Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Meng Wanzhou. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Meng Wanzhou. Mostra tutti i post

11/01/2020

La vicepresidente di Huawei sarà estradata negli USA

Altro capitolo della guerra commerciale tra Usa e Cina? Molto probabile. Il Canada ha dato l’ok – previa udienza il 20 gennaio – all’estradizione di Meng Wanzhou, 47 anni. La donna, oltre ad essere vicepresidente e direttrice finanziara del Cda di Huawei, è anche la figlia del fondatore – nonché presidente – del colosso della tecnologia cinese Ren Zhengfei. Parliamo di un uomo molto potente, e di una azienda tra le più importanti del mondo. Ma sopratutto di un gigante dell’economia cinese, e di un protagonista dei mercati finanziari internazionali.

Meng Wanzhou è accusata di aver dichiarato il falso a una banca internazionale sui legami tra Huawei e una controllata occulta in Iran, Skycom, al fine di accedere ai servizi bancari. Per la giustizia americana la questione era che, in questo modo, Huawei avrebbe violato le sanzioni imposte dagli Usa all’Iran e contemporaneamente commesso dei reati assimilabili alla frode. Una costruzione che ha tanto il sapore di una scusa, e che invece sembra rappresentare uno dei tanti tasselli del gigantesco puzzle della guerra commerciale tra Usa e Cina.

L’arresto della dirigente di Huawei, tra l’altro, ha dato origine ad un incidente diplomatico tra Canada e Cina, che ne ha a più riprese chiesto la liberazione. Ma il Canada se l’è tenuta, e anzi, adesso intende mandarla a giudizio negli Stati Uniti. Il dipartimento di giustizia canadese, infatti, ha affermato che i reati di cui è accusata la Wanzhou sono tali in entrambi i paesi. L’estradizione è quindi lecita: l’udienza, come detto, è stata fissata per il 20 gennaio. La dirigente, ricordiamo, è stata arrestata all’inizio di dicembre del 2018.

Che si tratti di una questione politico-finanziaria più che penale non è una nostra elucubrazione da complottisti, ma un dato di fatto: gli Stati Uniti stanno portando avanti una offensiva mediatica imponente contro la tecnologia cinese, Huawei in primis, insieme a Zte: sono accusati – dagli americani – di essere uno strumento dei servizi segreti cinesi.

Addirittura l’amministrazione Usa ha “suggerito” a diversi paesi alleati di non inserire Huawei nei bandi per la realizzazione delle infrastrutture 5G: lo hanno fatto con alcuni paesi europei e con il Canada. Ecco perchè non stupirebbe se le accuse nei confronti della numero due di Huawei potessero risultare – chissà – infondate. Anche perchè, non si tratta di una novità: ancora stiamo aspettando le prove del fatto che Saddam Hussein avesse le armi chimiche. Eppure Colin Powell pareva abbastanza convinto, quando mostrava la provetta. Speriamo solo che non vada a finire come andò nel 2003. Anche perchè la Cina non è l’Iraq. Ma quella sul 5G, sui mercati tecnologici ed in generale sul commercio globale è senza dubbio una vera e propria guerra.

Fonte

13/12/2018

Il sequesto della direttrice di Huawei e la lotta per la sovranità algoritmica nelle reti cellulari

Fa notizia in queste ore il fermo di Meng Wanzhou. La donna, direttrice finanziaria di Huawei e figlia del fondatore, Ren Zhengfei, è stata fermata in Canada durante uno scalo aereo, su richiesta degli USA. Il fermo è una flagrante violazione del diritto internazionale, in quanto non sarebbe stato formulato uno specifico capo d’accusa [1]. Sono infatti i media americani ad aver fatto circolare la notizia per cui la causa dell’arresto sarebbe una presunta violazione dell’embargo nei confronti di Iran e Corea del Nord. Meng Wanzhou è stata trattenuta senza un motivo specifico: solo il sette dicembre, nel corso della prima udienza a Vancouver, le è stato comunicato il capo d’accusa [2].

Il fermo è avvenuto il primo dicembre: lo stesso giorno in cui Donald Trump e Xi Jinping avevano dichiarato una tregua nella guerra dei dazi al G20 di Buenos Aires. Inquadrare la questione entro la guerra commerciale degli USA contro la Cina per riequilibrare la bilancia commerciale è fuorviante; la vera posta in gioco è la supremazia sulle reti digitali, e in particolare la lotta per lo standard delle reti di telefonia mobile di quinta generazione (5G) che segnerà una nuova rivoluzione informatica a partire dal 2020.

Le caratteristiche che la prossima tecnologia dovrà avere sono state fissate dall’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni, settore Radiocomunicazioni (ITU-R), agenzia specializzata delle Nazioni Unite con sede a Ginevra. La rete ad alta velocità e a bassa latenza permette di disegnare nuovi scenari d’utilizzo: radiocontrollo di veicoli passeggeri, realtà virtuale wireless, domotica (IoT), ma anche copertura garantita per aree rurali, interventi in aree colpite da disastri naturali, applicazioni industriali della robotica, città senzienti e molto altro [3]. In Italia i test sono in corso a Torino, Milano, Prato, Roma, L’Aquila, Bari e Matera, e un esperimento di coordinamento del traffico è in corso sull’autostrada del Brennero; le compagnie italiane si sono aggiudicate le frequenze delle prime reti ibride spendendo un totale di 6,5 miliardi [4].

Huawei è un pioniere nella ricerca e sviluppo dei nuovi standard fin dal 2013. Per questo è al centro del mirino degli USA. Come ho già scritto in passato, il commercio di telefonini Huawei è da anni vietato negli Stati Uniti. Si tratta di una più generale campagna volta ad alimentare l’isteria anticomunista di massa nei confronti del “nemico rosso che ascolta”. Più di recente, la rivista Bloomberg ha accusato le tecnologie americane prodotte in Cina di nascondere microscopici microchip (“non più grandi di un chicco di riso”) nelle schede-madre dei dispositivi. Questi minuscoli computers sarebbero in grado di aprire porte di servizio per rubare dati senza possibilità che un antivirus li rilevi [5]. Apple ha ovviamente respinto le accuse.

La vicenda prova una volta di più – come se ve ne fosse bisogno – l’inconsistenza dell’ideologia liberista. Secondo gli economisti liberali, se lasciassimo fare alla mano invisibile del mercato otterremmo lo standard tecnologico ideale. In realtà, i pochi Stati che sono ancora in grado di tutelare il proprio interesse nazionale cercano di evitare che tecnologie tanto delicate cadano nelle mani del nemico: ad esempio, gli USA hanno bloccato la fusione tra l’americana Qualcomm e la malaysiana Broadcom nel timore che questa potesse indebolire gli USA nella competizione per il 5G. Lo Stato interviene per impedire i danni causati dal mercato.

Si tratta ancora una volta del problema che abbiamo chiamato sovranità algoritmica: con le reti di comunicazione ogni Stato diventa una sorta di “repubblica marinara”, eterotopicamente connessa al resto del mondo, con il rischio concreto di sabotaggio, scorribande piratesche, e di ritrovarsi le cannoniere del nemico innanzi al proprio porto. Si tratta di una situazione che permette una guerra non dichiarata, asimmetrica, in cui il debole può rovesciare i rapporti di forza, e che non è possibile vincere.

Se questo è il quadro, è possibile interpretare la mossa statunitense in prospettiva bellica. Si tratta di un rapimento [6], una extraordinary rendition appena celato sotto un velo di cipria giudiziaria. Come tutti i rapimenti presenta un carattere mafioso, di avvertimento alla Cina: gli USA non intendono giocare questa partita secondo le regole e sono disposti a qualunque mezzo pur di vincere.

Note:

1 http://www.globaltimes.cn/content/1130750.shtml
2 https://it.notizie.yahoo.com/huawei-direttrice-finanziaria-accusata-di-frode-dagli-usa-195018021.html
3 https://eandt.theiet.org/content/articles/2017/03/5g-the-benefits-and-difficulties-of-creating-a-new-wireless-standard/
4 “5G”, Wired 87, 2018/2019.
5 https://www.bloomberg.com/news/features/2018-10-04/the-big-hack-how-china-used-a-tiny-chip-to-infiltrate-america-s-top-companies
6 http://www.globaltimes.cn/content/1130761.shtml

Fonte

06/12/2018

Arrestata Meng Wanzhou di Huawei. Un atto di guerra senza precedenti

Dalla guerra dei dazi alla guerra per via giudiziaria il passo è brevissimo. Ma è chiaro anche ai ciechi che il diritto, in questa storia, non c’entra niente.

Meng Wanzhou, direttrice finanziaria del gigante cinese della telefonia – Huawei – e figlia del fondatore della società è stata arrestata in Canada su richiesta degli Stati Uniti. L’ordine di arresto parla di inchiesta per aver “violato i controlli commerciali americani in paesi come Cuba, Iran, Sudan e Siria”. Un elenco particolarmente significativo, visto che si tratta di paesi non esattamente nella lista degli “amici degli Usa”. Nelle stesse ore, il governo inglese ha obbligato British Telecom a metter fuori Huawei dal giro dei propri fornitori perché “a rischio spionaggio”.

Due settimane fa, del resto lo stesso Trump aveva avvertito i partner occidentali: evitate di avere rapporti con l’azienda cinese.

Le sanzioni all’Iran sono manifestamente un pretesto, visto che sono state sospese dagli stessi Stati Uniti dopo il raggiungimento dell’accordo sul nucleare, quando ancora era presidente Obama, insieme a Russia, Unione Europea, Cina, ecc. E quelle appena ripristinate da Trump non prevedono l'esecuzione immediata. In ogni caso, si tratterebbe di un atto unilaterale e senza precedenti nei confronti di un’azienda esplicitamente accusata di essere “vicina” al governo cinese (come se Google, Microsoft, Facebook e tutta la Silicon Valley fossero “impermeabili” alle pressioni della Cia sui dati dei loro clienti).

Né si può parlare di un caso isolato, visto che un altro governo particolarmente servile nei confronti degli Usa – quello italiano – nei giorno scorsi ha fatto allertare il Copasir (comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti) per affrontare proprio il “problema” della sicurezza dei dati nel rapporto con Huawei.

In sovrappiù, il povero ministro dello sviluppo economico, Luigi Di Maio, è stato chiamato a rispondere sull’argomento nel corso di un question time parlamentare: “Stiamo valutando con attenzione la situazione, le nostre agenzie di intelligence, Aisi e Aise, devono provvedere a fare le certificazioni di sicurezza che rappresentano i nostri strumenti di garanzia”.

La preoccupazione per Huawei non riguarda ovviamente gli smartphone, di cui è pure un leader globale, ma le infrastrutture di telecomunicazioni, dai router ai ripetitori, specie ora che si va preparando la svolta del 5G. In pratica, anche molti degli operatori della telefonia si ritrovano ad usare infrastrutture costruite da Huawei su cui – dicono gli americani – non avrebbero il pieno controllo.

Ovviamente, gli Stati Uniti tendono a “consigliare” di utilizzare tecnologie made in Usa, come se invece loro fossero al di sopra di ogni sospetto in fatto di spionaggio (ricordiamo, a memoria, che persino il cellulare di Angela Merkel era sotto il controllo dello spionaggio yankee, 24 ore su 24).

Scherzi spionistici a parte, la notizia dell’arresto alza il vello sulla portata reale del conflitto aperto da Trump nei confronti della Cina. In aperto contrasto, oltretutto, con i messaggi rassicuranti diffuso dopo l’incontro al G20 con Xi Jinping, sulla riduzione di portata della “guerra dei dazi”.

L’arresto, oltretutto, è avvenuto il 1 dicembre a Vancouver. Proprio nelle stesse ore dell’incontro tra Trump e Xi. Impossibile pensare a una semplice coincidenza. E’ obbligatorio invece ragionare sul fatto che le mosse “diplomatiche” tra le due superpotenze economiche (e non solo, ovviamente) si svolgono su diversi piani, che non escludono affatto, anzi prevedono, calci sotto il tavolo, coltellate alla schiena, iniziative di vera e propria guerra. Appena mimata.

La posta in gioco è per un verso l’egemonia tecnologica. Al di là delle chiacchiere propagandistiche, infatti, la Cina non è più da tempo soltanto la “fabbrica del mondo”, dove si può produrre a costi (del lavoro) bassi e far partire tsunami di merce senza competitori all’altezza. Il costo del lavoro avvicina ormai da presso quello europeo (e con quello italiano la partita sembra ormai chiusa, con la parità quasi raggiunta), ma l’efficienza del sistema e la dimensione delle economie di scala è imparagonabile.

E’ invece un paese ultra-avanzato, specie per quel che riguarda alcuni dei comparti tecnologici, in special modo per tutto ciò che serve a far partire il 5G, che dovrebbe permettere la comunicazione disintermediata tra strumenti elettronici diversi (“l’internet delle cose”). Con ricadute incommensurabili – con gli strumenti ordinari – sulla possibilità di far funzionare automatismi su scala ciclopica.

Un ambito che – in tempi di competizione globale crescente – presenta numerosi aspetti problematici. In caso di conflitto aperto, per esempio, sarebbe relativamente semplice (per chi controlla le tecnologie delle infrastrutture) mandare in blackout l’avversario di turno. Riportandolo in un attimo all’età della pietra, ma senza la conoscenza (diffusa) dei metodi di sopravvivenza dell’età della pietra.

Pesa il fatto che le infrastrutture telco cinesi siano in parte decisiva sotto controllo di aziende pubbliche o solo relativamente “private”. E quindi la tanto decantata “sovranità dei mercati rispetto agli Stati” si rivela qui un elemento di debolezza per quelle potenze che... ci hanno creduto. Unione Europea compresa.

Gli Stati Uniti, con questa amministrazione, cercano di rompere l’asimmetria pubblico/privato che ha finito per avvantaggiare la paziente tessitura cinese. Ma lo fanno con la metodologia propria dei vecchi imperialisti anglosassoni che andavano a bombardare il porto di Hong Kong (1848) per imporre ai cinesi l’apertura del loro mercato all’oppio commerciato dall’Inghilterra.

Naturalmente non sono più quei tempi. Se l’arresto di “Sabrina” – nickname di Meng Wanzhou quando gira per l’Occidente – è stato pensato come una forma di pressione per “convincere” Pechino a esaudire le richieste Usa entro i 90 giorni posti da Trump come data limite per ottenere ciò che ha chiesto, si tratta di un gioco molto pericoloso. Cui i cinesi stanno per ora rispondendo con la solita flemma (hanno appena ribadito di voler implementare nei tempi più rapidi gli accordi raggiunti a Buenos Aires l’altra settimana), ma nel contempo possono anche loro suonare su una tastiera molto estesa.

Lo sanno bene “i mercati”. Che oggi hanno reagito malissimo in tutto il pianeta. Vero è che c’erano anche diverse altre notizie non buone (il petrolio è tornato a scendere di prezzo, a 51 dollari, che mette fuori mercato quasi tutto lo shale oil statunitense; i dati su disoccupazione e richieste di sussidio sono stati inferiori alle attese), ma l’andamento di Wall Street e di tutte le piazze europee è stato molto negativo. Perdite di oltre il 3% a Londra, Parigi e Francoforte. Oltre il 2% sia il Dow Jones che il Nasdaq.

E tutti sanno che una delle armi cinesi più affilate in circolazione si applica proprio sui mercati finanziari...

Ultima notazione, tutta nostra. Fin qui i manager apicali delle grandi imprese multinazionali sono stati degli intoccabili, in qualsiasi paese del pianeta. E se Carlos Ghosn – fino a qualche settimana fa capo assoluto del colosso automobilistico franco-giapponese Renault-Nissan – sembrava un’eccezione alla regola, con molti aspetti problematici sotto il profilo giuridico (arrestato in Giappone dai giapponesi, con accuse contestate da Parigi), quello di Meng Wanzhou rischia di aprire una stagione in cui i grandi manager multinazionali non sapranno più se effettuare o no un viaggio in paesi men che “controllati” dalla propria azienda.

Uno scenario imprevedibile, ai tempi della (seconda) globalizzazione trionfante. Ma che non può non avere conseguenze reali pesanti. In qualche modo simili a quelle seguite alla fine della prima (a cavallo tra ‘800 e ‘900), su scala ovviamente incomparabile.

Fonte