Presentazione


Aggregatore d'analisi, opinioni, fatti e (non troppo di rado) musica.
Cerco

18/08/2018

Ponte Morandi, lo Stato di diritto (privato)

Ci vorrebbe un lunghissimo minuto di silenzio per Genova. Se ci fosse un telecomando, si dovrebbe abbassare il volume a un intero Paese che non ha vergogna di dimostrarsi infantile e inadeguato, dagli Appennini alle Ande, dalle esternazioni della supposta classe dirigente ai rigurgiti dei bassifondi nei social. Almeno per consentire ai soccorritori di svolgere il loro penoso lavoro, senza il frastuono di parole che paiono, quasi tutte, pornografiche.

Subito è cominciato quel che l’ex premier Paolo Gentiloni ha definito con ragione “un insopportabile teatrino di proclami, minacce, insulti, baggianate”. Aggiungendo, “Che il governo lo alimenti è inaudito” (appello che forse dovrebbe rivolgere in primis al suo collega di partito Luigi Marattin, così su Twitter: “Con quello che rimane delle preghiere, la speranza che – la prossima volta ci sarà occasione – gli italiani con il proprio voto rimandino nella fogna quelle miserabili teste di cazzo che hanno il coraggio di sparare fesserie su spread e austerità”). Non proprio elegante pensare alle elezioni mentre si estraggono cadaveri dalle macerie. Non proprio edificante preoccuparsi delle perdite in borsa di Autostrade (“Il governo sta esponendo a ulteriori danni quei cittadini che hanno investito i propri risparmi nel fondo Atlantia, società quotata in Borsa, holding del gruppo Autostrade”, ha detto Renato Schifani, capogruppo di Forza Italia). Stesso dicasi per il vicepremier Luigi Di Maio, che si è fatto impiccare (da una stampa che non aspetta altro) a incaute frasi sulle sedi fiscali di autostrade o sui finanziamenti delle altrui campagne elettorali.

È giusto provare a revocare la concessione ad Autostrade, verificando i termini di una eventuale inadempienza contrattuale? La via è impervia a causa della formulazione del contratto di concessione, almeno stando alla parte che ci è dato conoscere. Ma, va detto, è una scelta politica che il premier Conte ha rivendicato quando ha dichiarato che non si possono aspettare i tempi del processo penale. I piani sono diversi: il fatto che li confondiamo con tanta facilità dipende da una visione degradata di quello che chiamiamo Stato. Che è un ente dotato di sovranità, in base alla quale prende decisioni in nome della comunità.

Senza batter ciglio parliamo abitualmente di fallimento dello Stato (il default) come se si trattasse di una qualunque società per azioni: un’ idea privatistica e privatizzata che contempla il concetto di responsabilità unicamente nella sua accezione contrattuale. Ma tenere insieme una comunità è altro, significa agire nell’interesse del popolo (che, sia detto incidentalmente, sarebbe uno degli elementi costitutivi dello Stato, insieme alla sovranità e al territorio). Il segretario del Pd Maurizio Martina si dice preoccupato “di uno scontro a suon di carte bollate tra una società privata e il governo sopra il destino di Genova”: l’alternativa però non può essere scansare responsabilità decisionali in nome di una pretesa “unità nazionale” che è certamente auspicabile ma non può tradursi in rassegnazione verso uno status quo evidentemente fallimentare.

L’abitudine di delegare alla magistratura le scelte, attendendo gli esiti dei processi penali, è il vizio assurdo della nostra politica, sempre più impaurita, inerte e tecnicizzata. Può darsi che si riveli molto difficile o addirittura non praticabile revocare la concessione alla società Autostrade, ma è giusto che, di fronte a una tragedia di dimensioni inaudite, la politica risponda con tutte le risorse di cui dispone (lo Stato, lo diciamo a favore dei tanti commentatori preoccupati degli esiti processuali, dovrebbe avere una discreta capacità di resistere in giudizio). È giusto che si rifletta sull’opportunità di alcune scelte passate (tipo privatizzare un monopolio naturale). È giusto, anche se dovrebbe essere ovvio, che metta al primo posto l’interesse dei cittadini. Le contraddizioni di questo “Stato di diritto privato” sono ormai ben oltre un accettabile e ragionevole compromesso tra democrazia e capitale, perché lo squilibrio a sfavore della collettività è evidente (altrimenti, per esempio, un contratto di concessione non sarebbe secretato).

Da ultimo, a beneficio dei turboliberisti che tanto spesso e tanto a sproposito citano l’articolo 41 della Costituzione (“L’iniziativa economica privata è libera”) sarà bene ricordare anche il secondo comma: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. E già che ci siamo, pure il 43: “A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”.

Fonte

Nessun commento:

Posta un commento