La
legge italiana protegge gli assassini. Ma non tutti, certo. Per i
miserabili la condanna è certa, quasi quanto l’assoluzione per gli
imprenditori che hanno pianificato e messo in conto l’eventuale strage
di lavoratori.
È
il primo e forse unico commento che si può fare alla clamorosa
richiesta del procuratore generale (l’accusa!) davanti alla sezione
della Cassazione che deve decidere se confermare o meno la condanna dei
vertici della ThyssenKrupp per la strage di Torino, nella note tra il 5 e
il 6 dicembre 2007, in cui persero la vita sette operai.
“Troppo
alte”, secondo il procuratore. E dire che già in sede di appello erano
state sostanziosamente ridotte rispetto al primo grado di giudizio, in
cui la parte dell’accusa era sostenuta da Raffaele Guariniello.
Qui di seguito la cronaca di questa incredibile giornata, che ha stupito persino il redattore de La Stampa.
*****
Colpo
di scena nel processo Thyssen, proprio nel giorno in cui si attendeva
dalla Cassazione la parola definitiva sulle condanne. Il procuratore
generale ha chiesto l’annullamento con rinvio della sentenza, perché le
pene sarebbero troppo alte. I familiari delle vitime sono esplosi in un
grido di rabbia: «Venduti».
Doveva
essere il giorno della verità per la strage Thyssen: la quarta sezione
penale della Cassazione, presieduta da Fausto Izzo, avrebbe dovuto
decidere se confermare o meno le condanne ai sei imputati nel processo
per il rogo nello stabilimento di corso Regina Margherita a Torino, scoppiato la notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007. Morirono sette operai. Una lunga e straziante agonia: Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo, Bruno Santino e Antonio Schiavone se ne andarono nell’arco di venticinque giorni.
Sei
dirigenti dell’acciaieria sono stati prima indagati e poi processati a
Torino. Si tratta dell’amministratore delegato di Thyssen, Harald
Espenhahn, dei dirigenti Marco Pucci e Gerald Priegnitz, il membro del
comitato esecutivo dell’azienda Daniele Moroni, l’ex direttore dello
stabilimento Raffaele Salerno e il responsabile della sicurezza Cosimo
Cafueri. I magistrati torinesi Raffaele Guariniello, Laura Longo e
Francesca Traverso hanno contestato l’omicidio volontario, accusa che ha
retto in primo grado ma non in appello, dove è stata derubricata a
omicidio colposo aggravato dalla colpa cosciente. Il 24 aprile 2014 i
giudici della Cassazione hanno confermato la responsabilità degli
imputati ma annullato una parte della sentenza di Appello, ordinando ai
giudici torinesi di ricalcolare le pene.
Nel processo d’Appello bis, che si è chiuso il 29 maggio 2015, le pene sono state ridotte.
Espenhahn è stato condannato a nove anni e otto mesi, con uno “sconto”
di due mesi; Pucci e Priegnitz a sei anni e dieci mesi (sette anni),
Moroni a sette anni e sei mesi (nove anni), Salerno a otto anni e sei
mesi (pena ridotta di due mesi), Cafueri a sei anni e otto mesi (otto
anni). La Cassazione doveva decidere se confermare queste pene, e
non lo ha fatto. Già chiusa, invece, la contesa che riguarda i
risarcimenti: ai famigliari delle vittime ThyssenKrupp ha pagato 13
milioni; altri 4 sono andati alle altre parti civili. L'acciaieria di
Torino, dopo l’incidente del 6 dicembre 2007, non ha mai più riaperto.
La
ThyssenKrupp è un’azienda tedesca, la più importante in Europa nel
settore siderurgico. Nel 1994 ha acquistato la Acciai Terni, allora di
proprietà pubblica, e con essa gli stabilimenti di Terni e Torino. Lo
stabilimento di Torino viene presto ritenuto poco funzionale;
ThyssenKrupp decide di concentrare la produzione a Terni e pianifica di
chiudere la fabbrica di corso Regina Margherita nel 2005. Il progetto,
però slitta anche a causa di una serie di imprevisti. Nel luglio del
2007 i sindacati e l’azienda firmano un accordo che sancisce la chiusura
definitiva entro il settembre del 2008. La prima linea di cui si
ipotizza la chiusura è la numero 5, quella su cui si verificherà
l’incidente.
L’INCIDENTE
La
notte tra il 5 e 6 dicembre, prima dell’una, sette operai al lavoro
sulla linea 5 vengono investiti da una fuoriuscita di olio bollente, che
prende fuoco. I Vigili del fuoco, la cui caserma dista poche centinaia
di metri, arrivano quasi subito: è l’1,15. I feriti vengono trasferiti
in ospedale. Alle 4 del mattino muore il primo operaio: si chiama
Antonio Schiavone, ha 36 anni. Tra il 7 e il 30 dicembre ne muoiono
altri sei: Giuseppe Demasi, 26 anni; Angelo Laurino, 43 anni; Roberto
Scola, 32 anni; Rocco Marzo, 54 anni; Rosario Rodinò, 26 anni; Bruno
Santino, 26 anni. Tra gli operai coinvolti nell’incidente c’è solo un
superstite: Antonio Boccuzzi, dipendente Thyssen da 13 anni e
sindacalista della Uilm; oggi è deputato del Pd.
L’incendio
si sviluppa all’altezza della linea di ricottura e decapaggio. La
produzione dell’acciaio sulla linea 5 si svolgeva così: l’acciaio
passava attraverso un laminatoio, costituito da alcuni cilindri che lo
schiacciavano riducendone l’altezza; poi veniva avvolto in fogli di
carta per evitare che si graffiasse e accumulato per poi passare alle
fasi di ricottura e decapaggio.
La
prima fase – il procedimento definito «a freddo», anche se avviene a
più di mille gradi – prevede di far passare l’acciaio in un forno e
cuocerlo a una temperatura inferiore a quella di fusione. Nella seconda
fase l’acciaio cotto viene fatto passare dentro vasche piene di acido
per rimuovere le ultime impurità.
L’intero
procedimento è considerato ad alto rischio d’incendio. Le misure di
sicurezza prevedono estintori, sistemi di spegnimento automatico e un
particolare addestramento per il personale. Per mantenere le lastre
lubrificate si utilizza olio combustibile altamente infiammabile, che
spesso impregna la carta che avvolge le lastre. Prima del
processo di ricottura la carta va eliminata. Il problema – si scoprirà
dopo l’incidente – è che la manutenzione scarseggia e spesso i residui
di carta si accumulano lungo la linea. Basta una scintilla perché la
carta prenda fuoco. Senza contare le frequenti perdite d’olio, che
formavano pozzanghere sotto i macchinari. Poche ore prima del rogo si
verifica un piccolo incidente. La linea viene fermata. Poi l’impianto
riparte. Che cosa succede dopo? Probabilmente da una delle linee che
trasportano l’acciaio si scatena una serie di scintille che incendiano
la carta oleata accumulata sotto la linea e mai rimossa. Si sviluppa un
incendio. Gli operai – che si trovano al sicuro in una cabina protetta
da cui seguono la lavorazione – escono per spegnerlo.
Uno di loro, Boccuzzi, si allontana per collegare una manichetta all’idrante che i suoi colleghi impugnano.
Ma l’incendio si alimenta delle chiazze di olio, le fiamme si alzano,
sfiorano uno dei tubi che portano ad altissima pressione l’olio per
lubrificare. Il tubo si rompe e l’olio comincia a fuoriuscire. La
pressione crea una pioggia di gocce scagliate ad alta velocità che
generano una palla di fuoco che investe tutti gli operai. L’effetto è
quello di un gigantesco lanciafiamme. Boccuzzi si salva: in quel momento
si trova dietro a un muletto. E Boccuzzi oggi parlamentare e deputato Dem ha
detto: «Le richieste della procura sono per noi tutti un fulmine a ciel
sereno e lo stesso vale per il rischio che i due imputati tedeschi, che
sono poi i principali responsabili del rogo alla Thyssen, possano
scontare in Germania una pena dimezzata». «Sarebbe paradossale – ha
proseguito Boccuzzi – che l’amministratore delegato di Thyssen, che in
primo grado era stato condannato per omicidio volontario, adesso possa
ottenere in Germania una pena addirittura inferiore a quella degli altri
coimputati italiani». «A fronte di questo rischio – ha concluso – è
ancora più profonda la nostra delusione per l’annullamento della
sentenza di primo grado».
LE INDAGINI
Dopo il rogo, lavoratori e sindacati denunciano una situazione da tempo fuori controllo.
Nei giorni precedenti all’incidente la fabbrica si trova a corto di
personale perché alcuni operai sono stati licenziati mentre altri già
trasferiti a Terni. Quelli rimasti sono costretti a turni pesantissimi e
agli straordinari per mantenere continua la produzione. Le
testimonianze di Boccuzzi e degli altri operai accorsi sul luogo
dell’incidente parlano di estintori scarichi, telefoni isolati, idranti
malfunzionanti, assenza di personale specializzato. Non solo: alcuni
degli operai coinvolti nell’incidente lavoravano ininterrottamente da
dodici ore, avendo accumulato quattro ore di straordinario.
Oltretutto
procura e vigili del fuoco scoprono che nei mesi passati si sono
verificati alcuni piccoli focolai causati da scintille che incendiavano
la carta oleata, gestiti dagli operai senza mai avvertire il 115.
Soprattutto scoprono che l’azienda sconsigliava apertamente agli operai
di premere il pulsante che avrebbe portato all’arresto della linea: in
quel caso, infatti, l’acciaio sui nastri si sarebbe bloccato nel forno
per la ricottura o nelle vasche di acido, diventando inutilizzabile. La
notte dell’incidente nessuno bloccò la linea, fatto rilevante secondo la
procura di Torino, emblematico del clima che si respirava in fabbrica: a
febbraio del 2008 la linea 5 sarebbe stata chiusa, le misure di
prevenzione e sicurezza erano state abbandonate da tempo.
La
ThyssenKrupp nega subito qualsiasi responsabilità. Accusa gli operai
morti di avere provocato l’incidente, causato da una serie di
distrazioni o omissioni. Poi aggiusta il tiro e parla di «errori dovuti a
circostanze sfavorevoli». Durante le indagini la Guardia di Finanza
sequestra all’amministratore delegato Espenhahn un documento riservato
in cui si ipotizza di avviare azioni legali contro Boccuzzi, ritenuto
colpevole di raccontare a giornali e tv la tragedia dei suoi colleghi.
Il documento critica pesantemente anche il pm Guariniello e l’allora
ministro del Lavoro del governo Prodi, Cesare Damiano, considerato
troppo vicino ai lavoratori.
I PROCESSI
Le
indagini si chiudono in meno di un anno: il 17 ottobre 2008 la procura
chiede il rinvio a giudizio per sei dirigenti dell’azienda. Il 18
novembre il giudice dell’udienza preliminare Francesco Gianfrotta
dispone il processo per tutti e accoglie le tesi dell’accusa: il reato
contestato è omicidio volontario con dolo eventuale e incendio doloso.
«Pur
rappresentadosi la concreta possibilità del verificarsi di infortuni
anche mortali, in quanto a conoscenza di più fatti e documenti e
accettando il rischio del verificarsi di infortuni anche mortali sulla
linea 5», scrive Gianfrotta, i dirigenti avrebbero causato la morte dei
sette operai omettendo «di adottare misure tecniche, organizzative,
procedurali, di prevenzione e protezione contro gli incendi». Il
processo comincia nel gennaio del 2009. Sfilano i testimoni: lavoratori,
sindacalisti. Emergono nuovi particolari: non solo le misure di
sicurezza erano state ridimensionate, non solo le manutenzioni erano
pressoché inesistenti ma la fabbrica veniva pulita solo in
corrispondenza alle visite dell’Asl. E l’impianto si fermava solo in
caso di guasti gravi, altrimenti si interveniva con la linea in
movimento.
Il
primo luglio del 2008 la ThyssenKrupp versa quasi 13 milioni alle
famiglie dei sette operai morti, che non si costituiscono parte civile.
Nell’aprile 2011 il Tribunale di Torino condanna in primo grado
Espenhahn, a 16 anni e 6 mesi per omicidio volontario. Pucci, Priegnitz,
Cafueri e Salerno a 13 anni e 6 mesi. Moroni a 10 anni e 10 mesi. Nel
febbraio 2013 la Corte d’Appello ha respinto in secondo grado l’ipotesi
di omicidio volontario, condannando gli imputati – stavolta per omicidio
colposo – a pene comprese tra 7 e 10 anni. L’anno successivo la
Cassazione dichiara accertato il rato ma rinvia gli atti a Torino perché
le pene vengano rideterminate. Il 29 maggio 2015 la Corte d’Appello di
Torino emette una nuova sentenza, quella che ora è all’esame della
Cassazione.
Lo
stabilimento di Torino della ThyssenKrupp non esiste più. È stato
chiuso nel marzo del 2008 con un accordo tra la ThyssenKrupp, i
sindacati, le istituzioni locali e i ministeri del Lavoro e dello
Sviluppo economico, in anticipo sulla data prevista.
Nessun commento:
Posta un commento