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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/12/2019

Schiaffo a Madrid. Gli indipendentisti catalani hanno l’immunità parlamentare

Il leader indipendentista catalano Oriol Junqueras, attualmente prigioniero in Spagna, ha diritto all’immunità. Junqueras a maggio era stato eletto al Parlamento europeo e la sua immunità parte dal momento della proclamazione dei risultati delle elezioni europee. Quindi la Spagna dovrebbe rilasciarlo immediatamente affinché possa assumere il suo incarico.

A stabilirlo è la Corte di Giustizia europea che ha dato ragione a Junqueras, condannato dal tribunale di Madrid a 13 anni di prigione con obbligo di allontanamento dal pubblico ufficio per l’organizzazione del referendum sull’indipendenza della Catalogna. I giudici hanno stabilito inoltre che Junqueras gode dal momento dell’elezione anche del diritto di viaggiare, derivante dallo status di membro del Parlamento di Starsburgo.

“Nulla di ciò che abbiamo fatto è stato un crimine, non solo era legittimo, ma era legale, e abbiamo acquisito il diritto di riprovare. E abbiamo assunto i rischi connessi al tentativo, e uno di questi rischi era quello di essere in prigione, e qui siamo” ha detto Junqueras in una intervista rilasciata dalla prigione a Catalunya Radio.

La sentenza della Corte su Junqueras ha delle ripercussioni anche sugli altri due leader indipendentisti catalani, l’ex presidente della Catalogna Carles Puigdemont e Toni Comin, eletti alle ultime europee, ma che non hanno potuto entrare nelle loro funzioni, in quanto impossibilitati dal mandato di cattura contro di loro a recarsi prima a Madrid per prestare giuramento sulla Costituzione spagnola come prevede la legislazione nazionale. Le autorità spagnole non hanno trasmesso all’Europarlamento la proclamazione dell’elezione dei tre dirigenti catalani e di conseguenza l’Europarlamento ha finora rifiutato di farli entrare in carica.

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06/09/2019

Ex Ilva di Taranto. L’immunità resta, la legalità va in soffitta

Ora è legge dello Stato. Il vergognoso ricatto messo in piedi dalla multinazionale ArcelorMittal, nei confronti del governo, con la minaccia di abbandonare l’investimento nell'ex Ilva, qualora non fosse stata confermata l’immunità penale per l’azienda, ha dato i suoi amari frutti.

Con l’ennesimo decreto salva Ilva lo Stato italiano ha confermato l’extraterritorialità dello stabilimento tarantino. Il valore, definito strategico per legge, della siderurgia a ciclo integrale del nostro paese è tale da spingere i governi ad autorizzare e legittimare l’emissione di veleni che quotidianamente si riversano sulla città e che uccidono centinaia di cittadini.

Tragicamente, grazie al decreto imprese, ora nessuno risponderà penalmente per quei morti. L’intervento dell’ex ministro Di Maio, conclusosi con la limitazione dell’immunità agli adempimenti del piano ambientale, dopo aver gridato ai quattro venti che mai avrebbe consentito l’immunità penale, è un semplice ritocco furbesco che non muta la sostanza del provvedimento.

Limitare l’immunità alle opere del piano ambientale in uno stabilimento dove quasi tutti gli impianti sono sottoposti a sequestro per la mancata adozione delle misure di sicurezza e di tutela ambientale è semplicemente ipocrita.

Dopo essersi candidato a restituire legalità ad un paese dilaniato da corruzione, malaffare e impunità, oggi il M5S con questo provvedimento si accoda, in totale sintonia, ai governi che lo hanno preceduto.

Per costoro la produzione dell’acciaio viene prima del diritto alla salute, del diritto della sicurezza di chi ci lavora e del rispetto dell’ambiente.

Peraltro tutto ciò accade in uno stabilimento che sta, materialmente, cadendo a pezzi e nel quale, non si intravede nessun cambio di passo nella nuova gestione Arcelor Mittal rispetto a quella commissariale.

La pervicacia con cui la proprietà ArcelorMittal ha chiesto ed ottenuto l’immunità non testimonia esattamente un grande impegno industriale, quanto la volontà di sfruttare al massimo gli impianti, spremere il più possibile risorse pubbliche e i lavoratori per poi disimpegnarsi progressivamente nei prossimi anni. Accaparrandosi così le ambite quote di mercato dell’ex Ilva e il presidio nel porto.

Un disastro sociale, politico ed economico annunciato quindi, annunciato nel momento stesso in cui il governo Gentiloni ha deciso il ritorno dei privati nella proprietà e il primo governo Conte ha confermato.

Ora più che mai è necessaria una mobilitazione straordinaria dei lavoratori e della città. Lo stabilimento va chiuso. Ne va del presente e del futuro di questo paese.

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29/01/2019

Salvini ci ripensa: “non fatemi processare per la Diciotti”

I dintorni di Palazzo Chigi, in questi giorni, stanno diventando pericolosi. Da lì dentro piove di tutto...

La richiesta di autorizzazione a procedere, avanzata dal Tribunale dei ministri, contro Matteo Salvini per il caso della nave militare Diciotti – bloccata per sei giorni sul molo, senza far scendere né naufraghi né l’equipaggio (marinai militari italiani, mica scafisti...) – sta prendendo una piega diversa da quella immaginata nei primi giorni.

Lì per lì molti commentatori l’avevano presa come un “favore fatto a Salvini”, che avrebbe ingigantito la sua capacità di fare la vittima mentre sta “facendo gli interessi degli italiani”. E lo stesso ministro dell’interno ci aveva creduto, tanto da dire sprezzante “non chiedo l’immunità parlamentare” (da senatore eletto in Calabria).

Sulla base di questa valutazione, anche gli alleati pentastellati avevano anticipato un voto favorevole in Giunta autorizzazioni a procedere, certi di non fare un dispetto all’irascibile alleato e, contemporaneamente, di presentarsi come “coerenti” davanti alla propria – e scossa – base elettorale.

Ieri, invece, il ministro ha inviato una lettera ufficiale chiedendo alla Giunta di negare l’autorizzazione. Secondo lui “il processo non va fatto” perché “ai sensi dell’articolo 9, comma terzo, della legge costituzionale n. 1/1989, il Senato nega l’autorizzazione «ove reputi, con valutazione insindacabile, che l’inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo».”

La Giunta dovrebbe perciò decidere se le decisioni di Salvini a proposito della Diciotti siano o no riconducibili in quell’ambito di discrezionalità puramente politica.

E’ evidente che, leggendo bene le carte inviate dal Tribunale dei ministri, gli avvocati di Salvini abbiano capito di non poter essere totalmente certi dell’assoluzione e quindi abbiano consigliato una linea d’azione meno spavalda. Nei passi formali, almeno...

Tradotto: chiedi che sia fatta valere l’immunità e mettiti al sicuro (prudenza), ma sbraita pure quanto vuoi sul piano della comunicazione politica.

La marcia indietro ha messo nei guai i Cinque Stelle, che a questo punto non possono più votare perché il loro alleato vada a processo, rischiando una condanna. E quindi sono stati costretti per la milionesima volta a giravoltare rispetto ai propri “principi sacri”. “Dopo le ultime posizioni di Salvini, le condizioni sono cambiate: nel Movimento 5 Stelle esiste una prassi, si vota sì all’autorizzazione a procedere. Ma quella della Diciotti è stata una decisione collegiale che ha investito tutto il Governo”, aveva commentato un imbarazzatissimo Emilio Carelli durante un talk show su Sky.

E a stretto giro è arrivato il soccorso governativo, con il povero Toninelli immolato sulla linea: “Io sono come ministro dei Trasporti responsabile della navigazione, fino all’attracco. Salvini è responsabile della sicurezza sulla terra ferma. Sulla Diciotti la decisione l'abbiamo presa insieme, io, lui, il presidente del Consiglio e tutto il Governo del Parlamento. Se processano Salvini devono processare anche me e tutto il Governo. Se vogliono farlo diventare un processo al Governo ci siamo tutti”.

I rapporti tra potere politico e magistratura non sono mai stati idilliaci, ma che il “governo del cambiamento” sia obbligato a fare esattamente come tutti quelli precedenti, beh... è un fatto politicamente serio. Di quelli che in varia misura si pagano alle elezioni... Come avevamo scritto qualche settimana fa, “Sui migranti Salvini ha costruito in poco tempo la sua personale fortuna. Sui migranti può perderla”.

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06/06/2016

Saccheggio dello Stato greco: la Commissione Europea pretende l’immunità per gli esecutori

Ecco come avviene il “risanamento” delle finanze dei paesi periferici: gli edifici governativi vengono svenduti ai privati, con l’obbligo per il governo di riprenderli in affitto, che va pagato anche se non vengono utilizzati. E cosa avviene ai funzionari UE che hanno imposto queste truffe ai danni dello Stato greco, sotto la minaccia dei “memorandum”? Assolutamente nulla, perché la UE pretende la loro immunità, pena la mancata erogazione dei “fondi di salvataggio”. Si tratta, come previsto, di una riedizione della Treuhandanstalt, ossia del più grande scempio di patrimonio pubblico della storia, avvenuto dopo l’unificazione a spese dei beni comuni dei cittadini della Germania Est.

Da Keep Talking Greece, 3 giugno 2016

La Commissione Europea si è direttamente intromessa nel funzionamento della magistratura greca, chiedendo che i tecnocrati UE che lavorano per il Fondo per la Privatizzazione Greca abbiano l’”immunità”. La Commissione Europea è intervenuta due giorni dopo che i magistrati anticorruzione di Atene hanno sollevato accuse nei confronti di 3 greci e 3 cittadini UE appartenenti all’HRADF (Hellenic Republic Asset Development Fund ndVdE) per una vendita di asset pubblici che ha provocato una perdita di parecchi milioni di euro ai danni dello Stato.

Venerdì, il portavoce UE Margaritis Schinas ha dichiarato ai giornalisti a Bruxelles che gli esperti UE che lavorano in Grecia per il “programma greco”, dovrebbero essere coperti da una forma di “garanzia”.

“Secondo noi, a tutti gli esperti UE che aiutano la Grecia a migliorare la sua economia e a ritornare alla crescita (coi bellissimi risultati che abbiamo visto ndVdE) dovrebbero vedersi garantiti ampi margini di manovra.” Ha dichiarato Schinas. Contemporaneamente, ha sottolineato che “abbiamo pieno rispetto delle procedure giudiziarie” in corso contro 6 membri del vecchio Fondo di Privatizzazione. Ma il suo intervento non è stato chiaro.

Schinas non si è soffermato sulla richiesta dell’Eurogruppo di un’immunità per i tecnocrati che lavoreranno al nuovo Fondo di Privatizzazione Greco.

L’intervento della Commissione è avvenuto subito dopo che i magistrati dell’accusa hanno accusato 6 membri dell’HRADF per la vendita di 28 asset pubblici. Tre membri sono greci, gli altri tre vengono dall’Italia, la Spagna e la Repubblica Slovacca, nominati dall’Eurogruppo. Le accuse si riferiscono al periodo 2013-2014 e sono stati convocati per testimoniare di fronte al magistrato anti corruzione Costas Sargiotis.

Sono sospettati di “reato di slealtà” e di “utilizzo improprio” delle 28 proprietà statali.

Secondo l’agenzia di stampa AthensNewsAgency, un funzionario UE ha spiegato che Bruxelles teme che se non viene garantita questa immunità, nessun membro delle istituzioni europee vorrà essere assegnato al lavoro da svolgere in Grecia e questo metterebbe a rischio il successo del nuovo Fondo di Privatizzazione.

(Che sarebbe come dire che il boia si rifiuta obbedire agli ordini, se non ha la garanzia di non essere poi accusato di omicidio... NdVdE).

Pertanto l’Eurogruppo ha chiesto al Governo Greco di cambiare opportunamente le leggi, in modo che simili accuse non possano ripetersi in futuro, ha dichiarato il funzionario.

I sei membri e il HRADF: vendere gli asset per poi prenderli in affitto

Le accuse nei confronti dei sei membri dell’HRADF riguardano la vendita e riaffitto di 28 proprietà statali.

Secondo l’accusa, lo Stato Greco ha sofferto perdite per 575 milioni di euro.

Il caso riguarda due aste vinte da due società private. Le aste valevano 2 miliardi e 611 milioni di euro complessivi. I relativi contratti sono stati firmati nel maggio 2014, con lo Stato Greco che si impegnava a riaffittare le proprietà per 20 anni per soddisfare le esigenze di spazi dei servizi pubblici. Il costo di affitto per lo stato greco era di 25,6 milioni di euro per il solo primo anno. Lo Stato è obbligato a pagare anche per gli edifici rimasti vuoti o parzialmente vuoti, perdendoci 6,6 milioni di euro.

Esempi tipici sono l’edificio Keranis e l’edificio del Ministero della Salute.

L’accusa sottolinea anche che in alcuni casi, il “congruo valore della proprietà” è stato sottostimato, riducendo così la somma che lo Stato ha ricevuto e che “il valore della terra non è stato preso in considerazione, così come altri fattori del mercato immobiliare”. (fonti: euro2day.gr, huffingtonpost.gr).

AGGIORNAMENTO: dopo la testimonianza resa ai magistrati, i sei sono stati rilasciati. Hanno respinto le accuse, sostenendo che il loro compito era soltanto di dare una consulenza ma il loro parere non era vincolante per il consiglio dell’HRADF che doveva prendere la decisione finale.

Uno degli accusati è il presidente spagnolo dell’agenzia delle proprietà immobiliari del Governo Spagnolo, un altro è la sua controparte italiana e l’ultimo il presidente della Borsa slovacca. Tutti e tre hanno partecipato al Consiglio degli Esperti che ha raccomandato la vendita degli asset pubblici al consiglio dell’HTADF.

Le proprietà in questione sono: 5 edifici del Ministero della Cultura, dell’Interno, della Giustizia, della Salute e Istruzione, 13 uffici dell’agenzia esattoriale e 5 edifici della Polizia greca. (ProtoThema)

L’assurdità del programma Vendi e Ri-Affitta per gli edifici statali nel contesto del programma di privatizzazioni era già stata discussa quando l’accordo del HRADF era stato siglato e una parte di esso era trapelato alla stampa. Gli scandalosi dettagli dell’accordo sono tornati recentemente alla ribalta, quando è venuto fuori che lo Stato pagava 220 mila euro al mese per un edificio vuoto.

Vediamo un po’: qual era esattamente lo scopo del programma HRADF di Privatizzare e Ri-Affittare le proprietà pubbliche? Che lo Stato greco vendesse gli immobili, ricevesse un ammontare X di denaro per ripagare i creditori, e riaffittasse le proprietà vendute pagando una somma XX ai nuovi proprietari?

Alla fine dei giochi, la Commissione Europea dirà alla Grecia che l’”immunità per i tecnocrati UE” è una delle “azioni prioritarie” che il paese deve intraprendere nei confronti dei creditori per poter ricevere la prossima tranche di “aiuti”...

Ma forse il signor Schinas ha ragione! Che ingrati questi greci che non apprezzano il lavoro degli esperti europei presso il Fondo per la Privatizzazione, specialmente dal momento che quest’ultimo aiuta la Grecia a migliorare la propria economia e a ritrovare il sentiero della crescita.

PS e ora tutti al supermercato ad accaparrarsi un po’ di crescita, con la nuova IVA al 24%.

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18/05/2016

Turchia. Censurati 100 mila siti, via l’immunità ai deputati curdi

Oltre 100 mila siti web sono stati censurati dal regime turco in meno di un anno, precisamente dal giorno delle elezioni politiche del giugno 2015. Lo rivela un rapporto di Press for Freedom, progetto finanziato da un programma bilaterale dell’ambasciata britannica per il monitoraggio della libertà di espressione. Secondo lo studio, il web resta uno dei terreni in cui la censura del regime islamico-nazionalista turco si manifesta più duramente nel paese dove il potere di Erdogan e della sua cerchia si rafforza sempre di più.

Nel periodo preso in esame, ad esempio, il sito dell’agenzia curda Diha è stato oscurato ben 37 volte, mentre 13 dei suoi reporter sono finiti in prigione. Dall’inizio di quest’anno, invece, 33 giornalisti sono stati fermati e ben 894 licenziati per motivi politici. Tra questi ci sono anche vittime eclatanti, come il direttore del quotidiano Cumhuriyet Can Dundar e il suo caporedattore, arrestati e poi condannati a quasi sei anni di reclusione per aver rivelato in un articolo il sostegno del regime ai jihadisti operanti in Siria.

Il rapporto mette in evidenza anche le continue aggressioni fisiche e gli attentati nei confronti dei reporter, con ben 200 attacchi registrati tra gennaio e aprile di quest’anno. Nello stesso periodo, altri 12 giornalisti sono finiti a processo con l’accusa di insulti al presidente Recep Tayyip Erdogan; reato in base al quale dall’inizio del suo mandato, nell’agosto 2014, sono state aperte quasi duemila inchieste anche a carico di adolescenti.

Oltre a oscurare siti web e ad incarcerare giornalisti, il regime si sta dedicando negli ultimi mesi ad una vera e propria campagna di commissariamento e chiusura dei media critici. La vittima più significativa di questo assalto all’informazione non allineata è stato il quotidiano Zaman. All’inizio di marzo quello che era il più diffuso e letto quotidiano dell’opposizione islamico-moderata al regime è stato prima occupato militarmente dalla polizia e poi commissariato da un gruppo di amministratori giudiziari che ne hanno ribaltato la linea editoriale dopo aver licenziato giornalisti e tecnici, facendone un giornale completamente allineato. Ma dopo l’inevitabile crollo delle vendite – passate in neanche due mesi da 650 mila copie a neanche 2 mila – il gruppo Feza, commissariato dai funzionari del regime, ha deciso di chiudere lo storico giornale a partire dallo scorso 15 maggio, insieme all’agenzia di stampa Cihan, l’unica che poteva tener testa per capillarità d’informazione e autorevolezza a quella ufficiale Anadolu, ormai da tempo strettamente controllata dal regime. In precedenza l’Akp aveva già neutralizzato e poi chiuso le tv, i giornali e le radio del gruppo editoriale Ipek, commissariato alla vigilia delle elezioni del novembre scorso, ed anche in questo caso con l’accusa di essere uno strumento della rete politico-religioso-imprenditoriale guidata da Fethullah Gulen, ex padrino di Erdogan poi diventatone strenuo oppositore seppure a partire da posizioni islamiche e liberiste.

In un paese dove il bavaglio nei confronti dell’informazione critica si stringe di giorno in giorno, il governo persegue anche la rimozione dell’immunità parlamentare per quei deputati che si rivelino troppo indipendenti e critici.

Ieri si è svolta la prima sessione plenaria del Parlamento turco per votare un emendamento costituzionale presentato dal Partito Giustizia e Sviluppo, al potere, che mira a rimuovere l’immunità parlamentare dei deputati di cui la magistratura chieda il rinvio a giudizio. Al momento, i ‘dossier’ aperti dalla magistratura riguardano ben 129 deputati di tutti i partiti sui 550 totali che compongono l’assemblea legislativa di Ankara. Ma appare più che evidente che la norma sia stata scritta ad hoc per punire e ridurre al silenzio i deputati del Partito Democratico dei Popoli (Hdp), di sinistra e filo-curdo, che rischiano quindi l’arresto con accuse di sostegno al Pkk. Se la legge passasse il regime turco, pur senza mettere formalmente fuorilegge l’Hdp come è stato fatto in passato con una lunga lista di organizzazioni curde, riuscirebbe comunque a limitare al minimo l’agibilità per una formazione che nelle due più recenti tornate elettorali ha saputo superare i confini tradizionali del ‘voto curdo’ conquistando ampi consensi sia nelle regioni del sud-est sia nelle grandi città turche dove anche consistenti settori di elettorato turco progressista hanno scelto Selahattin Demirtas, leader esso stesso a rischio prigione, accusato di ‘incitamento al terrorismo’ come molti dei suoi colleghi deputati.

Dopo il via libera in commissione a inizio maggio, con il voto di tutti i partiti tranne l’Hdp, ieri il parlamento ha cominciato l’esame del provvedimento in seduta plenaria. Il provocatorio testo ha già causato scene senza precedenti in commissione dove i parlamentari si sono scambiati pugni e calci e lo stesso scenario potrebbe riprodursi al momento del voto finale da parte dell’aula.

Per approvare la norma, l’Akp avrà bisogno del sostegno di una parte delle opposizioni socialdemocratica (Chp) e nazionalista di destra (Mhp) che hanno già votato a favore del provvedimento in commissione ma non ieri. La decisione del parlamento è arrivata in serata: con 348 sì e solo 155 voti contrari l’assemblea nazionale di Ankara ha dato il via libera al dibattito sull’emendamento costituzionale sulla rimozione dell’immunità ai deputati indagati. La prossima votazione dovrebbe svolgersi al più tardi lunedì, ma l’Akp ha fretta di approvare la legge già venerdì, prima del congresso straordinario di domenica, in cui eleggerà il nuovo premier turco dopo che Ahmet Davutoglu è stato ‘dimissionato’ da Erdogan.

Il sogno, finora frustrato del ‘sultano’, è conquistare in un modo o nell’altro la soglia dei 367 voti (i due terzi dei componenti del Parlamento) che gli permetterebbe una modifica della Costituzione senza dover indire un referendum. Se alcuni deputati dell’Hdp dovessero essere esclusi dal Parlamento grazie all’approvazione della draconiana legge, la strada verso la conquista dei due terzi dei parlamentari sarebbe spianata. “Se avrà successo questo golpe sarà un passo cruciale per Erdogan per sostituire la democrazia parlamentare... con un sistema assolutista presidenziale” ha denunciato infatti Demirtas.

Intanto i due terzi dei parlamentari il governo li deve trovare subito per far approvare l’emendamento costituzionale in questione; i 348 voti ottenuti ieri sera sono sufficienti a continuare l’iter parlamentare ma non a permettere l’approvazione della norma senza che essa debba essere sottoposta al giudizio dei cittadini tramite un rischioso referendum. E così in vista della votazione finale il regime apre la campagna acquisti di parlamentari delle cosiddette opposizioni, in particolare i nazionalisti di destra dell’Mhp scossi da una grave crisi interna.

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03/05/2016

Turchia - Cancellata l'immunità parlamentare

Dopo la rissa è giunta l’approvazione: una commissione parlamentare ad hoc ieri sera ha dato il via libera alla controversa proposta di legge del governo volta a sospendere l’immunità parlamentare in caso di indagini. Una proposta, partorita dal partito di governo Akp del presidente Erdogan, che ha un unico obiettivo: spogliare dell’immunità i deputati dell’Hdp, il Partito Democratico dei Popoli, fazione di sinistra pro-kurda accusata di essere braccio politico del Pkk.

Negli ultimi mesi, dalla fine di luglio 2015 quando Ankara ha lanciato una brutale campagna militare contro il sud est kurdo uccidendo almeno 338 civili, sfollandone 100mila e distruggendo intere comunità, il governo è impegnato nell’indebolimento politico dell’avversario. Lo ha fatto con raid della polizia nelle sedi del partito e con arresti di centinaia di suoi membri. Ma il target è la leadership: il co-segretario Selahattin Demirtas è tra coloro contro i quali sono stati aperti fascicoli di inchiesta con l’accusa di sostegno al terrorismo, reato per cui si rischiano almeno 15 anni di prigione.

Ma c’è l’immunità. O almeno c’era: stamattina è stata soppressa. Non senza tensioni: nell’aula è scoppiata la rissa tra deputati, che si sono lanciati bottiglie d’acqua a vicenda e si sono presi a pugni, mentre i membri dell’Hdp lasciavano la sala in segno di protesta. Ora la palla passa al parlamento che dovrà approvare la bozza finale.

Erdogan è quindi ad un passo dall’obiettivo, trascinare in tribunale i leader dell’Hdp. La rabbia è tanta: il Partito Democratico dei Popoli accusa Ankara di voler reprimere il dissenso e di lavorare all’esclusione politica dei 22 milioni di kurdi cittadini turchi. Esclusi e martoriati: se molti di loro avevano visto nel 13% dei voti ottenuti dall’Hdp alle elezioni di giugno la speranza di inclusione, la campagna militare lanciata a fine luglio l’ha presto dissipata. Le condizioni di vita sono rese impossibili dai continui e ininterrotti coprifuoco imposti dall’esercito turco sulle principali città kurde a sud est e dai raid e i bombardamenti da parte dell’artiglieria.

Interi quartieri sono rasi al suolo, scene di guerra che non finiscono sui media occidentali. Eppure a parlare sono anche altri partiti di opposizione all’Akp, anche quelli tradizionalmente lontani dalle aspirazioni autonomiste kurde: ieri il Partito Repubblicano ha chiesto al governo di dichiarare il distretto di Cizre, nella provincia di Sirnak, “area disastrata”: “Per migliorare le condizioni di vita dei cittadini che continuano a vivere Cizre o che sono stati costretti a lasciare le proprie case – si legge nel rapporto – ogni tipo di aiuto, cibo, medicinali, vestiti, ripari, devono essere forniti subito”.

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02/07/2014

Porcate seriali

Alla fine dei giochi è tornata l’immunità sia per deputati che per i senatori. E' questo il risultato emerso dai lavori della commissione Affari costituzionali del Senato, che ha approvato l’emendamento al disegno di legge sulle riforme costituzionali avanzate dei due relatori, al secolo Anna Finocchiaro (Pd) e Roberto Calderoli (Lega). La prima è nota per la sua rigidità. Il secondo è noto per le “porcate” ovvero il sistema elettorale passato alla storia come “Porcellum” e giudicato dal suo stesso autore una “porcata”, appunto.

La Commissione ha votato la reintroduzione dell'immunità a larga maggioranza dando così il via libera alla modifica dell’articolo 68 della Costituzione. Contro hanno votato solo i senatori rimasti dentro Sel e quelli del Movimento 5 Stelle, si è astenuto Augusto Minzolini di Forza Italia. Il governo, ovviamente, ha espresso parere favorevole sulla proposta.

Le contraddizioni di questa controriforma sono visibili ad occhio nudo. Viene sciolto il Senato come camera elettiva per essere sostituito con una di nominati (sindaci, governatori e un pattuglia indicata dal Presidente della Repubblica), ma a costoro viene assicurata l'immunità che non è invece prevista dalla loro carica come amministratori locali. Nel tentativo di metterci una pezza, giovedì 3 luglio, il premier Matteo Renzi incontrerà il Movimento 5 Stelle. Nella stessa giornata è previsto un faccia a faccia tra Renzi e Berlusconi. Messa la pezza si potrà procedere con l’esame e il voto degli emendamenti che modificano degli articoli 56, 57, 58 e 68 della Costituzione. In particolare gli articoli 56 e il 57 riguardano proprio la composizione di Camera e Senato, di cui il governo vorrebbe ridurre il numero. L'articolo 58 è quello che stabilisce le modalità di elezione dei componenti del Senato, che l’esecutivo vorrebbe di secondo grado e non quindi diretta. L'articolo 68, è quello relativo all’immunità dei parlamentari. Con molta probabilità il ddl con le riforme “controcostituzionali” arriverà all’esame dell’assemblea alla metà di luglio.

Insomma il modello del governo a guida Renzi procede su un terreno sempre più inquietante e scivoloso per l'assetto democratico del paese. Se n'è accorto anche Eugenio Scalfari che nell'editoriale di domenica su La Repubblica ha scritto “La sola vera conseguenza è il suo rafforzamento personale a discapito della democrazia la cui fragilità sta sfiorando il culmine senza che il cosiddetto popolo sovrano ne abbia alcuna percezione”. Parole importanti, ma tardive.

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