Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/01/2019

Salvini ci ripensa: “non fatemi processare per la Diciotti”

I dintorni di Palazzo Chigi, in questi giorni, stanno diventando pericolosi. Da lì dentro piove di tutto...

La richiesta di autorizzazione a procedere, avanzata dal Tribunale dei ministri, contro Matteo Salvini per il caso della nave militare Diciotti – bloccata per sei giorni sul molo, senza far scendere né naufraghi né l’equipaggio (marinai militari italiani, mica scafisti...) – sta prendendo una piega diversa da quella immaginata nei primi giorni.

Lì per lì molti commentatori l’avevano presa come un “favore fatto a Salvini”, che avrebbe ingigantito la sua capacità di fare la vittima mentre sta “facendo gli interessi degli italiani”. E lo stesso ministro dell’interno ci aveva creduto, tanto da dire sprezzante “non chiedo l’immunità parlamentare” (da senatore eletto in Calabria).

Sulla base di questa valutazione, anche gli alleati pentastellati avevano anticipato un voto favorevole in Giunta autorizzazioni a procedere, certi di non fare un dispetto all’irascibile alleato e, contemporaneamente, di presentarsi come “coerenti” davanti alla propria – e scossa – base elettorale.

Ieri, invece, il ministro ha inviato una lettera ufficiale chiedendo alla Giunta di negare l’autorizzazione. Secondo lui “il processo non va fatto” perché “ai sensi dell’articolo 9, comma terzo, della legge costituzionale n. 1/1989, il Senato nega l’autorizzazione «ove reputi, con valutazione insindacabile, che l’inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo».”

La Giunta dovrebbe perciò decidere se le decisioni di Salvini a proposito della Diciotti siano o no riconducibili in quell’ambito di discrezionalità puramente politica.

E’ evidente che, leggendo bene le carte inviate dal Tribunale dei ministri, gli avvocati di Salvini abbiano capito di non poter essere totalmente certi dell’assoluzione e quindi abbiano consigliato una linea d’azione meno spavalda. Nei passi formali, almeno...

Tradotto: chiedi che sia fatta valere l’immunità e mettiti al sicuro (prudenza), ma sbraita pure quanto vuoi sul piano della comunicazione politica.

La marcia indietro ha messo nei guai i Cinque Stelle, che a questo punto non possono più votare perché il loro alleato vada a processo, rischiando una condanna. E quindi sono stati costretti per la milionesima volta a giravoltare rispetto ai propri “principi sacri”. “Dopo le ultime posizioni di Salvini, le condizioni sono cambiate: nel Movimento 5 Stelle esiste una prassi, si vota sì all’autorizzazione a procedere. Ma quella della Diciotti è stata una decisione collegiale che ha investito tutto il Governo”, aveva commentato un imbarazzatissimo Emilio Carelli durante un talk show su Sky.

E a stretto giro è arrivato il soccorso governativo, con il povero Toninelli immolato sulla linea: “Io sono come ministro dei Trasporti responsabile della navigazione, fino all’attracco. Salvini è responsabile della sicurezza sulla terra ferma. Sulla Diciotti la decisione l'abbiamo presa insieme, io, lui, il presidente del Consiglio e tutto il Governo del Parlamento. Se processano Salvini devono processare anche me e tutto il Governo. Se vogliono farlo diventare un processo al Governo ci siamo tutti”.

I rapporti tra potere politico e magistratura non sono mai stati idilliaci, ma che il “governo del cambiamento” sia obbligato a fare esattamente come tutti quelli precedenti, beh... è un fatto politicamente serio. Di quelli che in varia misura si pagano alle elezioni... Come avevamo scritto qualche settimana fa, “Sui migranti Salvini ha costruito in poco tempo la sua personale fortuna. Sui migranti può perderla”.

Fonte

25/01/2019

Il vero problema del Salvini indagato sul “caso Diciotti”

Un ministro sotto processo mentre è ancora in carica, in Italia è una rarità. Se poi si tratta di quello dell’Interno, il caso diventa unico. Se si tratta di Salvini, infine, si scivola rapidamente nella dietrologia da dementi.

Vedere autorevoli commentatori scrivere “i magistrati gli hanno fatto un favore elettorale” ci convince del fatto che in questo paese è saltato ogni ragionamento istituzionale e che, dunque, si naviga a vista in mezzo a una tempesta che acquista forza ad ogni momento.

Andiamo con ordine e vediamo di capire qual è la questione.

In piena estate, Matteo Salvini dispose che la nave Diciotti – che aveva raccolto 177 migranti naufraghi in mezzo al Mediterraneo – non potesse sbarcare le persone a bordo, equipaggio compreso. La cosa si risolse solo il 25 agosto, dopo sei giorni in porto e altri passati in mare in precedenza, tra proclami altisonanti e un che di ridicolo che ben pochi vollero cogliere: la nave Diciotti, infatti, non era un vascello corsaro di qualche Ong straniera, ma una nave militare della Marina italiana, che aveva agito in base al diritto marittimo (internazionale, per forza di cose), alle normative disposte dallo Stato e agli ordini trasmessi dalla catena di comando (che non dipende dal ministero dell’Interno).

Un groviglio di considerazioni normative e giuridiche che convinse un magistrato siciliano ad aprire un’indagine, poi trasferita per competenza alla Procura di Catania. Ossia nelle mani di quel procuratore – Carmelo Zuccaro – che aveva tenuto per due anni sotto inchiesta alcune navi di Ong che raccoglievano naufraghi da barconi in procinto di affondare. Inchiesta che non produsse mai nulla, neanche degli indagati, ma fu molto usata mediaticamente – dalla Lega e in prima persona da Salvini – per raccontare la storiella delle Ong che erano “d’accordo con gli scafisti”, che “lucravano sul traffico di uomini”, ecc.

Quel procuratore, come previsto, stabilì che non si dovesse procedere contro il ministro perché la decisione di non far sbarcare migranti ed equipaggio per sei giorni era un “atto politico”, in quanto tale insindacabile.

Il Tribunale dei ministri, invece, ha inviato la richieste di autorizzazione a procedere contro il ministro – alla Giunta per le elezioni e le immunità parlamentari del Senato, presieduta da Maurizio Gasparri (non facciamo commenti...) – perché “la scelta del ministro di non autorizzare lo sbarco di migranti fino al 25 agosto, non possa essere qualificato come ‘atto politico’ in senso stretto e in quanto tale sottratta al sindacato dell’autorità giudiziaria”.

Al contrario. quello di Salvini “è stato un atto amministrativo che (...) ha determinato plurime violazioni di normative nazionali e internazionali che hanno comportato l’intrinseca illegittimità dell’atto amministrativo”.

Messa così, non resterebbe che vedere l’esito del procedimento, perché risulta davvero difficile decidere – giornalisticamente e politicamente – se si sia trattato di una cosa o di un’altra senza “analizzare le carte”.

Naturalmente Salvini usa questa richiesta nell’unico modo che conosce: fare la vittima su decisioni che lui prende per “difendere gli itagliani”, sparando frasi non sempre ben ponderate. Per esempio, dire “I giudici facciano i giudici, i ministri fanno i ministri ed esercitano i loro poteri” dovrebbe significare – in una democrazia liberale – che se un ministro eccede rispetto ai poteri che la Costituzione e le leggi gli affidano, i giudici abbiano l’obbligo di metterlo sotto inchiesta nelle modalità previste dalla legge. “Abuso d’ufficio”, dal punto di vista formale, e “sequestro di persona” da quello sostanziale.

Nel senso comune mediatizzato, invece, quella stessa frase viene veicolata nel significato opposto: “i ministri” fanno quello che vogliono e i magistrati si occupino di altro.

Ecco, la cosa più grave – da un punto di vista tranquillamente “liberale” – è proprio questa: Salvini e questo governo agiscono consapevolmente per sottrarre la sfera politica ai limiti della legge.

E ancora più grave è che i “sinceri democratici” che si dicono anti-salviniani e “antifascisti” chiedano ai giudici di non occuparsi di quel che fa il governo per “non fargli un favore”.

I buoi sono scappati, il “guardiano della Costituzione” si guarda bene dal segnalare il pericolo, “la legge” c’è solo per tenere sotto controllo i poveracci, si va verso un regime politico dei puri rapporti di forza...

Fonte

31/08/2018

La logica del sequestro di persona. Il Salvini “atipico”

“Oggi ho scoperto che ho altri due capi di imputazione, per me sono medaglie. Il ricatto alla Ue non esiste come reato, ma lo rivendico”. Salvini dixit, a proposito della contestazione di altri due reati per come ha gestito il caso della nave Diciotti – della Guardia Costiera italiana, è bene sempre ricordare – per dieci giorni costretta a restare in mare senza far sbarcare né i naufraghi, né l’equipaggio. Scopo di questa idiozia – secondo lo stesso Salvini e dunque anche per la magistratura – il tentativo di esercitare “coazione” sui partner dell’Unione Europea.

Il reato più grave è insomma il “sequestro di persona a scopo di coazione”.

Senza voler entrare nel merito giuridico della questione – ci atteniamo qui soltanto alla logica sottesa dai sequestri – diciamo subito che ogni sequestro di persona avviene esattamente per costringere un altro soggetto a subire la propria volontà, a comportarsi in modo diverso o contrario rispetto a quel che avrebbe fatto se fosse stato lasciato libero di decidere autonomamente.

Nella storia di questo paese ci sono stati due tipi assai diversi di sequestri: per motivi economici (l’”anonima sequestri” – che non era un’organizzazione criminale, ma la somma delle bande attive in questo “settore” – dalla Calabria alla Sardegna, dalla Sicilia alla Lombardia, era arrivata ad un certo punto a tenere prigionieri oltre una decina di persone, negli anni ’70), oppure per motivi politici.

Nel primo tipo, la logica è semplice, quasi elementare: una banda cattura un uomo o una donna di una famiglia ricca – imprenditori, aristocratici, possidenti, ecc. – e cerca di farsi pagare un riscatto. E’ un classico gioco a due, in cui un soggetto collettivo (la banda) prova a imporre a un altro soggetto collettivo (la famiglia) l’esborso di una cifra che diventa l’oggetto della trattativa (ognuno dei due soggetti prova a massimizzare il guadagno oppure ridurre la perdita).

Nel secondo tipo la dinamica è più complessa, ma la logica di base non è molto differente. Un gruppo combattente (guerrigliero nella terminologia dei rivoluzionari, “terrorista” in quello del governo in carica e dei suoi servi-alleati) cattura un esponente politico o un funzionario dello Stato per costringere lo stesso Stato a trattare sugli obiettivi politici esplicitamente posti. Nella storia italiana, classicamente, l’obiettivo consisteva in uno scambio di prigionieri – Moro è il caso più noto – oppure miglioramenti nelle condizioni di vita dei prigionieri, la chiusura dei carceri particolarmente infami (l’Asinara, nel caso del giudice D’Urso), oppure ancora alcune misure sociali.

Ci sono anche stati casi di sequestri a scopo di autofinanziamento compiuti da gruppi politici (l’armatore genovese Costa), ma la dinamica non era molto differente, tanto che in quel caso si tendeva a dichiarare la natura politica del soggetto attivo soltanto alla fine, per non compromettere l’obiettivo (la pressione delle forze di polizia era enormemente superiore nei confronti dei gruppi armati di sinistra).

Ma i sequestri di persona avvengono anche tra Stati... L’esempio più classico è la cattura di spie di un altro Stato sul proprio territorio o in quello di uno Stato alleato, e si concludono quasi sempre con lo scambio di prigionieri, visto che la pratica dello spionaggio reciproco è universale.

Anche i sequestri tra Stati, però, obbediscono alla stessa logica generale: viene catturato uno o più membri della controparte (del “nemico”) e si costringe l’altro a trattare per il rilascio in cambio di qualcosa. Gioco a due, come gli altri.

Sotto queste caratteristiche, in effetti, l’azione svolta da Salvini è abbastanza chiaramente un sequestro di persona. Ma con alcune differenze decisamente clamorose, che lo rendono decisamente atipico.

a) In tutti le tipologie di sequestro che abbiamo esaminato la cattura avviene nei confronti di uno o più membri del campo avverso; nel caso della Diciotti, invece, sono stati tenuto sotto sequestri degli “estranei” (i naufraghi che, secondo le leggi internazionali, andavano invece soccorsi al più presto) e addirittura dei militari della propria parte (lo Stato), per costringere una terza parte (l’Unione Europea o singoli Stati aderenti) ad adottare misure che non era disposta a prendere. Sia detto tra parentesi: e infatti non le ha prese, visto che a parte 20 profughi che forse verranno spediti in Albania (paese extra-Ue, dunque) e altrettanti in Irlanda, tutti gli altri sono rimasti e resteranno in Italia, seppure a carico della Cei (cui va del resto l’8 per mille delle nostre tasse e un discreto gruzzolo di fondi europei restituiti dalla quota italiana). Come “sequestratore”, insomma, Salvini è un dilettante che non ha ancora capito bene le regole del gioco: il “terzo”, visto che non ha niente da perdere (i sequestrati non fanno parte del suo campo), continua a fare quel che gli pare...

b) Le bande di sequestratori, e a maggior ragione i gruppi guerriglieri (e persino le spie degli Stati in territorio nemico), rischiano in proprio – la pelle o la libertà – prendendo le armi e andando in azione. Salvini invece ha fatto rischiare – un po’, soltanto un po’ – la salute a persone che avevano già subito violenze inenarrabili, ed anche i “nostri militari” a bordo della nave (stranamente dimenticati soprattutto dal cosiddetto ministro degli interni, nei suoi sproloqui quotidiani).

Ognuno può a questo punto dare il suo parere informato sul “coraggio” di Salvini, oltre che sulla sua lungimiranza politica e sulla sua statura morale.

Sequestri di questo tipo, a nostra memoria, non se ne sono mai verificati.

Solo in qualche C movie di Hollywood si è visto qualche gruppo iper-cattivo intento a sequestrare un numero variabile di innocenti per strappare un riscatto a un terzo soggetto su ordine di un “cattivissimo me” che conduce le trattative stando comodamente seduto altrove. Ma è cinema, e neppure di qualità.

E’ questione di classe. Se non ce l’hai, nessuno te la può dare...

Fonte

27/08/2018

Il Governo Tenco

“Sì, lo so che questa non è certo la vita
Che ho sognato un giorno per noi
Vedrai, vedrai che cambierà
Forse non sarà domani
Ma un bel giorno cambierà
Vedrai, vedrai
Non son finito sai
Non so dirti come e quando
Ma vedrai che cambierà”.

Dopo averle votate e rinnovate per anni, oggi la Lega non ha nessuna reale intenzione di revocare le concessioni ai Benetton come ha promesso il cosiddetto Governo del Cambiamento.

Quindi Salvini ha passato tutta la settimana a fare l’unica cosa di cui è capace: dirottare l’attenzione sul solito capro espiatorio, l’ennesimo sparuto gruppo di profughi appositamente bloccati su una nave.

Il disumano, infame diversivo ha fatto comodo anche al PD, che ha potuto recitare la parte del poliziotto buono, fingendo di non essere corresponsabile delle torture subite dai migranti nei lager finanziati dalla dottrina Minniti.

La nave coi profughi presi in ostaggio dal governo italiano però era italiana, perciò l’Unione Europea non ha ceduto al ricatto mediatico, e stavolta non ha neanche finto d’accettare di accoglierne alcuni.

L’UE non è migliore di Salvini. E ci ha assegnato il ruolo di buttafuori, non di buttadentro.

Pupazzetto Di Maio ha quindi alzato la posta, impiccandosi – inutilmente – all’ennesima promessa cazzara: smettere di versare i contributi italiani all’Unione Europea. Una vecchia idea di Renzi. “Smetto quando voglio” ha dichiarato. Subito smentito dal ministro degli Esteri.

Intanto Salvini finiva indagato per abuso d’ufficio, arresto illegale, e sequestro di persona.

Alla fine è intervenuta la Conferenza Episcopale Italiana, offrendosi di risolvere accogliendo i profughi ovviamente in Italia.

Salvini ha ceduto, spacciando la terribile figura di merda per una vittoria, ed ha autorizzato lo sbarco.

Adesso il suo governicchio ha un grosso debito pure col Vaticano.

Ma ricapitoliamo le principali promesse con le quali i Cazzari Grilloverdi avevano (separatamente) vinto le elezioni:

Abolizione della legge Fornero
Ripristino dell’articolo 18
Flat Tax
Reddito di cittadinanza
Pensione di cittadinanza
Asili nido gratis
Internet a banda larga gratis
Abolizione delle accise
Abolizione degli studi di settore, Redditometro e Spesometro
Legge anti-corruzione
Legge contro il conflitto di interessi
Ministero per le disabilità
Blocco di TAV e TAP
Rimpatrio immediato di 600 mila immigrati
Riconversione ecologica dell’Ilva.

Verrà il giorno in cui torturare profughi bloccandoli su una nave non basterà più per distrarre gli italiani dai disastri, e dalle promesse non mantenute. Per quel momento, Salvini e Di Maio hanno un Piano B:

Fase uno: Dare la colpa all’Europa.
Fase due: Darsi la colpa a vicenda
Fase tre: Far cadere il governo, e passare mano a un tecnico che faccia tutto il lavoro sporco, e si prenda lui tutta la colpa.
Fase quattro: Tornare a votare in primavera, e rivincere con le stesse promesse irrealizzabili, perché tanto gli elettori italiani hanno la memoria d’un pesce rosso e l’intelligenza d’una spugna di mare.

Funzionerà di nuovo?

Fonte

25/08/2018

Nave Diciotti, c’era un piano per creare lo scontro


Un paese in cui l’informazione che demolisce la narrazione del potere è fatta, spesso, dai giornali cattolici, è un paese messo proprio male.

Per sapere qualcosa del gioco politico nauseabondo avvenuto intorno alla nave Diciotti è stato necessario legge L’Avvenire, organo dei vescovi italiani. Una ricostruzione puntuale, che evidenzia l’inesistenza di qualsiasi remora – sia morale che costituzionale – da parte di questo governo, abitato da incompetenti, bugiardi, furbetti e reazionari.

Fin dal primo giorno avevamo segnalato che la “stranezza” più evidente era quella di una nave militare impossibilitata ad attraccare in un porto dello Stato che difende per dovere istituzionale. La ricostruzione del L’Avvenire dà riscontri circostanziati su questa follia, con ufficiali che non sanno più cosa fare (gli ordini non sono arrivati attraverso le normali “linee di comando”, ma attraverso i social network e i notiziari radio), destinazioni della nave decise dal governo in base agli orientamenti dei vari magistrati competenti per territorio (Catania sarebbe stata scelta perché qui c’è il procuratore Zuccaro, quello che aveva aperto un fascicolo contro le ong per “collaborazione con gli scafisti”, poi archiviato per ovvia inconsistenza), ecc.

Un guazzabuglio di improvvisatori senza gloria né intelligenza, animato soltanto dall’ansia di farsi belli con un’opinione pubblica disorientata e spaventata (i leghisti) e dal terrore di veder finire in vacca la prima prova di governo nazionale (i grillini).

A noi sembra ovvio che con queste “grandi visioni” questo governo non possa che esplodere in qualsiasi momento. Ma ogni giorno che passa questi incompetenti e/o reazionari (si può anche essere entrambe le cose contemporaneamente) avvelenano anche quel poco di intelligenza sociale rimasta in circolo.

Prima li cacciamo, meglio è. E dobbiamo cacciarli noi, con una mobilitazione popolare potente e intelligente, perché se crollano da soli verranno sostituiti da qualcuno ancora peggio...

*****

Nave Diciotti, c’era un piano per creare lo scontro

Trasbordi, omissioni, dirottamenti e «ordini» via web. Aperte 3 inchieste. E già mercoledì l’equipaggio aveva presagito «che non sarebbe stata una cosa breve».

Nello Scavo

C’era un piano per creare un caso internazionale sui migranti. Un progetto per mettere tutti contro tutti. Lo stallo della Diciotti non è un inconveniente dettato dall’emergenza. «Lo abbiamo capito la settimana scorsa, mercoledì sera, quando ci è stato chiesto di andare in supporto di due motovedette – riferiscono fonti dell’equipaggio dall’ammiraglia della Guardia costiera –. Chiaro, a quel punto, che non sarebbe stata una traversata breve e saremmo andati per le lunghe».

È in quel preciso momento che il sospetto si materializza sotto forma di ordini via radio. E di omissioni. «Abbiamo ricostruito con il comandante l’origine di questa situazione – racconta Riccardo Magi, leader dei Radicali Italiani salito a bordo della Diciotti –. Da una parte l’indicazione del ministro Toninelli e poco dopo la posizione del Viminale, appresa via web dal comandante ». Via social network, per la precisione.

Una situazione senza precedenti per dei militari abituati a ricevere e impartire ordini inequivocabili. Ed è questo uno dei passaggi su cui dovrà lavorare la procura di Agrigento. Tanto che, non sapendo cosa sarebbe accaduto dopo essere stato dirottato da Lampedusa a Catania, il comandante ha fermato i motori al largo del porto etneo in attesa di conferma da parte dei superiori. «Il comando generale gli ha ordinato di attraccare, ma senza consentire lo sbarco», riferisce Magi.

Mercoledì della scorsa settimana, un’imbarcazione con 190 persone in fuga dalla Libia si trovava in zona Sar (ricerca e soccorso) maltese. Alle 3.40 due unità della Guardia Costiera italiana sono intervenute a 17 miglia nautiche da Lampedusa caricando i migranti. Circa cinque ore dopo, alle 8.20, è intervenuta la nave Diciotti a cui era stato chiesto di trasbordare tutti i 177 naufraghi.

Le due motovedette, come accaduto per anni, avrebbero potuto dirigersi verso Lampedusa in condizioni di sicurezza, invece è arrivato l’ordine di trasferire i migranti sulla nave ammiraglia, in grado di ospitare un cospicuo numero di persone per un lungo periodo di tempo.

Non è l’unica anomalia. Quando Diciotti si trovava nei pressi di Lampedusa (sotto la giurisdizione della procura di Agrigento) i magistrati hanno aperto un’inchiesta, ma a questo punto l’unità di soccorso viene dirottata su Catania, oltrepassando porti come Pozzallo e Augusta, su cui hanno competenza le procure di Ragusa e Siracusa, che già in passato hanno bocciato la linea del procuratore catanese Zuccaro.

Qui, però, arriva il colpo di scena. Luigi Patronaggio, procuratore capo di Agrigento, si reca di persona a Catania e compie un’ispezione a bordo della Diciotti. Il reato di illecito trattenimento e di sequestro di persona – una delle ipotesi su cui Agrigento sta lavorando – possiede infatti la “continuità territoriale”. La competenza investigativa, dunque, rimane radicata alla procura che per prima ha aperto il fascicolo.

Una circostanza presagita dal comandante della Diciotti, Massimo Kothmeir, che alla vista di Catania aveva domandato ai suoi superiori: «Che devo fare? Devo entrare in porto o no? Non è che mi mettono i braccialetti d’argento?». Parole espresse, non senza sconcerto, dopo aver letto su un social network che il Viminale non autorizzava lo sbarco nonostante il via libera all’attracco del ministero per le Infrastrutture.

Sono tre le Procure siciliane che indagano. La Dda di Palermo ha aperto un fascicolo in cui si ipotizza l’associazione a delinquere «finalizzata al traffico di migranti » e l’associazione a delinquere «finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina». Nell’indagine, che per legge spetta alla direzione distrettuale essendo prospettati reati di criminalità organizzata, sono confluite le testimonianze dei richiedenti asilo fatti sbarcare subito a Lampedusa per ragioni sanitarie.

La procura di Agrigento, invece, indaga a carico di ignoti per sequestro di persona e arresto illegale, poiché i migranti sono ancora trattenuti “in custodia” da un mezzo militare italiano senza che sia stato chiesto a un giudice l’autorizzazione al prolungamento del loro trattenimento (che normalmente non dovrebbe superare le 48 ore).

Oggetto dell’inchiesta è anche risalire nella catena di comando a chi, disponendo l’obbligo di non lasciare la Diciotti, stia illegittimamente limitando la libertà personale dei migranti, molti dei quali (almeno i 130 eritrei) sono quasi certamente beneficiari dei diritti di protezione internazionale.

Qualora i magistrati accertassero responsabilità di componenti del Governo il fascicolo dovrebbe passare al tribunale dei ministri che agisce con i poteri che il vecchio codice di procedura penale riconosceva al giudice istruttore. Contrariamente a quanto speravano i sostenitori della linea dura, il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro non se ne è stato a guardare ed ha aperto un fascicolo di ‘atti relativi’: accertamenti preliminari per vedere se siano ipotizzabili reati e che potrebbero poi portare alla apertura di un’inchiesta vera e propria.

«Se qualcuno pensa di arrestarmi sbaglia a capire», ha risposto Matteo Salvini, adducendo più che ragioni di diritto, la minaccia della piazza: «C’è la maggior parte del popolo italiano che chiede ordine, regole, rispetto e un’immigrazione sotto controllo».

Fonte

24/08/2018

Carofalo: “I migranti sulla Diciotti devono essere liberati. Basta con questo teatrino indegno”

Salvini si è messo da solo in un vicolo cieco costruendo un’emergenza su di una vicenda che chiunque avrebbe gestito con più intelligenza. Lo ha fatto portando il paese ad una crisi istituzionale senza precedenti, umiliando gli uomini e le donne della Guardia Costiera italiana, ed esponendoli ad attacchi infami da parte dei malati di odio. Lo ha fatto lasciando richiedenti asilo ad attendere sotto il sole dopo che queste persone erano fuggite dalla Libia.

Ricordiamo che le persone scese a Lampedusa dalla Diciotti hanno denunciato di aver subito violenze e stupri, e che alcune di loro erano denutrite, altro che giovani palestrati.

Salvini dichiara di voler respingere in Libia queste persone e ieri la Libia gli ha risposto che non è possibile farlo.

Salvini dice che sono clandestini quando la maggior parte di chi si trova sulla Diciotti sono eritrei, e quindi soggetti che otterranno quasi sicuramente la protezione internazionale.

Salvini chiede che l’Europa sia solidale ma fa asse con quei paesi che ci costringono a fare muro mentre ci fanno un muro dietro le spalle.

In realtà Salvini è vittima della sua stessa logica schizofrenica nella quale conta più la polemica sui social network che la politica.

Se Salvini vuol far pressione sull’Europa dichiari di sospendere unilateralmente Dublino, e non faccia prendere più le impronte alle persone che arrivano in Italia permettendo loro di transitare nel nostro paese e raggiungere il nord Europa. Questa si che sarebbe una minaccia seria contro l’Europa dell’egoismo e della xenofobia.

Evidentemente a Salvini interessa più mantenere aperto il palcoscenico della frontiera che risolvere i problemi, noi però lo paghiamo per fare il ministro non per dire idiozie su Facebook.

Basta con questo teatrino indegno.

Fonte

21/08/2018

Il “caso Diciotti” e i ministri eversivi

E’ difficile evitare epiteti perculanti quando si sentono certe cose, anche quando il problema è serissimo...

La nave Diciotti, dicono le agenzie stampa, è ormeggiata da ieri sera al molo Levante del porto di Catania, dopo aver trascorso quattro giorni al largo, solo perché ha raccolto 177 migranti che stavano naufragando.

L’autorizzazione ad entrare in porto è stata data dal ministro competente, il pentastellato Danilo Toninelli. Ma nessuno dei 177 naufraghi può sbarcare, secondo la dichiarazione del ministro dell’interno, il leghista Matteo Salvini.

La “mediazione” tra i due capataz della “guerra all’immigrazione clandestina” è stata trovata nelle parole, come nella tradizione più infima della politichetta italiana: trattasi di “scalo tecnico”, ovvero solo per il rifornimento di acqua, viveri e carburante.

Non si sa se Salvini si sia limitato a dirlo attraverso le tv – come ha fatto fin qui con tutte le altre situazioni del genere – oppure se abbia dato disposizioni ufficiali tramite il ministero in cui ogni tanto dovrebbe anche entrare. La “condizione” posta dal leghista per far scendere quelle persone è che l’Unione Europea si faccia carico di redistribuirli in giro, tra i vari paesi membri.

Dovrebbe esser chiaro anche all’ultimo degli imbecilli che un paese – e a maggior ragione una comunità di paesi – di fronte a problemi come questo dovrebbe avere “una politica”. Ossia un insieme di procedure concordate che scattano automaticamente ogni qual volta un certo problema si presenta. Se invece ad ogni episodio bisogna fare una lunga trattativa diplomatica, oscenamente ridicola (“stavolta 10 a te, 20 a quell’altro, 8 a Tizio, e 5 a me”), è evidente che si sta usando la pelle delle persone per un calcolo politico. Stupido e strumentale, perché non v’è chi non veda che il ministro Salvini è in un momento di grave difficoltà per i passati regali a Benetton-Atlantia-Autostrade e quindi ha un disperato bisogno di diversivi con cui distrarre la sua “opinione pubblica”.

Se la nave fosse di una Ong davvero indipendente (ne esistono molte che sono delle vere multinazionali, con consigli di amministrazione da brividi), Salvini avrebbe forse qualche appiglio retorico in più. Nel caso della nave Diciotti, invece, rischia un doppio scivolone.

Perché la nave in questione è della Guardia Costiera italiana, insomma una nave militare che deve obbedire agli ordini del suo ministro di riferimento (le infrastrutture, ossia il prode Toninelli) e alle leggi internazionali che impongono il salvataggio in mare senza se e senza ma. Lo diciamo scherzando, ma non troppo: se dovesse valere la “regola di Salvini” ogni natante potrebbe stabilire una sua particolare lista di proscrizione, fatta di nazionalità, colore di pelle, lingua, religione o fede politica sgradite. E dunque l’equipaggio di una barca potrebbe legittimamente chiedere a un naufrago “scusi, a lei piace Salvini?” e, in caso di risposta affermativa, lasciarlo lì ad affogare...

Torniamo alle cose serie. Uno Stato che blocca l’attività di una sua nave militare per molti giorni solo perché ha rispettato le leggi internazionali – oltre che quelle del buon senso tra gli umani – può essere qualificato in molti modi, ma nessuno gentile. Ma c’è di peggio: è uno Stato in mano a personaggi che nulla sanno della “struttura” che lo regola. Se poi lo sanno, è ancora peggio, perché significa che stanno consapevolmente smantellando l’architrave costituzionale (e la relativa cultura politica) che lo regge.

Stanno insomma proseguendo l’opera costituzionalmente eversiva di Matteo Renzi (e prima di lui altri personaggi della Toscana massonica e nerissima), bruscamente stroncata con il referendum del 4 dicembre 2016.

Per essere il “governo del cambiamento”, insomma, non c’è argomento su cui non siano in continuità peggiorativa con quelli precedenti...

P.S.

Ci sono anche le piccole buone notizie, purtroppo ancora affidate alla retorica degli “appelli”. Uno di questi è stato sottoscritto da 15 associazioni e movimenti civili, che chiedono che i migranti a bordo della Diciotti vengano lasciati sbarcare a Catania. “Catania è città di solidarietà e accoglienza e vogliamo che il nostro porto sia immediatamente aperto e che le autorità lascino sbarcare le persone dalla nave Diciotti; nessuna donna e nessun uomo è illegale. Restiamo umani”.

Più concretamente, un gruppo di attivisti e sindacalisti dell’Usb erano stanotte sul molo di Catania per protestare contro il divieto di sbarco. Li ringraziamo per le foto che ci hanno mandato e che qui pubblichiamo.