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lunedì 20 agosto 2018

Dalla Calabria alla Lombardia, il caporalato è di casa

E’ di pochissimi giorni fa la notizia che in provincia di Mantova sono stati arrestati per caporalato un italiano, proprietario di un terreno, e 5 cittadini del Bangladesh, affittuari del terreno stesso, che costringevano 24 richiedenti asilo a lavorare nei campi di zucchine a 3 euro l’ora per 12 ore al giorno, alloggiandoli in roulotte fatiscenti. Numeri piccoli, ma probabilmente solo la punta di un grande iceberg.

Un fatto come tanti altri emersi negli ultimi anni e che dimostra come, ancor di più nel momento in cui si assottigliano i margini di profitto, non si esita a negare diritti e dignità ai braccianti agricoli spingendo lo sfruttamento verso forme di autentica schiavitù. Dal profondo sud alla pianura padana. E, nonostante la retorica ampiamente diffusa secondo la quale gli imprenditori del nord sarebbero rispettosi delle regole, fedeli seguaci dell’etica del lavoro, il filo dello sfruttamento capitalista unisce e attraversa tutto il paese senza distinzioni di latitudini, perfino la tecnologica e avanzata Lombardia.

Ancor prima della notizia relativa alla provincia di Mantova, peraltro già assurta agli onori della cronaca l’anno scorso insieme all’Oltrepò pavese per analoghi episodi, nei mesi scorsi a Saluzzo, nel vicino Piemonte, il coordinamento dei lavoratori agricoli USB impegnati nella raccolta delle coltivazioni nel cuneese ha proclamato uno sciopero per chiedere il rispetto dei diritti contrattuali e per ottenere delle condizioni abitative dignitose per i braccianti costretti a vivere senza un tetto sulla testa, senza acqua, né bagni, né elettricità.

Questo a meno di tre mesi dai tristemente noti fatti della piana di Gioia Tauro, con l’omicidio di Sacko Soumayla, sindacalista di USB, e della Puglia, con la morte di 12 braccianti agricoli immigrati nel foggiano, fino alla recente emersione di sempre più casi simili in diverse zone del paese.

È un filo rosso quello dello sfruttamento, che sconfina il settore agricolo e si può seguire allargando lo sguardo ad altri settori e mettendo in fila i fatti di cronaca apparentemente isolati.

Basta osservare quanto accade nella logistica, settore chiave nell’ottica capitalista della minimizzazione dei costi tra produzione e vendita, in cui la maggior parte dei lavoratori è costituita da immigrati, terreno negli ultimi anni di aspre lotte durante una delle quali a Piacenza, al confine con la Lombardia e a poche decine di chilometri da Milano, nel 2016 nel corso di un picchetto è stato ucciso Abd El Salam, egiziano, delegato di USB e dipendente di una cooperativa.

Si scopre che non è un problema che riguarda solo i lavoratori immigrati, ma che gli operai muoiono nelle fabbriche per la mancanza di misure di sicurezza come successo recentemente alla Lamina, o andando a lavoro su un treno pendolari, su una rete priva di adeguata manutenzione.

Fino ad arrivare alle grandi città dove i fattorini-riders per pochi euro al giorno, senza copertura assicurativa e senza un contratto di lavoro subordinato, consegnano il cibo a domicilio a loro rischio e pericolo, come dimostra il caso del ragazzo che a Milano a fine maggio ha perso una gamba finendo sotto un tram mentre faceva una consegna.

E appare così sempre più stridente il contrasto tra l’immagine che le regioni del nord vogliono dare di sé e le condizioni di vita dei lavoratori e degli abitanti delle classi meno abbienti costretti a lavorare in condizioni disumane e a vivere in disagio e precarietà crescente. E si conferma sempre più pressante la necessità della presenza di organizzazioni di classe disposte a organizzare e praticare conflitto, a dare voce alle lotte presenti sul territorio per rivendicare diritti e dignità per tutti a prescindere dalla nazionalità e dal colore della pelle, a nord come a sud.

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