Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/02/2021

Facebook e Twitter sono stati sovrani? La nuova sovranità algoritmica

Ci stavamo quasi rassegnando al restare soli, nell’analisi critica della “sovranità algoritmica” che va a insidiare persino quella degli Stati più forti.

Al nostro contributo, in effetti, non se ne erano aggiunti altri, se non nella forma più o meno inutile di singole battute sui social (quasi un paradosso, visto che proprio della natura dei social si stava discutendo). Ora questa ottima analisi di Francesco Galofaro irrobustisce la discussione.

Buona lettura.

*****

Il caso di Donald Trump ha fatto discutere, ma il presidente USA non è il solo uomo politico che, nel mese di gennaio, è stato tacitato da Twitter e Facebook. L’8 gennaio Twitter ha sospeso permanentemente il profilo di Trump per un presunto rischio di incitamento alla violenza in relazione al cambio della presidenza USA [1].

L’attacco di Twitter, Facebook & c. è chiaramente strumentale e interessato, dato che arriva dopo il cambio al vertice di Washington. Negli ultimi quattro anni, le regole di questi media non hanno impedito a Trump e ai suoi sostenitori di dire quel che è parso loro meglio.

Il 9 gennaio Twitter ha bloccato l’account dell’ambasciata cinese degli Stati Uniti per un post che difendeva le politiche di Pechino nello Xinjiang. Il post riprendeva un articolo del China Daily secondo il quale, grazie alle politiche del governo cinese, le donne di etnia uigura non sono più considerate “macchine per bambini“.

Secondo la piattaforma social, questo modo di esprimersi viola le sue politiche contro la “disumanizzazione” [2]. A parere di chi scrive, si direbbe piuttosto il contrario, poiché l’ambasciata rivendica il diritto delle donne ad essere considerate persone; è chiaro che si tratta di una scusa qualsiasi per operare una censura di natura politica sulla comunicazione del nemico.

Nello stesso giorno, Twitter ha rimosso un post nel quale Khamenei spiegava il suo veto all’importazione di vaccini da Usa e Regno Unito asserendo che “non ci si può fidare di questi Paesi“. Secondo Twitter, il messaggio violava la sua politica “sulle informazioni fuorvianti sul Covid-19” [3]. Il lettore giudichi se la sfiducia degli iraniani riguarda i vaccini americani oppure, come sembra più probabile, la loro capacità di tener fede alla parola data.

In Italia, il 13 gennaio, una simile sorte è toccata a Marco Rizzo. Nel suo caso è stato Facebook a sospendere il profilo. Il post di Rizzo denunciava le due misure che i media nostrani adottano quando le spallate ai governi arrivano dalle piazze ucraine o dalle piazze di Washington [4]. Anche chi non è d’accordo con Rizzo è invitato a chiedersi se il suo sia un messaggio violento o volgare al punto che, invece di discuterlo, lo si debba a tutti i costi cancellare.

Naturalmente, questi casi non sono i primi né gli ultimi. Si è formato un cartello statunitense di social-media “perbene” e di grandi gruppi industriali informatici: dopo l’assalto al Campidoglio da parte dei fan di Trump più folkloristici, Apple, Google e Amazon hanno bloccato la distribuzione dell’app del social media Parler, reo di non moderare gli interventi degli utenti nel nome della libertà di parola [5].

Allo stesso modo, il potere di restringere la libertà di parola e di informazione dovrebbe suscitare qualche interrogativo anche tra i più radicali oppositori del trumpismo. Secondo dati dello stesso Facebook, i suoi utenti nel 2020 hanno raggiunto la cifra astronomica di 2 miliardi e 500 milioni di persone in tutto il mondo[6].

Attraverso i suoi algoritmi, Facebook ha la effettiva capacità di imbavagliare una parte dell’umanità relegandola in un giardino per l’infanzia protetto. Inoltre, come si è visto, è in grado di interferire tanto nella politica interna dei diversi Stati, quanto nelle loro relazioni estere. La tesi, ardita, che vogliamo sostenere qui, è che Facebook esercita una sovranità “algoritmica” sui propri utenti.

Ci siamo già occupati a più riprese della sovranità algoritmica, che i pochi Stati sovrani rimasti tentano di esercitare o difendere da attacchi esterni [7]. Ricordiamo che la NATO considera il cyberspazio come un nuovo territorio di intervento per reprimere le minacce esterne [8].

Possiamo quindi dire che Facebook (e gli altri social network) possiedono un territorio – il proprio spazio virtuale – su cui esercitano la propria giurisdizione. Non solo i loro algoritmi censurano i cittadini, ma vi è perfino la possibilità (per coloro che parlano inglese) di fare ricorso contro la decisione presso un “oversight board”. Non si tratta di un vero e proprio tribunale; il board “esamina un numero selezionato di casi ‘altamente emblematici’ e determina se le decisioni sono state prese in conformità con i valori e le politiche dichiarati di Facebook” [9].

Facebook è in grado di difendere i propri confini? La risposta è positiva, in due sensi diversi. In primo luogo, Facebook adotta alcune precauzioni per quanto riguarda l’immigrazione clandestina. Si accerta che i propri utenti corrispondano a persone reali. Sospende i profili che tentano di iscriversi o connettersi in maniera anonima, attraverso una VPN. Se è il caso, chiede una conferma dell’identità attraverso un numero di cellulare, e mantiene un elenco aggiornato dei numeri di telefono usa-e-getta usati su internet per iscriversi a diversi servizi mantenendo la privacy.

Insomma: proprio come entrare clandestinamente in Italia, aprire un profilo anonimo di Facebook non è impossibile, ma è comunque oggetto di controlli da parte del Network.

C’è un secondo, più preoccupante “nemico” da cui Facebook deve difendersi, e sono gli Stati sovrani tradizionali. Cosa succederebbe, ad esempio, se uno Stato come l’Italia decidesse di oscurare il network? La risposta è: proprio nulla. I data center di Facebook sono sparsi in diversi continenti (USA, Canada, Irlanda, Danimarca, Malaysia) [10].

Quelli di Google si trovano in USA, Danimarca, Belgio, Australia [11]. È improbabile che un governo, fosse anche quello USA, possa “chiudere” un social network. Anche in caso di “colpo di stato”, Facebook ha rimpiazzato la funzione delle centrali telegrafiche e telefoniche della prima metà del secolo di cui scriveva Curzio Malaparte [12], e appare davvero improbabile che una forza rivoluzionaria possa pensare di impadronirsene.

Ecco perché, dal punto di vista della sovranità algoritmica, il Presidente USA è un “suddito” qualsiasi di Zuckerberg. Facebook si sta anche dando da fare per battere moneta: in novembre era annunciata per gennaio 2021 [13]. Trattandosi di sovranità algoritmica, ci si può chiedere di che tipo di governo si tratti. Nonostante i reiterati appelli alla “community”, non si tratta ovviamente di un governo democratico. Non è nemmeno un caso di “privatopia”, preconizzata dai filosofi anarcoliberali, per i quali lo Stato dovrebbe essere sostituito da un sistema di “quote” controllate dagli stakeholders, sul modello condominiale.

In realtà, Facebook è un caso di dispotismo illuminato il cui sovrano è una multinazionale. Per quel che concerne la libertà di espressione, i suoi criteri sono molto più restrittivi di quelli in uso negli stati liberali circa i limiti alla satira politica, alla volgarità, alla pornografia e via discorrendo.

Questo ci permette una riflessione sull’ipocrisia intrinseca alla nozione di libertà di espressione. Si tratta di un diritto il cui esercizio attivo è sempre stato meramente formale: fino all’avvento di internet, ha sì e no permesso alla maggior parte dei cittadini di lamentarsi del governo al bar o poco più.

La libertà di espressione era appannaggio del ristrettissimo club di proprietari dei mezzi di comunicazione di massa.

Al contrario, internet ha creato piazze virtuali in cui è possibile, almeno in linea di principio, che il cittadino della rete eserciti attivamente la libertà di espressione al pari di qualunque Paperon de’ Paperoni. Ecco che quegli stessi liberali pronti a tutto per difendere il proprio diritto si sono convertiti nei più attivi propagandisti per limitare il diritto altrui.

Questo può avvenire con la scusa che Facebook e Twitter sono aziende private, libere di stabilire quel che può circolare e quel che non può circolare al proprio interno. Di conseguenza, con la scusa di imporre uno standard morale decisamente puritano circa il sesso, la violenza e la volgarità, sono in grado di bloccare contenuti politicamente sensibili che riguardano perfino le relazioni internazionali tra gli Stati.

Si tratta di un oligopolio di proporzioni colossali. Nel nome della libertà di espressione possiamo anche decidere di spostarci in un social network non moderato, una camera a eco per suprematisti bianchi, ma non sarà mai altro che un ghetto: certamente, nessuno rimpiangerà la nostra mancanza.

Se i politici liberali non hanno avuto nulla da dire, sin qui, è perché i social network permettono loro di salvare la libertà di espressione in quanto diritto formale garantito dagli Stati, limitandola materialmente dal punto di vista della sua libertà di esercizio, lasciando il lavoro sporco ai privati. Chiunque può vedere il rischio per la democrazia comportato da questi network; è proprio ora che la politica faccia una riflessione molto seria su tutto questo.

Oppure, per fregare gli algoritmi, dovremmo imparare a scrivere con la grafia leet, che i vecchi secchioni come me usavano negli anni ’90. Ad esempio: pr0l374r1 d1 7u770 1l m0nd0, un173v1!

Note:

1. https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2021/01/09/usa-twitter-sospende-permanentemente-laccount-di-trump_94418c63-88fd-4105-becc-fbb281c6034c.html

2. https://www.ansa.it/sito/notizie/tecnologia/internet_social/2021/01/21/twitter-blocca-account-ambasciata-cina-in-usa-su-xinjiang_a37c9f34-ddd9-4f79-8b28-5f2397396470.html

3. https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/iran-sospeso-account-twitter-legato-a-khamenei-dopo-minacce-0628000d-806a-46d2-b6c4-bafcb964731e.html

4. https://twitter.com/MarcoRizzoPC/status/1349288879891873793

5. https://www.ansa.it/sito/notizie/tecnologia/internet_social/2021/01/19/usa-parler-riappare-online-con-un-messaggio-di-matze_802f4582-2a1b-4f93-a388-5f6c625e8826.html

6. https://www.socialpilot.co/blog/facebook-stats-infographic

7. http://www.marx21.it/index.php/comunicazione/comunicazione/29941-come-dare-la-colpa-agli-hacker-nordcoreani

8. https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_78170.htm

9. https://oversightboard.com/

10. https://baxtel.com/data-centers/facebook

11.https://en.wikipedia.org/wiki/Google_data_centers#:~:text=At%20least%2012%20significant%20Google,and%20Moncks%20Corner%2C%20South%20Carolina.

12. https://baxtel.com/data-centers/facebook

13. Curzio Malaparte, Tecnica del colpo di Stato, Milano, Adelphi, 2011.

Fonte

13/12/2018

Il sequesto della direttrice di Huawei e la lotta per la sovranità algoritmica nelle reti cellulari

Fa notizia in queste ore il fermo di Meng Wanzhou. La donna, direttrice finanziaria di Huawei e figlia del fondatore, Ren Zhengfei, è stata fermata in Canada durante uno scalo aereo, su richiesta degli USA. Il fermo è una flagrante violazione del diritto internazionale, in quanto non sarebbe stato formulato uno specifico capo d’accusa [1]. Sono infatti i media americani ad aver fatto circolare la notizia per cui la causa dell’arresto sarebbe una presunta violazione dell’embargo nei confronti di Iran e Corea del Nord. Meng Wanzhou è stata trattenuta senza un motivo specifico: solo il sette dicembre, nel corso della prima udienza a Vancouver, le è stato comunicato il capo d’accusa [2].

Il fermo è avvenuto il primo dicembre: lo stesso giorno in cui Donald Trump e Xi Jinping avevano dichiarato una tregua nella guerra dei dazi al G20 di Buenos Aires. Inquadrare la questione entro la guerra commerciale degli USA contro la Cina per riequilibrare la bilancia commerciale è fuorviante; la vera posta in gioco è la supremazia sulle reti digitali, e in particolare la lotta per lo standard delle reti di telefonia mobile di quinta generazione (5G) che segnerà una nuova rivoluzione informatica a partire dal 2020.

Le caratteristiche che la prossima tecnologia dovrà avere sono state fissate dall’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni, settore Radiocomunicazioni (ITU-R), agenzia specializzata delle Nazioni Unite con sede a Ginevra. La rete ad alta velocità e a bassa latenza permette di disegnare nuovi scenari d’utilizzo: radiocontrollo di veicoli passeggeri, realtà virtuale wireless, domotica (IoT), ma anche copertura garantita per aree rurali, interventi in aree colpite da disastri naturali, applicazioni industriali della robotica, città senzienti e molto altro [3]. In Italia i test sono in corso a Torino, Milano, Prato, Roma, L’Aquila, Bari e Matera, e un esperimento di coordinamento del traffico è in corso sull’autostrada del Brennero; le compagnie italiane si sono aggiudicate le frequenze delle prime reti ibride spendendo un totale di 6,5 miliardi [4].

Huawei è un pioniere nella ricerca e sviluppo dei nuovi standard fin dal 2013. Per questo è al centro del mirino degli USA. Come ho già scritto in passato, il commercio di telefonini Huawei è da anni vietato negli Stati Uniti. Si tratta di una più generale campagna volta ad alimentare l’isteria anticomunista di massa nei confronti del “nemico rosso che ascolta”. Più di recente, la rivista Bloomberg ha accusato le tecnologie americane prodotte in Cina di nascondere microscopici microchip (“non più grandi di un chicco di riso”) nelle schede-madre dei dispositivi. Questi minuscoli computers sarebbero in grado di aprire porte di servizio per rubare dati senza possibilità che un antivirus li rilevi [5]. Apple ha ovviamente respinto le accuse.

La vicenda prova una volta di più – come se ve ne fosse bisogno – l’inconsistenza dell’ideologia liberista. Secondo gli economisti liberali, se lasciassimo fare alla mano invisibile del mercato otterremmo lo standard tecnologico ideale. In realtà, i pochi Stati che sono ancora in grado di tutelare il proprio interesse nazionale cercano di evitare che tecnologie tanto delicate cadano nelle mani del nemico: ad esempio, gli USA hanno bloccato la fusione tra l’americana Qualcomm e la malaysiana Broadcom nel timore che questa potesse indebolire gli USA nella competizione per il 5G. Lo Stato interviene per impedire i danni causati dal mercato.

Si tratta ancora una volta del problema che abbiamo chiamato sovranità algoritmica: con le reti di comunicazione ogni Stato diventa una sorta di “repubblica marinara”, eterotopicamente connessa al resto del mondo, con il rischio concreto di sabotaggio, scorribande piratesche, e di ritrovarsi le cannoniere del nemico innanzi al proprio porto. Si tratta di una situazione che permette una guerra non dichiarata, asimmetrica, in cui il debole può rovesciare i rapporti di forza, e che non è possibile vincere.

Se questo è il quadro, è possibile interpretare la mossa statunitense in prospettiva bellica. Si tratta di un rapimento [6], una extraordinary rendition appena celato sotto un velo di cipria giudiziaria. Come tutti i rapimenti presenta un carattere mafioso, di avvertimento alla Cina: gli USA non intendono giocare questa partita secondo le regole e sono disposti a qualunque mezzo pur di vincere.

Note:

1 http://www.globaltimes.cn/content/1130750.shtml
2 https://it.notizie.yahoo.com/huawei-direttrice-finanziaria-accusata-di-frode-dagli-usa-195018021.html
3 https://eandt.theiet.org/content/articles/2017/03/5g-the-benefits-and-difficulties-of-creating-a-new-wireless-standard/
4 “5G”, Wired 87, 2018/2019.
5 https://www.bloomberg.com/news/features/2018-10-04/the-big-hack-how-china-used-a-tiny-chip-to-infiltrate-america-s-top-companies
6 http://www.globaltimes.cn/content/1130761.shtml

Fonte

24/07/2018

Considerazioni sulla "sovranità algoritmica". Come le multinazionali sfruttano la nostra pigrizia

di Francesco Galofaro, Politecnico di Milano

La vicenda della multa comminata dall’Unione europea a Google per aver violato le regole della concorrenza e del mercato si presta a una lettura ben diversa da quelle, puramente economiciste, in circolazione, se ci soffermiamo appena sul ruolo svolto da questo genere di aziende nella sicurezza informatica e nel cyber warfare. Secondo dati del Sole 24 ore, negli ultimi 10 anni l’Unione europea ha imposto multe per un totale di 23 miliardi 139 milioni di euro [1]. Le multe riguardano certamente anche cartelli europei nel campo della telefonia e dell’automobile; prevalgono tuttavia di gran lunga i colossi dell’informatica statunitensi: Microsoft, Google, Intel, Apple, e in misura assai minore Facebook, collezionano oltre due terzi delle sanzioni per un totale di 18 miliardi di euro. L’entità della multa dipende dalla durata della violazione, dalla gravità dell'illecito e dal giro d'affari del soggetto interessato, fino al 10% del suo giro d’affari. Nel 2017, Google ha chiuso con un fatturato di 111 miliardi di dollari, pari a 95 miliardi di euro [2]. Pertanto, nel multare l’azienda di 4,3 miliardi (un terzo dell’utile netto dichiarato nel 2017) la UE ha deciso di non calcare eccessivamente la mano.

Le cause

Secondo Margrethe Vestager, commissario UE alla concorrenza, Google ha utilizzato Android come strumento per consolidare la posizione dominante del proprio motore di ricerca [3]. Con questa motivazione, a mio parere, la UE potrebbe comminare a Google una multa al giorno. Se proviamo a spostare Chrome nella micro SD del telefonino, scopriremo di non poterlo fare; se proviamo a disattivarlo, un messaggio del sistema operativo ci avvertirà che Chrome è un’applicazione integrata, e dunque altre applicazioni potrebbero non funzionare correttamente.

Se qualcuno si chiede dove sia il problema, occorre fare appello alla nostra comune esperienza di utenti: Android, Windows, OSX assoggettano l’uomo alla macchina, lo incatenano ai vincoli di utilizzo decisi dall’azienda, ne spremono biecamente ogni informazione utile a farne un bersaglio di campagne pubblicitarie per poi autodistruggersi, costringendoci a comprare un telefonino o un tablet nuovo.

Le multinazionali sfruttano la nostra pigrizia

Perché il lettore possa comprendere meglio quel che scriverò in seguito, è bene chiarire che stiamo parlando della versione Google di Android. In sé, Android è un sistema Open, basato sul kernel GNU Linux, e chiunque può svilupparne una propria versione, collaborare con la comunità che lo mantiene o installarne una versione ‘aperta’ sul proprio smartphone. La maggior parte di noi non lo fa né si protegge dal monopolio a causa di un fenomeno che gli psicologi chiamano avarizia cognitiva: la tendenza a pensare e risolvere i problemi nei modi più semplici e meno impegnativi, tralasciando soluzioni sofisticate, a rischio di errori e risultati controproducenti [4]; è il motivo per cui molte persone non riescono a liberarsi dalla dipendenza da Windows nonostante reiterate avarie, reinstallazioni del sistema e gastriti ricorrenti; proprio su questo genere di mentalità le multinazionali hanno sempre fatto affidamento per consolidare il proprio monopolio.

Quando la storia si ripete

Curiosamente, nel 2013 anche Microsoft fu multata per un motivo analogo: lo stretto legame tra sistema operativo e browser intralcia la libera scelta degli utenti [5]. La sempre più stretta connessione tra sistema operativo e browser non è un destino, non è nell’ordine delle cose, ma è una strategia ben precisa. Riprendendo l’integrazione tra Windows e Internet explorer, infatti, Google ha rilasciato da qualche anno Chrome OS, in cui non è più possibile tracciare un confine netto tra sistema operativo e browser [6]. Forzare questo sistema a comportarsi come un computer normale è possibile, ma richiede impegno, una qualche dimestichezza con la macchina e l’acquisizione di competenze tecniche di un certo livello [7]. D’altro canto le limitazioni imposte dall’azienda spingono l’utente a usare servizi come Google docs e affidare a Google tutto il proprio lavoro, i propri dati, la propria vita.

Cyberwarfare e sicurezza

La minaccia rappresentata dall’oligopolio informatico non riguarda solo il piano individuale. Tutto questo ci deve portare a riflettere sulla vicenda delle multe da un punto di vista differente: quello delle relazioni internazionali e del conflitto tra Stati. Google, Apple, Intel, Microsoft e Facebook hanno sede negli USA. Non sono multinazionali senza patria, come amavano descriverle anni fa i no-global seguaci delle suggestive teorie negriane sull’Impero, ma servono interessi nazionali ben precisi. Rafforzano e non mettono in crisi il principio di sovranità dello Stato, come prova la reazione di Trump: in occasione della multa ha ribadito che L’Unione europea è un profittatore e un avversario degli USA [8].

Nuove minacce

La nozione contemporanea, algoritmica, di sovranità spiega bene il conflitto cui assistiamo: aziende come Google, Microsoft e Facebook costituiscono una minaccia per la ricerca scientifica e tecnologica, per i brevetti, e perfino per l’autonomia politica di qualsiasi Paese (diverso dagli USA). Quando Stati come il Brasile, Regioni come l’Emilia Romagna, metropoli come la municipalità di Monaco di Baviera abbandonano i sistemi liberi come Linux per affidare i propri dati a Microsoft 365, consegnano nei fatti tutti i propri dati economici, le previsioni, oltre alle decisioni politiche più riservate ad un unico depositario: il governo degli Stati Uniti [9]. Nessuna azienda più di Microsoft si è mostrata negli anni più collaborativa con la National Security Agency (NSA) [10]. I politici che incautamente vi si affidano compromettono la sicurezza nazionale e si dimostrano del tutto inadeguati a comprendere le sfide poste dalla nostra contemporaneità. Se ad esempio una certa Regione archiviasse così i dati sulle previsioni rispetto alle produzioni agricole e le proprie strategie di investimento futuro, uno Stato estero potrebbe sfruttarli a proprio vantaggio, in operazioni neocoloniali di accaparramento delle risorse (landgrabbing): lo stesso problema si era posto, mezzo secolo fa, all’apparire dei primi satelliti meteorologici.

La concorrenza non è una soluzione

Chi legge può pensare che stia tessendo un panegirico della UE, garante della concorrenza perfetta. Tutt’altro: le multe dimostrano una volta di più l’inefficacia del mercato e la scarsa scientificità dell'economia liberale. Lasciato a se stesso, il mercato non evolve affatto verso l'equilibrio, la concorrenza perfetta, la riduzione degli extraprofitti a favore dei consumatori, ma verso monopoli, oligopoli, posizioni dominanti e cartelli. Il fatto poi che un’istituzione debba farsene garante, dimostra che il mercato non è un fenomeno naturale ma una finzione giuridica; a sua volta, l’economia liberista non è una scienza ma una tecnica che assicura la governamentalità [11], un’ideologia per funzionari di rango – si pensi al ruolo del confucianesimo in Cina, a quello della filosofia stoica durante l’impero romano. Proprio la fede cieca nella concorrenza ha permesso che i colossi informatici americani finissero per controllare ogni aspetto della nostra vita pubblica e privata, a infiltrarsi nell’infrastruttura fondamentale che assicura la governamentalità del sistema [12], finendo per costituire una forma di sovranità algoritmica che mette a repentaglio quella tradizionale.

I sistemi Open e l’esempio cinese

Se la concorrenza è una finzione, i sistemi Open source possono al contrario garantire la sicurezza dell’Informazione, poiché il codice sorgente delle applicazioni è pubblico e chiunque può accertarsi che i suoi piani strategici riservati non vengano caricati direttamente sui server del Pentagono. Solo il software libero, basato sulla collaborazione tra gli utenti e la condivisione di competenze, garantisce veramente la sicurezza delle persone e dei governi. L’alternativa è usare Linux, usare la versione open di Android [13], sbarazzarsi del Play Store e cercare le nostre app in altri repository (ad esempio F-Droid [14]). Tutte misure che i governi avrebbero la forza e la legittimità di imporre per legge: in Cina i fornitori di telefoni cellulari che vendono smartphone Android sostituiscono i servizi Google con app e contenuti locali, per assicurarsi che l'esperienza dell'utente non sia compromessa [15]; una dozzina di aziende modifica Android sia sui sistemi mobili sia su PC per combattere i monopoli Microsoft e Google [16]. In questo modo, la Cina non fa altro che difendere la propria sovranità algoritmica.

La sovranità algoritmica

Nel corso dell’articolo ho spesso impiegato la nozione di sovranità algoritmica, implicata dalla competizione per la supremazia digitale, di cui mi sono già occupato più distesamente in altre occasioni [17]. Qui vorrei soffermarmi a riflettere sulle sue implicazioni. Una certa sinistra no borders nega alla nozione di sovranità ogni pertinenza nelle analisi politiche, permettendosi di dare del fascista a chi la impiega. In questo modo rivela solo la propria subalternità all’egemonia culturale liberista, un portato dei processi di globalizzazione. Questa sinistra è erede di filosofie politiche anni ‘70 che – per motivi comprensibili su un piano storico – indicavano nello Stato e nelle sue strutture autoritarie l’avversario principale attenuando la tradizionale centralità attribuita al conflitto di classe dalle analisi marxiste. Queste filosofie politiche hanno senza dubbio avuto il pregio di modernizzare lo Stato rispetto a strutture autoritarie tralatizie che ostacolavano ogni ulteriore sviluppo delle forze produttive; oggi appaiono fatalmente inadeguate di fronte al fatto che le multinazionali applicano le medesime logiche di dominio per assoggettare gli utenti ad interessi chiaramente imperialistici. Consiglio pertanto a chi si riconosce in questa tendenza politica una rilettura più attenta di uno dei suoi autori-feticcio, ovvero Michel Foucault: con i concetti di biopolitica e dispositivo il filosofo francese non intendeva negare l’esistenza della sovranità né farne un bersaglio dei radicali, ma descrivere scientificamente i meccanismi che la fondano, dal sistema scolastico a quello sanitario, alla pubblica amministrazione [18]. Quella di sovranità, nella variante algoritmica che contraddistingue la politica attuale, è dunque una categoria che, pur nelle sue trasformazioni storiche, sembrerebbe tutt’ora produttiva. Soprattutto, l’alternativa ai monopoli e all’avarizia cognitiva è rieducarsi a non essere più gli oggetti passivi, manipolati dalla tecnica, in cui il mercato ci ha trasformati, ma a divenire – almeno in potenza e in parte – agenti autonomi, in grado di esercitare un ruolo attivo sul mondo della vita secondo un principio di intenzionalità [19].

NOTE

[1] http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-07-17/da-microsoft-google-ecco-come-l-ue-utilizza-tesoretto-multe-173439.shtml
[2] https://it.finance.yahoo.com/quote/GOOG/financials?p=GOOG
[3] http://www.ilsecoloxix.it/p/economia/2018/07/18/AD1CAIg-android_miliardi_sistema.shtml
[4] https://en.wikipedia.org/wiki/Cognitive_miser
[5] http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2013-03-06/microsoft-nuova-maximulta-milioni-123156.shtml
[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Chrome_OS
[7] https://github.com/dnschneid/crouton
[8] http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2018/07/19/trump-difende-google_hpr6tJ0Fu8NSkWthcrZsvI.html
[9] https://www.lffl.org/2016/11/emilia-romagna-e-brasile-dicono-addio-allopen-source.html
[10]http://techrights.org/wiki/index.php/Microsoft_and_the_NSA
[11] M. Foucault, Biopolitica e liberalismo, Medusa edizioni, 2001.
[12] http://www.ladeleuziana.org/wp-content/uploads/2016/12/Rouvroy2.pdf
[13] https://source.android.com/
[14] https://f-droid.org/
[15] https://www.zdnet.com/article/phonemakers-make-android-china-friendly/
[16] https://en.wikipedia.org/wiki/Android_(operating_system)
[17] http://www.marx21.it/index.php/internazionale/pace-e-guerra/28854-la-sfida-usa-cina-per-legemonia-tecnologica
[18] M. Foucault, Bisogna difendere la società, Feltrinelli, Milano, 2009.
[19] https://www.scribd.com/document/140600925/Landowski-L-epreuve-de-l-autre

Fonte