Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/07/2019

Fine della Storia? No, della democrazia...


Quando il caos ci sommerge, l’unica possibilità di salvare il funzionamento del cervello è sollevarsi al di sopra del chiacchiericcio e guardare le cose dall’alto per individuare almeno le correnti più importanti. La loro direzione di marcia.

Se qualcuno crede davvero che un tal Matteo Salvini sia il “capo” o la “mente” dell’ondata reazionaria che sta sommergendo l’Italia probabilmente ha bisogno di dare una ripassata alla Storia, o almeno di ricordare che i processi storici selezionano – determinandoli – gli uomini e le donne incaricati di rappresentarli. Non viceversa.



Un ministro degli interni, vice-premier e segretario di partito che trova il tempo di fare un lunghissimo sproloquio, in video, contro la magistratura “rea” di aver liberato la “capitana Carola”, non ha evidentemente molto altro da fare, oltre a “comunicare” h24.

A gestire gli affari correnti – del Viminale, della Lega e del governo – ci pensa sicuramente qualcun altro.

Si chiama “personalizzazione della politica”, ossia riduzione dei problemi complessi a soluzioni semplici, al livello delle discussioni tra ubriachi all’osteria. Un attore occupa tutta la scena, mentre dietro le quinte si governa, si media, si compravende, si decide.

Il soliloquio salviniano diffuso in diretta via social richiederebbe l’analisi di uno strizzacervelli, se non fosse, com’è, una dichiarazione programmatica.

Riassumibile nella fine della classica “separazione dei poteri” – legislativo, esecutivo e giudiziario – che costituisce l’architrave della democrazia liberale. O, più modestamente, della sua retorica.

La pretesa coglie peraltro la magistratura italiana nel punto più basso della sua credibilità, con lo “scandalo Palamara” che ha distrutto il CSM e messo allo scoperto i rapporti peggiori tra politica e magistrati, ridicolizzando ogni pretesa di “terzietà” dell’istituzione (ogni singolo magistrato ha come riferimento un partito politico diverso, e l’arresto di Mimmo Lucano sta lì a dimostrarlo).

Ora o mai più, insomma, per provare a realizzare quello che non è riuscito a fare Berlusconi quando era in forma.

Ma al di là dei singoli intrecci, l’idea di fondo del nuovo potere costituente è semplicissima: chi sta al governo può fare tutto e nessuno deve provare a contrastarlo, che sia un giudice, un movimento popolare, un partito d’opposizione parlamentare, un giornalista, ecc.

“La legge sono io”, come il giudice Roy Bean al di là del Pecos...

Se fosse un problema solo italiano, basterebbe forse sedersi sulla riva del fiume e attendere che anche questo jokerman venga licenziato dai suoi impresari, come avvenuto per l’altro Matteo, il Renzi.

Ma tutto il mondo che si autodefinisce “democratico”, da molto tempo, è percorso da un processo identico, seppure con modalità differenti a seconda dei diversi assetti istituzionali.

Riguarda la Francia come gli Stati Uniti, la Germania come la Gran Bretagna. Riguarda l’Unione Europea, che per i prossimi anni vedrà al suo vertice un terminale della Nato (il ministro della difesa tedesco, Ursula von der Leyen) e l’ex direttrice del Fondo Monetario Internazionale (la francese Christine Lagarde), rispettivamente a capo della Commissione Europea e della Bce. Il fatto che siano donne non riduce, ma maschera brillantemente, la portata della dipendenza di queste istituzioni dal capitale multinazionale.

Un processo da quasi 50 anni teorizzato come inevitabile e necessario per mantenere la supremazia “dell’economia di mercato”, della “libertà d'impresa”, del capitalismo occidentale. Il divario di fondo, crescente, tra complessità del sistema e impossibilità per i “singoli cittadini” di farsi un’opinione realistica su problemi di cui non sanno molto, o addirittura nulla, è alla base di un “pensiero politico” esplicitamente teso a ridurre gli spazi democratici. E in ogni caso a ridurre le opzioni possibili da sottoporre al voto popolare (necessario a mantenere la forma, e soltanto quella, della democrazia liberale).

Sotto quello che sembra “nuovo” si scopre spesso qualcosa di molto vecchio. La Crisi della democrazia fu il testo redatto da Michel J. Crozier, Samuel P. Huntington e Joji Watanuki per conto della famigerata Commissione Trilaterale nella metà degli anni Settanta.

L’esplosione del “socialismo reale” allontanò momentaneamente la necessità di accelerare il processo di concentrazione formale del potere. Erano gli anni della Fine della Storia (con Francis Fukuyama come ideologo), della globalizzazione, dell’unipolarismo trionfante sul mondo.

Poi la crisi economica, il declino statunitense, l’emergere di nuove potenze – assai più dinamiche, innovative, fortemente centralizzate nelle catene di comando – e quindi la ripresa quasi nevrotica del vecchio processo.

Il prossimo “testo teorico” sembra dunque dover essere La fine della democrazia. Ma non sarà Salvini a scriverlo. Ne sta solo recitando i passaggi essenziali.

Fonte

25/01/2019

Il vero problema del Salvini indagato sul “caso Diciotti”

Un ministro sotto processo mentre è ancora in carica, in Italia è una rarità. Se poi si tratta di quello dell’Interno, il caso diventa unico. Se si tratta di Salvini, infine, si scivola rapidamente nella dietrologia da dementi.

Vedere autorevoli commentatori scrivere “i magistrati gli hanno fatto un favore elettorale” ci convince del fatto che in questo paese è saltato ogni ragionamento istituzionale e che, dunque, si naviga a vista in mezzo a una tempesta che acquista forza ad ogni momento.

Andiamo con ordine e vediamo di capire qual è la questione.

In piena estate, Matteo Salvini dispose che la nave Diciotti – che aveva raccolto 177 migranti naufraghi in mezzo al Mediterraneo – non potesse sbarcare le persone a bordo, equipaggio compreso. La cosa si risolse solo il 25 agosto, dopo sei giorni in porto e altri passati in mare in precedenza, tra proclami altisonanti e un che di ridicolo che ben pochi vollero cogliere: la nave Diciotti, infatti, non era un vascello corsaro di qualche Ong straniera, ma una nave militare della Marina italiana, che aveva agito in base al diritto marittimo (internazionale, per forza di cose), alle normative disposte dallo Stato e agli ordini trasmessi dalla catena di comando (che non dipende dal ministero dell’Interno).

Un groviglio di considerazioni normative e giuridiche che convinse un magistrato siciliano ad aprire un’indagine, poi trasferita per competenza alla Procura di Catania. Ossia nelle mani di quel procuratore – Carmelo Zuccaro – che aveva tenuto per due anni sotto inchiesta alcune navi di Ong che raccoglievano naufraghi da barconi in procinto di affondare. Inchiesta che non produsse mai nulla, neanche degli indagati, ma fu molto usata mediaticamente – dalla Lega e in prima persona da Salvini – per raccontare la storiella delle Ong che erano “d’accordo con gli scafisti”, che “lucravano sul traffico di uomini”, ecc.

Quel procuratore, come previsto, stabilì che non si dovesse procedere contro il ministro perché la decisione di non far sbarcare migranti ed equipaggio per sei giorni era un “atto politico”, in quanto tale insindacabile.

Il Tribunale dei ministri, invece, ha inviato la richieste di autorizzazione a procedere contro il ministro – alla Giunta per le elezioni e le immunità parlamentari del Senato, presieduta da Maurizio Gasparri (non facciamo commenti...) – perché “la scelta del ministro di non autorizzare lo sbarco di migranti fino al 25 agosto, non possa essere qualificato come ‘atto politico’ in senso stretto e in quanto tale sottratta al sindacato dell’autorità giudiziaria”.

Al contrario. quello di Salvini “è stato un atto amministrativo che (...) ha determinato plurime violazioni di normative nazionali e internazionali che hanno comportato l’intrinseca illegittimità dell’atto amministrativo”.

Messa così, non resterebbe che vedere l’esito del procedimento, perché risulta davvero difficile decidere – giornalisticamente e politicamente – se si sia trattato di una cosa o di un’altra senza “analizzare le carte”.

Naturalmente Salvini usa questa richiesta nell’unico modo che conosce: fare la vittima su decisioni che lui prende per “difendere gli itagliani”, sparando frasi non sempre ben ponderate. Per esempio, dire “I giudici facciano i giudici, i ministri fanno i ministri ed esercitano i loro poteri” dovrebbe significare – in una democrazia liberale – che se un ministro eccede rispetto ai poteri che la Costituzione e le leggi gli affidano, i giudici abbiano l’obbligo di metterlo sotto inchiesta nelle modalità previste dalla legge. “Abuso d’ufficio”, dal punto di vista formale, e “sequestro di persona” da quello sostanziale.

Nel senso comune mediatizzato, invece, quella stessa frase viene veicolata nel significato opposto: “i ministri” fanno quello che vogliono e i magistrati si occupino di altro.

Ecco, la cosa più grave – da un punto di vista tranquillamente “liberale” – è proprio questa: Salvini e questo governo agiscono consapevolmente per sottrarre la sfera politica ai limiti della legge.

E ancora più grave è che i “sinceri democratici” che si dicono anti-salviniani e “antifascisti” chiedano ai giudici di non occuparsi di quel che fa il governo per “non fargli un favore”.

I buoi sono scappati, il “guardiano della Costituzione” si guarda bene dal segnalare il pericolo, “la legge” c’è solo per tenere sotto controllo i poveracci, si va verso un regime politico dei puri rapporti di forza...

Fonte

14/01/2019

Confini sempre più sottili tra i poteri dello Stato


Felice Besostri, campione della lotta contro l’incostituzionalità delle leggi elettorali, sollecita un dibattito intorno ai temi sollevati da Azzariti in un articolo apparso il 12 gennaio sul “Manifesto”.

Allo scopo di centrare al meglio il tema riporto di seguito tre citazioni dirette dal testo in questione.

In principio:
“Anomalo il comunicato della Corte costituzionale sul conflitto tra poteri dello Stato presentato dal gruppo del Pd al Senato contro le modalità di approvazione della legge di bilancio.

Il comunicato dichiara l’inammissibilità, ma poi ci tiene a dire che i singoli parlamentari possono fare ricorso. Giustifica la compressione dei lavori parlamentari, ma poi paventa una futura incostituzionalità se si dovessero adottare di nuovo simili modalità”.
Di seguito:
Non mi sembra, dunque, che si possa confidare più di tanto in futuro sul ruolo del giudice costituzionale per dirimere tale genere di conflitti.

In una certa misura è questo un esito inevitabile. Lo è nella misura in cui la politica chiede alla giurisdizione (quella costituzionale, ma spesso anche a quella ordinaria) di supplire alle sue debolezze. La giurisdizionalizzazione del conflitto politico è un male in sé, poiché segnala l’incapacità dei cittadini associati liberamente in partiti di svolgere il ruolo che la Costituzione assegna loro, ovvero di «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale».
Infine:
“Ogni volta bisogna ricordarlo: i garanti della Costituzione – la Corte costituzionale, ma anche il Presidente della Repubblica – sono l’ultima fortezza a difesa della superiore legalità costituzionale. In questo ruolo decisivo di salvaguardia, però, non possono essere lasciati da soli. Quando la politica tace, ovvero fa solo spettacolo, non può pretendersi che siano i garanti a urlare. Forse non è neppure auspicabile. Non è ai soli giudici che spetta la difesa dei principi della Costituzione, in primo luogo spetta a tutti noi. E questo è il vero problema di oggi: la politica assente”.
Definito così il quadro delineato da Azzariti è il caso di riprendere appieno il filo complessivo del discorso.

In realtà da lungo tempo si stanno sempre più confondendosi i confini che segnavano la tripartizione dei poteri di derivazione illuministica e adottati dalle Costituzioni liberali in Occidente e segnatamente dalla Costituzione Italiana.

La pressione per questo restringimento arrivato fin quasi ad annullare i confini è di duplice natura: da un lato l’invasione del legislativo da parte dell’esecutivo avvenuta non attraverso modifiche costituzionali (nel frattempo tutte fallite) ma per via dell’uso improprio della leva del governo.

Il governo è stato sempre più protagonista – almeno dagli anni’80 del XX secolo – dell’uso della legiferazione d’urgenza.

All’epoca il tema dominante era quello della governabilità.

Un tema vieppiù trasformatosi nel tempo in quello di un accrescimento di peso di un ritorno alla vocazione autoritaria.

Vocazione autoritaria che, per un certo periodo, ha assunto anche le sembianze di una torsione presidenzialista almeno nella visione della riforma costituzionale tentata prima dalla Bicamerale (1997) e successivamente dal progetto del centrodestra respinto dal voto popolare nel 2006.

Dall’altro canto si è verificata la crescita di un impegno di supplenza svolto da parte della Magistratura a partire dalla “questione morale”.

Anche in questo caso siamo agli anni ’80 del secolo scorso con l’avvio delle inchieste riguardanti malversazioni a Torino e in Liguria (in ogni caso differenti nelle modalità tra di loro) per poi esplodere sul piano nazionale all’inizio del decennio successivo.

Elementi che hanno portato a quella deprecabile giurisdizionalizzazione della politica cui fa cenno Azzariti nel suo articolo: un giudizio sicuramente condivisibile.

Così come appare corretto l’accenno ai partiti: la loro trasformazione, in particolare al riguardo dei soggetti a radicamento e integrazione di massa, è risultata sotto quest’aspetto decisiva perché si è innestato un processo di cambiamento del concetto stesso di rappresentanza politica.

Sotto l’aspetto della struttura istituzionale retta dai partiti l’Italia ha sempre costituito un caso molto particolare (dal punto di vista dell’analisi basta citare Scoppola): la nostra Costituzione è stata costruita proprio sulla base della presenza, nel corpo dell’Assemblea che ebbe il compito di redigerla, dei tre grandi partiti di massa; fu questo fattore decisivo per far sì che si evitasse di tradurre quel lavoro in un semplice “ritorno alla Statuto”, considerando il fascismo soltanto “una parentesi” come intendeva Benedetto Croce.

I confini che hanno diviso l’esecutivo dal legislativo e il giudiziario dal legislativo nel frattempo si sono così pericolosamente assottigliati proprio perché è mutata la funzione e il ruolo dei partiti in pieno senso politico (non certo e non solo perché è mancata l’applicazione dell’articolo 49).

Questo assottigliamento dopo aver portato alla ribalta il tema della “personalizzazione” (beninteso in un quadro sociale molto modificato dall’irrompere del consumismo e dell’individualismo competitivo, fenomeni che hanno determinato un vero e proprio “sfrangiamento sociale”) sta ora fornendo terreno coltivabile sotto i piedi di che sta spingendo verso un ritorno a forme politiche che avevamo pensato di aver superato e comunque mantenuto ai margini.

Si comprende la difficoltà a far fronte a questo stato di cose.

Per scriverla proprio in sintesi: non è soltanto questione di recuperare la “politica” ma l’intero discorso sulla strutturazione dell’agire politico.

A questo punto il tema dei partiti e della rappresentanza istituzionale risalta nuovamente come prioritario.

Un tema da affrontare nella consapevolezza di quanto è cambiato attorno a noi nel corso di questi anni ma senza cedere alla tentazione di arrendersi ai meccanismi di supplenza e di sovrapposizione cui si è accennato sia da parte del potere esecutivo sia da parte di quello giudiziario.

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