Lo spirito coloniale che anima in questi giorni gli editoriali dei principali quotidiani italiani, in attesa di un'ipotetica invasione della Libia – 105 anni dopo la prima colonizzazione italiana, e a 65 dalla conquista libica dell'indipendenza – si estende anche ai gridolini isterici di esaltazione per l'incarico alla multinazionale cesenatica Trevi, da parte del governo dell'Iraq, di intervenire con lavori di ripristino sulla diga di Mosul, la più grande diga irachena e la quarta di tutto il medio oriente, costruita negli anni Ottanta. Purtroppo, tanto gli italiani quanto gli iracheni sono al momento tenuti all'oscuro di alcuni fatti riguardanti la vicenda di questa diga e dell'accordo in merito tra Iraq e Italia (che prevede anche l'invio di 450 soldati), aspetti che è bene invece raccontare nel dettaglio.
I lavori potrebbero essere il preludio di ulteriori problemi per Mosul e per l'Iraq; ma per comprendere ciò che sta accadendo è necessario fare un salto indietro, fino alle origini della costruzione della diga, che ebbe radice – per una concatenazione di circostanze – non in eventi riguardanti l'Iraq, ma l'Iran. Nel 1979 infatti, mentre Saddam Hussein assumeva la presidenza dell'Iraq, in Iran trionfava la rivoluzione contro lo Scià di Persia, monarca autoritario sostenuto dagli Usa, che trovò riparo a Washington. Ciò causò la protesta di migliaia di persone a Teheran, che ne chiesero la consegna per processarlo a causa dei crimini commessi contro il popolo iraniano. Un gruppo di studenti occupò l'ambasciata statunitense a Teheran, sequestrandone tutto il personale e inducendo gli Stati Uniti ad articolare una strategia per rovesciare il nuovo governo iraniano.
Reduci dalla recente e bruciante sconfitta in Vietnam (1975), gli Usa tentarono una strategia di intervento indiretto, strumentalizzando le tensioni regionali che, proprio a causa della rivoluzione in Iran, non mancavano. All'interno della rivoluzione iraniana aveva prevalso infatti la fazione religiosa sciita, che decretò la repubblica islamica incoraggiando gli sciiti di tutto l'oriente a insorgere contro i propri governi e instaurare analoghe forme statuali. La presenza di musulmani sciiti era particolarmente rilevante (come lo è tutt'oggi) in Iraq, in Kuweit e nelle monarchie della penisola araba (Arabia Saudita, Qatar, Bahrein): tutti stati governati da elite autoritarie e brutali di confessione sunnita. Gli Stati Uniti decisero di spingere, con il sostegno di questi paesi, l'Iraq ad invadere l'Iran – ciò che avvenne nel 1980.
In questo quadro si inserisce la vicenda della diga di Mosul. La guerra durò otto lunghissimi anni e, nonostante le centinaia di migliaia di morti, non condusse a nessun risultato. Fu combattuta dall'Iraq con armamenti moderni e nuovi di zecca acquistati quasi interamente da aziende statunitensi grazie a prestiti del governo americano. L'Iraq non avrebbe potuto, senza questi aiuti, combattere una guerra contro un paese due volte più popoloso, anche considerato che la maggioranza degli iracheni, essendo sciiti, erano contro la guerra, e che i curdi, popolazione non araba in Iraq, erano insorti contro il governo. Il sostegno all'Iraq contro l'Iran dovette quindi essere anche economico: nel 1981 le monarchie del golfo finanziarono la costruzione della diga (allora chiamata “Saddam”) per permettere una maggiore produzione di energia elettrica e un'irrigazione più efficiente del nord del paese, sperando che ciò aiutasse l'Iraq a far fronte alla guerra.
La costruzione della diga, però, fu affidata ad un'azienda italiana, l'Impregilo (nota per i suoi ecomostri italiani, non ultimo il coinvolgimento nel progetto Tav in Val Susa), in collaborazione con una ditta tedesca. Come da costume italico, Impregilo non si curò delle caratteristiche non idonee del territorio scelto per la “grande opera” dal governo di Saddam Hussein, e iniziò a costruire l'infrastruttura in un'area dove il fondale del fiume Tigri presenta un'accentuata connotazione carsica (è pieno, cioè, di cavità idrogeologiche attraverso cui si infiltra l'acqua marina). Gli ingegneri italiani, non preoccupati delle gravissime conseguenze di un simile atto, ma semmai di intascare più denaro, iniziarono i lavori e li estesero, in modo pericoloso ma redditizio, a improbabili tentativi di iniettare cemento nelle falle carsiche per turarle. Naturalmente, nella stupida e malaugurante lotta tra Impregilo e natura, la natura vinse.
Quando la diga fu completata il 24 luglio 1986, infatti, essa rappresentava già uno dei più gravi pericoli per l'umanità: se avesse ceduto a causa della continua infiltrazione di acqua marina dal sottosuolo, l'immensa quantità di acqua accumulata avrebbe raggiunto Mosul in pochi minuti con onde di dieci metri, e Baghdad dopo 38 ore con onde di quattro metri, uccidendo di schianto – è stato stimato da varie fonti scientifiche, anche recentemente – almeno 500.000 persone. Per questo la diga-truffa, o diga-crimine, è da allora assistita “da 24 macchinari che, con fragore, lavorano 24 ore al giorno per pompare malta liquida nelle fondamenta della diga” scrive il Washington Post, aggiungendo che “periodicamente si formano delle doline a inghiottitoio, dal momento che il gesso si dissolve sotto la struttura”. Il costo che l'Iraq deve da allora sostenere per questa manutenzione abnorme è equivalente – si pensi – a 30mln di dollari al mese.
Il governo iracheno iniziò subito, per far fronte al disastro, la costruzione di una nuova diga più a sud, per frenare l'acqua in caso di inondazione. Era il 1988: finiva la guerra contro l'Iran e si completava lo sterminio dei curdi con gas chimici, proprio nella regione della nuova diga “di salvataggio”, situata stavolta nella località di Badush. Gli irriconoscenti Stati Uniti, nel frattempo, pretendevano i soldi che avevano prestato per la guerra: se non avevano potuto riprendersi l'Iran, almeno si sarebbero presi l'Iraq. Per l'Iraq, però, restituire quel denaro era impossibile, con un paese al collasso economico per aver appena patito un'ecatombe bellica. Per indiretta rappresaglia, la mossa dei paesi della penisola araba (che a loro volta rivolevano i propri prestiti) fu l'abbassamento improvviso del prezzo del petrolio, annullando la concorrenzialità di quello iracheno, ultima fonte di guadagno per il paese martoriato. L'Iraq rispose con l'invasione del Kuweit, e le Nazioni Unite approvarono una guerra d'aria e di terra contro l'Iraq a guida statunitense (cui partecipò anche l'Italia) nei primi mesi del 1991.
La costruzione della diga di salvataggio a Badush fu per questo interrotta. Terminati i bombardamenti sull'Iraq, gli Stati Uniti imposero un durissimo embargo economico al paese (cui l'Italia aderì), riprendendosi i propri soldi attraverso l'infame campagna “oil for food”, con cui l'Onu centellinava viveri e medicinali per la popolazione civile irachena in cambio di petrolio a prezzi stracciati. In un simile, drammatico contesto (che causò l'impoverimento e/o la morte per malattia di migliaia di persone) i lavori della diga di Badush restarono bloccati. La precaria manutenzione della diga di Mosul continuò in modo sempre più altalenante fino al 2003, quando gli Stati Uniti invasero definitivamente l'Iraq e iniziarono a denunciare al mondo l'ovvietà del pericolo rappresentato dall'ecomostro. Molteplici aziende hanno iniziato da allora ad arricchirsi con i lavori di iniezione cementifera nelle falle che si aprono in continuazione sotto la struttura, pagati ora dai contribuenti statunitensi, ora da quelli iracheni, ora attraverso un ulteriore indebitamento dell'Iraq con la Banca Mondiale (200mln di dollari per questi interventi). Nessun lavoro, in compenso, è stato intrapreso per completare la diga di Badush, strutturalmente stabile e completa al 40%.
Eccoci arrivati, dunque, al grande successo politico-diplomatico del governo Renzi di qualche giorno fa, motivo di tanto orgoglio per l'immenso potere che dimostra la nostra italietta: nonostante sia responsabile in prima persona del disastro, dopo 25 anni è venuto il suo turno di prendersi una fettina della torta della manutenzione. Il totale sprezzo del ridicolo di Renzi e dell'omologo iracheno Al-Abadi li ha portati a giustificare l'assenza di una gara d'appalto (immaginiamo cosa questo può voler dire con un governo, come quello iracheno, tra i più corrotti del pianeta) con “l'urgenza” dei lavori. Urgenza? Abdullah Taqi e Jassim Mohamad, dirigenti dell'equipe di ingegneri che si occupano quotidianamente della diga, hanno negato vi fosse specifica urgenza per questo tipo di intervento, e maggior luce sulle ragioni è stata gettata dal prof. Nadir Al Ansari, maggiore esperto al mondo della diga, nel suo articolo "Il mistero della diga di Mosul, la diga più pericolosa del mondo" pubblicato con quattro colleghi dell'Università di Lulea, in Svezia.
L'intervento di Trevi prevede “un'intensa attività di perforazioni ed iniezioni di miscele cementizie per il consolidamento delle fondazioni della diga” (come si continua a fare da 25 anni) e, secondo una fonte anonima del sito della difesa, “la realizzazione intorno alle fondazioni del diaframma di un muro di contenimento di 60-70 metri”. A p. 109 dell'articolo di Al Ansari, nel capitolo Raccomandazioni per le azioni future, si legge tuttavia: “Abbandonare l'idea di costruire un diaframma, poiché tutti gli studi provano che questa soluzione […] metterebbe in pericolo l'integrità della diga. […] Riprendere la costruzione della diga di Badush è l'unico modo di proteggere la popolazione da un eventuale crollo […]. Iniziare uno studio di fattibilità per lo smentallamento della diga di Mosul”. L'Italia sta ripristinando una diga che bisognerebbe distruggere. Che dire? Avere soldati e influenza in Iraq fa sempre comodo. Un affare per il signor Trevi, forse per Al-Abadi; non certo per gli iracheni – né per noi.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Trevi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Trevi. Mostra tutti i post
07/03/2016
17/12/2015
La guerra di Matteo: soldati al fronte per proteggere appalti privati
La decisione del governo Renzi di inviare 450 soldati in Iraq sulla diga di Mosul è un atto di guerra in violazione brutale dell'articolo 11 della Costituzione, aggravato dalle ragioni privatistiche che lo motivano.
La società Trevi ha vinto l'appalto per la ristrutturazione della grande diga sull'Eufrate. E qui c'è già la prima menzogna della propaganda governativa, simile a quelle che si usano per giustificare le grandi opere in Italia. La diga infatti non è sull'orlo del crollo; tale affermazione, fatta per dare più valore morale all'invio di truppe, è stata smentita dallo stesso direttore dell'impianto che ha dichiarato che l'impianto opera in assoluta normalità. L'investimento di miliardi di euro serve ad un potenziamento dell'opera e la vittoria all'asta dell'azienda di Cesena fa parte della normale giostra dei grandi affari. All'interno dei quali rientrano anche le spese sulla sicurezza.
Sappiamo infatti che da tempo in Iraq, in tutto il Medio Oriente e in Afghanistan una delle attività più diffuse e ben remunerate è quella dei "contractors". Con questo termine si definisce l'evoluzione tecnologica ed organizzativa dei vecchi mercenari del secolo scorso. In questi paesi in guerra permanente i governi occidentali a partire dagli USA, che quella guerra hanno scatenato 25 anni fa, hanno scoperto di non avere truppe sufficienti a coprire tutti i punti di intervento. Così una parte delle attività militari e di sicurezza è stata privatizzata e affidata a multinazionali della sicurezza che impiegano decine di migliaia di persone e realizzano profitti miliardari. Ora Trevi potrà risparmiare per quella quota di spese, cosa che forse ha influito anche nel suo successo nel conseguire l'appalto, visto che esse saranno a carico dello stato italiano che invierà le proprie truppe con la funzione di contractors.
Dopo la privatizzazione della guerra ora abbiamo l'uso privato delle truppe pubbliche, e i nostri soldati vengono inviati in Iraq per tutelare un grande affare. Avveniva così all'epoca delle imprese coloniali ottocentesche: le prime truppe italiane sbarcarono in Eritrea nell'800 a seguito degli affari della compagnia di navigazione Rubattino. Anche qui la modernità renziana ci riporta indietro di due secoli e la violazione della Costituzione avviene saltando anche la tradizionale ipocrita copertura della partecipazione ad una coalizione internazionale. Dopo 25 anni di interventi militari in spregio dell'articolo 11, evidentemente si pensa che l'opinione pubblica si sia assuefatta e non abbia più bisogno di alte motivazioni.
Non ci sono Onu, coalizioni democratiche, scopi umanitari a giustificare l'intervento militare italiano. Qui siamo solo noi che mandiamo in guerra all'estero i nostri soldati, in accordo con gli USA e, forse, con il governo iracheno. E lo facciamo a sostegno del business di una impresa italiana che dopo questa decisione ha visto il suo titolo in Borsa guadagnare il 25% in un sola seduta.
Se c'è un intervento militare che mostra tutta la natura affaristica della guerra al terrorismo, è proprio quello deciso dal governo italiano in Iraq. Che probabilmente prepara analoghe e ancora più vaste operazioni in Libia e poi ovunque gli interessi economici lo richiedano.
Quando Renzi e i suoi ministri affermano che non siamo in guerra mentono sapendo di mentire, le nostre truppe sono e saranno sempre più coinvolte nella sporca guerra che dura da 25 anni e che continuerà a crescere su se stessa se non riprenderemo a lottare per fermarla.
Per questo ci vediamo in piazza il 16 gennaio a Roma.
Fonte
La società Trevi ha vinto l'appalto per la ristrutturazione della grande diga sull'Eufrate. E qui c'è già la prima menzogna della propaganda governativa, simile a quelle che si usano per giustificare le grandi opere in Italia. La diga infatti non è sull'orlo del crollo; tale affermazione, fatta per dare più valore morale all'invio di truppe, è stata smentita dallo stesso direttore dell'impianto che ha dichiarato che l'impianto opera in assoluta normalità. L'investimento di miliardi di euro serve ad un potenziamento dell'opera e la vittoria all'asta dell'azienda di Cesena fa parte della normale giostra dei grandi affari. All'interno dei quali rientrano anche le spese sulla sicurezza.
Sappiamo infatti che da tempo in Iraq, in tutto il Medio Oriente e in Afghanistan una delle attività più diffuse e ben remunerate è quella dei "contractors". Con questo termine si definisce l'evoluzione tecnologica ed organizzativa dei vecchi mercenari del secolo scorso. In questi paesi in guerra permanente i governi occidentali a partire dagli USA, che quella guerra hanno scatenato 25 anni fa, hanno scoperto di non avere truppe sufficienti a coprire tutti i punti di intervento. Così una parte delle attività militari e di sicurezza è stata privatizzata e affidata a multinazionali della sicurezza che impiegano decine di migliaia di persone e realizzano profitti miliardari. Ora Trevi potrà risparmiare per quella quota di spese, cosa che forse ha influito anche nel suo successo nel conseguire l'appalto, visto che esse saranno a carico dello stato italiano che invierà le proprie truppe con la funzione di contractors.
Dopo la privatizzazione della guerra ora abbiamo l'uso privato delle truppe pubbliche, e i nostri soldati vengono inviati in Iraq per tutelare un grande affare. Avveniva così all'epoca delle imprese coloniali ottocentesche: le prime truppe italiane sbarcarono in Eritrea nell'800 a seguito degli affari della compagnia di navigazione Rubattino. Anche qui la modernità renziana ci riporta indietro di due secoli e la violazione della Costituzione avviene saltando anche la tradizionale ipocrita copertura della partecipazione ad una coalizione internazionale. Dopo 25 anni di interventi militari in spregio dell'articolo 11, evidentemente si pensa che l'opinione pubblica si sia assuefatta e non abbia più bisogno di alte motivazioni.
Non ci sono Onu, coalizioni democratiche, scopi umanitari a giustificare l'intervento militare italiano. Qui siamo solo noi che mandiamo in guerra all'estero i nostri soldati, in accordo con gli USA e, forse, con il governo iracheno. E lo facciamo a sostegno del business di una impresa italiana che dopo questa decisione ha visto il suo titolo in Borsa guadagnare il 25% in un sola seduta.
Se c'è un intervento militare che mostra tutta la natura affaristica della guerra al terrorismo, è proprio quello deciso dal governo italiano in Iraq. Che probabilmente prepara analoghe e ancora più vaste operazioni in Libia e poi ovunque gli interessi economici lo richiedano.
Quando Renzi e i suoi ministri affermano che non siamo in guerra mentono sapendo di mentire, le nostre truppe sono e saranno sempre più coinvolte nella sporca guerra che dura da 25 anni e che continuerà a crescere su se stessa se non riprenderemo a lottare per fermarla.
Per questo ci vediamo in piazza il 16 gennaio a Roma.
Fonte
L’irresponsabile smania di guerra di un premier piccolo piccolo
"Con Obama c'è totale consonanza di vedute. L'Italia interverrà non solo in Afghanistan, in Libia, non soltanto in Kosovo, in Somalia e in Iraq, ma anche con un'operazione importante, un intervento nella diga di Mosul, nel cuore di un'area molto molto pericolosa. La diga è seriamente danneggiata e se crollasse sarebbe distrutta Baghdad. Ha vinto la gara una azienda italiana, noi metteremo 450 nostri uomini con il supporto logistico degli americani e metteremo noi a posto la diga".
Per mesi il premier italiano si era fatto notare nel contesto internazionale per i suoi continui richiami ad una posizione italiana di ‘disimpegno’ militare, resistendo ai continui richiami da parte di Washington a ‘fare la sua parte’ nelle aree dove gli interessi statunitensi sono minacciati. Renzi aveva sempre risposto che ‘no, i bombardamenti non sono la soluzione’, attirandosi la simpatia anche di certi settori di opinione pubblica che di fronte alla sua posizione non interventista erano pronti anche a perdonargli, diciamo così, un lungo elenco di nefandezze sul piano economico e sociale.
Ma martedì il primo ministro ha smentito se stesso, e con una dichiarazione a Porta a Porta non solo ha ricordato che le truppe italiane sono sparse ai quattro angoli del globo – i suoi predecessori, di centrodestra e centrosinistra, non si sono mai tirati indietro quando c’è stato da partecipare a qualche occupazione, a qualche guerra, a qualche ‘missione di pace’ – ma ha annunciato che l’Italia ha deciso di mandare ben 450 militari in zona di guerra.
Ma non per fare la guerra, attenzione. "Noi abbiamo una diga a Mosul che è lesionata, che rischia di distruggere Baghdad e metà dell'Iraq. Non ha senso mettersi a discutere, dire: bombardiamo. Non preoccupiamoci delle esibizioni muscolari ma di cose concrete (…) Solo gli italiani possono mettere a posto quella diga", ha spiegato ieri Renzi.
Insomma una sciocchezza, niente di cui preoccuparsi. Come andare a riempire una buca su una strada provinciale del Molise o della Liguria. O al massimo come in Val Susa, dove per far realizzare una grande opera costosa, dannosa e contestatissima dagli abitanti, lo Stato ha mobilitato l’esercito.
Peccato che il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, visibilmente emozionato da una missione militare che ha più volte annunciato – seppur sul suolo libico – nonostante le continue smentite dal premier, dell’iniziativa italiana abbia dato una lettura assai diversa.
Mentre il ministro della Difesa Roberta Pinotti, forse presa alla sprovvista dalla roboante dichiarazione resa nel salotto di Vespa, rassicurava che i nostri soldati “non andranno a combattere” ma solo “a proteggere il lavoro dell’impresa italiana che compirà i lavori sulla diga”, il suo collega Gentiloni chiariva: «Si tratta di un intervento di importanza strategica in cui i lavori di manutenzione verranno protetti da forze italiane e da peshmerga curdi in una zona del Kurdistan iracheno molto vicina all'area controllata da Daesh».
Perché una missione in zona di guerra? Perché mandare altre truppe in Iraq – alcune ne sono state già inviate mesi fa al seguito di un certo numero di caccia – permetterà al governo italiano di sedersi al tavolo dei potenti che potranno decidere il futuro dell’area dove è in atto un enorme contenzioso geopolitico e militare. Lo spiega sempre il buon Gentiloni: «L'Italia è molto attiva dentro il processo diplomatico sulla Siria, giunto a uno snodo fondamentale (…). La settimana scorsa a Riad si è costituito un cartello delle opposizioni ad Assad. Ci sono le premesse perché a gennaio comincino i negoziati tra il regime e le opposizioni, avvio che dovrebbe coincidere con il cessate il fuoco. (...) Durante questo processo secondo noi dovrebbe esserci l'uscita di scena di Assad, ma al tavolo negoziale non è ancora un esito dichiarato».
Chiaro no? Non vorremo mica arrivare ultimi, a giochi fatti?
Così come è altrettanto chiaro che, al di là delle smanie di protagonismo del governo italiano sulla scena internazionale, le truppe inviate da Roma nel nord dell’Iraq saranno di fatto truppe mercenarie, al servizio di un’azienda, l’emiliana Trevi, che avendo vinto il maxiappalto per la riparazione della diga di Mosul non vuole certo rinunciare al grande affare. E così 450, forse 500 militari italiani saranno utilizzati da una impresa privata per compiti di sicurezza, a spese dei contribuenti italiani e a rischio di mettere l’Italia nel mirino dei jihadisti, che già in alcune dichiarazioni pubblicate sul web hanno avvertito che considereranno la missione come di occupazione.
Sui media qualche analista azzarda l’ipotesi che il maxiappalto sia stato riconosciuto alla ditta di Cesena grazie alla ‘disponibilità’ della Casa Bianca, che da tempo preme sugli alleati affinché facciano uno sforzo militare maggiore nei paesi dove si sta giocando la ridefinizione dei confini e delle aree di influenza delle potenze mondiali e regionali. Della serie: “noi vi diamo l’appalto se voi mandate le truppe”. Del resto che Washington voglia assolutamente evitare che il proprio esercito sia costretto a mettere i piedi a terra nel deserto iracheno o in Siria è più che evidente. Se a sporcarsi gli stivali sono i suoi alleati, tanto di guadagnato.
Non si può non condividere quanto il giornalista Alberto Negri scrive sul suo profilo facebook:
“E' serio un governo che annuncia in una trasmissione tv l'invio di 450 soldati per fare la guardia alla diga di Mosul? Già dimentichi di quanto avvenne a Nassiriya gli italiani tornano in Iraq e in cambio di che cosa? Di un appalto? Sono domande che deve fare il nostro Parlamento dove il governo dovrebbe andare per annunci di questo genere. Questo accade perché i militari sono professionisti e considerati ormai alla stregua di contractors. Ma se questa gente del governo avesse mai messo piede in Iraq come ha fatto il sottoscritto per anni, assistendo a battaglie, attentati e massacri, forse sarebbe meno facilona”.
Di fatto, se la missione verrà confermata, il primo ministro Renzi coinvolgerà l’Italia in una contesa esplosiva, andando a ficcare i militari italiani in un pantano micidiale. Rendendo l’Italia un oggettivo alleato, di nuovo, non solo degli Stati Uniti, ma anche del governo turco che nell’area di Mosul ha inviato una brigata corazzata per allungare i suoi tentacoli sul Kurdistan iracheno. I cui dirigenti, è bene ricordarlo, sono legati a doppio filo anche con Israele oltre che con Ankara, in una cordata che vede il protagonismo crescente dell'Arabia Saudita, capofila di una nuova coalizione sunnita che ha annunciato l'invio di truppe sia in Iraq sia in Siria, dopo le invasioni del Bahrein prima e dello Yemen più recentemente.
Come se non bastasse, il governo italiano si è impegnato ad inviare a Tripoli, disconosciuta capitale di una Libia sfasciata dall’intervento militare del 2011, un grosso contingente nel quadro della missione di stabilizzazione del paese. Anche se per ora il promesso accordo tra i due governi, quello di Tripoli e quello di Tobruk, è stato rinviato di nuovo.
Appare davvero paradossale che in questo paese il movimento per la pace abbia tirato i remi in barca proprio quando la guerra da evento eccezionale si è trasformata in tratto costituente e fondante delle relazioni internazionali. Alle ragioni della pace, della solidarietà, della giustizia tanti, troppi hanno preferito quelle della realpolitik, della compatibilità, quando non qualche posto da ministro, da deputato, da consigliere d’amministrazione. Sarà il caso che le manifestazioni convocate il prossimo 16 gennaio dalla campagna Eurostop e da altre realtà sociali e politiche siano le più determinate e partecipate possibile.
Fonte
Per mesi il premier italiano si era fatto notare nel contesto internazionale per i suoi continui richiami ad una posizione italiana di ‘disimpegno’ militare, resistendo ai continui richiami da parte di Washington a ‘fare la sua parte’ nelle aree dove gli interessi statunitensi sono minacciati. Renzi aveva sempre risposto che ‘no, i bombardamenti non sono la soluzione’, attirandosi la simpatia anche di certi settori di opinione pubblica che di fronte alla sua posizione non interventista erano pronti anche a perdonargli, diciamo così, un lungo elenco di nefandezze sul piano economico e sociale.
Ma martedì il primo ministro ha smentito se stesso, e con una dichiarazione a Porta a Porta non solo ha ricordato che le truppe italiane sono sparse ai quattro angoli del globo – i suoi predecessori, di centrodestra e centrosinistra, non si sono mai tirati indietro quando c’è stato da partecipare a qualche occupazione, a qualche guerra, a qualche ‘missione di pace’ – ma ha annunciato che l’Italia ha deciso di mandare ben 450 militari in zona di guerra.
Ma non per fare la guerra, attenzione. "Noi abbiamo una diga a Mosul che è lesionata, che rischia di distruggere Baghdad e metà dell'Iraq. Non ha senso mettersi a discutere, dire: bombardiamo. Non preoccupiamoci delle esibizioni muscolari ma di cose concrete (…) Solo gli italiani possono mettere a posto quella diga", ha spiegato ieri Renzi.
Insomma una sciocchezza, niente di cui preoccuparsi. Come andare a riempire una buca su una strada provinciale del Molise o della Liguria. O al massimo come in Val Susa, dove per far realizzare una grande opera costosa, dannosa e contestatissima dagli abitanti, lo Stato ha mobilitato l’esercito.
Peccato che il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, visibilmente emozionato da una missione militare che ha più volte annunciato – seppur sul suolo libico – nonostante le continue smentite dal premier, dell’iniziativa italiana abbia dato una lettura assai diversa.
Mentre il ministro della Difesa Roberta Pinotti, forse presa alla sprovvista dalla roboante dichiarazione resa nel salotto di Vespa, rassicurava che i nostri soldati “non andranno a combattere” ma solo “a proteggere il lavoro dell’impresa italiana che compirà i lavori sulla diga”, il suo collega Gentiloni chiariva: «Si tratta di un intervento di importanza strategica in cui i lavori di manutenzione verranno protetti da forze italiane e da peshmerga curdi in una zona del Kurdistan iracheno molto vicina all'area controllata da Daesh».
Perché una missione in zona di guerra? Perché mandare altre truppe in Iraq – alcune ne sono state già inviate mesi fa al seguito di un certo numero di caccia – permetterà al governo italiano di sedersi al tavolo dei potenti che potranno decidere il futuro dell’area dove è in atto un enorme contenzioso geopolitico e militare. Lo spiega sempre il buon Gentiloni: «L'Italia è molto attiva dentro il processo diplomatico sulla Siria, giunto a uno snodo fondamentale (…). La settimana scorsa a Riad si è costituito un cartello delle opposizioni ad Assad. Ci sono le premesse perché a gennaio comincino i negoziati tra il regime e le opposizioni, avvio che dovrebbe coincidere con il cessate il fuoco. (...) Durante questo processo secondo noi dovrebbe esserci l'uscita di scena di Assad, ma al tavolo negoziale non è ancora un esito dichiarato».
Chiaro no? Non vorremo mica arrivare ultimi, a giochi fatti?
Così come è altrettanto chiaro che, al di là delle smanie di protagonismo del governo italiano sulla scena internazionale, le truppe inviate da Roma nel nord dell’Iraq saranno di fatto truppe mercenarie, al servizio di un’azienda, l’emiliana Trevi, che avendo vinto il maxiappalto per la riparazione della diga di Mosul non vuole certo rinunciare al grande affare. E così 450, forse 500 militari italiani saranno utilizzati da una impresa privata per compiti di sicurezza, a spese dei contribuenti italiani e a rischio di mettere l’Italia nel mirino dei jihadisti, che già in alcune dichiarazioni pubblicate sul web hanno avvertito che considereranno la missione come di occupazione.
Sui media qualche analista azzarda l’ipotesi che il maxiappalto sia stato riconosciuto alla ditta di Cesena grazie alla ‘disponibilità’ della Casa Bianca, che da tempo preme sugli alleati affinché facciano uno sforzo militare maggiore nei paesi dove si sta giocando la ridefinizione dei confini e delle aree di influenza delle potenze mondiali e regionali. Della serie: “noi vi diamo l’appalto se voi mandate le truppe”. Del resto che Washington voglia assolutamente evitare che il proprio esercito sia costretto a mettere i piedi a terra nel deserto iracheno o in Siria è più che evidente. Se a sporcarsi gli stivali sono i suoi alleati, tanto di guadagnato.
Non si può non condividere quanto il giornalista Alberto Negri scrive sul suo profilo facebook:
“E' serio un governo che annuncia in una trasmissione tv l'invio di 450 soldati per fare la guardia alla diga di Mosul? Già dimentichi di quanto avvenne a Nassiriya gli italiani tornano in Iraq e in cambio di che cosa? Di un appalto? Sono domande che deve fare il nostro Parlamento dove il governo dovrebbe andare per annunci di questo genere. Questo accade perché i militari sono professionisti e considerati ormai alla stregua di contractors. Ma se questa gente del governo avesse mai messo piede in Iraq come ha fatto il sottoscritto per anni, assistendo a battaglie, attentati e massacri, forse sarebbe meno facilona”.
Di fatto, se la missione verrà confermata, il primo ministro Renzi coinvolgerà l’Italia in una contesa esplosiva, andando a ficcare i militari italiani in un pantano micidiale. Rendendo l’Italia un oggettivo alleato, di nuovo, non solo degli Stati Uniti, ma anche del governo turco che nell’area di Mosul ha inviato una brigata corazzata per allungare i suoi tentacoli sul Kurdistan iracheno. I cui dirigenti, è bene ricordarlo, sono legati a doppio filo anche con Israele oltre che con Ankara, in una cordata che vede il protagonismo crescente dell'Arabia Saudita, capofila di una nuova coalizione sunnita che ha annunciato l'invio di truppe sia in Iraq sia in Siria, dopo le invasioni del Bahrein prima e dello Yemen più recentemente.
Come se non bastasse, il governo italiano si è impegnato ad inviare a Tripoli, disconosciuta capitale di una Libia sfasciata dall’intervento militare del 2011, un grosso contingente nel quadro della missione di stabilizzazione del paese. Anche se per ora il promesso accordo tra i due governi, quello di Tripoli e quello di Tobruk, è stato rinviato di nuovo.
Appare davvero paradossale che in questo paese il movimento per la pace abbia tirato i remi in barca proprio quando la guerra da evento eccezionale si è trasformata in tratto costituente e fondante delle relazioni internazionali. Alle ragioni della pace, della solidarietà, della giustizia tanti, troppi hanno preferito quelle della realpolitik, della compatibilità, quando non qualche posto da ministro, da deputato, da consigliere d’amministrazione. Sarà il caso che le manifestazioni convocate il prossimo 16 gennaio dalla campagna Eurostop e da altre realtà sociali e politiche siano le più determinate e partecipate possibile.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)