini di una singola azienda o di un singolo paese.

Ma contemporaneamente il produttore, in questo caso Moonshot, conserva alcune condizioni commerciali. Ad esempio, un operatore che offre il modello come servizio e supera 20 milioni di dollari di ricavi in dodici mesi deve concludere un accordo separato con Moonshot. E questo negli USA sta già accadendo.

La strategia open-weight: che ci guadagna la Cina?

Come riporta oggi Reuters, Moonshot starebbe negoziando con Microsoft Azure, Amazon Web Services e Google Cloud per portare K3 sulle loro piattaforme, chiedendo fino al 30% dei ricavi generati dai servizi basati sul modello. Se l’accordo andasse in porto, sarebbe il primo grande accordo di revenue sharing di questo tipo tra una società cinese di IA e i principali gruppi cloud americani.

Come scrive Reuters:

Le discussioni [tra Moonshot e le società americane] mettono in luce come i modelli di intelligenza artificiale cinesi all’avanguardia, spesso molto più economici di quelli occidentali, stiano guadagnando terreno negli Stati Uniti, nonostante le preoccupazioni per la sicurezza nazionale a Washington che hanno portato al divieto di esportazione di chip per l’IA verso la Cina. Queste discussioni si svolgono inoltre nonostante le critiche mosse al modello di Moonshot da alti funzionari statunitensi.

Moonshot è infatti finita nel mirino del Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent, il quale il mese scorso ha dichiarato che potrebbe inserirla in una lista nera commerciale. I funzionari statunitensi hanno accusato l’azienda con sede a Pechino di aver rubato informazioni dal modello più sofisticato di Anthropic, Fable, per contribuire alla creazione di Kimi K3 e di aver acquisito illegalmente chip di Nvidia.

Il caso di Moonshot non è isolato, ma riflette una differenza più generale che sta emergendo tra gli ecosistemi di intelligenza artificiale americano e cinese.

Negli Stati Uniti la frontiera rimane prevalentemente chiusa: OpenAI, Anthropic e Google conservano il controllo dei propri modelli più avanzati e vendono l’accesso attraverso abbonamenti, API e servizi cloud. In Cina si sta affermando invece una strategia fondata sulla diffusione: DeepSeek, Alibaba, Z.ai e Moonshot hanno pubblicato alcuni dei loro modelli più competitivi con pesi aperti, permettendo ad altre aziende di scaricarli, modificarli e costruirci sopra nuovi prodotti.

Sono, semplificando, due modi diversi di conquistare il mercato. Le grandi IA americane cercano soprattutto di vendere l’accesso all’intelligenza; quelle cinesi cercano di diffondere la propria intelligenza il più possibile. Nel primo caso il valore deriva dal controllo del modello; nel secondo dalla possibilità che quel modello diventi una piattaforma utilizzata da migliaia di sviluppatori, aziende e servizi.

Per la Cina, inoltre, apertura, bassi costi ed efficienza permettono di spostare la competizione da un terreno nel quale gli Stati Uniti conservano un enorme vantaggio – capitale, chip e data center – a un altro: chi riuscirà a far adottare la propria tecnologia dal maggior numero di persone e imprese nel Mondo.

Come scrive il Financial Times, il prossimo “china-shock” potrebbe arrivare dall’intelligenza artificiale open-source. I Paesi che adottano modelli cinesi assorbiranno anche gli standard e la governance cinesi. Come si legge nell’articolo:

Alla recente Conferenza mondiale sull'intelligenza artificiale di Shanghai, il presidente Xi Jinping ha presentato la Cina come paladina dell'IA open-source a basso costo, definendola un bene pubblico globale in contrapposizione all'alternativa statunitense.

L'influenza geopolitica di Pechino sulle infrastrutture critiche è in crescita e i Paesi che adottano l'IA cinese, nel tempo, assorbiranno gli approcci cinesi agli standard tecnici e ai principi di governance.

[Il prossimo “china-shock”] si baserà non solo sull'esportazione di tecnologia cinese, ma anche sull'approccio della Cina all'innovazione come progetto nazionale. La strategia open-source per l'IA è di per sé frutto di vincoli. Prima che la startup cinese DeepSeek portasse alla ribalta l'IA open-source nel 2025, Huawei aveva già dato un contributo fondamentale allo sviluppo dell'open source in Cina. Dopo essere stata inserita nella Entity List statunitense nel 2019, le restrizioni all'accesso all'hardware e al software americani hanno spinto l'azienda a costruire ecosistemi software open-source come HarmonyOS e MindSpore.

I modelli open-weight riducono i costi di adozione, ampliano le comunità di sviluppatori e consentono alle aziende di aggirare i vincoli imposti dalla mancanza di accesso ai chip più avanzati. Sono particolarmente interessanti per i mercati emergenti, ma stanno guadagnando popolarità tra gli sviluppatori di tutto il mondo grazie alla loro efficienza in termini di costi e all'adattabilità a diversi carichi di lavoro.

L'obiettivo di Xi è accelerare la diffusione globale della tecnologia cinese, consolidare la propria posizione strategica all'estero, diversificare l'esposizione della Cina al rischio geopolitico e plasmare il sistema globale a proprio vantaggio.

Il prossimo shock non arriverà a bordo di una nave portacontainer. Si diffonderà attraverso i principi che regolano le tecnologie cinesi di intelligenza artificiale. Il mondo non è preparato a ciò che accadrà.

Come riporta CNBC, “i modelli di intelligenza artificiale cinesi stanno guadagnando terreno presso le aziende statunitensi, mentre i costi di OpenAI e Anthropic aumentano vertiginosamente”. OpenRouter, una piattaforma che consente agli sviluppatori di accedere a una vasta gamma di modelli di IA, ha osservato che sei dei primi dieci modelli della sua classifica per numero di token elaborati provenivano da società cinesi: tre versioni di DeepSeek V4, Xiaomi MiMo, Tencent Hy3 e GLM-5.2 di Zhipu AI.

È un dato impressionante, ma non deve essere confuso con la quota dell’intero mercato americano. OpenRouter misura il traffico che passa attraverso la propria piattaforma, ha una base di utenti internazionale, esclude le richieste mantenute private e non vede ciò che transita direttamente dalle API di OpenAI, Anthropic, Google, Moonshot o dagli impianti aziendali.

Come prosegue l’articolo della CNBC, il modello GLM 5.2 della cinese Z.ai è stato lanciato a giugno con grande clamore e ha registrato la più rapida adozione di qualsiasi altro modello monitorato da Vercel, una piattaforma che consente agli sviluppatori di implementare ed eseguire app e siti web.

GLM 5.2 è anche tra i primi cinque modelli usati su LaunchLemonade, una piattaforma di agenti di intelligenza artificiale per settori regolamentati.

A giugno, la startup di intelligenza artificiale Lindy ha trasferito il 100% del suo traffico dai modelli Claude di Anthropic a DeepSeek, una decisione che, secondo l’amministratore delegato della startup, “farà risparmiare a Lindy milioni di dollari entro pochi mesi”.

I modelli open source cinesi possono essere dal 60% al 90% più economici rispetto ai modelli statunitensi, operando in modo molto simile ai migliori modelli di frontiera americani. Il ritardo tecnologico della Cina rispetto agli USA stimato ad oggi è attorno ai 6-9 mesi.

Questi fatti mostrano quanto l’intelligenza artificiale cinese sia già strutturalmente rilevante negli Stati Uniti, almeno nelle aree più sensibili al prezzo: sviluppatori, applicazioni agentiche, servizi di routing e utilizzatori di modelli open-weight.

Sono le aree da cui spesso nascono le infrastrutture del futuro. Le grandi trasformazioni tecnologiche non cominciano necessariamente dai consumatori di massa: possono cominciare dalle librerie, dai framework e dalle decisioni apparentemente minori degli sviluppatori.

Come gli USA cercano di contenere la Cina

Le strategie dei due contendenti nella competizione sull’IA possono essere allora riassunte così: Washington cerca di rendere la Cina tecnologicamente isolabile; Pechino cerca di rendere l’isolamento tecnologicamente impraticabile.

Dal 2022 Washington ha progressivamente limitato l'accesso cinese alle GPU avanzate, alle apparecchiature per produrre semiconduttori avanzati e ad altre tecnologie critiche. Nel 2026 la politica è stata parzialmente rimodulata, ma il principio rimane: impedire alla Cina di avere accesso libero alla frontiera del calcolo.

Il problema è che questa è soltanto una strategia di negazione: può rallentare la Cina, ma non garantisce che il resto del mondo continui a utilizzare tecnologia americana. Per ottenere questo risultato occorre costruire un'intera catena economica alternativa a quella cinese, dalla materia prima fino al cliente finale.

La struttura può essere letta su tre livelli.

A monte c’è Project Vault, l’iniziativa pubblica e privata da 12 miliardi di dollari lanciata dagli Stati Uniti a febbraio 2026 per creare una riserva strategica di terre rare e minerali critici. La funzione non è soltanto accumulare minerali: creando un acquirente pubblico relativamente prevedibile, Washington cerca di rendere economicamente sostenibili miniere e filiere che altrimenti potrebbero essere schiacciate dai bassi prezzi cinesi. Nell’ambito delle terre rare, la vera difficoltà non è trovare un giacimento fuori dalla Cina, ma renderne non cinesi l’estrazione, la raffinazione, il trasporto e la vendita.

Nel mezzo c'è FORGE, l'iniziativa internazionale lanciata dagli Stati Uniti il 4 febbraio 2026 che mira a costruire catene di approvvigionamento diversificate per i minerali critici e le terre rare, riducendo la forte dipendenza globale dal mercato cinese. Deve coordinare governi, finanziatori, miniere, impianti di raffinazione e utilizzatori industriali. In altre parole: una miniera australiana, africana o centroasiatica serve relativamente a poco se poi il minerale deve andare in Cina per essere raffinato. La strategia americana cerca quindi di costruire le connessioni mancanti fra estrazione, lavorazione, capitale, infrastrutture e industria.

A valle c'è Pax Silica. Ed è probabilmente il tassello più interessante. Non serve soltanto a procurarsi minerali e chip: serve a creare la domanda finale che renda economicamente sostenibile tutta la catena precedente. Pax Silica collega minerali, energia, semiconduttori, data center, infrastrutture di calcolo e infine modelli IA. Il Dipartimento di Stato l'ha definita esplicitamente un'iniziativa che attraversa l'intera catena di approvvigionamento dell'IA e ha annunciato un fondo iniziale da 250 milioni di dollari destinato a catalizzare capitali molto maggiori.

La Cina parte da una posizione quasi speculare. Ha un enorme vantaggio industriale e nella lavorazione dei minerali, ma uno svantaggio nella parte più sofisticata della computazione: GPU di frontiera e alcune apparecchiature per produrle.

Cercare semplicemente di costruire una copia dell’ecosistema americano sarebbe costosissimo e richiederebbe tempo. La risposta cinese è quindi in parte asimmetrica.

La popolarità internazionale dei modelli open-weight è per Pechino un'occasione per creare dipendenza dallo stack tecnologico cinese, soprattutto nei paesi che non hanno accesso ad alternative americane altrettanto economiche e aperte.

Ma per funzionare, la strategia cinese ha comunque bisogno di coordinazione. Il Piano d'azione cinese per la cooperazione e lo sviluppo dell'IA, pubblicato il 17 luglio, contiene otto aree di cooperazione. E viste insieme assomigliano a una risposta cinese all’offensiva americana.

Pechino propone dati, connessione delle infrastrutture di calcolo e servizi di  IA computing accessibili ai paesi in via di sviluppo, comunità open-source internazionali e condivisione di modelli, algoritmi e strumenti. Lo scopo dichiarato dall’organizzazione per la cooperazione IA lanciata da Pechino è la costruzione congiunta delle regole tecniche e l’ideazione di meccanismi internazionali comuni, mentre la diplomazia cinese presenta l’IA come «bene pubblico» per il Sud globale.

Gli Stati Uniti dicono sostanzialmente ai propri partner di entrare nel loro ecosistema perché possiedono le tecnologie migliori, il capitale, i chip e il cloud più avanzati; in cambio offrono accesso a una filiera affidabile (al momento solo in costruzione).

Pechino risponde che non occorre dipendere dall’oligopolio americano, e offre modelli aperti, possibilità di personalizzarli, infrastrutture, formazione, applicazioni e una voce nella definizione delle regole.

Gli Stati Uniti possono chiedere ai governi di scegliere, ma è molto più difficile chiedere la stessa cosa agli sviluppatori, alle imprese e al software.

Fonte 

21/08/2026

Nasce a Shanghai l’Organizzazione mondiale dell’IA

All’interno di una Unione Europea devastata anche intellettivamente da quasi 40 anni di “pensiero unico” fatto di ordoliberismo teutonico, “austerità di bilancio” e totale libertà delle imprese, la discussione sull’Intelligenza Artificiale oscilla tra dilemmi para-filosofici (e dio sa se non ci sono anche problemi filosofici chiave nello sviluppo dell’IA) e disegno di “regole” per una attività industriale che, in Europa, praticamente nessuno coltiva con risultati apprezzabili. O almeno tali da poter costituire un potenziale concorrente con le imprese americane o di altri paesi.

Non parliamo poi dell’Italia, terra desolata e in via di desertificazione sia industriale (la prima impresa nazionale è ora Leonardo, una controllata dello Stato che costruisce armi) che demografica (solo 350mila i nuovi nati del 2025, contro l’oltre un milione del 1964), dove il principale problema di governo e opposizione sembra siano “gli immigrati”. Che peraltro qui non ci vogliono stare, aspirando a qualcosa di meglio…

Occuparsi di intelligenza, sia pure informatizzata e standardizzata (ossia il contrario del sapere), sembra quasi un reato, peggio che svegliare un semi-cadavere in coma.

Nel frattempo il resto del mondo si porta decenni avanti. Non solo sviluppando sistemi di AI profondamente differenti da quelli Usa, ma anche preoccupandosi di disegnare un quadro di cooperazione internazionale tale da consentire anche ai paesi meno sviluppati – quelli sempre in via di decolonizzazione, non a caso – di utilizzare una risorsa altrimenti inaccessibile o a costi insopportabili.

Qui di seguito vi proponiamo due articoli molto diversi. Uno pubblicato su un sito francese pesantemente osteggiato da Facebook ed altre piattaforme Usa, l’altro addirittura elaborato come editoriale dell’ufficialissimo Le Monde.

Entrambi, comunque, mettono l’accento sul fatto che Cina e Russia, ma soprattutto la prima, hanno varato un’organizzazione internazionale che comprende, in partenza, 31 paesi, per mettere a disposizione strumenti in grado di facilitare lo sviluppo di tutti i partecipanti e quindi anche le relazioni reciproche (commerciali e non).

La chiave di volta è nell’open source, ossia in un’architettura dell’IA che non si fonda sulla “centralizzazione proprietaria” ma sulla flessibilità e adattabilità alle necessità reali dell'“utente” e/o dei compiti. Un bene pubblico, insomma, non un servizio privato da pagare caro.

Al tono entusiasta del primo articolo corrisponde simmetricamente lo spavento di Le Monde e della borghesia francese, che si scopre disarmata davanti ad una “avanzata” che non ha nulla di militaresco – la cooperazione internazionale, semmai, rende pressoché inutile il riarmo infinito per “esercitare deterrenza” – e molto di intelligenza umana, per nulla “meccanizzata”, in grado di offrire soluzioni a problemi che qui, nell’Occidente decerebrato, sembrano destinati a soluzioni a colpi di coltello.

Buona lettura.

*****

La Cina promuove infatti la cooperazione internazionale nello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, ovvero la mette al servizio dell’umanità intera e non solo di chi paga come fanno gli statunitensi, i quali in ogni caso sono per fortuna in evidente ritardo, rispetto ai progressi cinesi. Appare dunque chiaro che il futuro dell’Intelligenza Artificiale sarà nella solidarietà e nella cooperazione.

Al momento le nazioni aderenti sono: Cina, Russia, Brasile, Sudafrica, Indonesia, Kazakistan, Kirghizistan, Laos, Oman, Pakistan, Tagikistan, Uzbekistan, Cambogia Malesia, Algeria, Camerun, Repubblica del Congo, Etiopia, Kenya, Lesotho, Mozambico, Senegal, Zambia, Cuba, Nicaragua, Venezuela, Bolivia e per l’Europa, oltre alla già detta Russia, solo Bielorussia e Serbia.

Con oltre tre miliardi di cittadini rappresentati, queste nazioni, non solo per peso economico e demografico, esprimono una porzione importante e considerevole dell’umanità.

Sempre estranea alla costruzione multipolare ovviamente l’Unione Europea, la quale resta tragicamente subalterna e totalmente dipendente dall’alleato – padrone statunitense.

La strategia cinese per un futuro condiviso per l’intera umanità si allarga dunque anche all’Intelligenza Artificiale, con la volontà di favorire la definizione di regole comuni per quella che viene definita la “governance” dell’Intelligenza Artificiale stessa, con l’obiettivo di aiutare in modo sistematico e continuativo le nazioni del Sud Globale ad accedere alle tecnologie dell’Intelligenza Artificiale, condividendo competenze, formazione e infrastrutture, nonché sostenendo uno sviluppo dell’Intelligenza Artificiale sicuro, equo e vantaggioso per tutta l’umanità, come nelle parole del presidente Xi Jinping, il quale per l’occasione si è recato a Shanghai.

Nel 2025, i modelli open-source su larga scala sviluppati in Cina hanno raggiunto la vetta delle classifiche globali di download, primeggiando senza possibilità di paragone con qualsiasi altra nazione, tuttavia non solo i modelli su larga scala sviluppati in Cina sono ampiamente diffusi, ma anche i prodotti cinesi che fanno uso dell’Intelligenza Artificiale come occhiali e traduttori stanno conquistando il mercato globale.

Con la creazione della WAICO la Cina e la Russia e con loro le nazioni che concorrono paritariamente all’edificazione di regole e strutture atte a indirizzare verso il meglio per le donne e gli uomini della terra lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, intendono sottrarla alle logiche affaristico-monetariste delle aziende statunitensi interessate semplicemente ed esclusivamente ai profitti, senza alcuna finalità etica e sociale.

Così, mentre le aziende a stelle e strisce mirano al controllo dei semiconduttori avanzati e delle esportazioni, Pechino propone una cooperazione internazionale fondata su modelli open source e sul trasferimento di competenze a tutti i partecipanti all’Organizzazione per uno sviluppo condiviso delle capacità sempre crescenti dell’Intelligenza Artificiale.

Il lancio della WAICO, che si pone di fatto come il principale consesso mondiale in materia di Intelligenza Artificiale, è nato all’interno della WAIC, la World Artificial Intelligence Conference, ovvero la Conferenza Mondiale sull’Intelligenza Artificiale, che si svolge da un decennio annualmente a Shanghai, raccogliendo non solo tutte le più importanti aziende tecnologiche cinesi, ma anche di svariate altre nazioni del mondo, coinvolgendo ricercatori universitari, rappresentanti governativi, investitori e startup.

La Conferenza in questi anni è stata l’occasione per presentare i più recenti modelli cinesi di Intelligenza Artificiale ed anche il loro utilizzo in robot umanoidi e robot industriali, nelle tecnologie per la guida autonoma, nelle applicazioni mediche, industriali e militari, anche se queste ultime ovviamente mostrate non nella loro interezza per evidenti ragioni di sicurezza nazionale.

La Conferenza è da sempre l’occasione per connettere i colossi come Alibaba, Tencent, Baidu, Huawei e SenseTime, con la miriade di piccole startup nate in ogni angolo della Cina, implementate dall’entusiasmo di migliaia di giovani laureati in ingegneria.

Proprio da questa interlocuzione sono scaturite molte delle novità che la scienza cinese ha messo a disposizione dell’intera umanità, dai semiconduttori agli acceleratori per l’Intelligenza Artificiale, alle applicazioni derivate e connesse.

La stampa cinese, a partire dal “Renmin Ribao”, ovvero “Il Quotidiano del Popolo”, ha sottolineato come la considerazione planetaria riservata alla Cina quale nazione equilibrata e stabilizzatrice delle relazioni internazionali sia di fatto di giorno in giorno crescente, a fronte delle turbolenze globali, delle guerre e delle contraddittorie incertezze disseminate dalla nefasta presidenza statunitense, che di fatto poi traina nel marasma l’intero Occidente Collettivo, il quale appare esclusivamente orfano di una passata egemonia fondata sul furto delle materie prime energetiche, minerarie e alimentari del Sud Globale.

La stampa cinese [1] ha sottolineato il rafforzarsi dell’amicizia dentro il progetto della Nuova Via della Seta tra Cina e Kazakistan, dei legami indissolubili tra Cina e Cambogia, ma anche tra Cina e Thailandia, tutte relazioni definite latrici di una “consolidata fiducia strategica reciproca vibrante e dinamica” e come tutti i capi di stato e di governo presenti abbiano sottolineato come “la Cina abbia fatto dell’Intelligenza Artificiale un bene pubblico e non un bene privato.”

Il presidente Xi Jinping, nel suo lungo discorso al proposito ha affermato:

“In quanto nazione responsabile, la Cina si è sempre impegnata per fornire beni pubblici a tutte le nazioni coinvolte in progetti di cooperazione, in particolare nel campo dell’innovazione tecnologica e ora in quello dell’Intelligenza Artificiale.
Nei prossimi cinque anni, la Cina offrirà opportunità di formazione in merito all’Intelligenza Artificiale per i giovani delle nazioni del Sud Globale, istituirà centri di cooperazione internazionale per le sue applicazioni, con accordi bilaterali volti a coinvolgere l’ASEAN, la Lega Araba, l’Unione Africana, la Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e tutte le nazioni aderenti ai BRICS”.


Quindi il presidente cinese ha poi significativamente aggiunto: “La Cina di oggi contribuisce a creare opportunità di cooperazione in un’epoca turbolenta. La Cina non persegue la modernizzazione in un quadro di auto – isolamento, ma accoglie con favore la partecipazione attiva del maggior numero di amici stranieri interessati a un processo di modernizzazione che avrà ricadute positive per l’intera umanità a partire dal contrasto della disuguaglianza”.

Nel suo discorso alla Conferenza il Presidente kazako Tokayev ha affermato: “La Cina ha compiuto un balzo in avanti nello sviluppo, ha sradicato completamente la povertà assoluta, è diventata una potenza di livello mondiale, ha costruito un sistema economico diversificato e ha assistito alla fioritura di tecnologie all’avanguardia. Questo grande risultato deriva dalla forte leadership del Partito Comunista Cinese, il più grande partito politico al mondo e anche dalla leadership eccezionale e saggia guidata dal Presidente Xi Jinping”.

Tale discorso ha indotto il presidente Xi Jinping a indugiare nelle sue conclusioni sul ruolo del Partito Comunista nella costruzione di una Cina moderna e all’avanguardia a livello planetario in campo scientifico e tecnologico:

“La ragione per cui il Partito Comunista Cinese è stato in grado di raggiungere costantemente risultati brillanti nella sua lotta, e per cui la storia e il popolo hanno scelto il Partito Comunista Cinese, risiede nel fatto che il Partito Comunista Cinese possiede qualità eccellenti come l’impegno nella ricerca della verità, il profondo radicamento nel popolo, il coraggio di assumersi le missioni storiche, l’allineamento con le tendenze dello sviluppo, l’audacia di affrontare anche le più ardue sfide e la capacità di farlo efficacemente, così come l’attenzione al rafforzamento della capacità produttiva e di ricerca scientifica e tecnologica”.

Il presidente cinese ha poi aggiunto: “Il quindicesimo Piano Quinquennale afferma chiaramente che si deve promuovere la creazione di un quadro di governance per l’Intelligenza Artificiale con un’ampia partecipazione internazionale, costruendo congiuntamente un ecosistema globale di Intelligenza Artificiale aperto, equo, basato sulla fiducia, diversificato e reciprocamente vantaggioso, a sostegno del Sud Globale e nel rafforzamento delle sue capacità in materia di Intelligenza Artificiale”.

Note
[1] La presente e le successive citazioni provengono tutte dall’edizione del 18 luglio 2026 del “Renmin Ribao”

*****
Il contro-modello cinese sull’IA, una sfida per l’Europa

In occasione della Conferenza mondiale sull’intelligenza artificiale tenutasi a Shanghai il 17 luglio, il presidente cinese Xi Jinping ha presentato una dottrina per l’organizzazione dell’intelligenza artificiale che potrebbe ridisegnare gli equilibri dell’ordine tecnologico mondiale e rischia di annullare il vantaggio di cui i Ventisette [i membri dell’Unione Europea, ndr] disponevano sul piano normativo.

Nel campo dell’intelligenza artificiale (IA), gli scenari non sono mai scritti in anticipo. Finora, la narrazione più diffusa era la seguente: gli Stati Uniti godono di un decisivo vantaggio tecnologico, la Cina cerca di colmare il divario e l’Europa si sforza di limitarne gli eccessi attraverso la regolamentazione.

La Conferenza mondiale di Shanghai del 17 luglio ha però rimesso in discussione questo racconto. Xi Jinping non si è limitato a sancire il recupero della Cina: ha presentato una dottrina per l’organizzazione dell’IA che potrebbe ridisegnare gli equilibri dell’ordine tecnologico globale.

Presentandosi come il promotore di una «sinfonia della cooperazione internazionale», il presidente cinese ha mostrato i progressi delle imprese del suo Paese come la vetrina di un progetto politico. Dietro le promesse di un’intelligenza artificiale aperta, accessibile ed economicamente sostenibile per i Paesi in via di sviluppo, Pechino punta a imporre la propria concezione della governance digitale.

La dimostrazione non si è fermata ai discorsi: i rappresentanti di 29 Paesi hanno firmato l’atto costitutivo di un’Organizzazione mondiale per la cooperazione sull’IA, che avrà sede a Shanghai.

La Cina sta applicando una strategia già sperimentata con successo. Come è avvenuto per i pannelli solari, le batterie o i veicoli elettrici, il suo obiettivo non è necessariamente produrre la tecnologia più avanzata, bensì quella più accessibile.

I modelli sviluppati da DeepSeek, Moonshot e Zhipu AI offrono prestazioni vicine a quelle dei leader statunitensi, ma a costi incomparabilmente inferiori. Per una larga parte del mondo, questo rapporto qualità-prezzo prevarrà sui modesti vantaggi in termini di prestazioni assolute.

L’ambizione cinese, tuttavia, va oltre l’economia. Pechino vuole convincere il mondo che il proprio approccio, più regolamentato e maggiormente subordinato agli obiettivi dello Stato, rappresenti una risposta credibile alle preoccupazioni suscitate da questa rivoluzione tecnologica.

È vero che tali meccanismi di controllo si fondano su una censura incompatibile con le libertà fondamentali e sarebbe pericoloso confondere una regolamentazione democratica con un controllo autoritario. Resta però un dato incontestabile che la Cina sta sfruttando: ovunque, anche nelle democrazie, il tempo dell’autoregolamentazione delle piattaforme sta ormai giungendo al termine.

L’Europa riteneva di possedere un vantaggio sul piano normativo. L’idea era che la sua ambizione di imporre standard etici avrebbe compensato il ritardo industriale. Oggi Pechino minaccia di neutralizzare questo vantaggio, non tanto regolamentando meglio, quanto combinando un’offerta tecnologica competitiva con un discorso politico sostenuto ai massimi livelli dello Stato.

In assenza di una vera e propria terza via, l’Europa si ritrova stretta tra due modelli. Washington impone le proprie regole attraverso la superiorità tecnologica, l’extraterritorialità del proprio diritto e la possibilità di attivare un kill switch, un pulsante di arresto d’emergenza in grado di interrompere l’accesso a una tecnologia ritenuta strategica (come nel caso dei modelli più avanzati di Anthropic).

La Cina, invece, avanza facendo leva su un sofisticato soft power fondato sulla cooperazione tecnica e sulla diplomazia multilaterale. Ne deriva una situazione paradossale: è il regime autoritario a mettere in campo l’approccio più sofisticato, mentre la cosiddetta democrazia “liberale” impone il proprio modello facendo ricorso alla forza.

La lezione per i Ventisette è chiara: una norma esercita influenza solo se è accompagnata dalla capacità di trascinare gli altri. Oggi, però, l’Europa non dispone né della forza degli Stati Uniti né del potere di attrazione della Cina. Senza un’ambizione industriale all’altezza dei propri principi, le sue regole rischiano di imporsi soltanto a se stessa.

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23/07/2026

La Cina ha reso l’IA in un bene pubblico, perché la Silicon Valley va nel panico?

Se l’intelligenza artificiale (IA) deve trasformare il mondo in meglio, perché sta mettendo in ansia la Silicon Valley?

Cerca “China AI” nei motori di ricerca occidentali e vedrai la stessa parola comparire più e più volte – “race”. Ma cliccando tra i titoli, la vera emozione dominante è qualcos’altro: l’ansia.

Business Insider l’ha scritto senza mezzi argomenti: “La Silicon Valley è in crisi per la strategia cinese di IA open-source”. Axios è stato ancora più diretto: Kimi K3, un nuovo modello di IA open-source sviluppato da Moonshot AI con sede a Pechino, “ha abbagliato gli sviluppatori, scosso la Silicon Valley e rilanciato la corsa all’IA da un giorno all’altro”.

Un venture capitalist americano ha catturato perfettamente l’atmosfera sui social media: “Il futuro è open source ... Immaginate se l’America chiudesse la porta all’open source. Costringeremmo esplicitamente le aziende americane a pagare 26-56 dollari per ogni token da 1 MM per la propria intelligence che i loro avversari/concorrenti nel mondo pagherebbero 0,50-1 dollaro. Questo è economicamente insostenibile a meno che l’IA non sia una stronzata”.

Un ex consigliere per l’IA della Casa Bianca è andato oltre, affermando che i “modelli woke lobotomizzati” (modelli di IA paralizzati dal politicamente corretto) sono nemici della competitività americana.

Questa ondata di inquietudine risale a un solo evento: la World AI Conference (WAIC) 2026 a Shanghai. Lì, la Cina non si è limitata a presentare il modello aggiornato Kimi K3, ma ha anche lanciato l’Organizzazione Mondiale per la Cooperazione per l’Intelligenza Artificiale (WAICO), inviando un chiaro segnale di un approccio molto diverso allo sviluppo dell’IA, che colpisce il modello statunitense dove fa più male.

Alla base, la strategia statunitense sull’IA è una corsa guidata dal capitale. Investono massicciamente, mantengono i modelli più potenti chiusi e proprietari, e aggiungono controlli sulle esportazioni. Il risultato? Valutazioni alle stelle per una manciata di giganti – OpenAI, Anthropic, Google DeepMind – e un dominio a breve termine per gli Stati Uniti.

I prezzi delle azioni sono schizzati alle stelle. Gli investitori hanno incassato. Ma gli svantaggi sono ora impossibili da ignorare: costi estremi e forte dipendenza dalla scarsità artificiale. Nel momento in cui alternative aperte e a basso costo diventeranno ampiamente disponibili, il sistema potrebbe rapidamente crollare.

Questo ci porta alla domanda: a chi è rivolta l’IA?

Nell’approccio americano, l’IA è per lo più uno strumento di fascia alta – un prodotto redditizio progettato per nazioni ricche e grandi investitori. Essa allarga il divario tra ricchi e poveri, paesi sviluppati e in via di sviluppo.

Ancora più inquietante è la visione a lungo termine discussa silenziosamente: un futuro in cui una piccola élite fugge su Marte mentre la Terra viene lasciata a decadere, o in cui una manciata di oligarchi tecnologici usa IA e robot antropomorfi per controllare la maggior parte delle risorse – e, per estensione, l’umanità stessa.

Questa fredda e gerarchica techno-fantasia rivela il profondo difetto dell’approccio statunitense: la tecnologia serve in ultima analisi il potere e la ricchezza di pochi.

La Cina offre una visione radicalmente diversa: l’IA come bene pubblico globale – qualcosa pensato per beneficiare tutta l’umanità.

I veri beni pubblici non hanno prezzi esorbitanti, barriere elevate o controllo monopolistico. Abbracciando modelli open-source, la Cina ha rilasciato codice e dati sull’addestramento dei modelli affinché il mondo possa utilizzarli, modificarli e svilupparli. Rifiuta il vecchio manuale di chiusura e ricerca di rendite. L’obiettivo è rendere l’IA più facile da usare, più produttiva e accessibile a tutti.

L’IA è già passare dal mondo digitale a quello fisico – rimodellando energia, manifattura, sanità, agricoltura e città. Gli Emirati Arabi Uniti stanno utilizzando l’IA per la guida autonoma. Il Brasile la sta implementando per l’agricoltura intelligente. La Cina sta condividendo capacità rilevanti con i paesi del Sud Globale. I beni pubblici, dopotutto, non dovrebbero essere un lusso.

La “cortina di ferro dell’IA” che gli Stati Uniti hanno cercato di costruire viene smantellata dalla spinta della Cina verso l’open source. Alla fine, il vero vincitore della corsa all’IA non sarà colui che costruisce il modello più potente in laboratorio. Sarà colui che creerà la prosperità più ampia nel mondo reale.

Gli Stati Uniti giocano per guadagni in conto capitale ed egemonia tecnologica. La Cina punta sull’abbondanza condivisa e sul progresso umano.

La domanda ultima non è mai cambiata: la tecnologia dovrebbe servire tutta l’umanità, o solo pochi privilegiati? La Cina ha dato la sua risposta.

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24/07/2018

Considerazioni sulla "sovranità algoritmica". Come le multinazionali sfruttano la nostra pigrizia

di Francesco Galofaro, Politecnico di Milano

La vicenda della multa comminata dall’Unione europea a Google per aver violato le regole della concorrenza e del mercato si presta a una lettura ben diversa da quelle, puramente economiciste, in circolazione, se ci soffermiamo appena sul ruolo svolto da questo genere di aziende nella sicurezza informatica e nel cyber warfare. Secondo dati del Sole 24 ore, negli ultimi 10 anni l’Unione europea ha imposto multe per un totale di 23 miliardi 139 milioni di euro [1]. Le multe riguardano certamente anche cartelli europei nel campo della telefonia e dell’automobile; prevalgono tuttavia di gran lunga i colossi dell’informatica statunitensi: Microsoft, Google, Intel, Apple, e in misura assai minore Facebook, collezionano oltre due terzi delle sanzioni per un totale di 18 miliardi di euro. L’entità della multa dipende dalla durata della violazione, dalla gravità dell'illecito e dal giro d'affari del soggetto interessato, fino al 10% del suo giro d’affari. Nel 2017, Google ha chiuso con un fatturato di 111 miliardi di dollari, pari a 95 miliardi di euro [2]. Pertanto, nel multare l’azienda di 4,3 miliardi (un terzo dell’utile netto dichiarato nel 2017) la UE ha deciso di non calcare eccessivamente la mano.

Le cause

Secondo Margrethe Vestager, commissario UE alla concorrenza, Google ha utilizzato Android come strumento per consolidare la posizione dominante del proprio motore di ricerca [3]. Con questa motivazione, a mio parere, la UE potrebbe comminare a Google una multa al giorno. Se proviamo a spostare Chrome nella micro SD del telefonino, scopriremo di non poterlo fare; se proviamo a disattivarlo, un messaggio del sistema operativo ci avvertirà che Chrome è un’applicazione integrata, e dunque altre applicazioni potrebbero non funzionare correttamente.

Se qualcuno si chiede dove sia il problema, occorre fare appello alla nostra comune esperienza di utenti: Android, Windows, OSX assoggettano l’uomo alla macchina, lo incatenano ai vincoli di utilizzo decisi dall’azienda, ne spremono biecamente ogni informazione utile a farne un bersaglio di campagne pubblicitarie per poi autodistruggersi, costringendoci a comprare un telefonino o un tablet nuovo.

Le multinazionali sfruttano la nostra pigrizia

Perché il lettore possa comprendere meglio quel che scriverò in seguito, è bene chiarire che stiamo parlando della versione Google di Android. In sé, Android è un sistema Open, basato sul kernel GNU Linux, e chiunque può svilupparne una propria versione, collaborare con la comunità che lo mantiene o installarne una versione ‘aperta’ sul proprio smartphone. La maggior parte di noi non lo fa né si protegge dal monopolio a causa di un fenomeno che gli psicologi chiamano avarizia cognitiva: la tendenza a pensare e risolvere i problemi nei modi più semplici e meno impegnativi, tralasciando soluzioni sofisticate, a rischio di errori e risultati controproducenti [4]; è il motivo per cui molte persone non riescono a liberarsi dalla dipendenza da Windows nonostante reiterate avarie, reinstallazioni del sistema e gastriti ricorrenti; proprio su questo genere di mentalità le multinazionali hanno sempre fatto affidamento per consolidare il proprio monopolio.

Quando la storia si ripete

Curiosamente, nel 2013 anche Microsoft fu multata per un motivo analogo: lo stretto legame tra sistema operativo e browser intralcia la libera scelta degli utenti [5]. La sempre più stretta connessione tra sistema operativo e browser non è un destino, non è nell’ordine delle cose, ma è una strategia ben precisa. Riprendendo l’integrazione tra Windows e Internet explorer, infatti, Google ha rilasciato da qualche anno Chrome OS, in cui non è più possibile tracciare un confine netto tra sistema operativo e browser [6]. Forzare questo sistema a comportarsi come un computer normale è possibile, ma richiede impegno, una qualche dimestichezza con la macchina e l’acquisizione di competenze tecniche di un certo livello [7]. D’altro canto le limitazioni imposte dall’azienda spingono l’utente a usare servizi come Google docs e affidare a Google tutto il proprio lavoro, i propri dati, la propria vita.

Cyberwarfare e sicurezza

La minaccia rappresentata dall’oligopolio informatico non riguarda solo il piano individuale. Tutto questo ci deve portare a riflettere sulla vicenda delle multe da un punto di vista differente: quello delle relazioni internazionali e del conflitto tra Stati. Google, Apple, Intel, Microsoft e Facebook hanno sede negli USA. Non sono multinazionali senza patria, come amavano descriverle anni fa i no-global seguaci delle suggestive teorie negriane sull’Impero, ma servono interessi nazionali ben precisi. Rafforzano e non mettono in crisi il principio di sovranità dello Stato, come prova la reazione di Trump: in occasione della multa ha ribadito che L’Unione europea è un profittatore e un avversario degli USA [8].

Nuove minacce

La nozione contemporanea, algoritmica, di sovranità spiega bene il conflitto cui assistiamo: aziende come Google, Microsoft e Facebook costituiscono una minaccia per la ricerca scientifica e tecnologica, per i brevetti, e perfino per l’autonomia politica di qualsiasi Paese (diverso dagli USA). Quando Stati come il Brasile, Regioni come l’Emilia Romagna, metropoli come la municipalità di Monaco di Baviera abbandonano i sistemi liberi come Linux per affidare i propri dati a Microsoft 365, consegnano nei fatti tutti i propri dati economici, le previsioni, oltre alle decisioni politiche più riservate ad un unico depositario: il governo degli Stati Uniti [9]. Nessuna azienda più di Microsoft si è mostrata negli anni più collaborativa con la National Security Agency (NSA) [10]. I politici che incautamente vi si affidano compromettono la sicurezza nazionale e si dimostrano del tutto inadeguati a comprendere le sfide poste dalla nostra contemporaneità. Se ad esempio una certa Regione archiviasse così i dati sulle previsioni rispetto alle produzioni agricole e le proprie strategie di investimento futuro, uno Stato estero potrebbe sfruttarli a proprio vantaggio, in operazioni neocoloniali di accaparramento delle risorse (landgrabbing): lo stesso problema si era posto, mezzo secolo fa, all’apparire dei primi satelliti meteorologici.

La concorrenza non è una soluzione

Chi legge può pensare che stia tessendo un panegirico della UE, garante della concorrenza perfetta. Tutt’altro: le multe dimostrano una volta di più l’inefficacia del mercato e la scarsa scientificità dell'economia liberale. Lasciato a se stesso, il mercato non evolve affatto verso l'equilibrio, la concorrenza perfetta, la riduzione degli extraprofitti a favore dei consumatori, ma verso monopoli, oligopoli, posizioni dominanti e cartelli. Il fatto poi che un’istituzione debba farsene garante, dimostra che il mercato non è un fenomeno naturale ma una finzione giuridica; a sua volta, l’economia liberista non è una scienza ma una tecnica che assicura la governamentalità [11], un’ideologia per funzionari di rango – si pensi al ruolo del confucianesimo in Cina, a quello della filosofia stoica durante l’impero romano. Proprio la fede cieca nella concorrenza ha permesso che i colossi informatici americani finissero per controllare ogni aspetto della nostra vita pubblica e privata, a infiltrarsi nell’infrastruttura fondamentale che assicura la governamentalità del sistema [12], finendo per costituire una forma di sovranità algoritmica che mette a repentaglio quella tradizionale.

I sistemi Open e l’esempio cinese

Se la concorrenza è una finzione, i sistemi Open source possono al contrario garantire la sicurezza dell’Informazione, poiché il codice sorgente delle applicazioni è pubblico e chiunque può accertarsi che i suoi piani strategici riservati non vengano caricati direttamente sui server del Pentagono. Solo il software libero, basato sulla collaborazione tra gli utenti e la condivisione di competenze, garantisce veramente la sicurezza delle persone e dei governi. L’alternativa è usare Linux, usare la versione open di Android [13], sbarazzarsi del Play Store e cercare le nostre app in altri repository (ad esempio F-Droid [14]). Tutte misure che i governi avrebbero la forza e la legittimità di imporre per legge: in Cina i fornitori di telefoni cellulari che vendono smartphone Android sostituiscono i servizi Google con app e contenuti locali, per assicurarsi che l'esperienza dell'utente non sia compromessa [15]; una dozzina di aziende modifica Android sia sui sistemi mobili sia su PC per combattere i monopoli Microsoft e Google [16]. In questo modo, la Cina non fa altro che difendere la propria sovranità algoritmica.

La sovranità algoritmica

Nel corso dell’articolo ho spesso impiegato la nozione di sovranità algoritmica, implicata dalla competizione per la supremazia digitale, di cui mi sono già occupato più distesamente in altre occasioni [17]. Qui vorrei soffermarmi a riflettere sulle sue implicazioni. Una certa sinistra no borders nega alla nozione di sovranità ogni pertinenza nelle analisi politiche, permettendosi di dare del fascista a chi la impiega. In questo modo rivela solo la propria subalternità all’egemonia culturale liberista, un portato dei processi di globalizzazione. Questa sinistra è erede di filosofie politiche anni ‘70 che – per motivi comprensibili su un piano storico – indicavano nello Stato e nelle sue strutture autoritarie l’avversario principale attenuando la tradizionale centralità attribuita al conflitto di classe dalle analisi marxiste. Queste filosofie politiche hanno senza dubbio avuto il pregio di modernizzare lo Stato rispetto a strutture autoritarie tralatizie che ostacolavano ogni ulteriore sviluppo delle forze produttive; oggi appaiono fatalmente inadeguate di fronte al fatto che le multinazionali applicano le medesime logiche di dominio per assoggettare gli utenti ad interessi chiaramente imperialistici. Consiglio pertanto a chi si riconosce in questa tendenza politica una rilettura più attenta di uno dei suoi autori-feticcio, ovvero Michel Foucault: con i concetti di biopolitica e dispositivo il filosofo francese non intendeva negare l’esistenza della sovranità né farne un bersaglio dei radicali, ma descrivere scientificamente i meccanismi che la fondano, dal sistema scolastico a quello sanitario, alla pubblica amministrazione [18]. Quella di sovranità, nella variante algoritmica che contraddistingue la politica attuale, è dunque una categoria che, pur nelle sue trasformazioni storiche, sembrerebbe tutt’ora produttiva. Soprattutto, l’alternativa ai monopoli e all’avarizia cognitiva è rieducarsi a non essere più gli oggetti passivi, manipolati dalla tecnica, in cui il mercato ci ha trasformati, ma a divenire – almeno in potenza e in parte – agenti autonomi, in grado di esercitare un ruolo attivo sul mondo della vita secondo un principio di intenzionalità [19].

NOTE

[1] http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-07-17/da-microsoft-google-ecco-come-l-ue-utilizza-tesoretto-multe-173439.shtml
[2] https://it.finance.yahoo.com/quote/GOOG/financials?p=GOOG
[3] http://www.ilsecoloxix.it/p/economia/2018/07/18/AD1CAIg-android_miliardi_sistema.shtml
[4] https://en.wikipedia.org/wiki/Cognitive_miser
[5] http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2013-03-06/microsoft-nuova-maximulta-milioni-123156.shtml
[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Chrome_OS
[7] https://github.com/dnschneid/crouton
[8] http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2018/07/19/trump-difende-google_hpr6tJ0Fu8NSkWthcrZsvI.html
[9] https://www.lffl.org/2016/11/emilia-romagna-e-brasile-dicono-addio-allopen-source.html
[10]http://techrights.org/wiki/index.php/Microsoft_and_the_NSA
[11] M. Foucault, Biopolitica e liberalismo, Medusa edizioni, 2001.
[12] http://www.ladeleuziana.org/wp-content/uploads/2016/12/Rouvroy2.pdf
[13] https://source.android.com/
[14] https://f-droid.org/
[15] https://www.zdnet.com/article/phonemakers-make-android-china-friendly/
[16] https://en.wikipedia.org/wiki/Android_(operating_system)
[17] http://www.marx21.it/index.php/internazionale/pace-e-guerra/28854-la-sfida-usa-cina-per-legemonia-tecnologica
[18] M. Foucault, Bisogna difendere la società, Feltrinelli, Milano, 2009.
[19] https://www.scribd.com/document/140600925/Landowski-L-epreuve-de-l-autre

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